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Le macerie di Haiti: il libro sulla rivista Punto d’Incontro México

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12 maggio 2013 – Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente. Sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. Haiti è Dafney che ogni sera prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di se stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. È la domenica dei bambini in attesa del gelato di Padre Rick. È la tragedia dei corpi senza volto e senza nome ammassati nella morgue.

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Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio duemiladieci, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre duecentocinquantamila vittime e un milione e mezzo di senza tetto.

Romina nell’ottobre duemilaundici, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che le macerie di Haiti non sono soltanto quelle lasciate dal terremoto.

Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, giornalisti italiani autori di questo testo, hanno deciso di devolvere all’Aumohd, associazione attiva sul territorio haitiano, i proventi derivanti dal diritto d’autore di questo libro che si trova in vendita alla Libreria Morgana di Città del Messico e —online— su ibs.it,Amazon e le principali librerie online.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 12 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è http://LamericaLatina.Net

Romina Vinci è una giornalista nata nel1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è http://rominavinci.wordpress.com

Intervista a Romina Vinci
sul libro Le Macerie di Haiti

ARTICOLI CORRELATI
La mia Haiti. Di Adalberto Cortesi (15 gennaio 2010).
Terremoto devasta Haiti. (13 gennaio 2010).
Recensione de “La valigia blu” sul libro Le Macerie di Haití.
La Santa Muerte messicana, di Fabrizio Lorusso.

(fabrizio lorusso / romina vinci / puntodincontro.mx / adattamento di massimo barzizza)

Le macerie di Haiti: estratti dal libro sul Blog di SUR

Terremoto-Haiti-4

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7 Mw con epicentro a soli 25 km dalla capitale Port-au-Prince devastava lo Stato caraibico di Haiti. A tre anni di distanza non si conosce ancora il numero delle vittime, valutate in oltre 200.000. Ed è ancora piena emergenza, soprattutto sul piano sanitario. Due giovani ricercatori italiani, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, sono stati sul posto e ne parlano in un libro uscito recentemente, Le macerie di Haiti (L’Erudita, 2012), i cui proventi saranno devoluti all’Aumhod. Link Blog SUR articolo originale.

di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci

Piano di lavoro
(Fabrizio Lorusso)

Per un paio di sere consecutive il maestro Evel Fanfan, così lo chiamano, ha spiegato a me e a Diego la storia dell’Aumohd. Ci ha parlato dei successi ottenuti in questi anni nella difesa delle persone incarcerate ingiustamente dalle corrotte autorità giudiziarie e dalla famigerata polizia di Haiti. Dopo la fondazione dell’associazione nel 2002, con il passare del tempo gli avvocati di questo gruppo, attivo soprattutto nei quartieri periferici, si sono occupati sempre più di casi gravissimi di violazioni dei diritti umani. Abusi commessi da forze di polizia e paramilitari che hanno dominato il paese negli ultimi cinque o sei anni, anche a causa del favore e delle macchinazioni della CIA e delle famiglie dell’establishment contrarie al progetto nazionale dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide. La serie di massacri di Grand Ravine ad opera della polizia haitiana e di gruppi  armati, finanziati dalle forze d’opposizione, rispondevano ad un chiaro obiettivo di annichilamento politico dei seguaci di Aristide. Ciononostante venivano presentati come forme di lotta alla delinquenza, un ritornello che spesso sentiamo ripetere da governanti, mezzi d’informazione e gente poco informata un po’ in tutti i paesi. Allo stesso modo le cosiddette rivolte popolari, che nel 2003-2004 portarono alla crisi istituzionale e alla successiva deportazione dell’ex capo si Stato haitiano, cacciato via con un sequestro express, sono cominciate dalla frontiera tra Haiti e la Repubblica Dominicana grazie al patrocinio e alle armi degli agenti segreti statunitensi.

L’Aumohd è riuscita a far condannare e incarcerare 15 poliziotti implicati in quei fatti di sangue a costo della sicurezza di alcuni dei suoi membri. È per questo che ogni giorno vediamo entrare un losco guardiano, che sembra vestito da soladto della legione straniera, negli uffici della sede di Delmas 49. Si tratta di un poliziotto sornione e depistato che è la scorta assegnata dallo stato haitiano a Evel per garantire la sua incolumità. Non si fa vivo quasi mai e non parla questo tutore della legge, ma ufficialmente esiste ed opera. Insomma c’è, e quando si presenta gli si dà anche un piatto di riso e fagioli per ricordarglielo.

Clinica tra le macerie

Nuovo giorno e mondo nuovo. Oggi si spala a dovere. Evel organizza un gruppo di abitanti del quartiere per ripulire un’area di circa trenta metri quadrati occupata dalle macerie di un paio di case in rovina. Tutta la zona è in realtà una maceria in movimento, col suo grigiume di macerie, terra e mattoni. La sua gente è però pronta ad ascoltare, a organizzarsi e a lavorare, se si riesce a proporre e far intravedere una buona idea. Questo pomeriggio Evel ne regala una agli abitanti di Delmas 40. Si riuniscono e si lasciano sedurre dal suo sogno, dalla sua visione: riabilitare uno spazio che si sta lentamente trasformando in una fogna a cielo aperto, dove pascolano un paio di suini tutto il giorno, in un centro d’assistenza medica provvisorio ma efficace. Infatti, il personale medico di una delle cliniche del quartiere distrutte dal sisma di gennaio è disposto a riprendere le attività anche gratuitamente, se si trovano gli strumenti necessari per il lavoro, gli spazi, le medicine, un tendone e i supporti logistici del caso. Sono tutte donne le dottoresse e non possono stare a guardare.

Da una parte stiamo lottando per ottenere degli aiuti materiali dalle agenzie internazionali, obiettivo difficile che ancora oggi lascia in stand by tutto il progetto, dall’altra servono braccia per creare lo spazio. I vicini di casa, le donne, i bambini e anche alcuni passanti si uniscono al nostro sforzo per ripulire la strada e lo spazio destinato alla clinica. Il terreno verrà poi coperto da teloni di plastica che abbiamo già provveduto a reperire. Mentre iniziamo a lavorare con le pale, con le mani e le carriole, alcuni rasta in bicicletta ci salutano calorosamente e altri personaggi del quartiere all’apparenza minacciosi ci ringraziano in un inglese maccheronico, in francese o in creolo a seconda dei casi. A volte basta un abbraccio. Alcuni non muovono un dito, si avvicinano, salutando e ringraziando anche loro come fossimo io e Diego gli unici responsabili e dirigenti di quell’opera collettiva e dinamica. È un’impresa nata, in realtà, spontaneamente dopo un discorso infervorato del nostro amico Evel. Presto ci accorgiamo che vogliono solo chiedere se per caso ci sarà lavoro dopo la riattivazione della clinica e offrono i loro servizi per il prossimo futuro, senza fare molto per il presente. Non apprezziamo molto e continuiamo a lavorare.

Piano piano verso la una del pomeriggio raggiungiamo la clamorosa cifra di venti persone coinvolte nello sgombero, tutti sudatissimi sotto un sole che sferza frustate di fuoco inverosimili. Nel frattempo si attiva la solidarietà degli osservatori compassionevoli, quelli che guardano la fatica dei più, ma non vogliono rimanere inerti e allora comprano bibite fresche ai poveri spalatori. Un bambino raccoglie delle carte da gioco, sparse disordinatamente tra le rovine, e riesce a ricomporre un mazzo da poker completo mentre io dispongo ordinatamente su un muretto tutti gli oggetti ben conservati che recuperiamo per mantenere in qualche modo la memoria degli antichi padroni di casa. Ad ogni mattone che lanciamo lontano l’impressione è che le persone buttino via anche un pezzo della paura e del vivo ricordo del terribile terremoto per mettere al loro posto un’opera nuova, un pezzo in più di questa catartica creazione di esistenze e futuri che dovrà essere la ricostruzione di Haiti. Chissà quando partirà, se ci sarà. Il bambino, ormai padrone orgoglioso del mazzo di carte, me le consegna una per una. Alla fine della faticaccia, sudati, bevendo un po’ del dolcissimo succo marca “Tampico”, ripartiamo le carte tra i compagni di lavoro, come ricordo. Chissà, forse un giorno qualcuno di loro si ritroverà una regina di cuori o un jack in tasca e si ricorderà di noi e del bambino che giocava scavando tra le macerie.

Aumohd
(Romina Vinci)

Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’associazione che avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.

Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.

Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto con una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port-au-Prince e che, tramite me, lui voleva darle cinquanta dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.

Si chiama Daphney, ha ventisette anni ed un bambino di cinque. È veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

Bidonville di Delmas

È in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Parigi-Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.

Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.

Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. È strano da spiegare…

Ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.

Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?

È tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

Recensione de Le macerie di Haiti su ValigiaBlu.It

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Foto: Romina Vinci – Recensione di Matteo Pascoletti

Pensare Haiti – tra i paesi più poveri in occidente – dopo il catastrofico terremoto del 2010, è come pensare a una terra dopo la fine del mondo: è l’impensabile per eccellenza. Eppure quella terra e i suoi abitanti esistono ancora, anche se la disperazione sembra essere l’unica costante, e la povertà estrema il paesaggio dominante.

Le macerie di Haiti, (ed. l’Erudita, 2013) scritto da Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, è un doppio diario che racconta il soggiorno nei luoghi del disastro: Lorusso è andato ad Haiti nel febbraio del 2010, poco dopo il terremoto, Vinci nell’ottobre del 2011, «nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale». La catena cominciata con i primi reportage di Lorusso e terminata con il libro è raccontata nell’introduzione. Centrale è il ruolo dell’Aumohd(Association des Unités Motivées pour une Haiti de Droits), associazione haitiana cui gli autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro:

È stata una catena. Dai reportage e dagli appelli pubblicati da Fabrizio nel 2010, e grazie alla collaborazione con Aumohd, ne sono nati altri importanti nel 2011, come quello di Silvestro Montanaro per C’era una volta su RaiTre. Poi Italo Cassa della Scuola di Pace ha costruito il sito HaitiEmergency.Org, portando il sorriso e il Carnevale da Roma a L’Aquila e a Port-au-Prince. Poi l’amico  Evel  Fanfan  è  stato  in  Italia,  ben  due  volte. L’informazione, la rete, le persone hanno fatto sorgere la collaborazione anche con l’avvocato Massimo Vaggi, con la FIOM e con Nova OnLusAdozioni internazionali, per esempio. Alla fine della catena il cerchio si chiude con Romina, il suo viaggio ad Haiti e questo doppio diario.

Una volta sul posto, la devastazione lasciata dal terremoto è nell’odore dei cadaveri che non possono essere portati via, perché, come scrive Lorusso, «non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi, nei mattoni doloranti». Mentre allo sguardo la capitale Port-au-Prince si rivela una «metropoli ormai senza legge e senza tempo. O meglio, senza Stato».

Entro questo panorama, in cui la speranza è quasi una declinazione della follia, il diario dà spazio ad alcuni haitiani attraverso cui passano le contraddizioni e le lotte quotidiane di chi vive quella realtà. Conosciamo così Evel Fanfan, presidente dell’Aumohd che cerca di espandere i confini dei diritti riconosciuti: una figura carismatica che ha qualcosa dell’avvocato, del sindacalista, del politico e del sognatore. Vinci lo trova impegnato nel progetto di una radio che dia voce ai lavoratori haitiani: nella visione di Fanfan questo potrà diminuire i reati minori e gli abusi di polizia grazie alla diffusione di informazioni.

Altra figura centrale è Padre Rick, che dirige l’ospedale Nuestros Pequeños Hermanos. La visita all’obitorio, «un mucchio di macerie fatte di uomini» che il sacerdote vuole e deve benedire, è una scena che resta impressa anche dopo aver chiuso il libro. Padre Rick ha bisogno delle sigarette per sostenere la vista e l’odore, pur non essendo un fumatore. Dai suoi racconti, dai suoi sforzi per distribuire cibo e aiuti negli slums, nonostante il rischio costante di aggressioni o peggio, emerge tutta la ferocia che la miseria impone agli uomini. La stessa Vinci, accompagnando gli uomini di Padre Rick, è circondata e aggredita col resto del convoglio senza nemmeno poter capire sul momento il perché. Scoprirà solo in seguito, a pericolo scampato, che il convoglio è stato circondato e i componenti aggrediti perché nei giorni scorsi gli uomini di Padre Rick non avevano dato abbastanza riso.

Le contraddizioni di Haiti sono invece Daphney – «è Haiti, luce in mezzo alla morte» – in cui povertà e leggerezza convivono in un equilibrio indecifrabile. Si resta colpiti dal fatto che Daphney e i suoi coetanei delle bidonville abbiano quasi tutti un profilo Facebook – i social network per i giovani haitiani sono il web – e che spendano molto di ciò che guadagnano per connettersi nei cyber caffè e chattare di frivolezze. La tecnologia, non permettendo in alcun modo di emanciparsi sul piano economico o sociale, diventa l’ennesimo giogo da sopportare: con la differenza di essere un giogo divertente, in apparenza meno pesante. E questo è uno dei dettagli che porta a uno dei temi centrali del libro: il ruolo ambiguo delle Ong straniere e delle Nazioni Unite, e più in generale il rapporto tra le potenze straniere e Haiti. A dispetto della forma dichiarata, gli «aiuti umanitari» o «le missioni di pace» mantengono immutati i fattori di disuguaglianza sociale, impedendo un’effetiva emancipazione degli haitiani. La «famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”» – scrive Lorusso – svolge anche funzioni di polizia e controllo militare. Una situazione ormai malvista, complice anche la quasi ventennale presenza dei caschi blu ad Haiti (dal 1993):

sono venuti [i militari dell’Onu] ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe  straniere,  definendole  come  il  “braccio  armato  della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali.

Le organizzazioni umanitarie straniere, più organizzate e a proprio agio con la burocrazia rispetto alle associazioni del posto, incarnano il sistema welfare haitiano. Complice lo stato di necessità in cui si trova la popolazione, sortiscono però un’ulteriore funzione: plasmano la società in modo unilaterale mentre l’aiutano a sopravvivere. Scrive ancora Lorusso:

Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario  per  la  quadratura  del  cerchio  della  politica  estera  delle potenze straniere coinvolte, […] che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata da politiche specifiche e da preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.

Foto: Romina Vinci

Gli stili degli autori evidenziano differenti approcci al contesto, risultando complementari. Lorusso lascia in secondo piano le impressioni sul posto, inquadrando ciò che vede in una cornice di relazioni economiche e politiche. È uno stile fortemente analitico che distanzia da sé gli avvenimenti: ma è il risultato di uno sforzo teso a comprendere meglio la realtà haitiana. Lo si vede per contrasto in alcuni passi, come la descrizioni di Daphney o la poesia  in chiusura del libro, dove si coglie la consapevolezza di quanto Haiti sia rimasta dentro.

Vinci dà voce allo spaesamento di chi si trova catapultato in un Altrove caotico, violento e indecifrabile, scoprendosi straniero. Ciò fa presa sui meccanismi difensivi, e si vede soprattutto nella lente dell’etnocentrismo con cui talvolta filtra gli eventi. Il suo stile trasmette con efficacia gli avvenimenti e i particolari più impressionanti, offrendo un punto di vista più vicino al lettore estraneo alla realtà haitiana:

Al  termine  di  questo  mini  tour  siamo  ritornati  a  casa  di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa non hanno bisogno loro? È tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti.

Ma, al netto dei contrasti vissuti, la giornalista mostra quanto siano forti le motivazioni che l’hanno spinta a quel viaggio, e successivamente a questo libro:

Quando un giornalista valica i confini, penetra in questi posti, occupa spazi, incrocia sguardi e persone raccogliendone le storie, ha il dovere morale di raccontare quel di cui è stato testimone.

Una frase che vale come manifesto di deontologia professionale e che, a giudicare dai reportage dall’Afghanistan realizzati nel 2012, Vinci sa applicare con coerenza.

Link alla recensione originale qui

Link al libro: qui

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 al Circolo stampa di Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo è qui).

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 Circolo stampa Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo qui).

Link utili

Prologo del libro:

lamericalatina.net/2012/12/03/le-macerie-di-haiti-prologo-e-presentazione/

Cronaca della presentazione:

rominavinci.wordpress.com/2012/12/04/le-macerie-di-haiti-buona-la-prima/

HaitiNeverDies

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

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