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Back In Town. Mexico City Imagine & Delirium

Immag0120.jpgImmagine. Vita, viaggio e delirio da Città del Messico, la capitale in movimento, come recitano gli slogan apposti sugli emblemi e gli scudi del gran Comune messicano. Lo so, non è la prima volta che lo dico, ma la memoria, come le bugie pubbliche e private, ha le gambe corte. Da solista John dal nord commuoveva e cantava con vena pop “…imagine all the people, living life in peace”. Ecco, allora non venire qua al sud, per adesso. Qua non ci si annoia mica, al massimo si spara: quasi quasi son 30mila morti nei 4 anni di governo dell’Onorevole Presidente Fecal (abbreviazione giornalistica per “Felipe Calderon”). Qui c’è il disagio giovanile imperante, anche se poi una risata e una dose ragionata di valemadrismo, cioè “menefreghismo” in spagnolo, prevalgono e sconfiggono il male, la guerra e il tedio, tanto per chiarire. Per esempio, immagina un po’ di fotografare un pesce spacciato per fresco e immortalare i suoi occhi intrisi di rosso spento, due perle dei Caraibi che, a guardarle bene, sono una coppia di cadaveriche protuberanze, una a destra e una a sinistra, come in politica. Son simili a quelle dell’onesto e appassionato fumatore di ganja coi capillari eccitabili ma…che dire? Da un pesce non te l’aspetti. Magari fosse un po’ stonato dal fumo anche il huachinango, quella specie di dentice ritratto in esclusiva per voi lettori dall’impavida camera integrata nel mio cellulare: forse lui, pescato mesi fa, così potrebbe sorridere ancora . Invece no.

Qui, nell’ex capitale azteca Tenochtitlan, sputtanata dal conquistatore Hernàn il Cortese nell’anno di Grazia che fu il 1521, l’onnipresente e odiato Wal Mart (la catena di supermercati più mastodontica del pianeta e in assoluto l’impresa con più fatturato, sempre nello stesso pianeta) ama viziare i suoi clienti con le delizie pescherecce degli oceani Atlantico e Pacifico mentre io mi diverto a immortalarle con le foto per non cedere alla tentazione ancestrale e suicida di provarle o anche solo sniffarne l’odore acerrimo. Immag0188.jpg
Credo che potrei fare curriculum per aspirare a un posto come “fotografo del pesce”, un’antica professione che a Napoli era addirittura presente nei registri comunali, ma non chiedetemi di cosa si tratta esattamente.
Niente domande faziose, qua si crea la fuffa buona, mica le balle egiziane sulla figlia illegittima e ribelle di Mubarak. Ma torniamo al pesce. In realtà, si tratta di plasticacce puzzolenti e immangiabili che sanguinano vernice.
“…imagine there’s no countries”. Di male in peggio, spiegatelo voi agli statunitensi che hanno preso in prestito esclusivo, o meglio, hanno patentato internazionalmente, proprio come fa la nota multinazionale Monsanto coi semi e i pezzi di natura libera e selvaggia, il marchio “americano” e il nome di “America”.
Ed è stato così per troppo tempo, per giunta senza chiedere il permesso ai messicani, ai paraguaiani o agli haitiani, per esempio.
Ma sono bazzecole e vecchie storie, ora basta anche con questa. Non facciamo i banalissimi.Immag0225.jpg
Piuttosto il vero dramma della settimana è stato, senz’ombra di dubbio, “l’affaire antitetanica”, un vaccino a cui sono particolarmente affezionato perché mi ricorda l’infanzia felice. E’ come una droga, l’ho cercato, l’ho voluto e non l’ho trovato. Maledizione.
M’han sbattuto violentemente una portiera d’auto sull’indice sinistro e sul corrispondente ginocchio mentre superavo sulla destra, lentamente e imprudentemente, un taxi giallorosso fermo a un semaforo. Cado a zero all’ora per la botta, mi rialzo alla rinfusa, ricevo scuse e riverenze dai passeggeri, infami assassini di motociclisti.
Dopo ringrazio nascondendo l’ira e le parti colpite, non ho nemmeno la ragione dalla mia, ma le ferite sanguinano lo stesso, malgrado la loro superficialità, e sono comunque pezzi di carne sensibile, mica cefali morti, in fin dei conti. Il giorno seguente, per scrupolo, cerco di farmi applicare l’agognata antitetanica, prassi normale in Italia ma più unica che rara in questo bel Messico. Immag0246.jpg
La mia vecchia protezione era appena scaduta e, dunque, ho provato a scaricarne l’aggiornamento nell’ordine: in farmacia (non sanno se c’è, cos’è e perché), al pronto soccorso dell’università (chiuso per ferie), alla clinica dei vaccini di zona o “centro di salute” (chiuso per lutto), all’ospedale pubblico (chiuso per furto), all’ospedale privato, dietro offerta di un lauto compenso a tutti gli operatori disponibili e di una mazzetta golosa per i dottori di turno, ma ecco che anche quest’avamposto del liberismo sanitario non se ne vuole occupare (aperto per scherzo). Il download non è riuscito.
Lasciamo perdere, aspetteremo giorni più magici, meglio non avere urgenze da queste parti, take it easy Fabbrì.
Ripeto mentalmente uno dei miei motti arguti sine qua non (senza il quale non…): “sputa sul tuo destino finché sei ancora in tempo”. Invece sputo sulle ferite, per scaramanzia e igiene, e sulla moto per pulirne gli specchietti e l’anima. “…imagine no possessions, I wonder if u can”, e anche qui, mobbasta, zitto comunista! Cos’è sta roba del “no possessi”? Io dico, la mente segue la parola, cioè “sono immagini dell’altro mondo, quello bello, ancora senza Wal Mart”. Che poi basta una L (elle) in più e diventa “Wall Mart”, il negozio del muro, della parete, ossia: brutta faccenda.Immag0236.jpg
Questa catena di supermercati ha fagocitato le principali aziende messicane del settore come per esempio il caro e celeberrimo Superama e l’infallibile Bodega (bottega) Aurrera (risparmierà) ed è il leader indiscusso della bassa qualità e della precarietà del lavoro nel paese. Esiste anche un documentario coraggioso sulle pratiche poco piacevoli applicate tanto negli USA come nel resto del pianeta da questa multinazionale della distruzione (cioè, scusate, d i s t r i b u z i o n e: qui il documentario masterpiece non plus ultra in inglese “Wal Mart The high cost of low price” LINK).
Sono un incoerente politicante, tante parole e pochi fatti. Come mai? Perché in effetti ci devo spesso andare da Wel Mert, per la forza della fame chimica e per la chimica dell’amore di qualche cassiera, ma soprattutto perché le opzioni alternative scarseggiano, non appaiono più, non son nitide all’orizzonte, chissà, forse a causa dello smog.Immag0255.jpg
Magari dovrei usare qualche stuzzicadenti per raschiare via le scorie di demenza insediatesi durante gli anni bui nelle cavità pulsanti delle circonvoluzioni della mia materia grigia.
Sarà pure una frase barocca e inopportuna, un’intrusione splatter a sangue freddo forse, ma è solo per giustificare un fatto: che i loro ipermercati sono piazzati molto strategicamente nei gangli, come in un campo minato cittadino, stanno sulle grandi avenidas e nelle zone trafficate – è proprio il caso mio, cioè di casuccia mia – e oramai non lasciano più spazio ai negozietti, i famosi abarrotes. Questi si rifugiano nelle viette laterali e nei quartieri popolari, terribilmente fuorimano per chi vive fuorimano.
Ma è un racconto che abbiamo già sentito anche in Italia e non è colpa vostra né mia, è la vita: è il pesce marcio più grande che si mangia il pesce rosso più piccolo. Darwin la sapeva lunga, pace alle teorie sue.
Malgrado tutto, un merito va riconosciuto a questa catena schiavizzante dal nome buffo(ne).
Mi hanno fatto diventare praticamente vegetariano e ho imparato, anno dopo anno, a gestire la mia dieta in modo sano ed equilibrato, senza usare il petrOlio Quore, senza affrontare staccionate da cui cadere ridicolamente per cercare d’imitare uno stupido, uno stupido spot.
Non è un trauma personale dell’autore di questo articolo, ma è vero, tanti giovani solevano farlo negli anni ottanta per evitare le siringhe che crescevano nel fertile terriccio del parchetto di zona oppure per dimenticarsi delle catodiche avventure serali col Drive In e Striscia che, di lì a poco, avrebbero fatto le fortune del Biscione di Berlusconi. Poveri noi, e tutti gli altri filistei.Immag0250.jpg
Non volevo perdere il filo del discorso cadendo così in basso. Rewind e conclusione.
Ho cominciato a valorizzare i coloratissimi mercatini di zona, i cosidetti tianguis, che esploro senza pietà a bordo di una poderosa Suzuki carica di borse e zaini pronti per la spesa.
Son piacevoli fardelli, ansiosi di riempirsi la pancia di frutta tropicale, droghe (nel senso di spezie esotiche ed erbe psichedeliche) e verdure sconosciute come il huitlacoche, il chayote e il huazontle. Infatti il pesce e la carne, cioè i cadaverini esposti sui tristi banconi del super mercante, sono inguardabili, come risulta dalla vera foto-testimonianza apposta in apertura, ed anzi, aggiungo il sempreverde “scripta manent”.
Nessuno, tranne il Dio Web Maestro, potrà mai cancellare questa mia arringa.
Sì, ora il motto latino vale anche su internet. Ho scoperto navigando, parlando e interagendo che ad alcuni connazionali le citazioni nella lingua dei romani in genere suonano vagamente fasciste, ad altri paiono da finto erudito, ma questa volta ci stavano eccome.
In Messico fanno addirittura figo, soprattutto per chi non le capisce, però sarà la Real Academia de la Lengua Española (l’innegabile versione spagnola dell’italiota Accademia della Crusca) a dirimere ogni controversia in merito, come sempre.SantaTianguis.jpg

Back In Town. Mexico City Smog & Streets

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Da www.carmillaonline.com Messico, anno di grazia 2010. Siamo a cento anni dallo scoppio della Revolución e a 200 dall’inizio della guerra d’indipendenza vinta contro la Spagna decadente. Proprio quella Spagna che all’inizio dell’ottocento non poteva più permettersi di pensare all’America dorata e lontana e si trovava, invece, invasata, invasa e vagamente distratta dalle truppe napoleoniche dilaganti tra vigneti e mulini a vento. Insomma, c’è di che festeggiare per quest’anno. Non è che qui, in generale, manchino le occasioni, anzi, sappiamo che si segue scrupolosamente la regola della festa quotidiana di “non compleanno” per partecipare a sfide alcoliche improvvisate e ad assembramenti casalinghi incontrollabili e feroci.

Sono un sopravvissuto. Prima di tutto da me stesso, come tutti noi in fondo, anche se non lo sappiamo, e poi dalle strade, dalle gare di velocità e dallo smog patrio messicano, un fumo bizzarro generato da vetture ancestrali e inquietanti come i peseros (bus urbani) e i camiones (famigerati tir a doppio rimorchio modello TGV, cioè lunghi come il celebre treno francese): sono mostri grigioverdi, rosso bruni e arrugginiti di noia, con le scritte “Ford Boia” e “Mercedes ya se muriò” stampate in fronte, proprio sul radiatore, alla faccia loro.

Immag0145.jpgLe interminabili avenidas di Città del Messico, affollate ogni giorno da 5-6 milioni di auto libere e pericolanti, possono arrivare ad avere anche una decina di corsie per senso di marcia e fanno sembrare l’Autostrada del Sole una mulattiera provinciale ma non solo per la larghezza cui ho accennato. La ricerca nefasta della velocità, il tasso alcolico stimato del cittadino medio e il grado di competitività neoliberista superano di gran lunga i livelli italiani e danno vita a un sistema perverso di sopravvivenza veicolare che prende spunto dal modello darwinista: la fortuna, le potenzialità del mezzo di trasporto e la bravura del conducente mettono in atto una selezione della specie in un mercato perfetto del rischio che si dispiega lungo i 60 chilometri che si possono percorrere tranquillamente, o meglio, freneticamente, da un capo all’altro della città.

Devo dire che possiedo un veicolo sufficientemente adattabile alle situazioni più disparate e anche piuttosto pulito e distinto, come da foto, ma questo non serve. Si tratta di una moto piccola e agile, una Suzuki GN125 a 5 marce che ogni giorno raccoglie pazientemente l’adrenalina dall’asfalto per spararla fuori all’occorrenza, quando le sorelle maggiori marca Ducati e le jeep scintillanti dei fighetti chilangos (così sono chiamati gli abitanti della capitale) la fanno arrabbiare con le loro pretese di superiorità e con l’arrivismo yankee colato giù dal Rio Bravo.

Immag0206.jpgDelirio da inalazione tossica ripetuta? Sindrome da motociclista frustrato e frustato dal colpo della strega? Senza dubbio, ma anche un po’ di verità. Provare per credere. I tassisti e i choferes, veri e propri piloti professionisti dei minibus, tutti ex formula uno, sanno benissimo di cosa sto parlando, poveri incompresi. Siccome molti autobus sono di proprietà dei conducenti stessi o vengono a questi affittati da un magnaccio, ecco che si scatena una gara mortale per acchiappare più clienti possibile alle fermate ufficiali, pochissime a dir la verità, e all’angolo di qualunque strada ove pascolino persone in attesa.
C’è chi litiga con loro – parlo soprattutto dei tassinari a bordo dei vecchi maggioloni, cioè “gli irriducibili” – tutti i giorni e giustamente gli sputa dentro al finestrino e scappa via. Forse son maleducati tutti e due, ma non possiamo giudicare dall’esterno. “¡Por eso estamos como estamos!” (Per questo stiamo come stiamo!) è solita sentenziare la voce della saggezza popolare e del passante attento a questi casi d’inciviltà.

Comunque stiamo parlando di categorie soggette a stress cronico e al rischio di finire con una ruota in un tombino scoperchiato o in un buco apocalittico di 5 metri per 2 (e uno di profondità, un bel pozzo di petrolio abitato da scarafaggioni espressivi). Se così accade, perdono i guadagni del mese e le blatte sotterranee gli bucano la marmitta in cerca di monossido di carbonio allo stato solido.

Vale la stessa regola anche per i poliziotti che, in caso di sinistro, devono rimborsare di tasca loro i danni alle vetture in dotazione. Perciò le suddette categorie di utenti della strada possono arrivare a difendere le loro verità con le mani nude e incazzate e, all’occorrenza, con una chiave inglese Made in China, alzando ancor di più il livello adrenalinico e testosteronico nell’aria del vituperato Distretto Federale (D.F., noto anche come “Di-Fettoso”).

E’ anche per questo motivo che si respirano smog e tensione nonostante viviamo circondati da belle e invincibili montagne a 2400 metri sul livello del mare e quasi sempre splende il sole “dell’eterna primavera” messicana.
Alla fine, ad ogni modo, dopo i pestaggi da strada e le liti violente, paiono vincere la pace e la patria, basta una bandiera messicana esposta in bella vista a rasserenare gli animi in questi mesi di giubilo istituzionale e sentimentale. E poi non importa se si blocca il traffico e si sospende il gettonatissimo “servizio pubblico di trasporto collettivo” per comprare un po’ di frutta fresca e invitante (vedi foto del mega autobus fermo in seconda fila).

Immag0213.jpgLe oasi di calore umano e gentilezza nella selva cementifera della capitale sono le stazioni di servizio della compagnia petrolifera statale, la Pemex o Petròleos de Mèxico, in cui la broda puzzolente costa appena mezzo euro al litro e funziona. Pericolose macchie d’olio sparpagliate in agguato all’entrata di tutti i benzinai sono la regola e puniscono con uno scivolone anche i più sobri, esperti e devoti centauri.

La Pemex è tra le più grandi imprese al mondo ed è il simbolo della nazione e della sovranità messicana però è ormai sull’orlo del fallimento a causa dell’endemica mancanza di fatturato e di utili. Questi denari servirebbero a effettuare nuove e costose esplorazioni delle riserve nelle profondità oceaniche del Golfo del Messico e a regalare un futuro roseo di idrocarburi freschi alle prossime generazioni, ma forse anche no.
I soldi vengono invece prelevati di default ogni anno dal governo con la legge finanziaria che li destina ai capitoli di spesa più interessanti e creativi come gli interessi sul debito pubblico e l’armamento dell’esercito impegnato nella “guerra al narcotraffico”. Non si spendono solo così, evidentemente. Esistono ancora un’austera politica sociale, una timida istruzione pubblica, la ricerca scientifica e una sanità universale al 50%, ma direi che si sta seguendo anche qui l’esempio del “nuovo miracolo italiano” in tutti questi settori vitali: stringere la cinghia, studiare da soli un po’ d’inglese e d’informatica e infine curarsi con rimedi caserecci, anche questi Made in China.

Imagen088.jpgCome ci ha dimostrato il disastro delle piattaforme per l’estrazione dei gas e dei petroli in acque statunitensi, causato dalla compagnia inglese British Petroleum l’estate scorsa, c’è poco da scherzare con le perforazioni in acque profonde e probabilmente Pemex non è in grado di realizzarle da sola, pertanto il Messico potrebbe dire addio al suo oro nero già a partire dal 2020 secondo le stime più gioiose.
Nella foto che ho scelto il patriottismo raggiunge una punta folcloristica e drammatica dato che lo scatto è dell’epoca dei mondiali di calcio sudafricani, un periodo piovoso e sornione in cui le attività del paese, e quindi anche quelle dei benzinai, si sono ridotte a zero durante le poche partite che il Messico ha potuto disputare (non che alla squadra italiana sia andata tanto meglio come sappiamo).

Saltiamo, ma sempre di fiestas patrias parliamo. A Oaxaca (e c’è anche una foto) per tutto l’anno ha funzionato un contatore gigante che segnava ore, minuti e secondi e che s’è azzerato alla mezzanotte del 15 settembre, la data fatidica del grido dell’indipendenza. Quest’anno il partito dominante di regime, quello della “prima repubblica messicana”, il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale, famoso per la contraddizione nei termini che lo definiscono) ha perso il governo dello stato di Oaxaca per la prima volta.
Immag0167.jpgE così il repressore governatore Ulises Ruiz verrà rilevato da Gabino Cuè (eletto con una coalizione di partiti che va da destra, con il Pan, a sinistra, con il Prd) che, malgrado i suoi trascorsi nel Pri, non è ancora eccessivamente sputtanato e ci si aspetta, quindi, un cambiamento di visione e gestione della cosa pubblica in una delle regioni più povere ma splendide del paese.

Stavo affogando nel mezcal del tipo “minatore” (una bibita simile alla tequila per chi non bazzicasse la zona mesoamericana) quando tra spari e fuochi d’artificio una ventina di persone hanno accompagnato il bestiale governatore Ulisse nel suo ultimo grido ribadendo le consegne del movimento di protesta del 2006-2007, “ya cayò ya cayò, Ulises ya cayò” (Ormai è caduto, già è caduto, Ulisse ormai è caduto). E’ vero ma, purtroppo, è riuscito a cadere in piedi e con la fedina pulita nonostante le numerose condanne per violazione dei diritti umani ricevute da corti e organizzazioni internazionali.
La domanda (quasi) finale è: che senso ha una manifestazione o un atto pubblico in cui partecipano più poliziotti e funzionari del governo che cittadini comuni? Il pomeriggio e la sera del 15 sono stati una sequela di atti siffatti.

Immag0163.jpgPer finire con un tema più idilliaco, ricordo che in questo giro ho riappreso che l’orgoglio degli abitanti di Oaxaca riguarda anche il loro prodotto tipico distillato, il mezcal, al punto che tutti sostengono che la ben più nota tequila è semplicemente una sottocategoria di questo. Infatti l’agave azzurra, la pianta da cui si ricava la tequila, è un tipo particolare di maguey (o anche agave che è il suo nome scientifico) che, invece, dà origine e vita al favoloso mezcal, che è tale sempre e comunque e non importa che tipo di maguey si voglia utilizzare per ottenerlo (LINK culturale). Il verme sul fondo è solo un optional gradito e temuto. Ma l’importante è brindare e sopravvivere alla follia. Fino alla prossima vittoria. Sempre?

Continua…

Mi permetto di consigliare la lettura di Back In Town. Bovisa City Milano, post estivo che ha in qualche modo ispirato e preceduto degnamente questo primo sfogo autunnale su Città del Messico. Ed è sempre periferia…

 

Ciudad de México – México City: un video promozionale…

Come dico nel titolo il video è bello, ma rappresenta una città immaginaria. E’ un video promozionale, per l’appunto. Sembra in effetti di stare in una New York tropicale, a Manhattan per la precisione perché nemmeno New York è solo Times Square, siamo d’accordo. Il DF o Città del Messico ha dei ritmi frenetici e dei problemi che l’avvicinano alla Grande Mela per certi aspetti ma è un caos differente, forse più decadente. Certo. Esiste e tutti vorremmo vivere e condividere la parte bella e coloniale, quella folclorica e allegra, la Mexico City elegante, boemia, moderna, alla moda, progressista e dinamica ma sono delle macchie. Ottime per chi ci vuole nuotare dentro un po’, affogando nella dimenticanza di quello che le circonda e incombe su di loro (che poi a volte è anche meglio…). La Capital en Movimiento (prima chiamata Ciudad de la Esperanza dai motti della propaganda governativa) deve fare ancora tanta strada ma intanto galleggia, nessuno sa come, su antiche lagune e fiumi coperti dal cemento e dallo smog denso in cui navigano 25 milioni di anime inquiete.

Una producción del Fondo Mixto de promoción turística de la Ciudad de México producido por AZOTEA POST

Co DIRECCIÓN: LUIS MANDOKI, MARIANA RODRÍGUEZ
Co FOTOGRAFÍA: ALBERTO ANAYA, ESTEBAN ARRANGOIZ
FOTOGRAFÍA ADICIONAL: ADOLFO DAVILA
Co EDICIÓN: MARIANA RODRÍGUEZ, YOAME ESCAMILLA
MÚSICA: ALEJANDRO CASTAÑOS