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Istituto Italiano di Parigi: protesta e petizione su Avaaz

IIC PArigi

“Con il presente documento si richiede espressamente alla Dottoressa Marina Valensise, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi un comunicato ufficiale di delucidazioni riguardo ai fatti inerenti alla presentazione del seminario Giovanni Gentile: un pensiero in atto, svoltosi il 2 febbraio 2013 presso i locali dell’Università della Sorbona di Parigi e sponsorizzato dal medesimo Istituto Italiano di Cultura”.

Firma qui la Petizione su Avaaz

RICHIESTA DI DELUCIDAZIONI DA PARTE DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI PARIGI

Perché è importante: Con il presente documento si richiede espressamente alla Dottoressa Marina Valensise, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi un comunicato ufficiale di delucidazioni riguardo ai fatti inerenti alla presentazione del seminario Giovanni Gentile: un pensiero in atto, svoltosi il 2 febbraio 2013 presso i locali dell’Università della Sorbona di Parigi e sponsorizzato dal medesimo Istituto Italiano di Cultura. (Vieni a conoscenza anche di quanto succede all’Istituto Italiano IIC in Messico-Link).

I FATTI
Il 30 gennaio sul sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, viene annunciato un seminario in onore di Giovanni Gentile. La presentazione in italiano è così formulata: “Giovanni Gentile: un pensiero in atto: In occasione della traduzione in francese di Spirito, atto puro e de La Rinascita dell’Idealismo presso le Edizioni Hermann, Andrea Bellantone, specialista del filosofo italiano, e docente all’Istituto Cattolico di Parigi, organizza un convegno alla Sorbona attorno al pensiero del grande filosofo del XX secolo Giovanni Gentile”.
Cliccando sulla dicitura “français”, la presentazione continua e istruisce il lettore francese definendo Gentile “il filosofo dell’idealismo che fu teorico dell’atto puro, rifondatore del liceo italiano e che finì tragicamente i suoi giorni, vittima della guerra civile del 1944, assassinato a Firenze da una banda di partigiani”.Il 30 gennaio medesimo, la presente nota biografica scatena immediatamente accese e sdegnate reazioni. Enrico Persico Licer, Presidente della sezione ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Parigi invia una lettera di protesta alla Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Dott.ssa Marina Valensise e per conoscenza al console generale Andrea Cavallari; Elio Rampino, presidente della Sezione ANPI della Repubblica Ceca, scrive una lettera di protesta alla Dottoressa Marina Valensise; Olivier Favier, storico e italianista francese, scrive un vibrante articolo di protesta sul sito onnedormirajamais.org; una lettera, redatta in italiano e in francese, è indirizzata alla Dott.ssa Marina Valensise da moltissimi cittadini italiani e francesi che ribadiscono con forza di avere a cuore i fondamenti delle loro rispettive Repubbliche.Sempre il 30 gennaio, il Professor Andrea Bellantone, organizzatore del seminario su Giovanni Gentile nonché professore di Filosofia Moderna presso l’istituto Universitario Cattolico di Parigi, scrive diverse e-mail indirizzate a Olivier Favier, nelle quali assicura a più riprese la sua totale non adesione alla presentazione di Gentile, così come redatta dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.Il 31 gennaio il sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi corregge la nota biografica su Gentile in questi termini: “rifondatore del liceo sotto il fascismo e che finì tragicamente i suoi giorni, pagando i suoi errori politici in favore della dittatura, all’epoca della guerra civile e di Liberazione.”

Il 2 febbraio, come previsto, si svolge il seminario, secondo una normale e ineccepibile prassi accademica. La partenza anticipata della direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Dottoressa Marina Valensise, non le permette di dare spiegazioni sul testo contestato o di rispondere a domande sullo stesso durante il dibattito con gli astanti, tra cui erano presenti, tra gli altri, dei rappresentanti della sezione di Parigi dell’ANPI, Bruna Lo Biundo, francesista e ricercatrice per diversi istituti storici, Gerardo Maffei, autore e regista italiano e Olivier Favier.

Ad oggi nessuna spiegazione ufficiale o in via privata è stata fornita ai mittenti delle lettere di protesta dal loro destinatario.
MOTIVAZIONI E CONTESTO
Giovanni Gentile, da un punto di vista storico, che non può essere ignorato tanto il suo pensiero si conforma alle sue azioni, è un gerarca fascista: Ministro della Pubblica Istruzione, nominato da Mussolini, dal 1922 al 1924; redattore del Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925; dal 1928 al 1941 ricopre importanti cariche universitarie e accademiche; nel 1938 è il primo firmatario del Manifesto della Razza (apertamente antisemita); il 24 giugno 1943, in una fase critica della seconda guerra mondiale, tiene al Campidoglio il tristemente famoso Discorso agli italiani, che esorta la nazione a restare unita sotto la guida del Duce e che porterà alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; dal 1943 alla morte nel 1944 segue Mussolini a Salò (RSI).

L’articolo 1 della Costituzione Italiana sancisce che «L’Italia è una Repubblica Democratica», quindi fondata su valori, che essa condivide con la Francia, che sono contro ogni forma di dittatura, a fortiori fascista. La lotta di tutti coloro che si opposero al fascismo storico ha avuto forme e colori politici diversi. Tra esse è innegabile, dal punto di vista storico, l’importanza della lotta armata partigiana. Il 25 aprile, festa nazionale italiana, si celebra la « Liberazione » dell’Italia dal fascismo ad opera delle forze alleate e dei partigiani italiani.

Assodati questi fatti, è doveroso indignarsi che un’Istituzione Italiana, finanziata da denaro pubblico, faccia uso di termini quali «guerra civile» per definire la guerra di Liberazione, e «banda» per definire i resistenti italiani, facendo inoltre passare per «vittima» uno dei maggiori intellettuali del fascismo e istigatore della leva forzata per la difesa della Repubblica di Salò.
Sdegno tanto più necessario in un momento in cui sono chiari e sempre più presenti i segnali di un nuovo revisionismo che va ben al di là dei confini italiani e che per l’Italia, tra i molteplici esempi, si manifesta con il discorso del 27 gennaio 2013 all’inaugurazione del Memoriale della Shoah di Milano in cui Silvio Berlusconi dichiara «Il fatto delle leggi razziali è la peggior colpa del leader Mussolini che per tanti altri versi invece aveva fatto bene»; con la costruzione, finanziata dalla Regione Lazio, nell’agosto 2012, di un mausoleo al criminale di guerra Rodolfo Graziani, generale d’armata fascista e ministro della difesa della Repubblica di Salò; con la richiesta di disegno di legge presentata nel 29 marzo 2011 dal senatore del Pdl, Cristano De Eccher, al Senato per l’abolizione della XII norma transitoria e finale della Costituzione Italiana, ovvero quella che sancisce il reato commesso da chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista», oppure da chiunque «pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».

Olivier Favier, storico e italianista, redattore della petizione
Bruna Lo Biundo, francesista e ricercatrice per diversi istituti storici, redattrice della petizione
Gerardo Maffei, autore e regista, redattore della petizione
Maria Cristina Mastrangeli, traduttrice e regista, redattrice della petizione

Infine un video emblematico sui “rappresentanti” e gestori della cultura italiana all’estero: 

Evento México DF: antifascismo italiano, 90 años

Sábado 21 de abril – 16 horas – casa de la Cultura Reyes Heroles – Francisco Sosa/Santa Catarina – Coyoacán – Hágamos memoria contra el fascismo y celebremos el 25 de abril, fiesta nacional italiana de la liberación del nazi-fascismo.

Il prossimo sabato 21 aprile, alle ore 16, ci ritroveremo tutti alla Casa della Cultura Reyes Heroles per festeggiare la Libertà e la Democrazia, ma soprattutto per fare memoria intorno al Fascismo. Il tema centrale è la Resistenza come valore perpetuo. Non mancate! Portate quello che volete e chio volete. Portate strumenti musicali, cose da leggere e da cantare, qualcosa da mangiare, portate tanta voglia di continuare a sperare. E confermate, per favore, la vostra partecipazione.

Luciano Valentinotti, un partisano en México

(Reproduzco aquí un muy buen artículo de Matteo Dean del 2009 en que se relata la vida y la obra de un artista italiano en México, Luciano Valentinotti) Su rostro está marcado por el tiempo. Lo atraviesan surcos en la frente. Son las huellas del tiempo pasado, a sus ochenta años, entre la vida que le tocó y la felicidad de haberla vivida con intensidad. Así es, y sus ojos pintados de azul intenso, como el cielo del verano en el que nació, por abajo de sus espesas cejas, clavan la mirada en el interlocutor con singular y penetrante intensidad. “Miro a los demás y trato de revelar la sinceridad del otro”, afirma. Él es Luciano Valentinotti.

Bromea y juega mientras platicamos de su vida. No tiene otra forma de estar en medio de la gente, no puede mostrar tristeza, cansancio o desencanto. Aunque las razones para ello sobrarían. Nacido en la ciudad de Fiume el 9 de julio de 1929, Valentinotti acaba de cumplir, el 6 de enero pasado, cuarenta y tres años de haber llegado a tierra mexicana. “Llegué por un amigo mexicano que conocí en la carrera de escenografía en la Academia de Brera”, explica. Al concluir la carrera en la prestigiada Academia de las Bellas Artes en Milán en 1952, en la que tuvo como maestros a Marino Marini, Aldo Carpi y otros importantes “maestros de arte mas también de vida”, Luciano se encuentra trabajando como maestro de Historia del arte en algunas escuelas preparatorias hasta el día en el que el gobierno, en el contexto de una “depuración política”, le quita el puesto. Terminará trabajando en una agencia de publicidad. Sin esconder cierto orgullo, explica que en una ocasión tuvo una plática con el dueño de la agencia acerca de política. Al declarar su filiación, “al dueño se le cayó la pluma y yo, al día siguiente, ya estaba buscando otro trabajo”. Y así los años siguieron hasta 1960, año en el cual contrae matrimonio con su actual compañera, Mara. Son años difíciles aquellos. La situación política en Italia no permite ser lo que uno quiere ser. A pesar de conseguir trabajo como publicitario para la prestigiada marca automovilística Alfa Romeo, la situación se viene abajo cuando Valentinotti descubre que su pasado y sus creencias siguen teniendo un peso ineludible en la búsqueda de la tranquilidad económica. Y así, el 6 de enero de 1966 decide subirse a un avión dirigido a México. “Vente, Luciano”, le decía su amigo mexicano conocido durante los estudios. “Me recibió al aeropuerto de Ciudad de México con todo y mariachi”, cuenta no sin nostalgia. Poco menos de un año después lo alcanzaba Mara, su esposa, desde aquel entonces su colega, su administradora, su amiga, su compañera, su más firme aficionada.


Obras de la exposición Adentro de la vida de Luciano Valentinotti

“Soy de izquierda, le dije al dueño de la agencia publicitaria, y me despidieron”, cuenta Luciano. Una filiación política delicada, por no decir difícil, en esos años en los que el país, Italia, trataba de reponerse de la guerra a la cual los había llevado el régimen fascista. Una guerra que había acabado como tenía que acabar, es decir, con la derrota del régimen de Mussolini y con el establecimiento de la República el 2 de junio de 1946, preferida en un referéndum popular a la monarquía, culpable de haber permitido la dictadura fascista. Es importante subrayar que la conquista del régimen republicano y, por ende, de la Constitución democrática de 1948, no se dio por el repentino despertar de la sociedad italiana, sino por el esfuerzo y el sacrificio de miles que se empeñaron en liberar al país del régimen fascista y de la ocupación nazi de los últimos años de guerra. Una historia que marca un punto de partida nuevo en la historia italiana. También en la de Luciano Valentinotti.

“Soy italiano, aunque me sienta más de Fiume”, reivindica el hoy miembro activo de la comunidad italiana en México. En su pasaporte aparece la ciudad de nacimiento pero no la nacionalidad. La ausencia del país de pertenencia se explica a la luz de los eventos que involucraron a la hoy ciudad croata y a sus habitantes. Situada en una región, la Istria , históricamente bajo la influencia eslava pero con una fuerte presencia italiana, la ciudad de Rijeka (el nombre croata de Fiume) pasó de ser un puerto cualquiera de la costa de la Dalmacia a ser un importante centro cultural, político y productivo italiano cuando el gobierno de Roma, gracias también a la “conquista” realizada por el excéntrico poeta Gabriele D’Annunzio, la obtuvo como resultado de los tratados de paz de París a finales de la primera guerra mundial. Al llegar el régimen de Mussolini a la italianizada Fiume, la ciudad sufre importantes transformaciones en lo económico y cultural: no sólo se construyen los astilleros más importantes de la región, sino que la policía del régimen reprime cualquier expresión política y cultural no italiana. Un ejemplo destaca: la “italianización” de los apellidos de origen eslavo y la prohibición de hablar otro idioma que no fuera el italiano, inclusive en los domicilios particulares. Es en este contexto que la familia Valentinotti, que originalmente vivía en Levico, en el norte de Italia, llega en 1922 a Fiume. La mudanza no fue casual. El padre de Luciano, Giuseppe, era militante del partido prohibido por el fascismo y tuvo que escapar del régimen. Hasta 1943, Luciano vive con sus hermanas en la casa en Fiume y se desarrolla gracias a los esfuerzos de la madre, Elena, que se dedica a toda actividad posible: lava, plancha, limpia pisos. La vida bajo la dictadura no era fácil, menos para los parientes de los militantes políticos comunistas. El maltrato, la discriminación, la exclusión, fueron la cotidianidad de su infancia. Durante la guerra, la familia de Luciano debe además sufrir el trato diferenciado en la repartición de la comida y de los bienes de primera necesidad, ya limitados para toda la población.

Finalmente llega el 8 de septiembre de 1943, fecha fundamental en la historia italiana por el cambio de rumbo que tuvo la guerra. Fundamental también para Luciano. Ese día, cuando la derrota militar estaba ya anunciada, sin más aclaraciones ni indicaciones ni órdenes para las tropas que aún peleaban al lado de los alemanes, el gobierno italiano anuncia por radio la firma del armisticio con los aliados: quien era enemigo ahora es aliado, y quien era aliado se vuelve enemigo. El júbilo que se apoderó de la población por lo que se percibía como el fin de la guerra que tantas privaciones había impuesto, sobre todo a los civiles, fue rápidamente sustituido por el miedo: la guerra no había acabado y los alemanes habrían tomado venganza. Sin órdenes precisas, las tropas italianas tuvieron que tomar decisiones de manera autónoma: quienes decidieron seguir peleando junto a los nazis; quienes decidieron escaparse y regresar a Italia, con sus familias; quienes no decidieron a tiempo y fueron sacrificados por los nazis o deportados a los campos de concentración; quienes, finalmente, optaron por unirse a las fuerzas de liberación.

La ciudad de Fiume y toda la región tuvo una historia particular en esos meses de 1943. En un clima de expectación enorme, los miembros de la resistencia yugoslava e italiana (los llamados partisanos), igualmente presentes en el territorio, trataron de gobernar la situación instaurando gobiernos democráticos provisionales. El siguiente régimen de ocupación que aplicó el ejército nazi en la región tuvo las obvias consecuencias en término de vidas humanas sacrificadas al odio generado no sólo en contra de los eslavos presentes, sino también de los italianos ahora considerados como traidores. La historia es conocida y habla de una “armada roja” encabezada por el yugoslavo Josip Broz Tito, que liberará a todo el territorio yugoslavo hasta llegar a Trieste, ciudad en la frontera del hoy territorio italiano. Una conquista que la mayoría pinta con rasgos heroicos, pero que causó el éxodo de cientos de miles de ciudadanos italianos que al régimen comunista de Tito prefirieron las facilidades que los gobiernos aliados otorgaron a los prófugos.


Foto: Marco Peláez/ archivo La Jornada

Luciano Valentinotti, en ese entonces un muchacho de apenas catorce años de edad, tuvo que decidir. Y mientras Elena, su madre, “ayudaba a los soldados italianos a escaparse, proporcionando ropa de civiles, salvando a muchos” y pagando las consecuencias represivas de los nazis, él fue llevado, junto a sus contemporáneos, a los campos de trabajo. “Nos hacían cavar trincheras”, cuenta. Un día de diciembre de ese año, “enterado de que muchos de mis compañeros desaparecían”, Luciano toma su decisión: escapar del cautiverio al que lo obligaban los nazis e irse a buscar a los partisanos. “No sabía exactamente a dónde ir, pero había rumores –cuenta– y me fui caminando, hacia la montaña.” Al cabo de pocos días se une a los partisanos yugoslavos: “Éramos alrededor de quince personas –y cuenta–. Caminamos miles de kilómetros, hicimos sabotajes a las tropas nazis, escapamos y perseguíamos. Me llamaban el ‘pequeño compañero’, más que todo por la escasa estatura –un metro con 45 centímetros– que había hecho llorar a mi mamá en distintas ocasiones.” Se le obscurece la mirada cuando cuenta de su primer disparo; sin embargo, se le ilumina el rostro al describir la gran solidaridad con la que vivió durante el año y medio que estuvo peleando en la montaña. Y la emoción lo conquista al recordar ese mes de mayo de 1945, cuando los partisanos, incluyendo a su grupo, entraron como liberadores en su ciudad, en esa Fiume que los acogió como héroes.

Terminada la guerra, Luciano tiene que tomar otra decisión importante que marcará, una vez más, su futuro: quedarse en territorio yugoslavo o irse a Italia. Muchos de los que decidieron quedarse sufrieron las consecuencias de una decisión fiel a los principios de la ideología, pero equivocada frente a una realidad y un contexto que no lograba olvidar veinte años de régimen racista italiano en la región. Esa misma realidad que hizo que Tito decidiera expulsar a la mayoría de los italianos presentes, castigar a otros y determinar que Fiume volvía a ser Rijeka, una vez más. Los padres de Luciano decidieron regresar a su tierra natal, Levico, en el norte italiano, perdiendo todas sus pertenencias en Fiume. Luciano, en cambio, decide irse a Milán y enfrentar, aún sin saberlo, las consecuencias de su destierro. En Italia, Luciano busca sobrevivir realizando decenas de trabajos distintos; sin embargo, eso no le impide realizar ciertas actividades políticas. Se involucra en la campaña en favor de la República , no sin fugarse de los enfrentamientos, cruentos en ocasiones, que la disputa electoral fue creando.

Como otros comunistas procedentes de Yugoslavia, Luciano es discriminado, y no solamente por una sociedad italiana partida en dos, entre el fuerte componente católico y republicano, y el componente más revolucionario afiliado al poderoso Partido Comunista, sino también por los mismos comunistas italianos, prontamente afiliados a la corriente estalinista del comunismo internacional, que justamente en la disputa con Tito había encontrado su primera, importante división. Así las cosas, Luciano es discriminado en Italia por ser comunista, y es visto con sospecha por los comunistas italianos por proceder de tierra yugoslava. Una dialéctica interior que Luciano trata de resolver gracias a la ayuda que los gobiernos aliados otorgaban a los prófugos de Istria. “A principio de 1948 llegué a un campo de refugiados cerca de Nápoles”, cuenta. Ahí fue donde los inspectores de los países dispuestos a hospedar prófugos (Estados Unidos, Australia, Canadá, Nueva Zelanda) evaluaban a los candidatos “para trabajos de leñadores o mineros”. “Me dijeron que no era apto, pues no tenía callos en las manos”, dice. Regresa, entonces a Milán, en donde decide concluir los estudios interrumpidos por la guerra. Sin embargo, Italia no resultó ser el país para que Luciano se desarrollara plenamente. Fue así que llegó a México, cargado de esperanzas e ilusiones. Dos destierros y un solo destino: nunca dejar de ser lo que es. La fotografía, dos hijos, una mujer abnegada y, desde hace diez años, la pintura, se revelaron como los canales de deshago de esa personalidad viva, solidaria, alegre, esperanzada y esperanzadora, y al mismo tiempo tan sensible al sufrimiento ajeno, que caracteriza a Luciano, ese mismo hombre que, a pesar de admitir que “mi sufrimiento reside en el hecho de haber perdido a casi todos mis amigos”, aún es capaz de decir: “No tengo miedo de morir, he sido afortunado, la vida me ha tratado bien.”