Mala Suerte (il romanzo)

Basta un romanzo, ma non qualunque romanzo. Ce ne vuole uno rosso Cuba,  rosso salsa e impregnato di rhum caraibico, un po’ portoricano dal retrogusto bolognese, sanguigno in campo verde amazzonico. Ma che sia anche scuro, misterioso. Basta una guerriera, ma non una di cartapesta. Basta la danza da combattimento brasiliana, la capoeira, ma non è nulla se non s’insinua tra le curve sfrenate del reggaetón. Basta un omicidio, un po’ di Mala Suerte, e quindi un’altra estate italiana si tinge di noir speziato e suggestioni latine sotto il segno del Destino e dei ricchi distillati di canna.

Dopo l’esordio guerriero con ¡Tú la pagarás! nel 2010 e poi Fuegol’estate successiva, ecco che nel 2012, anno della fine del mondo secondo le profezie maya, il nuovo romanzo di Marilù Oliva si chiama Mala Suerte ed è musica, fato, ballo e morte, passato e amore, fragilità e ribellione, è cuore al ritmo della conga e passione misteriosa sincopata.

Ma è anche un’altra occasione per accompagnare Elisa Guerra, alias La Guerrera, nella sua terza avventura investigativa, emotiva e ballereccia. Basterebbe lei sola, ma la Buena Suerte l’ha affiancata di nuovo alla sua inseparabile ed eterea compagna d’appartamento (e di vita), la portoricana Catalina, esperta di astri e cartomanzia, e all’ispettore Basilica.

Chi è Elisa? Ce lo dice lei, “Io, Elisa Guerra, detta La Guerrera, giornalista pubblicista, a breve laureata in criminologia, lottatrice per definizione, capoerista vincitrice degli ultimi campionati ma, dentro, sconfitta per destinazione, devota alla musica salsa e pochi altri piaceri effimeri morganatici del corpo, nichilista, siciliana per natali ma bolognese di adozione e per ora senza patria, misantropa e refrattaria all’amore, dovrei andare a lavorare nel luogo più strampalato che esista, un’agenzia matrimoniale?”. Non si può fare.

Mala Suerte è una riflessione sul destino umano e sul libero arbitrio, in cui Dante ci accompagna, e illumina con la sua saggezza eterna la piccola ed esplosiva Elisa Guerra, precaria del lavoro e della vita, ma sempre in lotta, insonne. E’ forse la fine di una trilogia, ma anche no. O meglio. Ci auguriamo di no perché proprio adesso la stavamo conoscendo meglio, a fondo, e proprio adesso la lettura appassionata si stava trasformando in qualcos’altro, nell’insostituibile presenza, amichevole, amorosa, passionale.

E conosciamo oltre, ora viviamo più intensamente il flashback e scorriamo i trascorsi familiari della Guerrera, la lotta contro se stessa e la fuga dalla prozia, sua educatrice inflessibile, Fausta Zenzero, un personaggio attivo in Mala Suerte, ma solo presente, da lontano, nei primi due romanzi.

“Anaffettiva e pignola, la mia prozia Fausta Zenzero non è rapportabile alle matrigne delle fiabe per quella sua assenza di malvagità totale che in qualche modo l’ha sempre salvata dai giudizi altrui”, Elisa dixit. E’ l’ultima porta aperta su un passato difficile, su una difficile vicenda familiare, che andrebbe richiusa dopo essere stata spalancata per troppi anni.

Dante è sempre vivo, sta con la Guerrera, per colpa o per merito di quella Commedia che lei dovette imparare a memoria quando viveva con la zia e che dispensa consigli al suo presente sospeso tra sentimenti occulti, indagini poliziesche e una tesi di laurea sempre in bilico, prossima alla fine e irraggiungibile, come gli amori irrisolti di una notte e quelli che potrebbero, invece, dare forma e senso. E per esempio “…de la volontà la libertate; / di che le creature intelligenti, / e tutte e sole, fuoro e son dotate.” dice Beatrice a Dante nel V canto del Paradiso parlando della capacità decisionale di ciascuno di noi.

In Mala Suerte esploriamo il vuoto e capiamo il personaggio di Elisa che con coraggio sfida i retaggi tragici della rottura dell’equilibrio, del dramma del suicidio in famiglia, quella morte provocata e accarezzata, conosciuta sin dall’infanzia, e per questo ancora più inspiegabile e ignota. C’è anche un viaggio parallelo nei generi musicali (chi pensava fossero così tanti?) della musica afro-antillana: un capitolo, un ritmo. Un genere, una storia, un paese, una cultura, dall’hip hop cubano al cha cha cha, dalla rumba al cubatón, il merengue e la bachata, ecco la Guerrera che ci porta e danza dentro a “su música”, la sua e la nostra.

“Con questo bel romanzo, La Guerrera entra a pieno titolo nell’Olimpo dei personaggi del noir italiano”, ha scritto Massimo Carlotto parlando del personaggio creato da Marilù. Ed è un commento che la inserisce nel panorama del thriller italiano, calato, però, nella realtà sociale della precarietà e nei bassifondi postmoderni che troppo spesso ci rifiutiamo di vedere nelle nostre città-monumento, immobili e false.

Tornano i personaggi border line, vanesi in bilico tra emarginazione economica, migrazione fisica e spirituale, incertezze e identità pervertite dal crimine, dalla smania di apparire senza essere e dalla frivolezza di un mondo attraente e pericoloso, narrato in modo sinuoso e musicale. Non credo ai tarocchi di Catalina, né all’astrologia o alle illusioni d’amore scandite a ripetizione nella salsa, però, dopo la lettura feroce del libro, sì credo alla Suerte, che sia Mala o Buena dipende da noi, hasta pronto.

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