L’esperienza transessuale ci ricorda che i generi sono complesse finzioni sociali

di Simone Scaffidi da L’indiscreto

«Io non ho scelto fra maschio e femmina. Ho scelto se campare». Paola è in transizione di genere e con un tono della voce allo stesso tempo dolce e feroce racconta perché. «Ho vissuto identificata come maschio quasi tutta la vita, pur non sentendomi così. Non mi riconosco maschio ma non mi sento di dire che non ci sia una componente maschile in me. E non mi sento una donna. Mi sento una trans». Decidere di cambiare genere richiede un percorso personale complesso: «ero chiusa in questo mondo clandestino in cui non potevo sperimentare tutta una parte forte della mia vita all’aria aperta, a contatto con le persone. Fai questa recita che dura tantissimo e ti chiedi a beneficio di chi la fai». Per porre fine a questa recita Paola sa che non basterà ripensare le relazioni e gli spazi che attraversa – ha quarant’anni, una compagna e una figlia – ma che dovrà anche affrontare un percorso legale obbligato.

«È necessario rivolgersi o a una struttura pubblica sanitaria o a specialisti privati: psicologi, endocrinologi e psichiatri» spiega l’avvocato Gianmarco Negri, se si vuole avviare l’iter legale per ottenere la rettifica dei documenti di identità – e dunque il cambio di nome – e l’autorizzazione all’operazione chirurgica per il cambio di sesso. «L’iter prevede circa sei mesi di accompagnamento psicologico» spiega Christian Ballarin, coordinatore di Spo.t, sportello trans del Maurice, associazione e circolo culturale GLBTQ di Torino, «poi lo psicologo autorizza l’endocrinologa alla somministrazione della terapia ormonale e dall’inizio della terapia ormonale gli standard parlano di un anno di Real Life Test o Real Life Experience». Si tratta di un periodo in cui la persona in transizione sperimenta il cambiamento fisico ed emotivo, l’endocrinologa testa la terapia ormonale più adeguata e la psicologa continua l’accompagnamento. «Alla fine – continua Christian – psicologo e endocrinologa redigono delle relazioni in cui si certifica la “disforia di genere”. L’avvocato presenta le relazioni al giudice che, in ultima istanza, decide se autorizzare o meno la rettifica dei documenti e l’operazione chirurgica».

Mary Nicotra, psicologa che accompagna le persone in transizione, mi accoglie nel suo studio di Torino, a pochi passi da Piazza Statuto, ed espone alcuni limiti di questo percorso: «le persone trans per poter incontrare quello che la loro singolarità richiede, cioè poter vivere coerentemente col proprio desiderio, sono un po’ costrette a passare da un percorso che è psicologico e a volte anche psichiatrico per poi poter accedere alla terapia ormonale». Obbligare le persone in transizione a seguire un percorso clinico significa per molti considerare ancora la transessualità alla stregua di una malattia e non ritenerla invece un’esperienza legittima di autodeterminazione.

Non è una malattia

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha escluso la transessualità dalla lista delle malattie mentali soltanto il 18 giugno 2018 ma l’esperienza transessuale è ancora inclusa nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Fino al 2013 il Manuale classificava la transessualità come “disturbo”, oggi parla di “disforia”. «Sembra una sciocchezza ma non lo è. Il disturbo implica anche da un punto di vista medico qualcosa che non va e mette in rilievo una serie di questioni che possono essere lette come malattia. La “disforia di genere” è un primo passo per affermare che ci sono due generi e che socialmente non riusciamo ancora a immaginare qualcos’altro» prosegue con un pizzico di ottimismo Mary Nicotra. Con “disforia di genere” si indica dunque una dissonanza, un malessere derivante dalla non identificazione di una persona con il genere assegnato alla nascita.

Elisa, una ragazza che incontro al Maurice, prova a dare forma a questa catalogazione clinica: «la “dissonanza” ha a che vedere con l’idea di un corpo sbagliato ed è legata alla medicalizzazione della transessualità». Il volto di Elisa si fa più serio e le sue mani iniziano a ruotare delicate nell’aria: «La medicalizzazione è nata dalla non accettazione della diversità sessuale. Quindi anche il desiderio corporeo del cambiamento chirurgico della persona transessuale, inclusa me stessa, nasce da una non accettazione della diversità sessuale».

La “disforia di genere” e la transessualità, sembra volerci dire Elisa, non sono disturbi o dissonanze ma il risultato di una cultura escludente in cui un binario, quello del maschile e quello del femminile, pretendono di occupare tutto lo spazio dell’esistente, rifiutando ciò che gli passa attorno e attraverso. «C’era quasi un bisogno da parte nostra di entrare in quella norma. Avevo in testa che avrei dovuto essere donna. Perché noi parlavamo di essere donne, non trans operate. Quando ho preso consapevolezza di non poter raggiungere una situazione reale di cambiamento di genere sono impazzita» racconta Orami, una trans «non più ventenne», come si definisce lei. E con un poster di Audre Lorde dietro le spalle restituisce il senso e la fatica di questo transitare: «C’è una canzone di Pierangelo Bertoli che parla di una trans prima degli anni ’80 in cui dice: “Maddalena a Casablanca ha cambiato le sue carte, come fosse colpa sua”».

Stare bene

«Una questione che prima non mi ponevo era che il privilegio maschile in qualche modo mi proteggeva. Rinunciandovi sono più vulnerabile. Non è che io passi per donna ma è evidente che non mi vesto da maschio e questo mi costringe a pormi la domanda: mi sto mettendo in una situazione di pericolo?». Un dubbio legittimo quello di Paola alla luce dei dati raccolti dal progetto Transrespect versus Transphobia Worldwide. L’Italia è infatti al secondo posto in Europa per omicidi di persone trans, con 37 casi rilevati dal 2008 a oggi. L’associazione Genitori e Figli Contro l’Omotransfobia (Geco) restituisce un quadro ancora più complesso della situazione segnalando 662 casi di violenza e discriminazione contro le persone trans, di cui 21 omicidi, 34 suicidi, 6 tentati suicidi, 351 aggressioni e 250 intimidazioni e minacce rilevate dal 2012 al 2018.

Quando incontro Paola fuori dal suo posto di lavoro ha un rossetto sgargiante che esalta il labbro superiore e un trucco viola su palpebre carnose. Oggi una ragazzina che avrà avuto dodici o tredici anni l’ha guardata e le ha detto sincera: «Sei stata bravissimo». Non è stata confusione grammaticale ma una lettura complessa della realtà, espressa con un linguaggio semplice e incisivo. Paola ha anche una figlia di sei anni. «Mi sembra una delle persone che ha meno problemi con la mia transizione. Quando mi metto una gonna corta mi dice: “no papi quella ti sta male”; oppure: “truccata così stai bene”».

Racconta delle battaglie che deve affrontare con i suoi superiori e colleghi, dei logorii e delle ambiguità quotidiane che si trasformano in vere e proprie violenze psicologiche: «mercoledì mi hanno ripresa al lavoro perché sono troppo truccata. Lo interpreto come un atto di mobbing. Sto facendo una transizione. Non passo per donna, non ho tette, non posso mettermi la gonna. Se mi togli anche il trucco mi stai chiedendo di scomparire». Sul lavoro «non esiste nessuna legge che tutela la transizione – conferma Gianmarco Negri –, esistono però gli strumenti per potersi difendere, ci sono tante norme, dalla Costituzione al Codice delle Pari Opportunità che consentono agli avvocati di tutelare le persone in transizione. Ma sarebbe più semplice se esistesse una disciplina ad hoc. Negli ultimi decenni la società si è mossa, ci propone una fluidità di generi che scardina una certa idea di binarismo, mentre la giurisprudenza è ferma».

Paola vuole fare la transizione ma non ha intenzione di operarsi, l’intervento non risponde ai suoi desideri. «Nel 2015 i giudici hanno detto che non siamo più obbligati a mutilarci» prosegue Gianmarco. È infatti grazie a una sentenza della Corte Costituzionale se oggi è possibile cambiare nome senza sottoporsi a un intervento demolitivo del proprio sesso. Prima del 2015 le persone con i desideri di Paola si trovavano di fronte a un bivio: o sottoporsi a intervento forzato pur di ottenere il riconoscimento della propria condizione trans o rinunciare all’iter legale di transizione. E non sono poche, confermano Gianmarco Negri e Mary Nicotra, le persone che se potessero tornare indietro non farebbero l’intervento chirurgico.

Nel discorso pubblico la transessualità, quando non viene attaccata violentemente, scompare. Talvolta anche il cambio di aspetto, in conformità col genere “opposto”, può rappresentare un adeguamento alla norma. In un mondo binario maschile-femminile riportare l’esperienza transgender nell’ordine di queste due categorie – sia attraverso i corpi che attraverso i concetti – significa ridurne la complessità. L’urgenza che spinge a un percorso di transizione coincide spesso con l’esigenza di sentirsi meglio e di stare bene con se stessi e con gli altri. Nessun manuale può spiegarci come fare e ognuno decide il percorso più utile al raggiungimento di questo obiettivo. «Cosa c’è di così sbagliato nel sentirsi sbagliati – incalza Christian Ballarin –, diamo per scontato che vogliamo fare un percorso di transizione perché la società non accetta la diversità. In generale può essere un’opzione ma può anche essere che effettivamente io senta che il mio corpo non mi corrisponda, che io mi sia sempre sentito maschio e che io desideri fare dei cambiamenti fisici, ormonali e chirurgici. Non ho la certezza né di una risposta, né dell’altra. Credo che le cose succedano, vadano in una certa direzione e ognuno deve fare i passi che lo fanno stare bene». L’essenza del transitare non è forse questa? Fare i passi che ci fanno stare bene.

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