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Che ne è stato di Haiti? Una voce da Porto Principe

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A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, e a oltre quattro anni dall’esplosione di una grave epidemia di colera il paese caraibico è praticamente sparito dai mass media.

“Che isola perduta ci sembra Haiti. Improvvisamente ha invaso le pagine dei giornali con il terremoto e dopo un silenzio di secoli ne ha fatto un graffio sulle carte geografiche, un luogo inesistente e relegato all’interno di una dimensione che confina con il mito (Tortuga, i pirati, gli schiavi ribelli, il vo- odoo…). Eppure, per un tempo troppo breve, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione, più che imperfetta e sensazionalistica, è diventata un luogo reale, capace di farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice haitiana contemporanea, Yanick Lahens, che questa terra altro non è che l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime”, spiega lo scrittore e avvocato Massimo Vaggi nel prologo del libro La fame di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, Ed. END, 2015).

Com’è oggi la situazione politica ed economica ad Haiti? Dove sono finiti i fondi per la ricostruzione? Che fine hanno fatto le tendopoli e le macerie dopo il terremoto? E l’epidemia di colera? Quali sono le speranze di Porto Principe e del Paese? Che pericoli corrono i difensori dei diritti umani e gli attivisti? Di seguito riporto una conversazione, estratta da La fame di Haiti, a Evel Fanfan, avvocato e direttore esecutivo di AUMOHD, un’associazione haitiana per la Difesa dei Diritti Umani e del Lavoro, che parla di queste e altre tematiche. Negli ultimi mesi è anche esploso un conflitto gravissimo e poco noto tra Haiti e la vicina Repubblica Dominicana che affonda le sue radici nel razzismo e nello sfruttamento del lavoro.

Tra i pochi a trattare il caso Raul Zecca Castel ne dà una descrizione esaustiva: “Dopo la clamorosa sentenza emessa nel settembre 2013 dalla Corte Costituzionale dominicana – e applicata retroattivamente a partire dall’anno 1929 – secondo la quale era da considerarsi abolito il criterio dello jus soli in riferimento all’acquisizione della nazionalità, da un giorno all’altro, oltre 200 mila persone, da sempre residenti nel Paese, sono state di fatto denazionalizzate e rese apolidi, con tutte le conseguenze del caso: impossibilità di accedere all’istruzione, ai servizi sanitari, al mondo del lavoro, in sintesi, alla vita civile del Paese. L’allarmata reazione della comunità internazionale, che si espresse immediatamente con forti critiche nei confronti di tale scandalo giuridico privo di precedenti e unanimemente considerato come altamente discriminatorio su base razzista, portò il governo dominicano ad attivare un Piano Nazionale di Regolarizzazione degli Stranieri (PNRE) che prevedesse la possibilità di normalizzare la situazione di irregolarità in cui erano improvvisamente piombate migliaia di vite”.

Dunque i rimpatri forzati sono cominciati e son centinaia gli haitiani espulsi dalla Repubblica Dominicana. Si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi l’8 agosto per il rinnovo delle camere (118 deputati e 20 senatori). Il secondo turno sarà il 25 ottobre, in concomitanza con il voto per scegliere il nuovo presidente che andrà a rilevare Michel Martelly, al governo dal 2011. L’impasse politica ad Haiti, spiegata nell’intervista di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, durava da oltre un anno e mezzo per cui il parlamento non era stato rinnovato.

Cinque anni dopo il terremoto che ha cambiato la storia di Haiti, come ci puoi descrivere la situazione del paese?

Bene, parlando di com’è la situazione nel paese, cinque anni dopo il terremoto letale del 12 gennaio 2010 che ha distrutto buona parte del territorio haitiano, direi che questa non è cambiata realmente. Ad alcuni sembra addirittura che il sisma ci sia appena stato, come fosse accaduto solo un anno fa e non cinque. Nel paese, nonostante la generosità della gente, dei cittadini e delle organizzazioni di tutto il mondo, il cambiamento non è apprezzabile. Il paese dipende ancora dagli aiuti umanitari. Ci sono ancora macerie in vista e ospedali, scuole, istituzioni statali che ancora attendono di essere ricostruite. Migliaia di persone vivono tuttora in pessime condizioni sanitarie, ambientali e di sicurezza. La nuova città-slum di Canaan è un esempio concreto di quanto dico.

Che ne è stato della ricostruzione e del denaro teoricamente donato dalla comunità internazionale?

Il fatto è che il denaro raccolto per le vittime da persone solidali e dalla comunità internazionale è stato orientato in beneficio degli stessi manager della comunità internazionale. Il 13 ottobre 2014 all’ex presidente statunitense Bill Clinton e all’ex primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, copresidente della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), è stato richiesto di rendere pubblici i rapporti sulle loro gestioni dei fondi raccolti e stanziati dalla Commissione durante 18 mesi di amministrazione. Al momento non è stata resa pubblica nessuna relazione e da allora il popolo haitiano, per il quale quei fondi erano stati ottenuti, continua a chiedere spiegazioni sui conti. Moralmente gli haitiani e i donatori devono chiedere chiarezza su questi soldi e si deve prevedere una sessione pubblica per ottenere una chiara e forte relazione sui conti.

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Quattro anni fa un’epidemia di colera cominciò a diffondersi, facendo migliaia di vittime. È ancora un’emergenza o un problema ad Haiti?

Il colera è stato introdotto ad Haiti dalla missione MINUSTAH dell’ONU, attraverso il battaglione nepalese, i cui escrementi hanno contaminato le acque del più lungo fiume haitiano, in una maniera negligente e sospetta. C’è chi pensa anche a una cospirazione internazionale contro la prima repubblica nera, libera e indipendente al mondo. Numerose ricerche confermano in modo unanime la unica responsabilità dell’ONU nella reintroduzione del colera ad Haiti. Uno studio dell’Università di Yale riporta le conclusioni degli epidemiologi che hanno stabilito una connessione tra i caschi blu nepalesi e lo scoppio dell’epidemia, una delle più grandi della storia moderna. I ricercatori hanno scoperto che il ceppo di questo batterio ad Haiti è lo stesso identificato in Nepal, un paese in cui il colera è endemico.

L’epidemia ha fatto più di 8.330 vittime e ha infettato oltre 680.000 persone. Nel 2013 sono stati registrati oltre 70.000 casi e più di mille infettati sono morti. Nel 2014, secondo certe stime, ci sarebbe stato un incremento nel numero dei casi, oltre il doppio, che farebbe aumentare i contagi a 200.000 e le persone defunte a oltre 2.000. Dunque l’epidemia presenta ancora dei picchi. Sta diventando sempre più una preoccupazione nazionale e internazionale. Il colera è un crimine contro l’umanità e deve essere considerato alla stregua della schiavitù, un programma criminale contro Haiti.

Le Nazioni Unite devono necessariamente prendersi le proprie responsabilità verso la gente di Haiti dal punto di vista morale, economico, sociale e sanitario. Deve anche farsi notare che l’Esperto Indipendente dell’Onu per i diritti umani ad Haiti, il Sig. Michel Forst, ha passato metà del tempo durante il suo incarico a sottolineare come fosse immorale e irresponsabile l’atteggiamento delle autorità delle Nazioni Unite sulla questione del colera sull’isola.

Il parlamento haitiano è stato “sospeso” il 13 gennaio 2015. Si sono sviluppate molte proteste nell’ultimo anno, in parte legate a questa situazione. Ci puoi spiegare cosa è successo? Cosa chiedono i manifestanti che hanno invaso le strade di Haiti in questi mesi?

Di certo la crisi politica peggiora sempre più ad Haiti: il Parlamento è ridotto, i due terzi dei suoi membri sono decaduti e non ci sono elezioni dal 2011. Per comprendere la crisi è necessario per prima cosa osservare e capire quanto previsto dall’articolo 136 della Costituzione, il quale attribuisce certe prerogative al Presidente della Repubblica, in qualità di capo di Stato che ha la responsabilità di far osservare e ubbidire alla Costituzione per garantire la stabilità delle istituzioni. Ha l’obbligo di assicurare l’adeguato funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato. In questa situazione d’impasse la responsabilità primaria è sua. Per cui aumentano le proteste di piazza che chiedono le dimissioni del presidente perché non ha adempiuto alle sue responsabilità costituzionali e quindi il paese è ritornato in una situazione anomala, di governo di fatto senza parlamento. Dunque la situazione politica è la seguente: il Parlamento non esiste più, il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura s’è dimesso e c’è un nuovo governo che s’è appena insediato de facto e può governare per decreto.

La popolazione chiede il rispetto della Costituzione e delle leggi della repubblica, il rispetto del paese stesso e delle sue istituzioni repubblicane, il rispetto per le eredità culturali, storiche e anche naturali del paese, includendo il mare, il sottosuolo marino e terrestre e i giacimenti minerari. Chiede una chiara separazione delle ricchezze private dalla cosa pubblica (Res Publica), chiede dunque sovranità e la partenza senza condizioni della missione Onu, la MINUSTAH. Chiedono un governo d’unità con una tabella di marcia chiara senza l’interferenza della comunità internazionale. La riqualificazione del sistema giudiziario. Elezioni democratiche libere, oneste e includenti. Chiedono di ridefinire i contratti stipulati irregolarmente tra lo Stato e le compagnie transnazionali. Di condurre indagini contro tutti i funzionari statali che hanno sperperato risorse pubbliche per condurre progetti mai conclusi.

Aristide (ex presidente, esiliato nel 2004 e tornato sull’isola nel 2011) gioca ancora un ruolo nel Partito Lavalas e nelle proteste?

Sì, il partito dell’ex presidente Jean Bertrand Aristide svolge un ruolo importante all’interno dei movimenti di piazza. Ci sono quattro gruppi che stanno riattivando la protesta popolare nelle strade: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD e MONOP Platfom.

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Ci puoi parlare del problema dei prigionieri politici e di cosa ha potuto fare AUMOHD al riguardo?

Dall’arrivo al potere del presidente Michel Martelly, molti cittadini sono stati arrestati per le loro convinzioni politiche, sono stati rimossi alcuni funzionari e, per esempio, il caso dei fratelli Josué e Eneld Florestal è emblematico delle violazioni ai diritti umani nel paese. Il primo maggio 2014 sono stati arrestati dodici attivisti politici e sbattuti in prigione. AUMOHD e il suo team di assistenti legali è interevenuta e ha lavorato per la difesa dei detenuti presso l’ufficio del PM. Il 20 maggio sei prigionieri sono stati rilasciati e il 6 giugno sono stati liberati gli altri sei per mancanza di prove.

Il 17 ottobre 2014 diciotto attivisti che stavano partecipando a una manifestazione pacifica sono stati attaccati, umiliati e arrestati da un gruppo di individui con l’uniforme della polizia nazionale haitiana, senza nessun ordine d’arresto né evidenze di flagranza.

Si tratta di militanti stavano manifestando pacificamente insieme ad altri, professionisti, studenti e docenti, e, mentre facevano ritorno alle loro normali attività, sono stati aggrediti dagli agenti della polizia che hanno sgomberato violentemente la zona all’altezza della via Delmas 29 ricorrendo a gas lacrimogeni e manganellate. Il 26 ottobre due leader politici,Rony Thimoté e Biron Spiritually sono stati arrestati, sempre senza flagranza di reato e senza mandato, durante un atto di protesta che avevano organizzato per chiedere il rispetto della Costituzione e il ripristino della vita democratica ad Haiti.

Questi attivisti, arrestati arbitrariamente al di fuori delle procedure, sono stati giudicati così pericolosi da meritare la conferma dell’arresto in spregio alle loro garanzie individuali. E, ancora peggio, non sono mai comparsi dinnanzi al loro giudice naturale perché decidesse sulla legalità del loro fermo, in violazione dei diritti garantiti dalla Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti da Haiti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Americana sui Diritti Umani.

Dall’arresto del gruppo di 18 attivisti politici, AUMOHD ha lavorato in loro favore in vari modi, agendo presso tutte le autorità giudiziarie competenti e riuscendo a ottenere la loro liberazione nel mesi di novembre 2014, mentre stiamo ancora seguendo il caso di Rony Thimoté e Biron Spiritually.

Come difensore dei diritti umani ad Haiti, quali sono le minacce e i pericoli che hai dovuto affrontare?

Dal 2005 la mia vita, la mia famiglia e lo staff del nostro ufficio di AUMOHD continuano a essere l’obiettivo costante di minacce e intimidazioni fino al punto che nel luglio 2006, in seguito alle richieste di protezione di Amnesty International, dalla Organizzazione Stati Americani e da Front Line International, è stato richiesto al Comando della Polizia Nazionale Haitiana di affidare la nostra sicurezza a un agente di scorta che protegge la sede dell’organizzazione.

Nonostante questa decisione la mia vita e quella della mia famiglia sono sotto costante minaccia. Subiamo intimidazioni da anonimi, arrivano messaggi di testo e chiamate telefoniche da sconosciuti. Nella notte di domenica primo giugno del 2014 alcuni individui non identificati ci hanno attaccati scavalcando le mura intorno all’edificio, sede centrale dell’organizzazione, per appiccare il fuoco nella parte retrostante della casa e hanno bruciato tutti i materiali e gli oggetti che vi si trovavano: impianti elettrici, generatori, impianti stereo, apparecchi per la registrazione sonora, varie casse acustiche e diversi compact disk che utilizziamo per la formazione dei lavoratori.

L’otto giugno, pochi giorni dopo il sabotaggio, tre uomini armati su una motocicletta hanno preparato un’imboscata nei dintorni di casa mia con la chiara intenzione di uccidermi. Mente mi dirigevo alla mia macchina, uno dei tre individui stava facendo da palo e informava gli altri due dei miei spostamenti. Stavo camminando verso l’auto quando i due hanno iniziato ad avvicinarsi a me per portare a termine il loro piano. Grazie all’immediato intervento e alla solidarietà di alcuni vicini e residenti della zona, ho avuto salva la vita e, grazie al deciso intervento della comunità del quartiere, gli aggressori hanno dovuto abbandonare il loro macabro progetto e la loro motocicletta, di colore grigio e con targa MCTB-4544. In seguito a questo attentato mia moglie ha dovuto lasciare il paese per cercare rifugio negli Stati Uniti.

Quali sono le prospettive per Haiti nei prossimi mesi?

Parlando di prospettive, credo che nello stato di emergenza haitiano ci debbano essere libere e democratiche elezioni per rinnovare la classe politica e far tornare il paese a una situazione standard secondo il dettato della costituzione. Questo deve avvenire senza interferenze né imposizioni da parte della comunità internazionale, com’è stato il caso del presidente in carica.

AUMOHD deve continuare a svolgere un gran lavoro di promozione dei diritti e della dignità della persona umana, una nobile battaglia per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Purtroppo, proprio nel momento in cui rispondo a queste domande, affrontiamo serie difficoltà economiche per andare avanti, per cui, ringraziando in anticipo, vi lanciamo un appello, una richiesta d’aiuto per poter continuare nelle nostre attività.

Evel Fanfan ha infine dedicato un ringraziamento ad alcune persone che hanno collaborato con AUMOHD in questi anni: “Desidero ringraziare davvero tanta gente in Italia per i contributi e il supporto umanitario al popolo haitiano. Devo ringraziare gli amici di Senza Frontiere, di Nova, di SOS Bambino. Un grazie specialmente a tutti gli amici giornalisti, per non menzionare anche Italo, Alma, Romina, Fabrizio, amici del sindacato FIOM, i cui gruppi e media hanno svolto un gran lavoro sul tema delle migliaia di prigionieri politici, delle vittime dei massacri di Grand Ravine e sui diritti dei lavoratori”. Da CarmillaOnLine

Caso CIA-Narcos-Contras, Governo USA e Crack: Video-Testimonianze di Gary Webb

NarcoNewsTVRiporto da NarcoNews TV (The School of Authentic Journalism LINK ) una serie di tre brevi video con una delle ultime interviste del giornalista americano Gary Webb che, l’anno dopo, si sarebbe suicidato per le pressioni che aveva ricevuto dalla CIA e per l’impossibilità di contnuare il proprio lavoro. Negli anni ’90, infatti, Webb aveva fatto scoppiare lo scandalo CIA-Narcos-Contras. Aveva pubblicato dei reportage, la serie “Dark Alliance”, in cui smascherava le operazioni della CIA che prevedevano l’inondazione di crack e cocaina, cioè la deliberata spinta dell’offerta di droghe più distruttive e potenti provenienti dalla Colombia, nei ghetti delle città americane ed era stata orchestrata d’accordo col governo USA e con l’intermediazione dei narcos messicani del cartello di Guadalajara. L’obiettivo era finanziare i paramilitari controinsurrezionali delle contras che conducevano una “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua attaccando dall’Honduras per destabilizzare il governo e sconfiggere il “pericolo rosso” in Centroamerica. Ricordo che si tratta degli anni ’80, ultimo e cruento decennio della Guerra fredda tra il blocco sovietico e quello occidentale, e alla presidenza USA c’è Ronald (“Rambo”) Reagan… Che, in fin dei conti, non venne toccato da questo scandalo, anche se lo fu dall’altro caso, parallelo a questo, che è noto come Iran-Contras. Ne parlo in dettaglio anche nel libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (inserirò alcuni estratti sul caso in futuro). Consiglio la visione del film “La regola del gioco” che spiega la storia di Gary Webb e della triangolazione CIA-Narcos (Colombia-Messico)-Contras (Nicaragua-Honduras). Sotto il trailer.

Gary Webb “It Was Outrageous But It Was True”

Part one in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “People Realized They Had Been Lied to”

Part two in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “You Could Read this Story Anywhere in the World”

Part three in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Trailer in inglese del film KILL THE MESSENGER (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

A reporter becomes the target of a vicious smear campaign that drives him to the point of suicide after he exposes the CIA’s role in arming Contra rebels in Nicaragua and importing cocaine into California. Based on the true story of journalist Gary Webb.

Trailer in italiano del film KILL THE MESSENGER, diretto da Jeremy Renner (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

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La guerra sporca del presidente turco Erdogan in Siria, Iraq e Turchia

Syrian-Kurdistan-Map-1024x827Il 24 luglio la Turchia ha cominciato a lanciare una serie di attacchi aerei “contro il terrorismo” in territorio iracheno, ma il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan non sta combattendo lo stato islamico (IS o Daesh), come aveva preannunciato dopo la strage di Suruc del 20 luglio. In realtà sta approfittando del consenso internazionale e del “pericolo terrorista” per colpire militarmente soprattutto le posizioni degli attivisti indipendentisti curdi nel nord dell’Iraq e nel sud della Turchia. E’ la prima volta che questo succede da quattro anni a questa parte e in particolare da quando, due anni fa, era iniziata la tregua tra lo stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). La strategia antiterrorista turca si serve di un’ascia dalla doppia lama contro l’emergenza del califfato, giustificata dalla necessità di risposte immediate contro i jihadisti, e anche contro il vecchio nemico interno separatista. Dopo mesi di relativa passività e permessivismo verso l’IS è stato avviato un piano “anti-terrorismo” senza precedenti che, però, solo nelle prime ore ha colpito direttamente i miliziani del Daesh, mentre poi i raid aerei degli F16 ed F-4E si sono diretti decisamente contro le postazioni curde del PKK, il cui leader Abdullah Ocalan è in prigione dal 1999, nelle città irachene settentrionali di Qandil, Avashin e Basya e la zona turca di Sirnak. Nei primi tre giorni sono stati impiegati 75 caccia per 185 attacchi.

Pertanto il cessate il fuoco con il PKK è stato interrotto, debilitando un processo di pace che reggeva dal 2012, nell’ambito di un conflitto che in tre decenni ha fatto più di 40mila vittime. Secondo quanto riferito dal Primo Ministro turco, Ahmer Davutoglu, gli attacchi si sono rivolti contro “hangar, nascondigli e strutture logistiche” sulle montagne di Qandil in cui l’alto comando del PKK che, di conseguenza, ha dato per conclusa la tregua “vista la fine delle condizioni per cui era mantenuta”, riferisce il comunicato del braccio armato del partito. Il 22 luglio il PKK aveva rivendicato l’uccisione in un attentato di due poliziotti turchi, accusati di connivenze con l’IS, a Ceylanpınar come ritorsione per l’attentato suicida a Suruc.

erdoganIn poco più di una settimana le autorità turche hanno lanciato una repressione estesa su tutto il territorio: 1300 arresti, in gran parte militanti curdi e di sinistra e solo circa il 10% legati in qualche modo all’IS, un centinaio di pagine web oscurate e un numero stimato, secondo agenzie governative che potrebbero tendere a gonfiare le cifre per mostrare i “successi” dell’esecutivo, di 260 morti e 300 feriti tra i militanti del partito di Ocalan nei pressi delle 25 strutture militari distrutte dai bombardamenti. Non si menzionano, però, ufficialmente le vittime civili. Inoltre Erdogan ha chiesto che venga rimossa l’immunità parlamentare ai parlamentari del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che in parte condivide radici ideologiche e basi elettorali col PKK, per fargli “pagare il prezzo dei loro legami coi gruppi terroristi”. L’HDP ha aumentato significativamente la sua presenza nel parlamento unicamerale turco dopo le elezioni del giugno scorso visto che ha ottenuto il 13% dei consensi e 80 seggi su un totale di 500, mentre l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Erdogan ha perso la maggioranza assoluta dopo 13 anni di egemonia parlamentaria.

Nei giorni successivi ai primi raid aerei turchi la reazione del PKK non s’è fatta attendere e in questi giorni le risposte armate si sono intensificate: quindici impiegati di una centrale elettrice turca a Sirnal, nel Sudest, sono stati sequestrati e i ribelli hanno anche arrestato un poliziotto turco, hanno ucciso un alto ufficiale e ferito due soldati, oltre ad aver realizzato numerosi attacchi a postazioni militari e di polizia. I militanti del partito hanno definito i bombardamenti come “l’errore militare e politico più grave” commesso dal presidente turco e l’iniziativa militare è stata condannata anche dalle autorità del Kurdistan iracheno e dal presidente della regione autonoma curda, importante partner commerciale di Ankara, Massud Barzani, il quale ha espresso la sua “disapprovazione” e ha denunciato “il livello di pericolo della situazione” per auspicare uno stop all’escalation di violenza. D’altro canto Barzani ha anche chiesto ai curdi del PKK di sgomberare il campo e ritirarsi per evitare stragi di innocenti civili in territorio iracheno. Invece Ban Ki-Moon, segretario generale dell’ONU, ha definito i raid come atti di “legittima difesa”.

isisQueste incursioni contro il PKK sono state condotte, dunque, insieme a quelle contro i jihadisti che rapidamente si sono rarefatte fino a finire del tutto. Il 20 luglio scorso in un grave attentato, attribuito all’IS, a Suruc, città turca gemella di Kobane vicino alla frontiera meridionale con la Siria, sono stati uccisi 32 giovani attivisti della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista e feriti un centinaio. I giovani stavano per partire per Kobane, simbolo della resistenza nel Kurdistan siriano (Rojava) liberato in gennaio dall’occupazione del califfato dopo 134 giorni di combattimenti, come volontari per ricostruire una biblioteca e un parco giochi. A massacrarli è stato un kamikaze ventenne che, infiltratosi tra di loro con una cintura esplosiva, ha fatto una carneficina. I curdi hanno accusato l’esecutivo di Ankara di non voler agire realmente contro l’IS, essendo entrambi interessati all’abbattimento del regime di Bashar Assad in Siria e al contrasto delle esperienze politiche dei curdi iracheni e specialmente di quelli siriani nella Rojava.

Quindi Erdogan sta usando il pretesto della lotta contro l’IS, dell’attentato di Suruc e della reazione del PKK per attaccare su due fronti: da una parte lo stato islamico, che per ora ha ricevuto un trattamento piuttosto blando dato che ai miliziani di Al Baghdadi è stato con frequenza permesso il transito lungo il confine turco, e i curdi. Nella Rojava sono stati ostacolati progressivamente l’approvvigionamento dalla Turchia e i corridoi umanitari, in Turchia tra arresti e persecuzioni la macchinaria repressiva s’è messa in moto da tempo, e in Iraq si bombarda. Inoltre il governo ha concesso l’uso delle basi militari nel sud del paese all’aviazione statunitense e alla coalizione internazionale per le operazioni anti-Daesh. Da più parti (per esempio dall’HDP) il governo è stato indicato come “complice” dell’IS, cioè poco interessato a smantellare le sue reti nel paesi e a evitare gravissimi attentati come quello del 5 giugno che, due giorni prima delle elezioni, durante un comizio dell’HDP a Diyarbakir, fece due morti e decine di feriti.

kobane YPJA Kobane, nel Kurdistan dell’ovest (Rojava), i curdi stanno costruendo una repubblica democratica, un’esperienza politica che, ispirata e paragonata anche al neo-zapatismo e ad altre esperienze autonome, ha suscitato interessi, speranze e solidarietà in tutto il mondo. Le YPG e YPJ (Unità di Protezione del Popolo/delle Donne) hanno obbligato l’IS a ripiegare e sono state le uniche a combatterlo sul campo di battaglia, riguadagnando territori e villaggi, nonostante abbiano sofferto decine di attentati e controffensive, non militari ma a tradimento e suicide, come quella del 25 giugno a Kobane che ha fatto centinaia di vittime civili e ha anticipato di un giorno gli attacchi terroristi simultanei in Francia, Tunisia, Somalia e Kuwait. I successi delle YPG/YPJ  contro il califfato sono evidenti, ma una regione autonoma curda in Siria costituisce una grande preoccupazione per Erdogan. Pertanto il governo della Turchia, paese membro della NATO e alleato statunitense, si presenta come una forza anti-ISIS, ma permette il passaggio di miliziani neri sul suo territorio e osteggia duramente gli unici che lottano sul campo contro i jihadisti. In Turchia le manifestazioni  anti-governative e di solidarietà per le vittime di Suruc  e per Kobane, che sono state organizzate anche in decine di città europee, sono state oggetto di dure repressioni da parte della polizia e dell’esercito turchi nelle ultime settimane.

Gli altri paesi dell’Alleanza Atlantica non dovrebbero, per ora, intervenire militarmente nel conflitto affianco a Erdogan, ma, in accordo con la Turchia e gli USA, hanno avvallato l’offensiva turca e la creazione di una zona di sicurezza (safe-zone) nel nord della Siria. Si tratta di una striscia di 90 km, che include la regione della Rojava, che finirebbe sotto il controllo turco-statunitense: ufficialmente si punta a proteggere con un territorio-cuscinetto il confine meridionale con la Turchia e ad accogliere i rifugiati della guerra civile, ma in realtà, secondo il leader dell’HDP, Salahettin Demirtas, costituisce un “tentativo di Ankara per fermare la formazione di uno stato curdo nella Rojava”, cioè una strategia per frammentare i territori in mano ai curdi. Il pericolo maggiore per Erdogan sarebbe la costituzione di uno stato curdo che unisca il Kurdistan iracheno a quello siriano e minacci l’integrità territoriale della stessa Turchia. Per questo s’intensificano le ostilità contro i partiti e i militanti curdi in Siria, Iraq e Turchia con tutti i mezzi a disposizioni, compresi quelli della diplomazia e de internazionali.

syria-ypj-fighters-in-kobaneIl 30 luglio la procura di Diyarbakir ha aperto un’indagine su dirigenti e deputati dell’HDP: Selahattin Demirtas, leader del partito, e Figen Yüksekdağ, co-presidente del partito, sono stati accusati di “armare e provocare una parte della popolazione contro un’altra”, e Demirtas è altresì accusato di aver turbato l’ordine pubblico e incitato alla violenza durante un comizio il 6 ottobre 2014 in cui esortò i simpatizzanti del partito a scendere in piazza per protestare contro le politiche governative pro-stato islamico. La procura di Urfa, inoltre, accusa Yüksekdağ di “diffusione di propaganda di un’organizzazione terrorista” per aver mostrato solidarietà a YPG, YPJ e PYD (partito curdo-siriano della Unione Democratica). I curdi chiedono alla comunità internazionale una condanna della azioni del governo turco che, però, stenta ad arrivare, se mai lo farà, mentre Erdogan propone la costruzione di un muro lungo il confine turco-siriano che isolerebbe ancor di più il Kurdistan siriano e Kobane, baluardi della resistenza curda contro l’ISIS e dell’esperimento autonomo e democratico dei cantoni della Rojava. Da Carmilla

La guerra sucia del presidente turco Erdogan en Siria, Irak y Turquía

(Versión breve publicada en el diario mexicano La Jornada, versión larga en el portal Rebelión el 1 de agosto de 2015) Desde el 24 de julio Turquía ha estado lanzando ataques aéreos en territorio iraquí, pero el gobierno del presidente Recep Erdogan ya no está combatiendo solamente al llamado “Estado Islámico” (ISIS), sino que, de paso, ordena bombardear los campos de los rebeldes independentistas kurdos en el norte de Irak.

Es la primera vez que eso ocurre en 4 años y desde cuando, hace 2 años, se estableció un cese al fuego entre el Estado turco y el Partido de los Trabajadores de Kurdistán (PKK). La lucha a la “amenaza terrorista” utiliza, entonces, una doble hacha, justificada por la “emergencia” del califato del ISIS y la necesidad de respuestas inmediatas contra el enemigo yidahista islámico radical y, asimismo, contra el antiguo enemigo interno separatista.

Se ha lanzado un plan “anti-terrorismo” sin precedentes que golpea a los dos grupos pero no por igual: el ISIS ha sido atacado solamente en las primeras horas del operativo turco, el 24 y 25 de julio, mientras que las ciudades de Qandil, Avashin y Basya en el norte de Iraq y Sirnak en Turquía siguen siendo objeto de los raides de los F16 contra las estructuras del PKK, cuyo líder, Abdullah Ocalan, se encuentra preso en un cárcel de máxima seguridad.

Por lo tanto, la tregua con el PKK ha sido interrumpida, debilitando un proceso de paz comenzado en 2012, dentro de un conflicto que ha hecho más de 40.000 muertos en más de 30 años. Según refirió el Primer Ministro turco Ahmer Davutoglu, los ataques se dirigieron contra “hangares, escondites y estructuras logísticas llenas de municiones” sobre los montes Qandil, donde está la alta comandancia del PKK que, en seguida, dio por terminada la tregua frente a la agresión y tras “el fin de las condiciones que la mantenían”, según el comunicado del brazo militar del partido.

En una semana de operaciones represivas, se reportan unas 1300 detenciones, en su mayoría de militantes kurdos y de izquierda en Turquía, ya que de todos los arrestados sólo el 10% está bajo sospecha de cercanía con el Estado Islámico. 96 páginas web, en su mayoría de orientación izquierdista, han sido bloqueadas por el gobierno, y se cuentan al menos 190 muertos por los bombardeos turcos en el norte iraquí. Erdogan ha pedido que se quite el fuero a los congresistas del Partido Democrático de los Pueblos (HDP), que comparte raíces ideológicas y bases electorales con el PKK, para que paguen el precio “de sus nexos con grupos terroristas”. Este partido de izquierda y pro-kurdo aumentó su presencia en las elecciones del junio pasado, ya que obtuvo el 13% de los votos, o sea 80 escaños sobre un total de 500 en el congreso, mientras que el AKP de Erdogan perdió la mayoría absoluta después de 13 años de hegemonía parlamentaría.

Pocas horas después de los primeros ataques aéreos, quince empleados de una central eléctrica turca de Sirnak, en el Sureste, fueron secuestrados por militantes del PKK. Como respuesta a los ataques gobernativos, los rebeldes también detuvieron a un policía turco, mataron a un alto oficial, hirieron a dos soldados y realizaron ataques armados contra instalaciones militares y de policía.

Los guerrilleros definieron los bombardeos como el “error militar y político más grave” cometido por el presidente turco y su Partido de la Justicia y el Desarrollo (AKP). La iniciativa militar fue condenada también por las autoridades del Kurdistán iraquí y el presidente kurdo Massud Barzani expresó su “desaprobación” y denunció el “nivel de peligro de la situación” para que se termine la escalada de violencia. En cambio, Ban Ki-Moon, secretario general de la ONU, ha definido los ataques de Ankara como “legítima defensa”.

Estas incursiones contra el PKK se perpetraron en conjunto con las operaciones contra los yihadistas del ISIS, quienes el 20 de julio consumaron un grave atentado en la ciudad turca de Suruc, cerca de la frontera meridional con Siria, matando a 32 jóvenes activistas socialistas que querían partir para Kobane, centro y símbolo del Kurdistán sirio (Rojava) liberado de la ocupación del califato, como voluntarios para construir una biblioteca y un parque. A matarlos fue una chica como ellos, quien se infiltró cargada de explosivos y se martirizó para desatar la carnicería.

Básicamente Erdogan está utilizando el pretexto del combate al ISIS y el atentado de Suruc para atacar tanto al Estado Islámico, con el beneplácito de Estados Unidos, cuanto a las bases de los militantes kurdos. El gobierno turco concedió que militares estadounidenses y de la coalición internacional utilicen bases militares en el sur del país, en el Kurdistán turco, para las operaciones anti-ISIS.

En Kobane y en la región de Rojava o Kurdistán sirio, los kurdos han constituido una república democrática, una experiencia política novedosa y libertaria que ha sido comparada con el neozapatismo y las experiencias autonomistas. Han avanzado sobre el ISIS de manera eficaz, pese a haber sufrido decenas de atentados suicidas como el de Kobane del 25 de junio, que hizo decenas de víctimas civiles y anticipó un día los ataques simultáneos de los islamistas en Francia, Tunisia, Somalia y Kuwait. Son los solos grupos que han combatido en el campo de batalla liberando ciudades y territorios. Los éxitos de los kurdos YPJ/YPG (Unidades de Defensa del Pueblo/de las Mujeres) contra el califato son evidentes, pero una región autónoma kurda en Siria es una gran preocupación para Erdogan.

Por lo tanto, el gobierno de Turquía, país miembro de la OTAN y aliado de EUA, se presenta como una fuerza anti-ISIS, pero permitió el tránsito de milicianos del califato en su territorio y ataca frontalmente a los que luchan contra los yidahistas. En Turquía las manifestaciones de solidaridad para las víctimas de Suruc, que también se organizaron en otras ciudades europeas, han sido reprimidas por la policía y el ejército.

Por el momento los otros países de la Alianza Atlántica (OTAN) no van a intervenir militarmente en este conflicto a lado de Erdogan, pero, de acuerdo con Estados Unidos y Turquía, avalaron la creación de una zona de seguridad (safe-zone) en el norte de Siria. Se trata de una franja de 90 km, que incluye la región de Rojava, bajo control turco-estadounidense: oficialmente apunta a proteger la frontera con Turquía y a recibir a los refugiados de la guerra civil en ese país, pero en realidad puede ser “un intento de Ankara para parar la formación de un estado kurdo en Rojava”, según el líder del HDP Salahettin Demirtas, o bien una estrategia para fragmentar los territorios en manos kurdas. El peligro sería la constitución de un estado kurdo que una al Kurdistán irakí y al sirio, amenazando también de incluir la minoría kurda de Turquía y el sur de ese país en una nueva entidad. Por eso recrudece la hostilidad del ejecutivo de Erdogan contra los partidos y los militantes kurdos en su país, en Siria y en Iraq.

Además, el 30 de julio la procura de Diyarbakir comenzó una investigación sobre los dirigentes del HDP Selahattin Demirtas y Figen Yüksekdağ acusándolos de “armar y provocar a una parte de la población contra otra”, y Demirtas también es acusado de turbar el orden público e incitar a la violencia por un mitín del 6 de octubre del 2014 en el cual se exhortó a los simpatizantes del partido a salir a las calles para protestar contra las políticas del gobierno en apoyo al estado islámico. La procura de Urfa, además, acusa a Yüksekdağ de “difusión de propaganda de una organización terrorista” porque declaró que “nosotros apoyamos a YPG, YPJ y PYD” (el partido kurdo siriano).

Los kurdos piden a la comunidad internacional una condena de las acciones del gobierno turco, la cual, sin embargo, tarda en llegar. En cambio, Erdogan propone la construcción de un muro en la frontera turco-siriana que aislaría aún más la Rojava, baluarte de resistencia kurda contra el ISIS. La escalada belicista en la región propicia, además, un negocio redundo: China está entre los tres principales socios comerciales de Turquía, junto a Rusia y Alemania, y Erdogan acaba de viajar a Beijín para negociar la adquisición de un nuevo sistema de misiles defensivos de producción china.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

Management, Privatismo, Neoliberalismo, Americanización: Artículo en Revista Política y Cultura UAM-X México

politica cultura uam xDando clic aquí descargas el artículo y archivo: Management y privatismo pilares ideológicos del neoliberalismo y la americanización em AL Política y Cultura UAM X 43 publicado en la revista Política y Cultura de la UAM Xochimilco (Universidad Autónoma Metropolitana de la Cd. de México) – La revista se puede consultar en este enlace.

Publicación de la Universidad Autónoma Metropolitana, Unidad Xochimilco versión impresa ISSN 0188-7742

Misión: Política y cultura es una revista semestral que conforma una amplia reflexión crítica acerca de las diversas formas que va asumiendo la cultura actual en el mundo y sus naciones, comunidades, familias e individuo. Ante la tendencia avasalladora de la economía hacia la homogeneización, se propone analizar el papel del arte, de las tradiciones y las manifestaciones culturales que actualmente emergen frente a los centros de poder en el mundo y frente a las políticas culturales del Estado.

Artículo en PDF: Fabrizio Lorusso, Management y privatismo Pilares ideológicos del neoliberalismo y la americanización en América Latina, Política y Cultura, N. 43, Primavera 2015, 95-123.

Resumen El artículo analiza el privatismo y el management privado como elementos de la influencia ideológica estadounidense en México y América Latina, dentro del proceso de americanización social, económica y cultural que tuvo su auge con las políticas neoliberales de finales del siglo XX. Históricamente, esta influencia se considera de la década de 1980 a la fecha. Para enmarcarla se usa el concepto de soft power (poder blando) y, dentro de éste, se ahonda en los componentes de la formación económica y administrativa, la cual ha conformado culturas y visiones del mundo y del mercado americanizadas como pilares ideológicos del neoliberalismo. Palabras clave: americanización, privatismo, managerialismo, management, poder blando, neoliberalismo.

Abstract This article analyzes privatism and management as elements of US ideological influence on Mexico and Latin America, inside the process of social, economic and cultural Americanization that had its peak with neoliberal policies at the end of XX Century. This influence is considered historically, from the 1980s to date. To frame this influence, the article uses the concept of soft power and, inside it, the components of economic and business education are explored, for they have been shaping Americanized visions of the world and the market as ideological pillars of neoliberalism. Key words: americanization, privatism, managerialism, management, soft power, neoliberalism

AQUI’ EL NÚMERO 43 de la Revista Política y Cultura (LINK directo):

Tabla de contenido
México: de proyecto de nación a modelo de negocio
No. 43, Primavera 2015
Contenido
Págs. 1-2

[Texto completo (321 KB)]

Presentación
Págs. 3-5

[Texto completo (55 KB)]

Del Estado autoritario al Estado Fallido
México: país de desapariciones forzadas

Reveles, José

Págs. 9-23

[Resumen]   [Texto completo (114 KB)]

Transformaciones culturales e ideológicas
De revolucionarios, partidos y utopismos. Algunas reflexiones en torno a la izquierda mexicana

González Gutiérrez, Alejandro

Págs. 27-53

[Resumen]   [Texto completo (215 KB)]

Relación entre empresa y gobierno
Radiodifusión y telecomunicaciones en México, sector estratégico o nicho de mercado

Arroyo Ramírez, Tania

Págs. 57-74

[Resumen]   [Texto completo (138 KB)]

¿ Éxito económico o pérdida de estatalidad? Ordenamientos mixtos en tiempos del oro verde

Hincapié Jiménez, Sandra

Págs. 75-94

[Resumen]   [Texto completo (156 KB)]

Management y privatismo. Pilares ideológicos del neoliberalismo y la americanización en América Latina

Lorusso, Fabrizio

Págs. 95-123

[Resumen]   [Texto completo (199 KB)]

Reforma energética. De servicio público a modelo de negocios

Vargas Suárez, Rosío

Págs. 125-145

[Resumen]   [Texto completo (150 KB)]

Carpeta gráfica
Rostros por Ayotzinapa

Ruíz Labastida, Sergio

Págs. I-XVI

[Texto completo (25.7 MB)]

Matemáticas y ciencias sociales
Crédito y crecimiento industrial. Un análisis de causalidad en México, Brasil y Corea del Sur, 1970-2013

Hernández Barriga, Plinio; Bollain Parra, Esteban

Págs. 149-163

[Resumen]   [Texto completo (132 KB)]

Diversa
Reseña de libros
Se ha profundizado la gran ofensiva para desmantelar las conquistas de la Revolución Mexicana. Entrevista a Guillermo Almeyra

Hernández, Mario

Págs. 167-180

[Texto completo (107 KB)]

Las posibilidades de una lectura de Heidegger. Entrevista con Hugo Enrique Sáez

Trejo Amezcua, Alberto

Págs. 181-186

[Texto completo (72 KB)]

Una teoría sobre el capitalismo global

Sancén, Fernando

Págs. 187-190

[Texto completo (70 KB)]

 

Quelli del San Patricio, romanzo di Pino Cacucci

Quelli del san patricioRecensione di Fabrizio Lorusso a: Pino Cacucci, Quelli del San Patricio, Feltrinelli, 2015, pp. 216, € 15 – Da Carmilla On Line

Sicuramente ci sono voluti anni di pellegrinaggi in terra azteca e ricerche in archivi infestati di polvere (da sparo) e fantasmi armati (di colt e machete) per ricostruire e plasmare in un romanzo le vicende del battaglione San Patricio, manipolo di disertori e diseredati irlandesi, ma anche italiani, polacchi e tedeschi, che durante la guerra tra Stati Uniti e Messico del 1846-48 decisero di abbandonare le file yankee e combattere affianco ai messicani. Fu, il loro, il lato sbagliato della storia? C’è chi direbbe di sì, dato che la storia la scrivono i vincitori. Personalmente direi di no, soprattutto se la storia si riesce a raccontare per mostrare e capire la lucha degli sconfitti di sempre come fa lo scrittore Pino Cacucci,come fa lo scrittore Pino Cacucci, già autore di tante opere sul Messico come La polvere del Messico, Tina, Nahui, San Isidro fùtbol, Mahahual o Puerto Escondido e curatore di Pan del Alma (insieme a Gloria Corica e Simonetta Scala). Stanchi del razzismo e delle angherie all’interno dell’esercito e del paese che, volente o nolente, li aveva dovuti accogliere, alcuni gruppi di militari irlandesi scelgono di passare col nemico. Erin Go Bragh, gridano. E’ il loro motto in gaelico: Irlanda per sempre, anche in Messico. Da Veracruz l’ex combattente del San Patricio, John Riley, e la sua compagna, la messicana Consuelo, fanno memoria e ritornano agli anni di quella guerra impari contro l’armata americana regolare e gli spietati ranger del Texas.

Il tenente di artiglieria Riley e numerosi suoi compagni disertano e si trasformano nel peggiore degli incubi degli invasori, vista la loro eccezionale disciplina, il loro coraggio e la loro perizia tecnica. Anche per questo i vincitori si accaniranno sui superstiti del Batallón San Patricio una volta che saranno entrati a Città del Messico per “negoziare” col già mezzo venduto e fallito dittatore López de Santa Anna le condizioni della “pace”, vale a dire la cessione o compravendita forzata di mezzo Messico a vantaggio degli USA. Tra i pochi volti umani dell’armata yankee in terra azteca c’è l’ufficiale di West Point d’origini ebraiche Aaron Cohen, un combattente che, malgrado l’ingiustizia e le discriminazioni colpiscano anche lui, sceglie di non disertare, fiducioso che un giorno esisterà un melting pot, parte di un gran paese democratico per cui sarà valsa la pena lottare. Scelte.

quelli del san patricio paloaltoIl Messico, che pareva lontano anni luce dall’Irlanda, mostra a quei soldati, reietti ma valorosi, il suo lato più accogliente, la sua cultura di lotta e l’attaccamento alla terra, la dignità quotidiana della povertà e una religiosità, sincretica e creativamente cattolica, più simile a quella irlandese, che viene invece denigrata e disprezzata dai militari e dai mercenari nordamericani, provocando non pochi dissidi. Agli irlandesi è anche interdetto l’uso del gaelico.

“John Riley salì sul muro più alto del convento di Churubusco. Levò il viso al cielo e rimase lì ad assaporare l’aria tersa dell’altopiano: nubi candide correvano negli squarci di azzurro dopo i temporali della notte e lui sentì una fitta di nostalgia al petto per qualcosa che non aveva mai avuto. Come si può provare nostalgia per una vita che non si è vissuta? Qui avrei potuto viverla, pensò John Riley. E subito dopo scacciò quella sensazione di struggimento imponendosi di osservare attentamente le linee di difesa.”, comincia così il racconto di Cacucci: dall’ombelico d’America, Città del Messico, e da un convento-fortino che oggi ospita un parco e un museo, oasi di silenzio ritagliate da due enormi Avenidas a cinque corsie per senso di marcia. Si tratta della calzada de Tlalpan e, appunto, di Rio Churubusco, antico fiume di Mexico-Tenochtitlan.

Irlandesi. I loro genitori avevano sperimentato le ingiustizie di un potente sistema d’oppressione, quello della dominazione inglese sulla loro isola, ed essi, in prima persona, l’avevano vissuto pure negli Stati Uniti, con l’esclusione e le prevaricazioni patite dai loro connazionali, dagli schiavi, dagli altri immigrati e dai loro figli. Anche per questo decidono di schierarsi coi più deboli, che sono però i più dignitosi, nonostante l’incompetenza o la mala fede dei loro jefes, spesso non all’altezza delle truppe e della popolazione civile in resistenza contro il nemico invasore.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

Evadere dalla prigione di una guerra percepita come profondamente ingiusta e inutile (ma quale guerra non lo è?) si presenta come l’opzione migliore, la possibilità che il Messico offre, per molti stranieri arruolati nell’esercito americano. Spietati, spocchiosi e insulsi, tanto i regolari come i mercenari e i ranger gringos, legittimati da una stampa tendenziosa e bellicista in patria e infervoriti da avidità smisurate al fronte, si lanciano nell’invasione del paese vicino del Sur. Non sono tutti così, esistono dibattitti e sfumature, codici e onori, ma sovente finiscono per prevalere il disordine violento e le brame mercenarie.

D’altro canto tra i generali messicani imperano le dispute, le divisioni, il personalismo e l’attaccamento al potere, non di certo il “bene comune”. E quelli del battaglione San Patricio si mostrano da subito solidali coi compagni sul fronte di battaglia, coi commilitoni che hanno disertato come loro per cambiare bando e vita, e molto meno con un branco di comandanti che mandano al macello truppe affamate, male armate e spinte ai limiti della resistenza umana.

Anche Cacucci, si diceva, ha giustamente disertato e ha deciso di narrare un pezzo di storia posizionandosi dalla parte dei vinti. Infatti, se il Messico almeno un po’ ha reso onore e memoria a quelli del San Patricio e ai famosi Niños Héroes, cioè i sei giovanissimi cadetti del Colegio Militar che il 13 settembre 1847  difesero fino all’ultimo il Castello di Chapultepec a Città del Messico dall’assalto degli americani e, piuttosto che arrendersi, si suicidarono gettandosi dalle sue mura, dall’altra è anche vero che pochissimi conoscono a fondo le gesta di questi miliziani stranieri, il contesto storico messicano e statunitense dell’epoca, a pochi anni dalla ben più nota guerra civile americana, e i retroscena di un conflitto che fu tra i più mortiferi e crudeli del secolo XIX. Oggi quelli del San Patricio sono ricordati come eroi in Messico e come traditori negli USA. Visioni del mondo.

Già pochi anni dopo l’indipendenza, negli States le dottrine Monroe e del Destino Manifesto, condensate nella presunzione dell’eccezionalità americana, hanno giustificato e spinto l’espansionismo gringo prima verso ovest, dove nacque il mito del “selvaggio west” e furono sottratti i territori alle popolazioni autoctone che finirono sterminate o nelle riserve, e poi verso sud, ove ai messicani fu tolta la metà del loro territorio a nord del Rio Bravo in seguito a una guerra scellerata, assecondata in parte dai governanti messicani ma provocata dagli americani per fagocitarsi gli stati dal Texas alla California. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’espansione continuò nei Caraibi, in mezza America Latina, anzi, in mezzo mondo. Complessi di superiorità, l’ideologia della missione civilizzatrice e forti interessi economici e politici ancora oggi imbevono i discorsi pubblici e le azioni belliche degli Stati Uniti, il gran vecino del Norte.

quelli del san patricio irlandaIl “gran vicino” statunitense, a volte nemico ingrato, altre alleato, spesso scomodo ma pur sempre legato indissolubilmente al Messico e al suo destino, spartisce oltre 3000 km di frontiera con l’estremo Nord dell’America Latina. All’epoca in cui si svolgono i fatti del romanzo, il Messico era in mano a beceri caciques e instabili presidenti, come il General Antonio López de Santa Anna, pronti a svendere il paese e la pelle dei suoi abitanti al miglior (e unico) offerente. Ad ogni modo non ci sono semplicemente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in questa vicenda, e il quadro che emerge è complesso, variegato, immerso nella realtà storica e dialettica di due paesi che al loro interno si nutrono di mille culture e identità. Quelli del San Patricio è anche un gran romanzo epico, foriero di spunti e riflessioni sulla relazione d’amore e odio del Messico e dei messicani con gli Stati Uniti, sui valori e le dignità non negoziabili, ed anche sull’interculturalità e la xenofobia, sulla politica e sulla guerra, anzi le guerre: quella vista e vissuta da los de abajo, i rinnegati e i marginali, e l’altra, quella dei “piani alti” e degli interessi de los de arriba.

NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

“La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

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NarcoGuerra su Libera Radio – Radio Città del Capo

logo-liberaradio1(Da Libera Radio LINK) Si intitola NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, fresca pubblicazione delle edizioni Odoya di Bologna, e il suo autore, Fabrizio Lorusso è giornalista freelance e professore universitario a Città del Messico, dove vive da tredici anni. Collabora con numerose riviste e testate messicane e italiane ed è redattore della web-zine Carmilla. Il libro inizia con il bilancio di un lungo e complicato conflitto che, solo dal 2006 al 2014, ha causato 100.000 morti e 26.000 desaparecidos.

Radio_citta_del_capoParte da queste cifre, questo mosaico di cronache e narrazioni, interviste e reportage, ma poi, come ci racconta lo stesso autore “parla di tanti casi che compongono il complesso puzzle della narcoguerra messicana. Ai numeri più crudi – dice – è normale aggiungere anzi, dettagliare cronache e casi concreti per capire quanto sta accadendo”. Il capitolo zero, la ferita impossibile da rimarginare da cui parte la narrazione di Lorusso è la notte del 26 settembre 2014.

A Iguala, nello stato del Guerrero, 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia sfonda gli argini del silenzio, l’indignazione è globale.

Una parte del paese si mobilita, i genitori dei ragazzi non accettano le versioni ufficiali, la piazze di tutto il mondo pretendono che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono così i riflettori “sulla narcoguerra, sulle violazioni dei diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse”, spiega ancora Lorusso. Un caso che tocca tutti gli aspetti di questa guerra al narcotraffico e i punti più sensibili della società messicana.

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