Rojava, il fiore del deserto. Intervista a Davide Grasso, combattente YPG in Siria

[di Fabrizio Lorusso da Carmilla] Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto interculturale, laicismo e diritto all’autodifesa delle comunità e che, spiega nel suo libro “Confederalismo Democratico” (link), è “aperto verso altri gruppi e fazioni politiche” oltre che “flessibile, multiculturale, antimonopolistico e basato sul consenso”. “Durante la sua lunga incarcerazione sull’isola di İmralı, Öcalan ha approfondito lo studio del pensiero libertario, ecologista e municipalista, confrontandosi in particolare con le teorie dell’anarchico americano Murray Bookchin (1921 – 2006). Ne è derivata una “svolta” teorica del movimento, che oggi non aspira più a costruire uno stato-nazione curdo ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno. Il nome dato a quest’impostazione è “confederalismo democratico”. I primi, importanti esperimenti in questo senso non stanno avendo luogo nel Kurdistan “turco” ma nel Kurdistan “siriano”, nel Rojava (che in curdo significa semplicemente Ovest)” (fonte: storify.com Wu Ming Foundation). Dopo la liberazione di Kobane dall’ISIS nel 2015, nel contesto della devastante guerra siriana, l’esperimento rivoluzionario curdo nel nord della Siria è un “fiore del deserto” che ha creato un immaginario potente e ha spinto tanti stranieri a sostenerlo anche con le armi. Di ritorno alla sua natale Torino Davide Grasso traccia un bilancio della sua esperienza personale e della situazione politico-sociale nello scacchiere siriano (Syria Live Map link) [F. L.]. 

F.L. – Qual è la tua storia? Cosa facevi prima di partire per la Siria?

D.G. – Non ho mai avuto un unico lavoro, sono stato prima studente e poi dottorando. Ho lavorato con cooperative di pubblicità e sociali, e anche con collaborazioni part-time con l’università. Prima di partire ero operatore sociale a Torino con i senzatetto e i disabili e da quando son tornato in questi ultimi mesi mi sono occupato fondamentalmente di fare informazione su quello che accade in Medioriente.

– E come militante?

– Sono sempre stato interessato alle questioni sociali e politiche. Per quanto riguarda l’Italia ho partecipato ai movimenti studenteschi come l’Onda Anomala, al movimento No-Tav e per il Medioriente mi son speso all’università spesso in attività per l’approfondimento della questione palestinese, seminari contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, quindi ho sempre agito in questo senso.

– Com’è nata l’esperienza in Siria?

– In realtà è nata già nel 2014 quando ho saputo dei fatti di Sinjar [4 agosto 2014, ISIS fa strage o schiavizza migliaia di yezidi, comunità religiosa curdofona in Iraq, link p. 3-4] di cui oggi è l’esatto anniversario, il terzo. Mentre l’informazione ufficiale dava una certa versione, ho scoperto grazie a un sito di cui anch’io ero redattore, Infoaut, e poi anche a Wu Ming, che c’era una versione diversa dei fatti, cioè chi stava cercando di resistere a questi massacri che compiva l’ISIS nel 2014 in Iraq non era la fazione curda dei peshmerga [militari curdi-iracheni filo USA] sostenuta dal governo italiano. Era invece la fazione di sinistra che il governo considerava terrorista. Quindi da lì in poi ho cominciato a seguire molto più da vicino quel che accadeva in Iraq e Siria, ma in generale, come tutti da quando è emerso il fenomeno dell’ISIS, ho ripreso un interesse che anni prima avevo lasciato un po’ cadere sul Medioriente. Poi tutto è andato in crescendo. Ci son stati i massacri compiuti dal governo turco a Cizre [ai danni dei curdi], di cui ho saputo nel settembre del 2015, e quindi, siccome scadeva il mio contratto di lavoro proprio in quei giorni, ho usato la liquidazione per andare in Turchia e visitare Cizre. Lì ho conosciuto diversi ragazzi che combattevano, alcuni dei quali sono morti poco dopo. Quindi quando son rivenuto in Italia, già ero molto incline a tornare, però, visto che quando son tornato ci son stati gli attentati del Bataclan [13 novembre 2015], quelli sono stati decisivi. Mi son reso conto che a quel punto questa organizzazione [ISIS, DAESH o Stato Islamico] stava letteralmente venendo a cercare strada per strada quelli come me, come noi, cioè un certo tipo di giovani europei, con un certo stile di vita, e quindi ho pensato che fosse necessario tornare lì per fare informazione diversa e per combattere, se ne avessi trovato il coraggio, tra le altre cose.

– Come sei arrivato proprio dai curdi della Siria?

– Sono andato in Iraq. Ho organizzato un reportage per cui c’è stato un autofinanziamento con dei concerti in Italia nell’autunno 2015. Nel febbraio 2016 son partito, son stato prima in Palestina, poi in Iraq, passando per la Giordania. In tutti questi paesi ho raccontato quello che ho visto, ho fatto delle interviste e poi l’obiettivo finale era proprio andare nella Siria del nord. Lì però già i peshmerga iracheni non permettevano ai giornalisti, come accade tuttora, di entrare in Siria, ed è una cosa gravissima. Una lesione gravissima del diritto internazionale d’informazione. Quindi son dovuto entrare con un espediente e, una volta arrivato all’interno, ho preso contatto con la società civile, le istituzioni e i media center del Rojava. Così è nato il contatto, non ne avevo prima di arrivare lì.

– Quando sei entrato in Siria e quanto sei rimasto?

– In Siria sono rimasto sette mesi. Da inizio marzo a inizio ottobre 2016.

– Avevi intenzione di combattere sin dall’inizio?

– Ne avevo l’intenzione, ma non ero certo che avrei trovato il coraggio di farlo. Credevo fosse giusto che qualcuno che non si era trovato per caso al Bataclan o negli altri locali colpiti a Parigi, che sono luoghi e quartieri che comunque io conosco, come molti di noi, cioè qualcuno che non s’era trovato lì disarmato, per terra, a venire trucidato da questi individui, sarebbe dovuto andare lì in prima persona e prendere le armi contro questi individui. Soprattutto per non delegare ai nostri governi di farlo e specialmente a quello francese, in questo caso, perché chiunque abbia un po’ di consapevolezza del mondo di oggi sa che i nostri governi sono i primi responsabili di questa situazione e non possono che peggiorarla con le loro politiche e i loro interessi. Quindi avevo già l’intenzione, solo che fino all’ultimo momento sono stato in bilico perché entrare nella guerra civile siriana come combattente, senza un’esperienza militare, cioè essendo sempre stato un civile, è un atto da cui è facilissimo non tornare indietro per cui diciamo che la decisione definitiva è stata maturata quando ero già in Siria.

– Com’è stato quindi questo passo? Con che persone ti sei relazionato?

– Ho conosciuto persone di vario tipo. Abitanti del Rojava, sia curdi che arabi, che vivono le condizioni della guerra e della rivoluzione, ognuno a modo loro. Ho conosciuto dei militanti politici curdi e degli attivisti internazionali, soprattutto europei, che erano lì per conoscere queste rivoluzione o per sostenerla. Questi sono stati determinanti perché mi hanno sicuramente spronato perché vedere l’esempio altrui è sempre importante e poi ho anche conosciuto combattenti internazionali delle YPG (Unità di Protezione del Popolo curde) che erano giovanissimi e non erano assolutamente politicizzati, anzi conducevano una vita completamente apolitica nei loro paesi ed erano andati lì a rischiare la vita perché indignati da quel che accadeva in un Paese lontano dal loro. Quindi di fronte a tutto questo diventa difficile non prendere le armi a tua volta.

– Come ti sei unito alle Unità di Protezione del Popolo curde (YPG)?

– C’è stato un addestramento, una formazione di diverse settimane durante le quali ho ricevuto molte lezioni di lingua curda, di ideologia confederale, cioè della forma di socialismo portata avanti dalle YPG, e anche di storia del Medioriente e del Kurdistan. E poi la formazione tecnica per l’uso delle armi, degli abbozzi di tattica. Bisogna anche tenere conto che la guerra civile in Siria è un evento talmente tragico e caotico per cui comunque queste milizie non hanno la possibilità di sobbarcarsi un genere di formazione come quella degli eserciti regolari.

– Che armi avevate in dotazione?

– I dettagli non si possono dire per ragioni militari, però si può dire che il problema delle milizie curde e delle forze siriane democratiche è che hanno prevalentemente, al 99%, armi leggere e questo non è un mistero. DI fatto la stragrande maggioranza dei combattenti ha a disposizione un kalashnikov e per fortuna non m’è sembrato ci fosse grossa penuria di munizioni perché mi pare che almeno su quello la coalizione, gli Stati Uniti, han dato de contributi e anche la Russia ha dato qualcosa. Sono per le munizioni, ma per le armi si tratta di armi leggere, vecchi, sicuramente superate in un contesto generale. Poi in realtà in Siria non lo sono perché la maggior parte degli scontri a fuoco in una battaglia siriana, a meno che non sia coinvolto l’esercito regolare, è sempre con armi automatiche di quelle di fabbricazione sovietica, quindi mitragliatrici tipo Pkm e Pks, la Dushka o Dshk o il Kalashnikov. Sono queste le armi più usate.

– Hai parlato di “Rivoluzione”. Cosa sta succedendo nel Nord della Siria?

–  Nella Siria settentrionale e in generale in tutto il Paese dal 2011 è in atto una rivoluzione. La rivoluzione siriana s’è sviluppata in due grandi tendenze contrapposte. Una è andata molto male perché ha preso un’evoluzione islamista e una invece è andata molto bene perché ha preso un indirizzo socialista illuministico e femminista. Quest’ultima è la rivoluzione confederale che ha attecchito inizialmente nei territori curdi ma ormai in tutto il Nord della Siria in zone prevalentemente arabe o cristiane. Invece la parte islamista s’è poi spaccata in vari tronconi: l’ISIS lungo l’Eufrate e i gruppi islamisti diversi dall’ISIS ormai nella provincia di Idlib in questo momento. E quindi la rivoluzione siriana s’è evoluta in due diverse rivoluzioni che si combattono tra di loro ed entrambe combattono anche contro il regime di Bashar al-Assad.

– Che missioni e attività hai avuto?

– All’inizio ero sul fronte di Ain Issa che all’epoca era il fronte di Raqqa, mentre oggi questo fronte, per fortuna, è dentro la stessa Raqqa perché è sceso fin dentro la città, però un anno fa si trovava 63 km a nord di Raqqa. E lì c’era la città di Ain Issa dove stava la mia unità e il nostro compito era quello di proteggere il cantone di Kobane dall’ISIS, mentre nello stesso momento c’era l’offensiva a nord di Aleppo da parte delle forze siriane democratiche a ovest dell’Eufrate che stava guadagnando tutte le campagne attorno a una città strategica che si chiama Mambij: era andare a liberarle per tagliare le comunicazioni tra Raqqa e la Turchia. Quella città era l’ultima comunicazione tra Raqqa e la Turchia, quindi tra Raqqa e il mondo esterno. Non ho partecipato all’inizio a quest’offensiva, piuttosto m’occupavo di difendere il cantone mentre questa offensiva andava avanti. Poi a fine giugno la mia unità è stata mandata a Mambij e quindi a luglio anche noi abbiamo combattuto in questa operazione per la liberazione della città.

– C’erano altri stranieri e italiani?

– C’erano molti stranieri quando ero io lì, ma non italiani. Ero l’unico. Si sapeva che c’erano stati altri italiani comunque, in particolare io chiedevo sempre di Karim Franceschi perché avevo letto il suo libro. Però in quel momento non ce n’erano altri. C’erano molti stranieri che venivano soprattutto da Europa, Nord America, dall’Australia e Nuova Zelanda, dai Balcani. Ho conosciuto anche un ragazzo di origine cilena e so che ci son stati anche alcuni sudamericani nelle YPG.

– Ti identifichi col termine foreign fighter?

– Attualmente in pratica ci sono espressioni sulle quali non è possibile rispondere solo “sì” o “no”. Mi definirei foreign fighter, anche se l’uso mediatico ne ha di fatto modificato il senso, però esiste un senso originario che è diverso. Nel senso mediatico del termine, non mi identifico perché i mass media hanno gettato una cattiva luce, l’hanno associato unilateralmente a chi combatte per lo Stato Islamico. Ma per quello che è il senso originario, penso sia l’espressione più bella che si possa immaginare. Quindi di sicuro nel senso stretto di quello che significa, del resto è abbastanza tautologico che io lo sia stato. E penso che tra l’altro la contraddizione nell’uso mediatico la si vede anche nel fatto che io e gli altri internazionali che abbiamo combattuto a Mambij, tagliando quell’ultima via di comunicazione con la Turchia dell’ISIS, abbiamo azzerato definitivamente l’afflusso di foreign fighters dell’ISIS in Siria che prima era molto grosso. Da quando appunto un anno fa la città è stata liberata, è diventato pari a zero. Quindi foreign fighters sì, ma dipende da che parte stanno.

– Si parla magari di “internazionalisti”?

– Beh, per forza di cose. Anche se nelle YPG colloquialmente si dice anche che siamo “internazionalisti”, è vero pure che la teoria politica che ispira le YPG in realtà più che di “internazionalismo” parla di “universalismo”. Perché? Per un ragionamento forse sofisticato ma importante secondo cui l’epoca dell’internazionalismo, quella in cui si pensava che il riferimento fossero gli stati-nazione anche per i socialisti, è finita per cui internazionalismo era la solidarietà del secolo scorso e invece le YPG preferiscono “universalismo” perché oggi siamo in una realtà davvero globale in cui di fatto tutto il mondo è una metropoli perciò, se vogliamo, ancora più internazionalismo di prima.

– Per la tua esperienza contro l’ISIS cosa puoi dire del mito della loro invincibilità sul campo?

– Sul campo devo dire, senza voler fare propaganda, sinceramente ho visto l’imbattibilità delle YPG, mentre dell’ISIS ho visto il fatto che son stati battuti quando ero là l’estate scorsa. E’ stato faticoso, ma ti spiego perché. Me l’hanno confermato anche dei combattenti americani che avevano avuto un’esperienza lunga nel loro esercito, avevano combattuto anche in Iraq e dicevano che, paragonando la lotta contro l’ISIS ad altre fasi molto cruente della guerra irachena e di questi tipi di conflitti, l’ISIS è una forza militarmente molto competente e organizzata in cui si vede davvero che ci sono delle menti a livello strategico abbastanza avanzate sugli standard contemporanei. La loro strategia è causare il maggior numero di morti nelle file nemiche col minor numero di morti nelle proprie. Quindi fanno uso fondamentalmente delle mine, delle trappole esplosive, dei cecchini e hanno anche un’ideologia religiosa che fa sì che affluiscano nelle loro file centinaia di persone che sperano di morire il prima possibile perché sono convinte che pranzeranno con Dio e avranno non so quante vergini a disposizione. L’ISIS può fare un uso abbastanza continuo di persone che si fanno saltare, camion bomba e autobombe guidate a tutta velocità contro il nemico.

Questo è un vantaggio, però questo mito che han creato i media è totalmente sbagliato come molte cose che creano i media perché è un fenomeno del tutto analizzabile coi suoi limiti e potenzialità. Ci sono sicuramente tanti dell’ISIS che si suicidano, però bisogna anche dire che per esempio sul nostro fronte di Ain Issa ci son stati anche degli attacchi che erano suicidi dal punto di vista di chi li faceva ma anche da quello militare, nel senso che quando uno manda anche 30 miliziani a fare un attacco completamente sporadico senza nessun significato nell’economia della guerra, in cui tutti e trenta vengono uccisi e muore soltanto uno delle YPG, è chiaro che queste persone erano in lista per essere mandate al martirio perché avranno anche i loro problemi di “aspiranti al martirio” che vogliono andarci… Ma bisogna anche vedere che poi questo militarmente è follia. Infatti ci sono aspetti anche, come dire, contraddittori che tutti assieme fanno venir fuori l’immagine di una forza che, come tutte, ha i suoi difetti e i suoi pregi dal punto di vista della guerra.

– Molti si chiedono come sia possibile sconfiggere l’ISIS. C’è stata una mancanza di volontà politica o militare o è davvero complicato?

– E’ difficile ma non militarmente. E’ difficile politicamente. Militarmente va notato che in sostanza il territorio che aveva conquistato tra Siria ed Iraq è quasi esaurito, quindi in tre anni, che è comunque un tempo sempre molto minore di quella che è stata l’occupazione dell’Iraq o è tuttora la guerra civile siriana, questo fenomeno a livello militare è stato represso. Però quello che è difficile è l’aspetto politico. Primo perché ci sono aspetti politici che rallentano le operazioni militari perché comunque, vuoi o non vuoi, mi risulta che in molti conflitti, anche se sempre meno col passar del tempo, c’è un riferimento minimo a delle regole di guerra, a un diritto internazionale della guerra e a delle convenzioni.

Questo l’ISIS non lo riconosce in alcun modo poiché tutte queste leggi sono frutto di una sovranità popolare, democratica o liberale che per loro è peccato, nel senso che l’unica legge che esiste è quella di Dio. Di conseguenza loro non rispettano nessuna etica di guerra e usano i civili come scudi umani. Dico, si potrebbe accusare qualsiasi forza partigiana di nascondersi nella popolazione però un conto è nascondersi nella popolazione come forza partigiana e un conto è fare della popolazione carne da macello appositamente, anche perché prevale una logica del “tanto peggio, tanto meglio” su cui punta l’ISIS. Dunque questa è la prima difficoltà politica. L’ho vista coi miei occhi, quando cercavamo di avanzare dentro una città in cui l’ISIS impediva ai civili di lasciare le proprie case. Significa che bisogna praticamente rallentare le operazioni per riuscire chirurgicamente ad accerchiare gli edifici, a proteggerli, a far uscire i civili e a mandarli via e poi dopo procedere a snidare i miliziani ovunque si trovino. Anche dal punto di vista della guerra aerea questa è una complicazione enorme perché comunque si chiede sempre l’evacuazione di civili quando si sa che si inizia una guerra con operazioni aeree e, se una realtà come ISIS non lo fa, si possono immaginare le conseguenze ma anche il rallentamento delle operazioni.

L’altra difficoltà politica è che esiste un problema di fatto che non è solo dell’Iraq o della Siria ma del mondo intero: esistono degli squilibri di ricchezza, di potere, di egemonia culturale nel mondo e ci sono problemi di povertà in molti sensi, quindi ci sono centinaia di milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia che hanno bisogno di una logica, di un’ideologia di riscatto e a volte anche di vendetta ed espressione della rabbia. Quindi lo Stato Islamico è in realtà, purtroppo, un’insurrezione globale che riempie il vuoto della fine dei comunismi, dei socialismi, e quindi, finché non s’eliminano le contraddizioni sociali o non si riesce a creare un’alternativa politica a questo genere di insurrezioni, un’alternativa in cui ci sia una forma di sollevazione razionale e non irrazionalistica, si può anche sconfiggere militarmente ma ritornerà in forme sempre peggiori.

– Recentemente sono aumentati gli sconfinamenti dell’esercito turco anche nei cantoni curdi. Qual è il ruolo della Turchia al confine con la Siria?

– Quando mi trovavo a Kobane, nel settembre 2016, in effetti è stato uno dei momenti peggiori perché la Turchia interveniva con la scusa di costruire un lunghissimo muro tra la Siria del nord rivoluzionaria e i suoi territori, che in gran parte realmente sono territori di comunità che avrebbero anche una loro autonomia, tra cui ci sono curdi. Con questa scusa provocava ampiamente alla periferia di Kobane, proprio sul confine, con i carri armati. Ha provocato nove giorni di rivolta della popolazione di Kobane al confine che sono costati anche due morti e moltissimi feriti. Questo era già stato un primo episodio. Ora ce n’è stato un altro che per fortuna è durato solo una notte in cui i mezzi turchi di nuovo hanno sconfinato nei pressi di Kobane occupando due villaggi e sono stati ricacciati indietro dalle YPG. Però Kobane, anche per il suo valore simbolico, è in realtà la città che ha subito di meno da parte della Turchia perché ci sono altre città come per esempio Tel Abyad, che viene mitragliata a distanza di 10 minuti tutti i giorni ormai da un anno e mezzo dalla Turchia e spesso ci sono anche lanci di colpi di mortaio, così come Tel Abyad (Gire Spi per i curdi), Qamisho, Amude, Serekani (Ras al-Ayn per gli arabi), su cui più volte sono stati lanciati dei razzi quando io ero lì.

E poi soprattutto il caso più grave è quello di Afrin, che è il cantone rivoluzionario isolato perché staccato da Kobane e confina con la Turchia o con territori della Siria controllati dagli islamisti. Ed è Afrin che sta subendo l’aggressione peggiore. Ormai sono tre mesi che la Turchia sta bombardando senza sosta Afrin, quindi ci sono già centinaia di morti civili, combattenti e delle forze di sicurezza nel silenzio internazionale più totale. Ed Erdogan minaccia anche d’invadere completamente questo cantone per cui vorrebbe entrare in Siria e affrontare la sinistra curda anche in Siria oltre che in Turchia.

Solo che è difficile. A parte che ci ha già provato in Iraq recentemente e questo non s’è saputo: meno di un mese fa la Turchia ha tentato un’invasione di larga scala nelle montagne dell’Iraq dove c’è il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) e ha dovuto ritirarsi dopo decine di morti nelle sue fila. Il problema per loro è che gli Stati Uniti proteggono il Rojava e, in forma molto più ambigua, lo fa in qualche misura anche la Russia, che tende a non autorizzare questi interventi della Turchia. E’ questo l’unico motivo per cui ancora non c’è stato un bagno di sangue perché comunque il governo turco è estremista dal punto di vista politico e il clima nella società turca è degenerato particolarmente quindi di certo la possibilità di un’invasione decisiva è sempre presente.

– Kobane è definita come un “fiore del deserto”, perché?

–  Nella contemporaneità tutto sembra volgere al peggio. Un paese come il Messico lo sa bene per certi aspetti, così come paesi come la Siria o la Turchia, ma anche in Europa sembra che il senso comune si sposti sempre più verso posizioni retrive e in tutto il mondo prevalgano le concezioni più reazionarie, identitarie, i nazionalismi e i fanatismi settari e religiosi. Comunque il potere grazie a tutto questo rimane sempre saldo nelle mani di una minoranza ricchissima a discapito della stragrande maggioranza. Quindi ha colpito tutti il fatto che emerga una rivoluzione nel senso che il potere viene assunto concretamente in un territorio da delle forze che portano avanti una logica completamente opposta, perché la loro è cosmopolita, di uguaglianza sociale, di rispetto reciproco e tolleranza religiosa, e soprattutto di centralità e riscatto della donna in una delle regioni dove le donne patiscono di più il patriarcato. Nessuno se lo aspettava ed è una messa in discussione del dogma secondo cui in questo secolo le rivoluzioni non sono più possibili e per questo credo che si sia usata quell’espressione.

– Confederalismo democratico, autonomia, interculturalità sono parole associate alla rivoluzione curda. Cercano l’indipendenza dalla Siria?

– Allora intanto va detto che i curdi sono divisi tra una destra curda e una sinistra. La destra nazionalista vuole effettivamente uno stato curdo, lo vuole sia in Iraq che in Siria, in Iran e Turchia. La sinistra curda, con forze come le YPG, le YPJ (Unità di Protezione delle Donne) o il PKK, non vogliono uno stato curdo perché son convinti che sia necessaria una rivoluzione che vada al di là del capitalismo e intendono che questo non sia possibile attraverso “lo Stato”, che lo Stato sia qualcosa di negativo in sé ed è contradditorio chiederne uno. Dunque loro tendono a sviluppare delle forme di autonomia che sono anche sociali, con la trasformazione dei rapporti sociali e di genere, all’interno degli stati in cui si trovano per poter anzi influenzare le popolazioni non curde e trascendere la “dimensione curda” della rivoluzione. Questo è quello che sta succedendo già in Siria.

Bisogna dire che rispetto alla destra curda nazionalista, che io avverso per molte ragioni, comunque un curdo o una curda al giorno d’oggi che volessero uno stato curdo, che, ripeto, non è la posizione per cui mi sono speso io, non possono essere condannati perché il Kurdistan geograficamente esiste. Per esempio uno stato come la Siria o l’Iraq son stati creati dalle potenze coloniali senza nessun rispetto per la geografia sociale dell’ex Impero Ottomano quindi in ogni caso dico questo per quelli che pensano di poter puntare l’indice contro i curdi o altre popolazioni, come per esempio gli amazigh [berberi] in Marocco o altre nel mondo che vogliono autonomia o indipendenza: non credo si possa negare in ogni caso.

– I curdi hanno anche adottato una Costituzione nel nord della Siria che è molto avanzata e democratica. Che ne pensi? Sta funzionando?

–  Si dice colloquialmente Costituzione. In realtà si chiama Carta del Contratto Sociale proprio perché “Costituzione” prefigurerebbe la creazione di uno Stato. Però sicuramente quel testo è molto avanzato sotto tutti gli aspetti. Bisogna tener conto del processo materiale di questa rivoluzione. L’obiettivo è una forma di comunismo e di estinzione dello Stato, che chiamano confederalismo democratico perché per loro la democrazia è comunista senza Stato o non è, ed è confederale perché è basata sull’autonomia di tutte le comunità che devono federarsi in maniera volontaria tra loro e non per l’imposizione dall’alto.

Quindi puntano a questo ma son consapevoli che non si può raggiungere dall’oggi al domani per cui hanno forgiato anche il concetto di autonomia democratica, che è il modo in cui il movimento del confederalismo democratico si concilia ogni volta con lo Stato esistente. Per esempio questi cantoni e i consigli cantonali che mantengono la separazione dei poteri, e in qualche modo assomigliano a uno Stato, sono l’autonomia democratica, cioè sono una proposta per la Siria per una sistemazione istituzionale che ponga fine alla guerra e, però, non cancelli la rivoluzione.

Questo è il senso delle istituzioni create che non sono “il confederalismo democratico” ma “l’autonomia democratica” perché il confederalismo nel Nord della Siria è quello rappresentato dalle comuni, dalle comuni agricole ed economiche, da quelle cittadine, dal contropotere esercitato anche a livello armato da queste istituzioni, dalle cooperative, dal nuovo rapporto che c’è tra le donne e la società. Questa è la rivoluzione. Non può trovare uno sbocco definitivo, perciò loro, non volendo ripercorrere il modello bolscevico perché infine ha fallito, non concepiscono la “presa del potere” nel senso di “creazione di uno Stato socialista” che poi s’estingue. Sono parte invece di un movimento che ogni volta crea delle istituzioni per conciliarsi con lo Stato in cui è emerso e per poi evidentemente rimetterlo sempre in discussione e continuare questo processo.

– Parlare di autonomia in Messico rimanda agli zapatisti e l’EZLN ha mostrato simpatia per la rivoluzione dei curdi siriani.

– So che in generale lo zapatismo e il Chiapas sono visti come un punto di riferimento in Rojava e in tutto il Kurdistan perché il movimento curdo ha iniziato la sua trasformazione teorica negli anni 2000 quando ormai già da diversi anni in Messico c’era stato un lavoro di discussione ed elaborazione di una prospettiva. Oltretutto in molti casi in Messico son stati raggiunti risultati concreti. Là ho visto che quello è un punto di riferimento. Ti racconto un po’ in termini di “pettegolezzo” che per vie assolutamente non ufficiali, in modo un po’ random e colloquiali, era arrivata la voce che in realtà ci fossero stati dei tentativi di comunicare e creare un rapporto più concreto ma erano caduti nel vuoto. Qualcuno mi ha provato a spiegare che magari è perché tra Rojava e Chiapas sono tutti e due dei popoli che prima di andare a leggere la mail chissà quanto tempo passa perché c’è un ritmo di vita diverso da quello a cui siamo abituati in Europa. Si diceva un po’ per scherzare… Se questi rapporti aumentassero, penso sarebbe positivo. Quando alcuni mesi fa s’è tenuta ad Amburgo la conferenza internazionale organizzata dal Rojava è stata ospitata una tavola rotonda anche sul Messico e sui cartelli della droga perché c’è proprio un’attenzione speciale da parte del Rojava sull’America Latina, sul Centroamerica, sul Messico.

– Che aneddoti particolari puoi raccontarci del periodo come combattente?

– Sono tanti. Per esempio una grossa delusione… Avevo conosciuto una ragazza curda che mi era molto simpatica e con cui ero rimasto in contatto per un periodo. Poi quando ero andato a trovarla dalla sua famiglia per una festività musulmana che si celebra in settembre, discutendo con loro, avevo scoperto che era una sostenitrice dei nazionalisti curdi, della destra curda, e quindi s’era, diciamo, abbandonata a dei commenti assolutamente inaccettabili sugli arabi, per esempio. E soprattutto sui compagni curdi e anche sullo stesso Oalan. E lì per dire è stato uno dei casi particolarmente brutto perché io non avevo capito, lei non era stata chiara forse su questa cosa, ma più che altro perché dà bene l’idea di com’è la situazione in Rojava. Ci sono tante persone che magari stanno un po’ nell’ombra o nel silenzio ma che lavorano contro la rivoluzione, che cercano di sabotarla o di indebolirne il morale proprio perché hanno idee islamiste o nazionaliste. Quindi in realtà la rivoluzione, come sempre nella storia, è portata avanti da persone determinate e appassionate che devono fare i conti con un contesto molto difficile.

– Un’esperienza più carica di speranza?

– Ce ne sono molte anche in questo caso. Posso contrapporre un’altra persona che ho conosciuto che è un ragazzo di Raqqa, arabo. Lui ha deciso volontariamente di lasciare Raqqa. Era un operaio d’officina, avrà avuto 15 anni, e, mentre stava lavorando, è stato avvicinato da uno di questi miliziani, che in molte città della Siria spadroneggiano, il quale gli aveva detto: “Fammi vedere come preghi”. E dopo che lui aveva pregato, l’altro gli aveva detto: “Tu sei un falso, un miscredente, e non preghi nel modo giusto”. Al che il ragazzo aveva risposto: “Io sono qua nella mia città, sto lavorando, e viene qua uno che non è nemmeno di Raqqa a disturbarmi e a dirmi che non so pregare”. Quindi aveva deciso di andarsene e di migrare verso nord. Alla fine è entrato nelle YPG perché aveva visto i curdi come gente che si comportava nel modo opposto a quello che aveva vissuto lui.

E’ stato uno dei primissimi arabi che sono entrati in una forza che era inizialmente curda al 100%. Io l’ho conosciuto, qualche anno dopo che questo era accaduto, e siamo stati nella stessa Unità. E’ una persona impressionante. A parte il fatto che mi ha spiegato il suo progetto, che era quello di partecipare alla liberazione del Rojava che poi deve diventare la liberazione di tutta la Siria. E voleva andare a combattere anche in Turchia, in Iran e Iraq. “Dopo finalmente potremo andare in Palestina a liberarla e così anche il Libano”, diceva. E se ci fosse stato bisogno anche in Italia, sarebbe venuto anche qui a combattere. E’ una persona quasi analfabeta, che non ha mai visto niente se non Raqqa, Kobane e poco altro, però ha una visione genuina e una volontà. Parlo al presente anche se purtroppo non posso esser certo che sia ancora vivo perché l’ho lasciato a settembre e in Siria la speranza di vita è abbastanza breve. Ho combattuto al suo fianco e come combattente è semplicemente impressionante, indescrivibile. Certe scene a un occidentale come me non potevano altro che far pensare che potevano solo esistere in un film, una persona che combatte in questo modo. Da proletario e da persona non istruita, condannata dalla sua vita a una limitatezza di fatto delle esperienze, è un rivoluzionario ai livelli più alti della storia che si possano immaginare. Così so che nel nord della Siria ce ne sono migliaia e questo ha un valore inestimabile.

– Come si chiama?

– Si può dire il suo nome di combattimento, Zagros Raqqa, perché nessuno in Rojava usa il suo vero nome.

– Qual era il tuo?

– Era Tiresh Gabar.

– Unità di Protezione delle Donne (YPJ), che rapporti hanno con le unità delle YPG?

– La mia unità era mista quindi c’erano sia YPJ che YPG. La maggior parte delle unità sono miste. Come tutto ciò che riguarda le donne nella rivoluzione, quindi anche le comuni e i congressi delle donne, hanno sempre una loro autonomia. Hanno catene di comando, di coordinamento e di decisione autonome, così come in qualunque comune o assemblea di quartiere si riunisce sempre a parte la comune delle donne. Così la nostra unità per esempio era unica ma le donne realizzavano i loro seminari e riunioni prima di venire nelle assemblee nostre, per cui esiste una forma di autonomia delle donne che non è una forma di separatismo ma un sistema intelligente ed equilibrato. Mi sembra che riesca bene a conciliare la questione della liberazione femminile con quella della liberazione di tutti. Naturalmente accordando una priorità alla liberazione femminile, che si vede già in questa autonomia e nella loro ideologia e consiste nel riconoscere alle donne il ruolo di avanguardia politica nella rivoluzione mondiale.

– Come sono i rapporti con la popolazione civile locale?

– E’ sempre diverso a seconda di chi è la popolazione locale. Ci sono persone che supportano e altre che avversano. C’è chi avversa in maniera, diciamo, “dialogante” e altri che vogliono avversare con le armi o sostengono forze esterne. Quindi il rapporto con la popolazione è quello di qualsiasi forza che governa un territorio, però nel mezzo di una guerra civile e di una rivoluzione. Ma tra l’altro ci sono tante forze che son ben riuscite a trasformarla in una guerra settaria, razziale e linguistica e sono questi crimini che producono rancore e non so quando potranno essere sopiti. Quindi per esempio se, come YPG, si cammina per strade di Kobane o Qamishli, la popolazione ti ama in maniera enorme. Per i combattenti internazionali c’è una forma di venerazione da parte dei civili. Mentre invece in una città come Tel Abyad io ero passato al mercato in uniforme, perché dovevamo accompagnare un compagno dal medico, e la sensazione lì’ è quella che può provare un poliziotto che passa in un quartiere di Palermo più o meno. Non è gradita la sua presenza perché a lì c’è una maggioranza araba e al suo interno c’è una maggioranza di sostenitori dell’ISIS e una minoranza di sostenitori della rivoluzione, quindi come città ha bisogno, come anche altre, di sviluppare soprattutto nei giovani o tra le donne una coscienza politica che è molto minore che in altre zone.

– Pensi di ritornare?

– Sì, certo, ci ho pensato. Non credo sia possibile per me non tornare mai più in Rojava.

– Che insegnamenti hai riportato con te in Italia?

– Gli insegnamenti più grandi sono due. Il primo è che esiste un divario, e già lo sapevo, tra l’Occidente e il Medioriente, o forse tra l’Occidente e il resto del mondo. E’ talmente terribile che non si può immaginare, descrivere, e purtroppo non è neanche sufficiente che uno vada a combattere lì per colmarlo, nel senso che è un divario tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra chi sta bene e chi soffre. Questa è una consapevolezza della gravità di questa situazione che ha soprattutto chi va in quelle zone in certe situazioni di guerra.

Un altro è che la rivoluzione è giusta e necessaria, però quando si dice “rivoluzione” bisogna essere consapevoli del peso di questa parola in termini di sofferenze, tragedie e dolore che provoca perché una rivoluzione è comunque un rivolgimento della società che non avviene in maniera pacifica, anche se è necessaria, e quindi non bisogna usare questo termine con leggerezza. Non bisogna immaginare semplicemente che sia “una cosa bella”. Quelli che pensano così è meglio che abbandonino la politica e facciano altro, mentre sarebbe utile che ci fossero persone che si rendono conto di quanto è brutto dover fare una rivoluzione ma che continuano a pensare che è necessaria.

In chiusura vorrei denunciare che ci sono due ragazzi, una coppia, della Repubblica Ceca in una prigione turca: lei si chiama Marketa, lui Miroslav. Sono stati varie volte in Siria, Iraq e Turchia per motivi umanitari e sono stati appena condannati in Turchia a 6 anni e 3 mesi di carcere a testa perché accusati d’essere stati nelle YPG e YPJ. E’ una cosa scandalosa. Marketa è un’amica, la conosco, e non è mai stata nelle YPJ, sono accuse totalmente false. E’ l’ennesimo crimine della Turchia, non lasciamo sole queste due persone che affrontano adesso una prospettiva molto dura.

– Come avvicinarsi a quel che succede ai curdi in Siria?

– Ci si può informare su vari siti internet, e soprattutto si può donare alla Mezzaluna Rosa Curda che sta a Livorno. E si può andare in Rojava a portare solidarietà attiva anche senza combattere. Le cose più importanti sono gli aiuti sanitari ed educativi. Malgrado le difficoltà se più giovani dall’Europa andassero in Medioriente, anche questo divario di cui parlavo prima comincerebbe almeno ad attutirsi. Dico sempre che per prima cosa è meglio andare lì se si può e se non si può allora va bene donare e informarsi. Queste tre cose.

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