Messico, effetto Trump sulle presidenziali

amlo-trump

(di Perez Gallo) (da Q Code Magazine) Alla fine del 2016 un micidiale uno-due ha sconvolto la politica messicana. Da una parte, l’annuncio a metà ottobre della candidatura di una donna indigena da parte del Congresso Nazionale Indigeno e appoggiata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Dall’altra, la clamorosa vittoria di Trump alla presidenza degli Stati Uniti e l’inaugurazione di una politica apertamente anti-messicana da parte del vicino del nord. Entrambi gli eventi, congiunti, parrebbero avere già prodotto un risultato rilevante: l’ascesa di Andrés Manuel López Obrador e, come necessario corollario, la sua svolta “trasformista”.

Il pluricandidato alla presidenza per la sinistra istituzionale messicana, già due volte ‘sconfitto’ da brogli elettorali conclamati e dalla dittatura mediatica del PRIAN (come in Messico viene chiamato l’accordo nascosto ma ormai permanente tra i partiti PRI, partito rivoluzionario istituzionale, e PAN, partito di Azione Nazionale), stavolta ce la può fare davvero. Ma ovviamente al prezzo, nella migliore tradizione italiana, che “tutto cambi perché niente cambi”.

Originario del piccolo stato meridionale di Tabasco, sul Golfo del Messico, AMLO, come viene chiamato dalle iniziali, si è formato politicamente nel partito-Stato PRI, per poi partecipare alla scissione di sinistra che a fine anni ’80 ha dato vita al Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), con il quale è diventato sindaco di Città del Messico nel 2000.

Gli anni successivi sono stati quelli della rottura definitiva tra l’EZLN e la sinistra istituzionale, avvenuta quando il PRD ha accettato di votare una legge indigena molto più debole di quella che era stato stabilito con gli Accordi di San Andrés. È stato proprio per via di questo “tradimento” che, in occasione delle presidenziali del 2006, l’EZLN aveva deciso di non appoggiare AMLO, e di dare vita alla ‘Otra campaña‘, indirizzata contro tutto il sistema dei partiti.

Ripresentatosi nel 2012, López Obrador è arrivato nuovamente secondo dietro il priista Enrique Peña Nieto, appoggiato dalla dittatura mediatica Televisa TV Azteca.

In seguito alle elezioni, e alla decisione del PRD di votare le riforme strutturali neo-liberiste insieme a PRI e PAN (privatizzazione dell’azienda petrolifera nazionale PEMEX e riforma educativa in primis), AMLO ha quindi rotto con il suo vecchio partito, dando vita al Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA).

Negli ultimi mesi, tuttavia, quasi tutto dell’immagine anti-sistema di AMLO sembra essere venuto meno, e il politico tabasqueño sembra essere diventato invece l’asso nella manica di quelle stesse élites politico-imprenditoriali che l’avevano duramente contrastato. Tutto è cominciato l’estate scorsa quando, nel mezzo delle mobilitazioni contro la riforma educativa portate avanti dalla CNTE (Coordinazione Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione), e in seguito alla strage attuata dall’esercito a Nochixtlán, nello stato di Oaxaca, López Obrador è passato improvvisamente dalla richiesta di abolire la riforma a quella, molto più tenue, di correggerla. Obiettivo del cambio di rotta, garantire la governabilità: “derogare la riforma educativa vorrebbe dire lo zoppicamento del governo e non conviene a nessuno. (…) Con una completa sconfitta di Peña non ci sarà stabilità, non ci sarà governo”.

Non casualmente, la mano tesa di AMLO a un presidente fortemente criticato e corrotto, fallimentare sul piano socio-economico e complice di fatti gravissimi come i continui tentativi di insabbiare le inchieste sul caso della scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa, non è passata inosservata. Né in Messico né altrove.

Già il 10 novembre 2016, in seguito alla vittoria di Trump e di fronte alla totale assenza di strategia del presidente Peña Nieto, che era riuscito addirittura ad auto-umiliarsi con l’invito al magnate al palazzo presidenziale de Los Pinos in piena campagna elettorale, era stato l’Economist il primo giornale di peso a prevedere una vittoria del leader di Morena nel 2018. E, paradossalmente, proprio il tema della politica da tenere di fronte a Trump è stato il secondo endorsment di AMLO a Peña Nieto, con la proposta di pacificazione nazionale (una sorta di “compromesso storico” alla messicana) contro il nemico comune. Una mossa tesa a presentare lui e il suo partito come guide credibili e responsabili per il Paese e per i suoi poteri forti.

Lo conferma una sempre più incredibile sovra-esposizione mediatica e televisiva di López Obrador anche su reti tradizionalmente “ostili” come Televisa e TV Azteca, il cui proprietario Salinas Pliego ha deciso di appoggiare proprio AMLO in vista del 2018. Lo conferma anche la scelta del capo di Morena di servirsi, per la stesura del programma elettorale, di personaggi discutibilissimi come Esteban Monctezuma e Alfonso Romo: il primo è diventato noto all’opinione pubblica messicana l’8 febbraio del 1995 quando, incaricato delle negoziazione di San Andrès con l’EZLN per conto del governo di Ernesto Zedillo, mise in atto un’imboscata con la quale tentò invano di catturare e arrestare la comandancia zapatista; il secondo, ex proprietario dell’impresa produttrice di sementi vegetali Seminis, poi comprata da Monsanto, aveva appoggiato prima il presidente priista Carlos Salinas de Gortari (autore nei primi anni ’90 di riforme strutturali di tipo neo-liberista), poi il presidente della destra del PAN Vicente Fox, e per di più è ritenuto da molti come vicino al gruppo cattolico ultra-conservatore dei Legionari di Cristo.

E lo conferma, infine, il programma elettorale stesso di Morena, che vede tra i punti principali l’appoggio incondizionato al Plan Puebla Panamà, progetto faraonico di riordinamento territoriale tra Messico e Centroamerica, con costruzione di corridoi logistici e zone economiche speciali (aree di interesse economico strategico in cui sono previste importanti deroghe ai diritti lavorativi e alle norme ambientali) e con la creazione di nuovi progetti minerari ed estrattivi contestati dalle popolazioni indigene e dai movimenti ambientalisti.

Una progressiva attenuazione delle tinte “radicali” dal discorso politico, con l’immagine sempre più insistente di un’armonia tra interessi del grande capitale e dei lavoratori e una proposta politica centrata quasi esclusivamente sul tema, tipicamente neutro, dell’anti-corruzione, hanno spinto negli ultimi mesi la volata di AMLO, che allunga giorno dopo giorno il suo vantaggio nei sondaggi.

E l’apice di questa ascesa, e dell’entrata del politico tabasqueño nelle grazie del grande capitale internazionale, è stato raggiunto lo scorso 7 febbraio, quando è stata data notizia di un suo invito a Wall Street da parte di Goldman Sachs, che oltre ad essere una delle maggiori società finanziarie del pianeta, è sicuramente quella più nelle grazie della nuova amministrazione statunitense targata Trump, visto proprio da quella banca vengono sia il consigliere economico Gary Cohn che il ministro del Tesoro Steven Mnuchin.

Banche, imprese estrattive e di costruzioni, apparato militare, industrie delle sementi: sembra che non ci sia potere economico influente in Messico che non veda di buon occhio la candidatura alla presidenza di Andrés Manuel López Obrador

Certo, i giochi non sono fatti: molto dipenderà da quel che accadrà oltre frontiera e quanto Trump riuscirà a continuare con la sua politica aggressiva, da quanto una candidatura alternativa e dal basso come quella indigena possa sottrarre ad AMLO quote di elettorato, e dalla possibilità che PRI e PAN si riuniscano nella candidatura di Margarita Zavala, panista e moglie dell’ex presidente Calderon.

Gli avversari di López Obrador, infatti, darebbero indubbiamente ottime garanzie all’establishment economico messicano e statunitense, ma rispetto a loro AMLO può mettere sul piatto qualcosa in più: la pace sociale. Un aspetto che, se fino ad ora non è sembrato essere una grande preoccupazione per le élites messicane (che hanno coscientemente portato avanti dieci anni di narco-guerra e militarizzazione e paramilitarismo), oggi, di fronte alla vittoria di Trump e alle conseguenze che potrebbe avere sull’economia messicana, potrebbe diventare rilevante.

Persona sobria stile Pepe Mujica, riconosciuto da tutti come integerrimo in tema di corruzione, con una lunga storia di leader di sinistra e di cooptazione dei movimenti sociali, chi meglio di AMLO può garantire quel minimo di legittimità sociale che faccia in modo che il sistema non si disintegri? Chi meglio di lui potrebbe far fronte alle minacce protezioniste e militari trumpiste, e all’ulteriore impoverimento di massa che deriverà dalle più di 200 concessioni minerarie che saranno rese esecutive nel corso di quest’anno? Chi meglio di lui potrà contenere una rabbia sociale che potrebbe trovare nella candidatura di una donna indigena il proprio punto di articolazione politica a livello nazionale?

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