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Honduras senza diritti

Honduras: un documentario e un’intervista. Il video è stato girato nella penisola di Zacate Grande, dove si trova anche l’accampamento di osservazione dei diritti umani sostenuto dal COFADEH, il Comitato dei Familiari dei Desaparecidos in Honduras. Si tratta di un documento di grande valore (sottotitolato in italiano) perché è una testimonianza diretta delle problematiche vissute dalla stragrande maggioranza della popolazione rurale di questo paese nell’era post-golpe, cioè sotto la presidenza di Porfirio Lobo, succeduto a Manuel Zelaya dopo che questo fu cacciato manu militari dal paese nel giugno 2009 (cronologia golpe). E’ un’autoproduzione che hanno girato Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA. L’idea era quella di raccontare attraverso la microstoria di Franklin e Pedro, leader di ADEPZA, l’organizzazione campesina Asociación por el Desarrollo de Península de Zacate (Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate), le ingiustizie che si stanno vivendo in Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Per spiegare meglio l’emarginazione, gli abusi, il fenomeno dei paramilitari (o “polizie private”) e la povertà pubblico un’intervista a Raffaela che ha potuto toccare con mano la situazione e raccontarcela in modo diretto. Ringrazio Raffaella e Yukai per l’intervista, per le splendide foto allegate e i chiarimenti che vedrete e leggerete subito sotto il video.

L’Honduras è attualmente il paese più violento del mondo, con un tasso di omicidi che supera le 80 unità per ogni 100.000 abitanti: per capirci, il famigerato Messico della guerra al narcotraffico mantiene comunque un tasso “ragionevole”, anche se drammaticamente in crescita da 5 anni, di 18 omicidi ogni 100.000 abitanti e solo alcuni stati del Nord come Chihuahua o Sinaloa superano la soglia dei 50. Il paese centroamericano ha vissuto una grave retrocessione democratica dopo il golpe, un aumento delle denunce per sparizioni forzate e violazioni gravi ai diritti umani mentre in economia fa affidamento sugli investimenti stranieri, anche in agricoltura o nell’energia, e sul fantomatico ideale delle città-modello o charter city, dei piccoli paradisi tipo Singapore isolati dal resto paese, delle isole finte di “primo mondo” che secondo il presidente trascineranno il resto dell’economia.

Quando e quanto tempo sei stata in Honduras?
Parlo al plurale perché sono stata in Honduras con il mio compagno Yukai con cui vivo e lavoro: siamo stati quasi 4 mesi, da fine settembre 2011 ai primi di gennaio 2012, nella penisola di Zacate Grande nel Golfo pacifico di Fonseca tra Salvador e Nicaragua, abitata da campesinos e pescatori, e poi nella regione di Intibucá, abitata principalmente da indigeni Lenca, come osservatori dei diritti umani e come foto-documentaristi, in collaborazione con il CICA (Collettivo Italia Centro America). Viviamo tra il Messico (dove vive metà della mia famiglia) e l’Italia, dove abitiamo in un ecovillaggio tra Torino e Milano, tra le risaie del novarese e ci dedichiamo, oltre alla nostra ricerca personale attraverso il mezzo audiovisivo, all’agricoltura biologica e all’organizzazione di eventi per proporre un stile di vita verso la decrescita. Attraverso il racconto di microstorie cerchiamo di indagare la realtà e allo stesso tempo proporre una riflessione critica del modello culturale dominante: per noi l’etica e l’estetica sono strettamente interconnesse e crediamo che l’atto creativo sia una forma di agire politico oltre che una ricerca espressiva.
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In termini generali, com’è la situazione (politica, sociale, economica, dei diritti) nella regione di Zacate? E nel resto del paese?
La situazione del paese è di instabilità e violenza a causa della repressione silenziosa ed invisibilizzata che l’oligarchia nazionale e le corporazioni multinazionali (con l’appoggio del nuovo governo) stanno portando avanti. Economicamente il governo sta intessendo rapporti di vendita di terre per le monocolture di palma africana o per l’installazione di impianti eolici o idroelettrici per le energie rinnovabili su larga scala. In particolare a Zacate Grande la pesca artigianale tradizionale è stata distrutta da pochi anni di pesca intensiva ed è stata sostituita dall’industria dei gamberi diventando l’unica possibilità di lavoro redditizio. I campesinos e pescatori zacategni vivono da almeno tre generazioni nella penisola, ma nonostante la legge nazionale tuteli la popolazione locale, sostenendo che il diritto di proprietà della terra è chi vive da più di dieci anni in modo pacifico sullo stesso territorio, i titoli di quasi tutta la penisola sono stati venduti all’imprenditore Miguel Facussè (chi è costui?).

Com’è visto Porfirio Lobo dai contadini e pescatori della regione?
Il nuovo presidente è visto come un golpista e una pedina degli Stati Uniti, mentre Mel Zelaya ha perso molta credibilità da quando è ritornato nel paese, perché ha contribuito, con la stretta di mano all’attuale presidente avvenuta durante l’incontro di Cartagena, alla diffusione nell’opinione pubblica internazionale, dell’idea che in Honduras la situazione si sia normalizzata e che le violazioni dei diritti umani siano ormai finite.

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Ci sono paramilitari? Operano anche forze governative “ufficiali”?
La zona dell’Aguán è ormai completamente militarizzata, mentre ci sono paramilitari che provengono dalla Colombia, secondo alcuni difensori dei diritti umani della capitale. A Zacate Grande ci sono i sicari di Miguel Facussè, oltre alle forze ufficiali come polizia (molti dei quali sono corrotti) ed esercito, il quale ha da poco assunto poteri speciali di azione equiparandosi di fatto alla polizia.

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Che azioni portano avanti rispetto alla popolazione e ai militanti politici?
Diciamo che la strategia adottata è quella del “divide et impera” fra i membri della stessa comunità, oltre a un diffuso stato di paura (minacce, sfollamenti, aggressioni). Una buona parte delle terre in cui vive la popolazione di Zacate Grande è di proprietà ufficiale di Miguel Facussè Barjum, per questo vengono costantemente minacciati soprattutto i militanti politici e i leader comunitari. Attualmente il fronte più violento è nell’Aguan, dove le comunità di campesinos stanno subendo una repressione armata.

Come reagisce la gente? Che altre strade ci sono?
La gente è indignata, ma ha capito che unendosi può contribuire a un cambiamento ed è il COPINH (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) il motore della rifondazione dal basso di un nuovo Honduras: attraverso corsi di formazione, sostegno alle comunità, diffusione delle notizie tramite le radio comunitarie e con l’accompagnamento della solidarietà internazionale, sta portando all’attenzione mondiale, in collaborazione con il COFADEH, le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Honduras. Di Fabrizio Lorusso

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Brasile, polizia e brutalità

LEGENDA|LEYENDA|SUBTITLES – clic “CC” en la misma barra donde esta “play” | click “CC” on the same bar of the “play”

SOTTOTITOLI in Inglese, Francese, Spagnolo: Clicca su CC
Un video che rivela i giochi di interessi riguardanti l’espulsione di 9000 abitanti del terreno occupato da 8 anni a Pinheirinho, in Brasile, tra Rio e San Paolo. Sono state raccolte anche le immagini truculente della brutalità della polizia durante lo sgombero contro le famiglie povere occupanti (22 gennaio 2012)

Este vídeo revela os jogos de interesses na expulsão dos 9.000 moradores da ocupação Pinheirinho, de 8 anos, em São José dos Campos. Traz, também, imagens do dia da desocupação (22/01) e depoimentos sobre a truculência policial.

Reportage Completo Desinformemonos QUI LINK

LA VITA DEGLI ABITANTI UN GIORNO PRIMA DEL MASSACRO:

ASSISTA TAMBÉM: “ONDE ESTARÃO OS NOBRES? UMA FAMÍLIA DE PINHEIRINHO 1 DIA ANTES DO MASSACRE” http://youtu.be/YHUiFYtwXOA

Coletivo de Comunicadores Populares
www.comunicadorespopulares.org

Filmagem e entrevistas: Cristina Beskow, Yan Caramel, Gabriel de Barcellos
Edição: Jefferson Vasques

Errata: No vídeo se fala em 6.000 moradores, quando o certo seria 9.000.

Haiti, due anni dopo

2 anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti e la sua capitale Porto Principe venivano sconvolte dalla più grande catastrofe naturale della storia. Un terremoto di 40 secondi fece 250mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. 10 mesi dopo, importata probabilmente dai caschi blu dell’Onu presenti sull’isola, arrivava un’epidemia di colera che, ad oggi, ha provocato 7000 vittime e 500mila contagi. Sono cifre enormi che testimoniano le pessime condizioni di vita ad Haiti e l’insufficienza degli aiuti, o meglio l’inefficienza nel loro impiego e distribuzione per far ripartire il paese. Presento qui alcuni documenti e video per aggiornarsi un po’ su quanto succede nel paese più povero del continente americano e per aiutare. Su ONU ad Haiti e militarizzazione: LINK.

Ecco il comunicato dell’amico Italo Cassa / Scuola di Pace che trovate sul sito (DA VISITARE9  Haiti Emergency:

2 anni fa, il 12 Gennaio 2010, alle h. 16.53 locali, la terra ad Haiti esplose dirompente con un terremoto di magnitudo 7.0 a pochissimi chilometri dalla capitale Port au Prince, colpendo in modo particolarmente devastante le zone popolari della città che dalla collina di Petion Ville si estendono fino al mare. Fu un disastro che provocò centinaia di migliaia di vittime e circa un milione di sfollati, accampati in tendopoli più o meno organizzate, disseminate in tutta la capitale e nei suoi dintorni.

 Fu forte, anche per noi in Italia, l’impatto emozionale di quella tragedia, e anche la voglia di aiutare in qualche modo la popolazione haitiana. Tutta la comunità internazionale si mobilitò e anche le ONG italiane. Pochi mesi dopo un altro flagello colpì quel popolo, con una epidemia di colera non ancora del tutto debellata.

Tutti questi fatti non devono far pensare a una sorta di “flagello di Dio”, in realtà le conseguenze del sisma naturale potevano essere molto inferiori se solo si fossero attuate un minimo di norme antisismiche, e si fossero attuate un minimo di norme igieniche per la prevenzione del Colera (la cui origine è appurato sia partita da un’accampamento dei caschi blu nepalesi). Da quel Gennaio 2010 qualcosa è stato fatto… ma ancora troppo poco!

Il problema sembra essere endemico in una nazione dove la miseria, e l’organizzazione degli aiuti, realizzano un vero e proprio businnes umanitario…

Qualcosa però si muove nella società civile haitiana. Una sorta di “Primavera di Haiti” sembra essere alle porte grazie al lavoro incessante di quanti nell’isola delle Antille vogliono non essere vittime inermi delle catastrofi, più o meno naturali, e delle conseguenti campagne “umanitarie”.

Una tra le molte organizzazioni della società civile haitiana, la AUMOHD (Association des Universitaires Motivés pour une Haiti de Droits) di Port au Prince, e il suo presidente Evel Fanfan, di recente in visita anche qui in Italia, hanno scritto un “Codice del lavoro” a difesa dei diritti dei lavoratori, in un paese dove questi diritti non esistono, e il salario medio di chi lavora è di circa 2 dollari al giorno. In una recente video-denuncia del regista RAI Silvestro Montanaro, andata in onda su RAI3, si è visto che anche il nostro Console Onorario ad Haiti attua lo sfruttamento dei lavoratori haitiani, in una fabbrica attigua ai locali del consolato italiano.

Come nelle primavere arabe, anche la prossima “Primavera di Haiti” si attuerà nell’unione tra solidarietà, diritti umani e libertà. Per qualsiasi ulteriore info si può contattare il presidente di AUMOHD, Sig. Evel Fanfan:  presidenteaumohd@yahoo.fr 

Da IL PREZZO DELLA VITA di ROMINA VINCI: “Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera”. Leggi tutto il reportage di Romina Vinci da Haiti a questo LINK 

In questo video, tratto dal reportage “Dimenticateci” di Silvestro Montanaro, per il programma “C’era una volta” di Rai3, si vede come, a pochi passi dal consolato italiano a Port au Prince, nella fabbrica del Console Onorario Italiano, si sfruttino i lavoratori e le donne di Haiti.

Un altro video di 10 minuti, molto attuale e interessante, si trova qui http://it.euronews.net/2012/01/10/haiti-a-due-anni-dalla-catastrofe/

 

Video Presentazione: la Santa Muerte al seminario di sociologia Uam-X

Presentazione Power point musicata e editata della conferenza tenuta alla Universidad Autonoma Metropolitana sede Xochimilco, Uam-X, il giorno 24 febbraio 2011 nel seminario Jueves de Sociologia sulla Santa Muerte e altri culti metropolitani.

Diapositivas, fotos y textos, de la presentación en la Uam X sobre el culto a la Santa Muerte, jueves 24 feb 2011, dentro de los seminarios “Jueves de Sociología”:

https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

Fotos de las diapositivas: (Foto di ogni singola slide)

https://picasaweb.google.com/UAMX Presentacion


Una casa di riposo per le prostitute a Tepito, Mexico City

Dalle comunità più remote dello stato di Chihuahua nel nord del Messico, dalla provincia di Creel e dintorni… Mi hanno consigliato questo breve ma interessantissimo documentario in tre parti su casa Xochiquetzal, una casa di riposo nel barrio bravo di Tepito, nel cuore pulsante di Città del Messico. Sono storie di vita drammatiche ma anche piene di forza e dignità. Vale la pena guardarlo. Riporto sotto un reportage su quest’unica casa di riposo per le prostitute della terza età. Da: http://www.msemanal.com/node/1301 Un altro bel reportage anche qui: http://www.acblogs.net/node/418

SECONDA PARTE

TERZA E ULTIMA PARTE

Casa Xochiquetzal. Un refugio para prostitutas de la tercera edad

Un vecchio edificio di Tepito, unico nel suo genere al mondo, dà un tetto e alimenti a donne che hanno dedicato la loro vita al mestiere di regalare carezze

Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal.  

Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal. Foto: Mónica González

La lluvia afanosa pule el espejo que sobre el asfalto ha forjado a fuerza de repetición. Levanta los humores de la calle, olores a podrido, pestilentes, como los billetes que llegan a la mano de Mariana, quien por un rato dará cabida en su cuerpo a ese hombre de aspecto temible. Sopesa el riesgo velado de aceptar, pues el lenguaje violento lo conoce desde su temprana juventud. Sin pensarlo demasiado respira hondo y toma el dinero. Cobra 50 pesos por el rato de placer. Y mientras ese sujeto de cuerpo aplastante la besa y la muerde sin piedad, cobrando cada centavo pagado, ella cierra los ojos y se traslada con el pensamiento a otra parte. No pasan más de 10 minutos —tiempo con sabor a décadas— cuando al fin puede librarse de la pesada carga. Al palpar los pesos en la bolsa de su pantalón se distrae un poco. Tose por enésima vez y por sus encías, semicubiertas de raigones, escurre un poco de saliva.

Han pasado algunas horas desde que salió del hotel, ubicado a media calle de su lugar de trabajo en una callejuela del barrio de La Merced en la Ciudad de México, y muchísimos años de haber salido de su colonia natal, a la cual ya no regresa porque, dice, no tiene a qué, ni sus hijos quieren verla. Desamparada y hambrienta concilia el sueño interrumpido a ratos por las arcadas de su enferma garganta. Con el paso del tiempo, ella, igual que muchas de sus colegas, se ha dado cuenta del efecto premonitorio de las canciones de desamor; tenían razón, considera: su juventud se ha marchitado; el pelo, sus dientes, las caderas, los senos otrora perfectos se le han caído, la piel, gastada por tantas caricias pierde terreno frente a la de las nuevas chicas, más bonitas por ser jóvenes, más caras y más solicitadas.

Hoy el destino le sonríe, no fue golpeada y además podrá dormir no en una banca del jardín de la Plaza Loreto, refugio nocturno de menesterosos, sino en una cama de sábanas tiesas, rasposas pero secas. Otras no tienen la misma fortuna que Mariana. Comparten sus noches entre ratas y cartones para cubrirse del frío, y en tiempos como el de esta noche sin fin, de la lluvia.

La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones.

La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones. Foto: Benecdic Tedesrus

CAFÉ Y AZÚCAR

Son las nueve de la mañana; la calle bulle de voces y los motores de autos escapan del tráfico; diableros —cargadores a sueldo— que se disputan clientes; ambulantes que arman sus puestos para iniciar la jornada diaria. Adentro de esta casona remozada se respira limpieza y tranquilidad. Al traspasar el umbral de este edificio del siglo XVIII uno puede huir de ese mundo que parece poder devorar a cualquier cosa o persona.

En el amplio comedor cuatro mujeres desayunan plácidamente… hasta mi llegada. Al mirarlas, pienso, escaparon de una película de Ismael Rodríguez, de ésas donde la abuela es piedra angular, eje y pegamento de la familia. Una de ellas, de figura quebradiza y pelo teñido, se levanta al instante en que pongo mi grabadora sobre la mesa, recoge plato y taza y se marcha silenciosa. Para mi sorpresa el resto de las señoras se carcajea como si hubiera roto algo sin darme cuenta. “No se apure joven, me dice la más desparpajada, se asustó, la pobre pensó que le pediría que fuera su novia, jajaja”, devuelvo la sonrisa y acepto la invitación a un café.

La cocinera, que ha visto todo, me extiende una taza humeante, azúcar y una sonrisa franca, cuando llega Carmen Muñoz, fundadora de Casa Xochiquetzal, refugio para prostitutas de la tercera edad, sitio idóneo para que 30 de sus colegas vivan dignamente, sin necesidad de dormir en las calles, los últimos años de su vida.

La voz de esta luchadora social de tiempo completo resuena en toda la estancia. Me saluda amable y pide silencio a “sus niñas” para que pueda grabar sin interrupciones: “Esta casa, que es única en su tipo en el mundo, surge porque también fui trabajadora sexual. Ahora estoy retirada, no digo para siempre, porque en cualquier momento se me puede presentar la necesidad y pues la voy a tomar”. Permanece imperturbable: “Al principio, siendo chamaca, no me daba cuenta de la situación que vivíamos las trabajadoras sexuales, me dedicaba a lo mío, pero al paso del tiempo —hace 15 años— tuve que empezar a trabajar de noche. Por el rumbo donde laboraba había mujeres que toda la noche la pasaban en la calle. Les preguntaba por qué y me decían que les había ido muy mal durante el día, no habían ganado nada, por lo tanto no tenían para pagar un cuarto de hotel ni para comer. Dormían en una banca, en una esquina”.

“Eso me dolió mucho como ser humano, como mujer y como trabajadora sexual, porque yo misma había pasado por experiencias de mucha hambre y humillación. Muchas veces observé cómo pasaba la gente y desde sus carros les arrojaban botellas con orines, les gritaban insultos; vivimos experiencias terribles. Entonces me viene la idea de conseguir un lugar donde ellas pudieran pasar la noche cuando no tuvieran dinero para pagar un cuarto de hotel”. Y la suerte decidió el destino: un día la fotógrafa Maya Goded trabajaba en un libro que retrataría a trabajadoras sexuales in situ; encontró a Carmen, quien al verla tomarle fotos, la increpó. Pero la fotógrafa iba acompañada de otra prostituta, quien le explicó lo que en realidad deseaban. Entre otras mil cosas hablaron de las ancianas que aún ahora laboran en la zona de La Merced vendiendo retazos de amor. El efecto dominó inició allí, pues una persona llevó a otra y a la otra hasta que la artista Jesusa Rodríguez se inmiscuyó de lleno en esta idea, moldeada por Carmen Muñoz y por “esas mujeres que han ofrecido su vida al oficio de las caricias, y que hoy reclaman su dignificación como ciudadanas”.

 

Foto: Benecdic Tedesrus

SUEÑOS LOCOS VUELTOS REALIDAD

Carmen Muñoz corrió con otra ventura, ya que al entrevistarse con Andrés Manuel López Obrador, entonces jefe de Gobierno de la Ciudad de México —de quien, asegura, sólo tiene buenos conceptos—, recuerda cómo le dijo: “No te prometo nada, porque dependemos de muchas instancias. Qué te parece tener una reunión con esos organismos, se les explica todo esto y a ver en qué te podemos ayudar. Porque ése (el de las prostitutas) es un sector que tiene los mismos derechos que cualquier otro”.

Quince días después tuvieron una nueva reunión con el Instituto de las Mujeres, Patrimonio Inmobiliario, el Instituto de la Vivienda, el DIF, las delegaciones Iztapalapa, Benito Juárez, Cuauhtémoc y Venustiano Carranza. “Inmediatamente nos dieron becas para los hijos o nietos en edad escolar. Nos abrieron un programa de viviendas en el Instituto de la Vivienda; mientras estuvo López Obrador en el gobierno nos entregaron cuatro viviendas, y (con el cambio de gobierno) ya no volvimos a saber nada de nada. Nos dijeron en octubre de 2003, apenas un mes después de esa junta, que había una casa por Tlatelolco que nos podía proporcionar Patrimonio Inmobiliario; más pequeña, y en una zona muy conflictiva porque como está cerca de la avenida Manuel González y Eje Central Lázaro Cárdenas era peligroso que nuestras viejitas atravesaran esas arterias. Sin embargo, nosotras dijimos que sí. Lo que queríamos era una casa. Pero Patrimonio Inmobiliario se enteró de ésta —ubicada en la Plaza Torres Quintero, en la esquina de la calle del mismo nombre y República de Bolivia, en el Centro, a unas cuadras del Zócalo y la Merced— y nos citaron para verla. Vinimos una servidora, Jesusa Rodríguez, Marta Lamas, Elena Poniatowska, Luz Rosales, Luz Lozoya y nos encantó”. Carmen sabe que aún falta mucho por hacer, y que lo más difícil está por venir: volver autosuficiente este hogar. “No queremos vivir de la caridad, confiamos en que podamos poner una cocina económica. Estamos trabajando en este momento con la creación de joyería de fantasía de cuarzo y de plata, con ayuda de la organización no gubernamental Semillas, que apoyó al proyecto desde el inicio. “El día de la inauguración le decía a las compañeras: todo empezó como un sueño loco, pero hoy sé que los sueños locos se vuelven una realidad”.

Llama mi atención que Carmen se refiera a la casa como si se tratase de una persona, un familiar esperado desde hace mucho. Al final de la charla me quedo con la impresión de una simbiosis entre el inmueble y esta señora de piel luminosa: edificio derruido y remozado con sangre, sudor y piedras; mujeres reinventadas, cuyo paso por esta vida que se les termina se dignifica, y rescata con ello la esperanza de no volver a dormir entre hedores condensados y noches eternas.

Foto: Benecdic Tedesrus
PONERLE IMAGEN A LAS PALABRAS

Xochiquetzal conserva lo más que ha podido su diseño original. En esta vetusta construcción de más de dos siglos de antigüedad y de amplio patio, el decoro, el consuelo y la ilusión mojan sus pies en la fuente cantarina que recibe al visitante con sus alegres notas. Las habitaciones son grandes, de residencia antigua, y resguardan sueños y risas de corazones contentos, una televisión por aquí, un santo por acá, una silla más allá. Altares llenos de imágenes, de flores recién cortadas y de frases que podrían ayudar a entender eso que algunos llaman renacer: “Se siente bien bonito cuando una puede tener una casa a dónde llegar”, “Estoy muy contenta, muy a gusto”, “Aquí tenemos atención médica y psicológica”, “Casa, comida y sustento, qué más podemos pedir”, “Por eso trabajamos mucho en la joyería, en la casa misma”, “Porque si no fuera por Carmen, por Semillas, quién sabe qué hubiera sido de nosotras”.

“El 11 de febrero de 2006 se abrió el espacio con 10 mujeres, actualmente habitan 30 y esperamos albergar a otras 20; pero no fue sino hasta el 29 de diciembre de 2006 cuando se inauguró oficialmente por el entonces jefe de Gobierno, Alejandro Encinas”.

Al hablar de este albergue para ancianas Carmen Muñoz se muestra orgullosa: “La casa se llama Xochiquetzal porque significa varias cosas: flor hermosa, diosa de las ahuianime, una forma de nombrar a las mujeres alegres”. Recuerda Muñoz que en 2005 la cantante Eugenia León ofreció un concierto en el Teatro de la Ciudad a beneficio de este proyecto. Con lo recaudado arreglaron todas las puertas y ventanas. Aun cuando reciben ayuda, explica, la única entidad facultada para recibir y administrar donativos económicos es la Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC (Semillas).Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced

Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced Foto: Mónica González

SAN SEBASTIÁN MÁRTIR, RUEGA POR ELLAS

La Plaza Torres Quintero ofrece una estupenda vista lateral a las moradoras de Casa Xochiquetzal: un hermoso jardín con bancas antiguas. Cuentan los vecinos que en otro tiempo esta plazuela era de las más hermosas y visitadas, pero ahora se halla intransitable porque se ha convertido en un estacionamiento de franeleros rudos e indigentes incorregibles. Frente a la Casa se encuentra una de las iglesias más antiguas del país, la de San Sebastián Mártir. Edificada sobre lo que fue el Calpulli de Atzacoalco en 1531, en la esquina de Rodríguez Puebla y República de Bolivia, es Monumento Histórico desde el nueve de febrero de 1931. Dice Francisco Javier Clavijero en su Historia antigua de México: “Estaba la Ciudad de México situada, como ya hemos insinuado antes, en una isleta del lago salobre (…) Dividíase en cuatro cuarteles y cada cuartel en muchos barrios cuyos nombres mexicanos en gran parte se conservan hasta hoy entre los indios. Las líneas divisorias de los cuarteles eran las cuatro grandes calles correspondientes a las cuatro puertas del Templo Mayor. El primer cuartel, llamado Teopan (hoy San Pablo) estaba comprendido entre las dos calles que correspondían a las puertas oriental y meridional; el segundo, nombrado Moyotla (hoy San Juan) entre las calles correspondientes a las puertas meridional y occidental; el tercero, Tlaquechihucan (hoy Santa María) entre las calles correspondientes a las puertas occidental y septentrional, y el cuarto Atzacoalco (hoy San Sebastián) entre las calles correspondientes a las puertas septentrional y oriental…”.

Una casa para que ancianas prostitutas vivan dignamente sus últimos años, ubicada en una calle tomada por ambulantes y que según datos históricos forma parte de un populoso barrio —el de Tepito, aunque el código postal diga que es la colonia Centro—, cuyos orígenes datan de la época precolombina, sobreviviente a la conquista y a la modernización de nuestros tiempos y que comparte espacio con uno de los edificios religiosos más antiguos del país y del continente. Tres actores de una realidad que muestran un crisol de mundos diversos pero que cohabitan en franca armonía, se complementan para corroborar esto que algunos sabihondos han llamado realismo mágico.

Foto: Mónica González

MORIR EN LA CALLE

Isela, como Mariana o Juana o Pachita, rebasa los 70 años y continúa el duro ejercicio del trabajo sexual. Cuenta que a lo largo de más de 50 años de carrera ha visto morir a muchas compañeras en la calle, a manos de chichifos, ladrones, clientes, el frío, el hambre, la tristeza, la desesperanza. Estas callejuelas han visto de todo, “si pudieran hablar, qué no dirían”, acepta entre dientes, con un dejo de dolor. Ha vivido miles de historias, “y podría contarlas todas en una misma, es que todas parecen una calca de la otra”.

La luna se abre paso entre nubarrones, acompaña la silueta de esta mujer doblegada por la edad. Luego de caminar kilómetros de asfalto hace una parada y entra a la mole de piedra colonial. “Le rezo a San Sebastián, espero que me escuche porque si no imagínese, vaya que estaríamos jodidos”, sonríe apretando las manos. Allí, frente a la figura del santo mártir, atravesada por flechas, agradece cada día lo que les ha devuelto Casa Xochiquetzal a ella y a sus compañeras: la dignidad.

Carmen Muñoz, fundadora de la Casa. 

Carmen Muñoz, fundadora de la Casa. Foto: Mónica González

La siembra

El próximo 15 de octubre a las 19 horas, Semillas, Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC, celebrará en el Museo Nacional de Antropología su séptimo evento anual de Reconocimiento a Donantes y Realizadoras. Como único fondo de mujeres en México, desde 1990 Semillas ha otorgado más de 60 millones de pesos a 488 proyectos de mujeres en 28 estados de la República, beneficiando directa e indirectamente a más de un millón 900 mil mujeres, jóvenes y niñas.

Este año presentarán un panel moderado por la periodista Carmen Aristegui. Martha Sánchez (líder indígena), Valeria Scorza (líder de organización civil) y Mario Bronfman (Fundación Ford) abordarán el tema: “¿Por qué invertir en las mujeres?”. Allí se hará un reconocimiento público a cinco donantes individuales y seis institucionales, así como a siete mujeres realizadoras de proyectos apoyados por Semillas. Durante el evento se hará el lanzamiento de la quinta campaña anual de procuración de fondos El Semillón, la cual tiene como objetivo reunir un millón de pesos para financiar diez proyectos adicionales durante 2010. El evento está abierto al público y la cuota de recuperación es de 160 pesos.

Foto-Video per Haiti: un mese a Porto Principe

Video musica foto, Haiti, feb 2010. Donazioni utili http://prohaiti2010.blogspot.com/ (no international ONG) – Donaciones útiles http://prohaiti2010.blogspot.com/

PER I MEDIA, CENTRI SOCIALI, ASSOCIAZIONI, ONG ECC…

VISITA DI EVEL FANFAN DA HAITI leggi nota !! (ATTUALMENTE VISITA IN SOSPESO – PARTE RACCOLTA FONDI PER LA VISITA DA REALIZZARE PER LA RICORRENZA “un anno dal terremoto” il 12 gennaio 2011)

Reportage italiano y español:

(1) https://lamericalatina.net/2010/03/09/le-guerre-dimenticate-di-haiti-prima-e-dopo-il-terremoto-13/

(2) http://www.telesurtv.net/noticias/entrev-reportajes/index.php?ckl=480

DONAZIONI IN FAVORE DI http://aumohddwamoun.blogspot.com/

Link al VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=eoSY3zCccAQ