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Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (sbarca in Messico)

choque amara

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio), edizioni e/o, 2006, pp. 192, € 10,20 [Versione in spagnolo: Editorial Elephas, Mexico City, 2012, pp. 160, pesos MXN 199] Recensione di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

L’anno scorso ho curato la traduzione dall’italiano allo spagnolo di questo romanzo dello scrittore algerino Amara Lakhous  per Elephas, piccola editrice indipendente messicana, e questa è la recensione per il quotidiano messicano La Jornada che ho tradotto per Carmilla. Le civiltà possono scontrarsi in molti modi diversi. E se al posto di farlo in politica o nella storia, lo fanno in un semplice condominio popolare o addirittura nell’angusto spazio di un ascensore, la situazione può complicarsi. Lo scrittore algerino Amara Lakhous, che vive a Roma da molti anni ed è autore di Le cimici e il pirata (1999) e Divorzio all’islamica a Viale Marconi (2010) ci immerge nell’Italia dei migranti con un romanzo poliziesco corale.

C’è stato un omicidio in un palazzo di Piazza Vittorio, a Roma, e i vicini, uno dopo l’altro, narrano la propria versione dei fatti anche se, allo stesso tempo, ricostruiscono il loro passato, le loro storie e le loro vite quotidiane di migranti, tra gli estremi dell’integrazione e del rifiuto che la capitale gli fa provare alternativamente. Parviz Manssor Samadi è iraniano e Benedetta Esposito è di Napoli. Iqbal Amir Allah è bengalese, mentre Maria Cristina González viene dal Perù. Antonio Marini è nato a Milano, nel profondo Nord nebbioso, e Johan Van Marten viene dall’Olanda e sogna di diventare il “nuovo Fellini” girando un film sui personaggi, così veri e crudi, di Piazza Vittorio.

Sandro Dandini, invece, è di Roma e Abdallah Ben Kadour è algerino. Del Signor Amedeo non sappiamo molto, nemmeno la nazionalità, ma la sua fidanzata è italiana e si chiama Stefania. Elisabetta Fabiani vive col suo cagnolino, ululante e viziato, che si chiama Valentino e infine il tamarro Lorenzo, alias il Gladiatore, è il più odiato del condominio. Tutti loro sono inconsapevolmente i protagonisti a Piazza Vittorio, tutti sanno qualcosa, almeno un tassello.

Nei loro racconti c’è la realtà dura del razzismo e del pregiudizio, degli stereotipi e delle incomprensioni in una società cambiante e contraddittoria, complicata e poco avvezza al dinamismo, alla diversità e al concetto del melting pot, il punto di fusione di popoli diversi, l’integrazione. Ma ci sono anche esempi di solidarietà e avvicinamenti inattesi, casi di tolleranza e di successo nella costruzione del crogiuolo multiculturale dell’Italia nel nuovo millennio.

scontrodicivilta

Il Signor Amedeo, personaggio chiave del libro, rispettato straniero che sembra un italiano, di cui nessuno riesce a indovinare la provenienza, conosce tutti i condomini e ogni giorno appunta nel suo diario i pensieri e le sensazioni della vita migrante, la quotidianità della vita migrante in brevi testi che lui chiama “ululati”, e così ricorda anche il vissuto di tutti i vicini.

Stranieri e italiani, uomini e donne sono sempre sul piede di guerra per quell’ascensore che, secondo il professor Antonio Marini, rappresenta “la barriera tra la civiltà e la barbarie”. Secondo la custode Benedetta è un sacro tempio inviolabile che lei protegge da invitati e forestieri, da ospiti indesiderati e da condomini che giudica maleducati. Al contrario per Amedeo l’ascensore è una scatola claustrofobica insopportabile e, per il cuoco Parviz, si tratta di un luogo di meditazione inuguagliabile. Infine il Gladiatore lo vede come uno spazio ideale per orinare e per morire, visto che qualcuno proprio lì mette fine alla sua esistenza. E saranno pochi quelli che piangeranno la scomparsa del giovane. Cominciano le ricerche. A poco a poco l’incastro dei pezzi del puzzle prende forma grazie alle indagini del commissario di polizia Bettarini che prova a ricomporre le storie del condominio di Piazza Vittorio.

Questo Scontro di civiltà è la storia di una comunità variopinta i cui appartenenti, tuttavia, non hanno niente in comune, tranne il fatto di vivere in un quartiere ormai multietnico in uno dei cuori della città eterna e di essere chiamati a testimoniare in qualità di potenziali testimoni di un crimine. Come farti allattare dalla lupa senza farti mordere? Questo era il titolo della prima versione del libro scritta in arabo. Roma, la lupa, forse non morde, ma fa pensare. Lakhous ci invita a vedere con gli occhi degli altri, a percepire l’alterità con ironia e amaramente allo stesso tempo, in altre parole l’autore ci sfida a comprendere, o almeno captare, le integrazioni e le resistenze delle culture migranti in quest’angolo romano della vecchia Europa, sorniona e troppo spesso chiusa in se stessa.

[N.f.d.t. Nota finale del traduttore]

Nella traduzione allo spagnolo di quest’opera, previo accordo tra il sottoscritto, gli editori e i correttori di bozze, s’è deciso di utilizzare a seconda del contesto i due termini spagnoli “migrante” e “inmigrado” per tradurre la parola italiana “immigrato” e modularne alcune sfumature semantiche. Infatti, distinguere in spagnolo tra un “migrante” e un “inmigrado”un termine che nella variante messicana risulta piuttosto pesante e burocratico ed è associato automaticamente all’odiato ufficio stranieri, l’INM o la “migración” del Ministero dell’interno, aiuta a rendere più flessibile il concetto. Questo vola così in due possibili direzioni semantiche dalle diverse valenze culturali, politiche e sociali. Una, quella legata al “migrante”, che è un participio presente (vedi articolo “Ser migrante” di Matteo Dean), ricorda viaggi, dignità, sofferenze e avventure, ci parla di una persona in movimento, costantemente, col suo bagaglio culturale e, forse, le sue speranze di tornare un giorno a spostarsi, ma non necessariamente per tornare al suo paese d’origine. Diciamo che incorpora una visione più romantica e dinamica della migrazione. Quella dell’immigrato o “inmigrado”, che è un participio passato, è un’idea che rimanda, invece, a una presenza fissa, più stabile in certi casi o addirittura clandestina e precaria in molti altri, ma che, ad ogni modo, riguarda etichette e stereotipi, si divincola tra leggi e autorità, ricorda codicilli e permessi più che viaggi e costruzioni, incomprensioni più che integrazioni. Dunque abbiamo differenziato in spagnolo il loro uso perché un migrante è diverso da un immigrato.

[Per chi (?) si trovasse dalle parti di Città del Messico, il romanzo verrà presentato alla IV edizione della Feria del Libro Independiente mercoledì 29 maggio alle 17 presso la Libreria Rosario Castellanos del Fondo di Cultura Economica]

Militante e indigeno in Chiapas? Prigione!

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Lo chiamano il Prof, El Profe. E’ ormai un simbolo delle lotte contadine e dei prigionieri politici in Chiapas e in tutto il Messico. Nel 2000 venne arrestato senza mandato di cattura e poi condannato a sessant’anni di carcere. Condannato a scontare una pena equivalente all’ergastolo per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro-contadino di origine tzotzil è un aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e rappresenta uno dei tanti casi controversi ed emblematici del sistema di ingiustizia messicano, della fabbrica dei colpevoli e della malagiustizia. Ma è anche un simbolo per le sue lotte che da fuori e da dentro la prigione ha saputo condurre in questi anni a favore delle vittime di abusi giudiziari nel paese e delle popolazioni indigene da sempre ai margini. La famigerata ”Fabbrica dei colpevoli” messicana non si ferma mai.

Su Carmilla abbiamo parlato in più occasioni del caso giudiziario, politico e mediatico della francese Florence Cassez (che era solo una goccia nel mare delle ingiustizie), condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema. Le è stata concessa una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti” o “giudizio d’appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “giusto o dovuto processo” da parte delle autorità. Non da “solo” 7 anni ma de ben 12 anni un altro caso fa emergere le carenze e gli abusi del sistema penale di questo paese, soprattutto contro i militanti politici (non era il caso di Florence): si tratta del professore indigeno del Chiapas Alberto Patishtán, un attivista che negli ultimi mesi è riuscito a rompere il muro del silenzio che lo circondava.

Questa volta, però, la Corte Suprema messicana ha usato criteri diversi e ha voltato le spalle alla giustizia. Alcuni si salvano, altri no. Magari perché sono prigionieri politici e sono scomodi al sistema, oppure perché sono indigeni e marginali come ha scritto l’attivista e poeta Javier Sicilia, fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità in questa lettera. Un racconto dettagliato del caso l’ha fatto Andrea Spotti. Di seguito ho tradotto una sintesi del caso da Desinformémonos.Org e ho inserito un documentario appena uscito in spagnolo sul caso del profe Patishtán (vedi sotto), Fabrizio Lorusso] 

 

Documentario “Alberto Patishtán. Vivere o morire per la verità e la giustizia” di Koman Ilel e il Movimento del Popolo del Bosco per la Libertà di Alberto Patishtán. Testo di Alma Sánchez – Durata 60′ 30” – Anno 2013.

L’attivista sociale di etnia tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato messo in prigione per la morte di sette poliziotti in un’imboscata realizzata da un gruppo armato nel territorio comunale di El Bosque (Chiapas, estremo Sud messicano) nell’anno 2000. Lui non s’è mai dato per vinto e dalla prigione s’è organizzato insieme ad altri detenuti per avere giustizia. E’ diventato un instancabile difensore dei diritti umani ed è il prigioniero politico più emblematico in Chiapas attualmente. Questo documentario ricostruisce, partendo da interviste e testimonianze, i veri motivi che hanno portato Patishtán in prigione. Vediamo come il suo popolo ha lottato per cercare di liberarlo ed anche le ingiustizie che da parte degli organi ufficiali di giustizia sono state commesse contro di lui e, di conseguenza, contro tutti i popoli organizzati del Chiapas.

Aggiornamento sul caso

Il 30 aprile scorso l’avvocato di Patishtán, Sandino Rivero, ha informato che il fascicolo sarebbe arrivato al Tribunale Collegiale (incaricato di dirimere il caso dopo la decisione negativa della Corte Suprema) nel lasso di circa 15 giorni, dopo di che è probabile che la risoluzione sia immediata. Il Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha reso noto che la campagna internazionale per la libertà del professore tzotzil è riuscita a trasformare l’hashtag #LibertadPatishtan in un trending topic su Twitter. Le lettere inviate sono state 62.935 e hanno superato l’obiettivo di 4.686 lettere, una per ogni giorno di reclusione.

Le lettere recapitate ai magistrati del Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutiérrez (capitale del Chiapas), e al magistrato Juan Silva Meza, del Consiglio della Magistratura Federale, sono state 5.986. Intanto gli attivisti Solidarios de la Voz del Amate, i gruppi, collettivi e militanti del mondo intero continuano a esprimersi in favore della libertà del prigioniero politico Alberto Patishtán Gómez e anche i membri della Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati proprio nei primi giorni di maggio si sono pronunciati per la sua libertà. Nella stessa settimana il governatore Manuel Velasco s’è recato nella comunità El Bosque per annunciare la costruzione di un campo sportivo e non s’è espresso sul caso Patishtán, anche se qualche settimana prima gli aveva fatto visita nel penitenziario di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas.

Patish libertad

Riassunto delle mobilitazioni 

Il 19 aprile scorso il compleanno di Patishtán è stato festeggiato con protesta mondiale. Migliaia di persone hanno manifestato per la libertà de “el profe”, come è chiamato con affetto dai suoi amici e compagni. Le manifestazioni sono state realizzate in tantissimi paesi e città (vedi anche su FB): Tuxtla Gutiérrez, Città del Messico, Tijuana, Guadalajara, Morelos, Spagna, Francia, Stati Uniti, Grecia, Argentina, Italia, Canada, Svezia, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Austria, Brasile, Belgio, Regno Unito, Cile, Colombia e Svizzera.

L’organizzazione civile Las Abejas de Acteal ha letto un comunicato in cui ha espresso la sua profonda indignazione per la liberazione (in un processo farsa) dei 15 paramilitari che nel 1997 parteciparono al massacro di 45 indigeni tzotzil [parte della strategia repressiva del governo dell'ex presidente Ernesto Zedillo contro l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, EZLN] ed ha voluto anche esigere la libertà di Alberto Patishtán. Le Abejas hanno precisato riguardo alla giustizia: “Signori magistrati: è vero che voi non avete rispettato i popoli indigeni, ma ad ogni modo vogliamo dirvi como si vedono le vostre azioni a partire dalla nostra visione del mondo indigena tzotzil… Che succede per esempio se un’autorità è corrotta e agisce in modo parziale e favorisce un colpevole? Quello che succederà è che quell’autorità viene rimossa dalla comunità, ma questo non è il peggio. Il peggio è che quelle persone perdono tutto il rispetto e la fiducia che meritavano come autorità”.

Infine inserisco l’ultima lettera di Patishtán datata 13 maggio 2013.

All’Opinione Pubblica

Ai mezzi di Comunicazione Statali, Nazionali e Internazionali

Ai Mezzi Alternativi

Agli aderenti alla Sesta

Alle Organizzazioni Indipendenti

Ai Difensori dei Diritti Umani

Prigioniero Politico della Voz del Amate, Alberto Patishtan Gómez, Aderente alla Sesta, recluso nel “Centro di Riadattamento Sociale” (CeReSo) No. 5 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Noi tutti, messicani e messicane, desideriamo vivere sotto il tetto della Giustizia e della Dignità, ma solo vediamo giorno dopo giorno le richieste di quella Giustizia che i nostri fratelli aspettano, così come noi reclamiamo come persone detenute ingiustamente dall’ingiustizia. A quasi 13 anni dall’incarcerazione, di nuovo aspetto la decisione del Primo Tribunale Collegiale del Ventesimo Distretto del Chiapas, questa volta spero che studino e analizzino esaustivamente secondo diritto e che così io possa ottenere la libertà.

Allo stesso modo insisto con il Governatore Manuel Velasco Coello affinché esegua le liberazioni immediate di tutti i miei compagni Solidarios de la Voz del Amate, così come s’era espresso durante la sua visita in questo penitenziario il 18 aprile, così come l’ha dichiarato in altre occasioni questa storia di ingiustizia non deve ripetersi più, deve prevalere la Giustizia, e come esempio deve realizzarsi con i già citati casi perché sono casi di competenza dello stato del Chiapas.

Da ultimo invito la Società Civile e le Organizzazioni Indipendenti Statali, Nazionali e Internazionali a continuare a chiedere la Giustizia vera che tutti e tutte vogliamo.

¡Vivir o Morir por la Verdad y la Justicia!

Fraternamente

Prigioniero Político La Voz del Amate

Alberto Patishtan Gómez (firma)

Penal No. 5, San Cristóbal de Las Casas Chiapas, a 13 de mayo de 2013.

Le macerie di Haiti: il libro sulla rivista Punto d’Incontro México

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12 maggio 2013 - Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente. Sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. Haiti è Dafney che ogni sera prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di se stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. È la domenica dei bambini in attesa del gelato di Padre Rick. È la tragedia dei corpi senza volto e senza nome ammassati nella morgue.

[Lee este artículo en español] [Punto d'incontro su Facebook]

Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio duemiladieci, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre duecentocinquantamila vittime e un milione e mezzo di senza tetto.

Romina nell’ottobre duemilaundici, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che le macerie di Haiti non sono soltanto quelle lasciate dal terremoto.

Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, giornalisti italiani autori di questo testo, hanno deciso di devolvere all’Aumohd, associazione attiva sul territorio haitiano, i proventi derivanti dal diritto d’autore di questo libro che si trova in vendita alla Libreria Morgana di Città del Messico e —online— su ibs.it,Amazon e le principali librerie online.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 12 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è http://LamericaLatina.Net

Romina Vinci è una giornalista nata nel1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è http://rominavinci.wordpress.com

Intervista a Romina Vinci
sul libro Le Macerie di Haiti

ARTICOLI CORRELATI
La mia Haiti. Di Adalberto Cortesi (15 gennaio 2010).
Terremoto devasta Haiti. (13 gennaio 2010).
Recensione de “La valigia blu” sul libro Le Macerie di Haití.
La Santa Muerte messicana, di Fabrizio Lorusso.

(fabrizio lorusso / romina vinci / puntodincontro.mx / adattamento di massimo barzizza)

Lettera di un devoto al Cardinal Gianfranco Ravasi su San La Muerte/Santa Muerte

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LETTERA APERTA AL CARDINAL GIANFRANCO RAVASI E A TUTTE LE AUTORITA’ CATTOLICHE, NONCHE’ A TUTTE QUELLE PERSONE CHE GIUDICANO LA DEVOZIONE ALLA SANTA MUERTE COME UN CULTO SATANICO (di Donato Riccardi - original link)

Rev.mo Cardinal Ravasi,

scrivo questa lettera aperta, indirizzata alla sua rispettabile persona in merito a quanto da lei pronunciato sul culto della Santa Muerte (la Santa Morte) e quindi indirizzata anche a quella parte di cattolici (e non) che non conoscendo questo culto (rispettabile come tutti gli altri) tendono a giudicare e ad imporvi il proprio giudizio con tanto di condanna (che mi ricorda gli scribi e i farisei al tempo di Gesù). Lei definisce il mio culto (mio in quanto totalmente personale e privato, perchè sono devoto di San La Muerte,variante argentina maschile della Santa Muerte) come ” un culto blasfemo, una degenerazione della religione “ . Io personalmente non ci vedo nulla di blasfemo nel riconoscere e venerare una componente cosi naturale ed evidente della natura e dell’universo come la Morte; lo facevano gli indigeni dell’America Latina, prima che i conquistadores spagnoli imponessero con la forza e con tanto sangue versato in nome di Dio, la religione cristiana (cattolica e protestante). Lei definisce queste pratiche «antireligiose», aggiungendo: «La religione celebra la vita, ma qui c’è solo morte. Non basta prendere le forme di una religione perché ci sia religione. In questo mi trova d’accordo e le rendo atto: infatti questa devozione popolare, che nasce dal cuore di milioni di credenti in tutto il mondo, senza imposizioni di nessun tipo, non vuole affatto diventare una religione, con tanto di dogmi, sentenze, condanne,guerre sante e caste gerarchiche con interessi economici e di potere. Da studioso lei sa bene che ogni concetto in natura contiene in se il suo opposto, com’è possibile quindi celebrare la vita, senza riconoscerne il suo termine naturale, stabilito da Dio nella sua onnisapienza attraverso le immutabili leggi della natura?! Lei dice  «La mafia, il traffico di droga e il crimine organizzato non hanno aspetti religiosi, non hanno niente a che vedere con essa, anche se usano l’immagine della Santa Morte».  Io personalmente, come tanti altri devoti, non ho nulla a che vedere con la mafia, la droga, il crimine organizzato a differenza di quella Chiesa di cui lei fa parte (ed anche io visto che sono cattolico battezzato come molti altri devoti della Santa Muerte)  che tanti misteri nasconde e tanti crimini e lotte di potere correlate a personalità dalla dubbia integrità morale. Molti boss mafiosi sono devoti di San Gennaro, Santa Rosalia, San Giuda Taddeo ecc… Eppure questo non significa che la devozione a codesti rispettabili Santi sia un atto di blasfemia; o vogliamo forse soffermarci all’aspetto, un po forte con cui è rappresentata la Morte? Ma cosi facendo non cadremmo nella tanto criticata e combattuta dalla Chiesa Cattolica, cultura dell’immagine?! Le ricordo inoltre che tantissime altre devozioni popolari in seno alla chiesa cattolica sono impregnate di stregoneria o magia popolare (basti pensare ai legamenti d’amore di Santa Marta o Sant’Antonio). E questo è dovuto, oltre al naturale sincretismo culturale e religioso, sopratutto all’imposizione della religione cristiana, da parte del potere economico,politico e religioso occidentale, verso i paesi conquistati (gli ultimi e i poveri amati da Gesù, ma non tanto dalla chiesa), approfittando della povertà e della mancanza di istruzione per fare vero e proprio colonialismo religioso. Cardinal Ravasi lei è una persona intelligente che stimo moltissimo, da cui non mi aspettavo delle accuse cosi pesanti ed infondate su una devozione che in verità non fa male a nessuno, ma che aiuta tante persone oneste e sincere ad andare avanti nella vita e che come tutte le credenze contribuisce alla crescita personale e spirituale di ogni singolo individuo che “liberamente” sceglie di aderirvi. Ma non è che forse il vero dato preoccupante per Lei e la casta religiosa dei vertici vaticani è il numero di devoti in continuo aumento che preferiscono la devozione popolare al formalismo religioso ?! Con questo la saluto e la invito a studiare meglio e toccare con mano i fenomeni religiosi che nascono e si evolvono in risposta a quello che la chiesa cattolica forse non riesce a dare più alle persone.

Con sincero affetto.

Donato Riccardi

san la muerte

Canti Orfici – Cantos Órficos de Dino Campana (lectura italiano-español)

 

Grabación del programa radio ITINERARIOS (9/5/13) conducido por José Manuel Recillas en http://www.ciudadradio.mx/ - Lecturas de Fabrizio Lorusso (italiano) y Eduardo Romero (español) de los Cantos Órficos (Canti Orfici ) del poeta italiano Dino Campana. Gracias a Oscar por el soporte técnico. dino ciudad r grande

Lista poemas:

La chimera – La quimera
Il canto della tenebra – El canto de la tiniebla
La petite promenade du poete
Firenze – Florencia
Sogno di prigione – Sueño de prisión
Genova
Donna genovese – Mujer genovesa
A una troia dagli occhi ferrigni – A una puta de ojos ferrizos
Buenos Aires
Une femme qui passe

dino cantiorfici

Alberto Patishtán e la fabbrica dei colpevoli in Messico (documentario)

 Da: Desinformemonos.ORG

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Documental de la vida y lucha del preso político de El Bosque, Chiapas

Alberto Patishtán Gómez es un profesor tsotsil, originario del pueblo de El Bosque en los Altos de Chiapas, México. Está recluido en prisión desde el 19 de junio del 2000, sentenciado a 60 años por un crimen que no cometió, y por el que fue acusado como una venganza política, a causa de impulsar la lucha de su pueblo en contra de los abusos del gobierno local.

Este documental aborda la historia de esta injusticia, a la vez que relata cómo Alberto y su pueblo, han logrado siempre mantener en alto la frente y nunca dejar de luchar por democracia, libertad y justicia.

– Copia, rola y difunde este video. Descárgalo dando click acá.Organiza proyecciones en tu barrio o con tu banda. Busca tus propias maneras de difundirlo. Súmate a la lucha por la #LibertadPatishtan –

Una Realización de Koman ilel y el Movimiento del Pueblo de El Bosque por la Libertad de Alberto Patishtán

http://albertopatishtan.blogspot.mx
http://komanilel.org

Polizia vs Studenti @Statale_di_Milano

Sgomberi, polizia, spazi sociali, autonomie e studenti: ecco un breve video dello sgombero dell’Ex-Cuem alla Statale di Milano per renderci conto (se non lo visualizzi, clicca qui). Segui qui su twitter. Iniziative da stasera in poi. Mentre anche in Messico, dove la polizia e le autorità in genere non sono certo note per benevolenza e capacità (o volontà) di dialogare, due grossi conflitti, che hanno coinvolto l’università, gli studenti e le autorità della capitale e quelle federali, sono rientrati in maniera abbastanza civile, in Italia il dialogo muore e gli spazi di libertà spariscono. Il conflitto della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), che ha coinvolto la rettrice, i docenti, gli studenti e il sindaco di Città del Messico a più riprese, e quello recente degli studenti superiori che avevano occupato la rettoria dell’ateneo più grande dell’America Latina (la UNAM) hanno avuto soluzioni soddisfacenti per le parti coinvolte (non al 100%, chiaro, ma gli accordi politicamente stanno reggendo o hanno favorito uno sbocco ragionevole). Altri conflitti nazionali sono invece di più difficile risoluzione (per esempio quello sulla riforma educativa e i docenti degli stati più poveri) e non dubito (e non lo auspico chiaramente) che, prima o poi, l’anima dura degli apparati statali si rifarà sentire. Gli esempi qui sopra (e non entro nei dettagli) servono solo a capire che con repressione e testardaggine, a mio modesto parere, non si risolve nulla (e sembra pure una gran banalità, ma credo sia meglio ripeterlo, soprattutto ai detentori di forza, potere, rettorati e ufficialità varie).

Ma torniamo in Italia, a Milano, dove presto tornerò per passare l’estate e dove troverò un’aria, come dire, repressa, e anche un po’ depressa. E se poi troverò anche la polizia in università e, stiamo a posto. Intanto lo spazio della libreria è stato rioccupato dagli studenti (link).

Infine qualche fatto. Riporto da GlobalLa libreria Ex-Cuem esiste da diverso tempo in Università Statale. Uno spazio occupato, lasciato vuoto per tanto tempo e tornato a vivere grazie all’impegno di diversi gruppi di studenti universitari che l’hanno riaperto e reso vivo. L’Ex-Cuem è già stata sgomberata a più riprese e ogni volta il progetto ha ripreso vita nuovamente, a testimonianza di una forza e di un radicamento che evidentemente nessuno può derubricare come marginali. Nel corso del fine settimana nuovamente questo spazio è stato chiuso, ma non solo: ogni struttura presente all’interno è stata divelta, smantellata, distrutta. Lo spazio che era usato e vivo grazie ai collettivi che l’occupavano è stato reso inagibile e vuoto dal Rettore. 

Ex cuem Sgombero