Sai cos’è Netflix, Cleo? Una riflessione sul film Roma di Alfonso Cuarón

[Questo articolo é apparso su NapoliMonitor]

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di Caterina Morbiato e Carlos Acuña

Capita alle volte di mettere le mani su vecchie fotografie di gente mai conosciuta — come quelle che si trovano nei mercatini di anticaglie, tutte arcuate e con i bordi frangiati — e di rimanere sedotti da un particolare. È un dettaglio che ha qualcosa di familiare: la maniera in cui il fumo della sigaretta esce dalle labbra di quella donna, coprendole tutto il viso; il muro viscido di un molo; lo sguardo da condannata della giovane nel giorno del suo matrimonio. Più osserviamo la foto e più ci assale una sensazione: quell’attimo ibernato chissà quando e da chissà chi, l’abbiamo vissuto un po’ pure noi.

Roma, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, ha questo strano e raro potere: fa assaporare la familiarità. Sensualmente, apre piccole brecce da cui possiamo pescare, come da una carrellata di diapositive, dettagli che prendono le fattezze di un nostro ricordo. Vincitore del Leone d’Oro alla 75esima edizione del festival di Venezia, di due Golden Globe e papabile trionfatore ai prossimi Oscar, Roma ha iniziato a far parlare di sé con mesi di anticipo sulla proiezione nelle sale. Fin da subito la pellicola dell’autore di Gravity e Y tu mamá también ha stuzzicato la curiosità del pubblico. In Messico, paese natale del regista, Roma è stata festeggiata come un’opera maestra. Le ragioni sono chiare. Cuarón è riuscito a combinare, attraverso una delicata narrativa, l’intimità di una storia personale e le vertigini di alcuni eventi chiave nella storia recente del paese e della città, come il cosiddetto halconazo, il massacro di circa un centinaio di studenti per mano di paramilitari avvenuto il 10 giugno del 1971. Ma anche perché Roma tocca temi che sono ancora tabù nella società messicana, come l’abissale disuguaglianza che persiste tra le classi sociali e che, sebbene non sia esplicita nel film, contiene un categorico elemento razziale.

Il 13 dicembre scorso, a poche ore dal lancio su Netflix, il film è stato proiettato gratuitamente a Città del Messico nel parco de Los Pinos, l’ormai ex residenza presidenziale che Andrés Manuel López Obrador — presidente eletto nelle elezioni del luglio 2018 — ha deciso di convertire in uno spazio culturale aperto alla cittadinanza. Fino al primo dicembre scorso — giorno d’insediamento del nuovo governo — l’accesso a Los Pinos era riservato esclusivamente ai governanti e al loro seguito; la proiezione di un film come Roma, il primo a essere presentato nell’antica casa presidenziale, sigilla simbolicamente l’inizio di quella che si conosce come la “quarta trasformazione”, la svolta politica e sociale vaticinata dal nuovo governo su cui gravitano non poche aspettative.

Anche se in diverse interviste Cuarón ha dichiarato che non ha mai avuto intenzione di fare un film di denuncia, i temi discussi, il momento storico in cui si svolge la storia, le caratteristiche della protagonista ma anche la stessa decisione di organizzare una proiezione in uno scenario “liberato” come quello de Los Pinos, fanno di Roma — nonostante le dichiarazioni dell’autore — un oggetto politico.

Il razzismo in Messico è una questione controversa, non sempre accettata, e Roma si presenta in un momento in cui alcuni media hanno iniziato a mettere in discussione gli stereotipi che sono stati riprodotti per anni sia nella pubblicità che nell’intrattenimento. Per anni, essere un attore e avere la pelle scura in Messico ha significato essere condannato a non ottenere mai un ruolo da protagonista e limitarsi a parti marginali e stereotipate: la cameriera, il criminale, il sicario, il povero. Il razzismo è ancora una forma di spettacolo.

Ma l’impatto politico di Roma è rintracciabile anche nelle discussioni che si sono accese sulle condizioni delle lavoratrici domestiche, una popolazione che s’ingegna per vivere tra salari bassi (la maggior parte guadagna tra i cento e i duecento euro al mese), la carenza di diritti lavorativi (tredicesima, maternità, ferie e malattie pagate, pensione) e violenze di vario tipo, anche abusi sessuali. In Messico sono circa due milioni e mezzo le persone impiegate in questo settore, si tratta prevalentemente di donne di origine indigena e nel 90% dei casi non hanno nessun tipo di contratto formale. A inizio dello scorso dicembre il nuovo governo ha annunciato che ratificherà la convenzione 189 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, una norma (sottoscritta anche dall’Italia nel 2013) che prevede il riconoscimento di alcune tutele basiche per chi lavora nel settore domestico.

In un paese come il Messico essere donna, indigena e lavoratrice domestica, significa essere tre volte invisibili e Cuarón non sceglie un percorso semplice facendo di Cleo Gutiérrez, un giovane mixteca che lavora in una famiglia di classe medio-alta nella Città del Messico dei primi anni Settanta, la sua protagonista. La bellezza con cui viene avvolta questa invisibilità sembra cercare di dissolvere un debito storico, di rendere giustizia a quei personaggi eternamente emarginati dalla politica e dalla storia, stereotipati in televisione e violati nella vita di tutti i giorni. Ma Cuarón è in grado di evitare di cadere in questi stessi stereotipi?

La cura per il dettaglio nel film è maniacale. Impossibile non soccombere a quella sinfonia perfetta in cui le immagini in bianco e nero sono sincronizzate con sonorità urbane piene di sorprese, con la ricostruzione puntigliosa di scenari d’epoca: dal quartiere Roma, che dà il titolo al film, agli scorci del centro storico o, ancora, ai sobborghi fangosi di Netzahualcóyotl. Ogni scena è sovraccarica non solo di nostalgia ma anche di dettagli sull’identità popolare messicana. A questo ritratto vintage si aggiungono le strizzatine d’occhio al realismo magico (la scena di addestramento paramilitare con il professor Zovek, l’Harry Houdini messicano, è esemplare) che ridanno vita alla Comala di Juan Rulfo o al Macondo di García Márquez. Ogni scena scorre con una naturalezza che sembra non corrispondere al cinema, ma alle disgrazie quotidiane.

Ma in questo torrente estetico, così profondamente sensuale, c’è qualcosa che non quadra del tutto. È il personaggio di Cleo, la protagonista, interpretata da Yalitza Aparicio, attrice non professionista originaria di un paese dello stato di Oaxaca. Cleo non si arrabbia mai. Nemmeno per un momento la attraversa il minimo guizzo d’ira di fronte ai momenti duri che le tocca vivere. Non si lamenta, non si fa prendere dalla collera, non storce mai la bocca, nemmeno per far uscire uno sbuffo. Pulisce con un panno la cornetta del telefono dopo aver risposto e prima di passare il ricevitore alla padrona di casa; al momento di rimanere incinta dipende interamente dalla “bontà” dei propri datori di lavoro, che non conoscono nemmeno il suo nome completo; resta senza difesa contro l’arroganza degli altri: nel corso della storia sul suo volto vediamo scorrere tristezza, paura e felicità, ma per la stizza, per il risentimento non c’è alcuno spazio. Stretta tra la pazienza eterna e il silenzio, il suo ruolo è relegato a quello di un mansueto angelo del focolare, incapace di provare furia, malcontento o almeno un accenno di ribellione o disobbedienza.

Roma pecca di condiscendenza. La bellezza perfetta delle sue scene va sfumata con la poca verosimiglianza di un personaggio che non solo appare poco credibile ma anche ricattatore: quello che ne emerge è lo stesso stereotipo, ora riproposto con una patina politically correct. Così, mentre si celebra l’apparizione di Yalitza Aparicio in riviste come Vogue, a mo’ di tributo alla popolazione indigena da parte del mondo dell’industria della moda (o come se fosse una trasposizione moderna di Cenerentola), il conduttore tv statunitense Jimmy Kimmel — come se si trattasse di una bambina selvaggia, cresciuta tra i coyotes e appena recuperata dalla sierra di Oaxaca — le chiede se sapesse cosa fosse Netflix prima di iniziare a girare il film.

Di certo l’intenzione di Cuarón non è mai stata quella di riprodurre una visione razzista, sessista o classista. Eppure ritrarre gli indigeni come esseri beati, come docili martiri la cui primaria virtù è una sottomissione eroica, può dire molto rispetto allo sguardo che prevale in un intero paese  che, nonostante le aspettative del momento politico che attraversa, ci metterà ancora un po’ a superare i propri atavismi. Varrebbe la pena chiedersi, anche da questa parte del mondo, fino a che punto condividiamo e riproduciamo questo sguardo.

 

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