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Ruido #2- Rodrigo Abd: la quotidianità davanti alla vita e alla morte

 10/07/2020  Di: , ,


Nel secondo capitolo di Ruido, la nostra rubrica fotografica, abbiamo intervistato Rodrigo Abd, un fotogiornalista impegnato da vari anni a documentare storie di vita e di morte in America Latina e in Medio Oriente


Di Alessandra Cristina

Rodrigo Abd è un fotografo sincero, è di quelle persone che vanno dritte al grano, senza effetti che possano modificare l’ambiente e senza alterare la realtà che cattura l’attenzione del suo occhio e della sua macchina fotografica. Rodrigo cammina tra le rovine del devastante terremoto di Haiti del 2010, racconta la vita delle ostetriche rurali in Guatemala, accompagna degli uomini armati e gioca a biliardino con dei bambini durante la primavera araba in Libia nel 2011. Compra una macchina fotografica di legno e ritrae delle regine maya e degli uomini afgani. Vince un Pulitzer per le sue fotografie in Siria ed è il benvenuto nelle case dei pandilleros in Guatemala.

Tre foto realizzate con una macchina fotografica di legno della serie Maya Queens, Guatemala, 2011 (Rodrigo ABd)

Tutto inizia nell’estate del 2003. Rodrigo era su una spiaggia della costa atlantica vicino al Rio de La Plata. Si trovava lì come inviato del quotidiano La Nación per una serie sull’estate degli argentini. Gli squilla il telefono: ‘‘Ti mandano in Centro America’’, gli dice una voce in inglese dall’altro lato del continente. La Associated Press lo sceglie come inviato in Guatemala, dove deciderà di restare per nove anni, catturando attraverso la fotografia storie di vita e di morte in un paese poco conosciuto dai grandi giornali di politica internazionale. In Guatemala Rodrigo inizia a investigare aldilà delle grandi notizie, accompagnato sempre dalla sua macchina fotografica mentre cammina per le strade e i cimiteri del paese. È così che nascono progetti fotografici tanto reali quanto forti come Guatemala Maras, realizzato tra il 2003 e il 2005.

La Mara è un gruppo organizzato di pandillas associate che si è formata a Los Angeles negli anni ‘80 e ‘90, durante gli anni della guerra civile in El Salvador. È nata per ‘‘proteggere’’ i migranti salvadoregni, guatemaltechi e honduregni contro le altre bande di migranti latini.  Nel 1992, quando è stata firmata la pace, molti di loro sono stati deportati verso i loro paesi d’origine dove hanno continuato ad organizzarsi. Generalmente i pandilleros della mara portano dei tatuaggi distintivi come simbolo di fedeltà e possono entrare a farne parte a partire dai 12 anni.

Considerando che la maggior parte delle tue foto ritraggono realtà molto pericolose in Siria come in Guatemala per esempio, come fai ad entrare in certi quartieri e a creare empatia con i soggetti delle tue foto?

L’empatia si crea passando molto tempo con le persone, approcciandosi alle storie senza pregiudizi, raccontando ai protagonisti dei ritratti il motivo per cui è importante raccontare le loro storie in maniera onesta. A me piace mostrare l’altro lato delle notizie già conosciute e diffuse da parte dei mezzi di comunicazione massivi; quindi dico alla gente con franchezza che voglio mostrare le loro storie affinché tutti possano sapere e si mettano nei loro panni, affinché il resto della gente possa capire le loro lotte per la sopravvivenza in contesti durissimi. E questo mi è successo con i pandilleros in Guatemala, con i lavoratori delle pompe funebri di quel paese, con i pescatori artigianali e i lavoratori della coca in Perú, con i sopravvissuti al terremoto ad Haiti nel 2010,etc… Io credo che l’intento è stato sempre cercare di umanizzare i personaggi delle mie storie.

Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)

Quel che per qualcuno può sembrare un orrore, per altri significa la quotidianità. Per Rodrigo vivere in Guatemala significa anche avvicinarsi all’immagine della morte come testimoniano le sue foto delle serie Calaqueros, Guatemala Second Death, Exhumation Civil War e Emergency Room. 

I Calaqueros per esempio, sono uomini e donne – ma soprattutto uomini – che si approfittano del gran numero di omicidi quotidiani in Guatemala. Seguono le ambulanze fino alle scene  del crimine e una volta sul posto chiamano velocemente i familiari delle vittime per offrirgli i loro pacchetti funerari al miglior prezzo. E Rodrigo, durante gli anni in cui ha vissuto in quel paese, ha partecipato a questi funerali e ai preparativi che li precedono accompagnando i lavoratori di questo settore. Inoltre, in Guatemala c’è una tassa per il rinnovo del diritto di nicchia nei cimiteri, costa 200 quetzales (26,8 dollari). Quando non si può pagare, si rompono le nicchie per prendere quel che resta dei cadaveri e liberare il posto, come testimonia la serie Guatemala Second Death.

‘‘A me interessava raccontare che, in Guatemala, dove c’è una cultura molto profonda riguardo i morti, dove c’è un giorno speciale per andare a vederli e si fa del cibo, che nonostante qui la morte assuma un significato particolare, la situazione è talmente allucinante che per molte persone è una fortuna avere duecento quetzales per poter rinnovare per quattro anni il diritto alla nicchia’’, racconta il fotografo in un’intervista a Arnoldo Gálvez Suárez per il giornale online Plazapublica.com.Il problema è anche di carattere politico perché i telegrammi che avvisano i familiari dei defunti non arrivano in certi posti e in certe zone: ‘‘[…] questo parla della povertà, del paese e di tutta la miseria. E sai perché? Perché alla fine si riduce tutto solo ai soldi. Queste persone si sono rese conto che scavare una fossa, oltre alla necessità di avere un posto perché nessuno costruirà un altro cimitero, genera soldi. Significa soldi per il cimitero’’.

Prendendo come esempi alcune serie come Civil War Exhumations, Second Death e Emergency Room dove la maggior parte dei soggetti sono morti o feriti, pensi che esista un limite etico del fotografo? Qual è il tuo?

Io credo che ci sono dei limiti etici nel momento in cui si scatta una fotografia o si entra in uno spazio di dolore e ogni situazione deve essere valutata caso per caso. Della serie del pronto soccorso ricordo sempre la foto di un pompiere – con il quale avevo trascorso moltissimo tempo per un progetto che ho fatto sul loro importantissimo lavoro nella tragica realtà guatemalteca- che ride guardando il corpo su una barella di un presunto pandillero morto. Si potrebbe pensare che non sia etico ridere di un morto e tantomeno fotografarlo in modo così irrispettoso, ma quel che volevo raccontare io con quell’immagine è il fatto che per un pompiere la morte è la cosa più quotidiana del mondo, in un paese dove vengono assassinate in media 17 persone al giorno, delle quali il 100% vengono raccolte dai pompieri che così diventano dei sollevatori di cadaveri. Quello che importa è documentare senza censure, seguendo sempre i principi etici che hanno collocato la fotografia come documento fondamentale delle nostre società.

Dalla serie Emergency Room. Guatemala, 2010 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Calaqueros, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Calaqueros, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Guatemala Second Death, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Guatemala Second Death, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)

Nel 2006 propongono a Rodrigo di andare a coprire il conflitto in Afghanistan. Deve accompagnare le truppe degli Stati Uniti, nonostante siano l’esercito invasore. Una volta lì si rende conto che i soldati degli Stati Uniti guadagnavano uno stipendio e che molti di loro con quei soldi aiutavano a mantenere le famiglie, che in molti casi dipendevano da loro. Si rende conto anche che la maggior parte erano adolescenti in un deserto completamente estraneo a loro e che anche loro erano vittime di quella guerra sporca.  Rodrigo parte con l’intenzione di sottolineare l’eroismo dei soldati. Ma, una volta che le foto venivano pubblicate su Stars and Stripes, il giornale dell’esercito, provocavano l’effetto contrario, tranquillizzando allo stesso tempo le madri di quegli adolescenti vestiti da militari perché gli mostravano che erano ancora in vita.

Il problema reale, secondo quanto afferma il fotografo a Plazapublica.com, è l’uso che grandi agenzie come l’Associated Press per la quale lavora, fa delle sue fotografie o di quelle dei colleghi, perché una volta che l’autore invia le foto, queste sono vendute ai vari mezzi di comunicazione che possono manipolare le immagini a loro piacimento.

Che significa essere fotogiornalista oggi?

Essere giornalista continua ad essere un lavoro importante, perché adesso più che mai è necessario scoprire delle storie interessanti, quelle che nonostante il bombardamento di tantissime notizie spazzatura, continuano ad essere fondamentali per capire questo mondo complesso. Non importa il formato: possono essere foto, video, testo o tutto questo insieme come si fa adesso per il web.

Nel 2011, dopo lo scoppio delle primavera araba, Rodrigo è  in Libia. Cambiano le figure politiche e gli scenari geografici ma non il protagonista principale: il popolo. Rodrigo è di nuovo in mezzo alla gente, regalandoci ritratti e scene di una realtà quotidiana alla quale non siamo abituati in altre zone del pianeta. A volte sono immagini violente, a volte intime e dolorose e altre volte ancora sono immagini di una tenerezza estrema, come nel caso della bambina di spalle che guarda il Mediterraneo. Ma nonostante tutto sono sempre immagini reali, in prima persona e senza filtri.

Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)

Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)

Nel 2012 Rodrigo è inviato per ben due volte a coprire il conflitto tra l’esercito del governo e i ribelli in Siria. Già nel 2006, grazie ad una foto della serie delle maras aveva vinto il terzo premio del World Press Photo, ma è nel 2012 che vince il primo premio nella categoria Informazione Generale con la foto di Aida, una donna siriana che nella zona di Idib ha perso il marito e i due figli per un attacco dell´esercito.

Nel 2013, insieme al messicano Narciso Contreras, l´egiziano Khalil Hamra, il giordano Mohamed Muheissen e lo spagnolo Manu Bravo, colleghi dell`Associated Press, vince il Premio Pulitzer per il lavoro fatto in Siria tra febbraio e marzo del 2012. ‘‘Eravamo in giro per coprire il conflitto’’, racconta il fotografo al giornale online noticias.terra, ‘‘e non ci siamo mai incontrati. È geniale il fatto che sia stato un premio di gruppo perché il nostro lavoro è sempre molto individuale’’.

Aida, dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

Ci sono molte armi nelle tue fotografie, consideri la fotografia un’arma?

La fotografia è un’arma importante, anche se a volte credo che sia molto meno efficace rispetto ai fucili veri, o a questi droni che uccidono a centinaia di chilometri di distanza. Questo è triste ma reale. Quel che ci resta è lavorare duramente, coscienti, affinché il nostro mezzo sia un detonatore di riflessioni, che arrivi il più lontano possibile a quegli angoli del mondo in cui non si rendono conto quanto siamo fottuti. La fotografia come un’arma di riflessione, umanizzante, un linguaggio orizzontale che dovrebbe rompere con tutte quelle barriere che ci allontanano, come il progetto sinistro del muro che Trump vuole costruire tra paesi fratelli.

Nell’ultimo periodo Rodrigo, insieme ad altri 17 fotografi e fotografe di 13 paesi, ha partecipato al progetto collettivo Covid Latam sulla propagazione del virus in America Latina. Nel progetto si mostrano alcuni aspetti politici, sociali, quotidiani e intimi durante i mesi di pandemia. Questo progetto è pubblico e visibile su questo profilo Instagram

Ogni singola foto di Rodrigo racconta una storia, una realtà e una quotidianità vere. Le sue foto mostrano che ci sono posti nel mondo dove per vivere è necessario ridere davanti alla morte, che ci sono quartieri dove alle vedove non resta altro del marito se non la sua maglietta sporca di sangue. Le fotografie di Rodrigo parlano di città in cui i bambini imparano ad usare delle armi sin da quando sono molto piccoli, mentre le bambine danno le spalle a tutta la realtà violenta che sono costrette a vivere sedute mentre guardano il mare.

Le immagini di Rodrigo Abd ci mostrano che ci sono numerosissimi modi di vivere la vita e la morte. Il suo occhio ci offre la possibilità di guardare più in là dell’indignazione e ci invita a rompere il muro della ‘‘normalità’ ’nel senso univoco del termine. Le sue fotografie gridano che il mondo non è uguale per tutti e che ci sono infiniti punti di vista per guardarlo, davanti alla vita e anche davanti alla morte, senza alterare ciò che l’occhio vede, senza nessun tipo di filtro.

Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

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