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Christian Alfonso Rodríguez Telumbre – Il ballerino dagli stivaletti bianchi

 11/07/2020  Pubblicato da: 

Disegno di Christian, studente di Ayotzinapa
Christian Alfonso Rodríguez Telumbre, studente di Ayotzinapa
Immagine dal progetto #IlustradoresConAyotzinapa. Autrice: Haydee Flores

Con l’autorizzazione della casa editrice Ediciones Proceso riproduciamo in traduzione italiana la storia del giovane Christian Alfonso Rodríguez Telumbre, scritta dalla giornalista Patricia Sotelo Vilchis. Il testo, fa parte del libro Ayotzinapa. La travesía de las tortugas: un’opera scritta da 43 autrici e autori che hanno narrato la storia di ognuno dei 43 studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, desaparecidos per mano di funzionari del governo messicano la notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014 a Iguala, nello stato di Guerrero. Il libro racconta anche le storie degli studenti Julio César Ramírez Nava, Daniel Solís Gallardo e Julio César Mondragón, assassinati durante quella tragica notte, e quella di Aldo Gutiérrez Solano, ancora in stato vegetale per il colpo di pistola sparato dalla polizia municipale che lo ferì alla testa. Il libro, la cui prima edizione è stata pubblicata nel 2015, è un progetto del collettivo giornalistico Marchando con letras, nato in seguito alla sparizione dei 43 studenti. Traduzione di Caterina Morbiato e Alessandro Bricco

Christian Alfonso Rodríguez Telumbre

Il ballerino dagli stivaletti bianchi

Patricia Sotelo Vilchis

Cosa faresti se Christian apparisse?

A Lucía brillano gli occhi e subito si copre il viso con le sue mani sottili. Senza far caso al peso dell’espressione né all’ironia del suo significato, solo riesce a dire: “Muoio!”

Lucía Vázquez è la fidanzata che Christian Alfonso Rodríguez Telumbre ancora non conosce, quella che non ha mai visto. Ma lei, senza rendersene conto, ha covato un sentimento simile all’ansia, alla voglia di vederlo, anche se non lo ha mai guardato negli occhi e non ha mai sentito la sua voce.

I loro destini si sono incrociati nell’assenza di lui dopo il 26 settembre, quando Christian e altri 42 studenti della Normal “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa sono stati fatti sparire a Iguala. 

Scossa dall’indignazione, Lucía (che mi ha chiesto di non usare il suo vero nome) si è unita alle proteste e alle manifestazioni che esigono che i giovani desaparecidos tornino a casi vivi. Durante la carovana con cui i genitori degli studenti hanno percorso il sud del Messico, a due mesi dalla loro scomparsa, ha conosciuto Mayra, una ragazza di carnagione scura, capelli neri, denti disordinati e sguardo schivo che per la sua giovane età —25 anni— stonava tra i genitori in pena.

Il primo contatto l’hanno avuto nella mensa di una delle scuole Normales dello stato di Morelos. Lucía, di sette anni più piccola, si è seduta vicino a lei e ha scoperto che era la zia di Christian, e che per cercarlo aveva rinunciato al suo lavoro di farmacista a Cuernavaca. 

Da quel momento Lucía e Mayra hanno saldato un’amicizia che va oltre le manifestazioni. Lucía ha cominciato a frequentarla e a conoscere la famiglia di Christian. Poco a poco, le tre sorelle del ragazzo scomparso e i suoi genitori, Clemente e Luz María, si sono affezionati a lei al punto di considerarla come parte della famiglia. 

Tra una battuta e l’altra, è nata l’idea che Lucía potrebbe diventare la fidanzata di Christian e, tre mesi dopo la sua sparizione, le sue sorelle hanno iniziato a dirle: “Adesso che torna Christian vediamo se vuoi essere la sua ragazza”.

—Se lui vuole, allora sì— rispondeva Lucía, che in quel momento la prendeva come se fosse solo un gioco. Fino a che la speranza del suo ritorno ha iniziato ad animare ed emozionare anche lei.

“Trovati una fidanzata”

Quando Christian è sparito aveva solo 19 anni. È il secondo figlio della famiglia Rodríguez Telumbre e l’unico maschio. Ha una sorella più grande, Carmen, e due più piccole, Fabiola e Maribel.

Forse è per il fatto di essere l’unico figlio maschio che ha uno spirito così protettivo. Quando suo padre sgridava le sorelle, lui le difendeva. “Papá stai sbagliando, prima di sgridarle dovresti capire cosa sta succedendo”, ricorda che gli diceva Clemente. 

Christian è un tipo alto —1 metro e 85— e magro, con occhi neri e capelli mossi pettinati all’indietro. È di carnagione scura come tutta la sua famiglia. 

Quelli che lo conoscono dicono che è un giovane allegro ma timido, dedicato agli studi, ai balli popolari e alla sua famiglia. Per le fidanzate, dicono, non aveva tempo; anzi, l’idea di sposarsi giovane non era tra i suoi piani. “Su! Trovati una fidanzata così poi mi dai un nipotino”, gli aveva detto suo padre un giorno.

Prima voleva finire gli studi per aiutare la sua famiglia e migliorare la loro casa, comprare una macchina e portare i genitori e le sorelle in viaggio ad Acapulco per giocare tra le onde del mare. “Erano i suoi sogni, i suoi desideri”, dice Clemente, e il suo sguardo per alcuni istanti si perde. 

L’angolo di Christian

La casa della famiglia Rodríguez Telumbre si trova nel quartiere Antonia Nava de Catalán del municipio Barrio de Santiago, nella periferia di Tixtla, stato di Guerrero. Le strade sono asfaltate e tutte le case sono costruite con mattoni e cemento e, anche se hanno elettricità, non tutte sono provviste dei servizi di gas o di acqua corrente.

In casa di Christian cucinano con la stufa a legna e l’acqua la prendono da una cisterna. Riempiono secchi che usano per lavarsi, pulire i piatti e il bagno. Il tetto è sostenuto da travi di legno da cui pende una sola lampadina. L’odore delle tortillas di mais appena tostate da doña Cristina, la nonna di Christian, inonda l’aria quando vado a visitare la famiglia.

Nella stanza principale c’è solo un frigorifero, una vecchia televisione su un piccolo mobile e degli scaffali di legno su cui vengono riposti oggetti di ogni tipo. Non ci sono poltrone, nemmeno una sala da pranzo. L’unico tavolino è coperto con una tovaglia bianca di pizzo su cui hanno messo un altare per il figlio desaparecido decorato con fiori, candele, immagini religiose, un dipinto della madonna di Guadalupe e una fotografia ovale di Christian, di quelle che si usano per i diplomi scolastici.

Il resto dello spazio è occupato da degli sgabelli di plastica impilati uno sull’altro, un paio di sedie, sempre di plastica, con dei vestiti ripiegati sopra e una parete di compensato che divide la stanza dalla camera da letto.

In un angolo della stanza principale c’è una tenda di tela —pinzata a uno spago con delle mollette— che nasconde il letto di Christian. Sul suo materasso ci sono le sue cose intatte e anche dei vestiti nuovi: quelli che gli hanno comprato durante la sua assenza e quelli che don Clemente ha ricevuto nel suo viaggio negli Stati Uniti “così suo figlio li può indossare quando torna”.

Il Clark Kent della danza

Nel salone dedicato ai balli popolari della Casa della Cultura di Tixtla si sente la mancanza del tacco degli stivaletti bianchi di Christian sul pavimento di legno.

Ballava nel gruppo Xochiquetzal diretto dal professore Alejandro Salinas. I suoi compagni di danza ricordano che arrivava alle prove del martedì e del giovedì pomeriggio mangiando una pannocchia e con la sua sacca beige dalle cinghielunghe portata di traverso sul petto. Dentro ci trasportava gli stivaletti da ballo e nelle tasche dei pantaloni aveva dei dolcetti Ricolino per quando finiva la lezione.

Per Christian il ballo non è stata solo una passione, ma anche il modo per lottare contro l’insicurezza e la timidezza. Suo padre ricorda che i primi anni di scuola elementare non erano stati facili per il figlio. Lui e i libri non si capivano e in quarta era stato bocciato. Poi alle medie, forse per l’avanzare della pubertà, era diventato più sicuro e loquace. È stato in quel momento che ha iniziato a scoprire la danza popolare che poi ha continuato a praticare fino alle scuole superiori.

Il professor Salinas, che dirigeva anche il gruppo di danza della Preparatoria 29 Emiliano Zapata —la scuola dove ha studiato Christian—, aveva visto in lui del talento e l’aveva invitato a unirsi al suo gruppo. 

Lì l’avevano soprannominato Clark per via dei suoi occhiali neri dalla montatura spessa, simili a quelli del giornalista che si trasformava in Superman: Clark Kent.

—Era molto timido— ricorda Tania Galán, la sua partner di ballo con cui andava al centro di Tixtla a mangiare pannocchie dopo le prove del fine settimana—. Quando gli facevo delle battute su qualche ragazza abbassava lo sguardo e diventava paonazzo.

Questa ragazza, la cui statura che sfiora il metro e settanta spiega perché fosse diventata la partner ideale di Christian, aspetta il suo ritorno per poter ballare di nuovo insieme. 

—Siete stati fidanzati?

—No —risponde con una risatina nervosa la ventenne tixtleña—. I compagni del gruppo di ballo mi avevano detto che piacevo a Christian, ma io pensavo che fosse uno scherzo. Siamo soltanto dei buoni amici.

Una banconota da 200, un ricordo che vale oro

Nella sala da ballo non sono solo i suoi compagni ad aspettare Christian. I suoi stivaletti bianchi sono ancora conservati nella sacca beige dalle cinghie lunghe. Sono consumati e ricoperti dalle numerose toppe bianche che Christian ha applicato per mantenerli presentabili. 

Sono ancora lì, anche se i suoi compagni hanno cercato di restituirli alla famiglia. Sua madre non ha voluto portarli a casa perché spera che il figlio ritorni e vada a riprenderseli, dice Alejandro Salinas.

—È l’unica cosa che Christian ha lasciato qui?

Alejandro non risponde subito. Prima, e davanti agli alunni, si alza dalla sedia per tirar fuori il portafogli dai pantaloni ed estrarre un foglio a quadretti che avvolge una banconota da duecento pesos.

—Guardate, da circa tre anni conservo questa banconota da 200 pesos que mi aveva affidato Christian.

Nel foglio Christian aveva scritto a mano: “guayabera” e “taglia 36”. Sotto, in inchiostro nero, aveva annotato il suo nome completo: “Christian Alfonso Rodríguez Telumbre”. E più in basso si legge questo calcolo matematico: “$400 – 200 = 200”. Duecento pesos è quello che gli mancava per poter comprare la guayabera

—Questa banconota la conservo qui —dice Alejandro—. Ho pensato: la do a sua madre? Meglio di no perché sennò poi la spende. Anche io me la posso spendere e invece no, la conservo ripiegata qui nel portafogli.

L’ultimo son

I professori della Preparatoria 29 ricordano Christian come un alunno serio, studioso, preciso con i compiti e tranquillo. La sua media dell’8.74 non fa che riflettere la sua perseveranza negli studi.

La sua passione per la danza e le innumerevoli volte che arrivava a lezione calzando gli stivaletti da ballo, sono altri dettagli che ricordano i docenti. 

Con le sue amiche di scuola gli piaceva copiare le coreografie dei balli moderni, le sollevava e gli faceva fare delle giravolte. Oppure andavano a passeggiare alla laguna, a una quindicina di chilometri da Tixtla.

La sua amica Maricruz Zamudio descrive la sua compagnia come molto speciale. Non solo le rispettava, ma le proteggeva. C’era sempre un’occasione per divertirsi: le passeggiate, il ballo, le feste a casa di qualcuno del gruppo, la sagra del paese. Fino a che la scuola superiore era finita e tutto questo pure. 

—L’ultima volta che abbiamo ballato insieme è stato con il son della Periquita —ricorda Tania—. Era stato di domenica, in occasione del fandango, il ballo tradizionale del paese.

Dopodiché Christian aveva dovuto lasciare la danza per andare alla Normal di Ayotzinapa.  

Ayotzinapa, l’unica opzione

Christian sognava di andare all’università per trovare un lavoro e aiutare economicamente la sua famiglia. Ma diventare veterinario, insegnante di sostegno o maestro di  danza erano rimasti solo quello: un sogno.

Don Clemente ricorda che, aver convissuto fin da piccolo con gli animali, aveva fatto nascere in suo figlio la curiosità per la veterinaria e l’agronomia. Nel terreno vicino a casa sua ci sono maiali, galline, un’anatra e un porcellino d’india, alimentati e curati da Christian che sognava di poter avere anche un cavallo.

Diventare veterinario o agronomo non erano state scelte possibili. Pagare le spese di trasporto per raggiungere l’Università Autonoma di Chapingo, a Texcoco, nell’Estado de México, non era sostenibile.

E neppure aveva potuto studiare danza o diventare insegnante di sostegno dato che le scuole si trovano nella capitale dello stato, Chilpancingo, e avrebbe dovuto spendere troppo: anche se avrebbe dovuto percorrere solo 16 chilometri per raggiungere la capitale, ogni mese avrebbe speso 1,000 pesos solo di trasporto.

Malgrado tutto, Christian aveva fatto domanda per entrare alla Centenaria Escuela Normal del Estado “Ignacio Manuel Altamirano” per diventare insegnante di sostegno, e anche se all’inizio non l’avevano ammesso dopo poco tempo si era liberato un posto e l’avevano chiamato per offrirglielo. Ma quando la telefonata era arrivata lui si era già immatricolato come studente di Ayotzinapa.

“Non volevo essere ayotzi, ma rimarrò qui”, aveva detto con rassegnazione alla sua amica Mayelli Salmerón quando non era riuscito a convincere i genitori che avrebbe preferito l’altra opzione. I suoinon avrebbero comunque potuto permettersi di pagare il costo del trasporto e dei pasti.

–Mi sento in colpa: se avessi avuto più soldi lo avrei mandato in un’altra scuola e non sarebbe successo quello che è successo– accetta, triste, don Clemente.

“Solo un anno, resisti solo un anno”

La mattina del 9 agosto del 2014 Jairo Díaz si era sorpreso quando aveva visto il suo amico Christian rapato e con le vesciche alle mani e ai piedi. La sua curiosità si era fatta ancora più grande notando che l’amico calzava delle infradito invece delle solite scarpe sportive o degli stivaletti da ballo.

Christian era entrato da poco alla Normal. Stava attraversando la settimana di prova che impone il Comitato Organizzativoai nuovi alunni. “Mi ha detto che era stanco, che era la sua settimana di prova e che lo avevano lasciato uscire qualche giorno per risposarsi ma che doveva ritornare”.

Gli aveva mostrato le mani piene di vesciche derivate dal chaponeo (tagliare l’erba e seminare). Le infradito invece gli avevano fatto venire le vesciche ai piedi. Quella era stata l’ultima conversazione tra i due amici, si erano incontrati di fronte alla scuola superiore durante l’elezione della Señorita Fotogenica.

Gli aveva fatto altre confessioni: che ogni volta che andavano al chaponeo prendeva della frutta, ma di nascosto perché era proibito. Metteva da parte qualche mango per quando aveva fame dato che si rifiutava di mangiare il cibo “marcio” che gli davano quelli del Comitato.

Hugo, il soprannome che gli avevano dato ad Ayotzinapa perché si vestiva con imitazioni della marca Hugo Boss, era uno dei cento alunni che a settembre del 2014 avevano iniziato a studiare il corso di Maestro Rural de Primaria (maestro rurale di scuola elementare). Come tutti gli altri novellini, era stato rapato. Così lo avevano visto per l’ultima volta i suoi amici delle superiori quando gli ayotzinapos –come sono conosciuti gli studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa– avevano partecipato alla parata del 16 settembre. Erano riusciti a salutarlo a distanza mentre marciava.

Condivideva un cubi –il soprannome che danno ai dormitori nella Normal–  di circa 16 metri quadrati con altri nove compagni. In dieci dentro a una piccola stanza.

Grazie alla sua disciplina aveva superato le prove imposte dal Comitato,ma gli mancavano i suoi amici e le lezioni di danza e per questo non riusciva ad adattarsi alla nuova routine. 

Suo padre gli aveva consigliato di unirsi al gruppo di danza della scuola per evitare di partecipare alle attività politiche che venivano organizzate alla Normal. Christian non aveva voluto perché i passi di ogni ballo erano diversi da quelli che aveva imparato col suo maestro di danza, Alejandro Salinas.

Troppe lamentele in poco tempo. Clemente gli aveva chiesto di resistere un anno, dopodiché avrebbero valutato altre possibilità. Gli aveva anche detto di correre a nascondersi o prendere un taxi e tornare a casa se ci fosse stata qualche situazione di pericolo, per esempio se la polizia avesse iniziato a reprimere durante qualche azione studentesca.

Mercoledì 24 settembre è stato l’ultimo giorno in cui l’hanno visto. Christian era arrivato a casa. La stanchezza l’aveva sopraffatto quando si era sdraiato sul letto. Al risveglio aveva chiacchierato con la sua famiglia, gli aveva detto che stava bene e che ce l’avrebbe fatta. Poi erano montati tutti insieme sul loro pick-up Nissan modello 1992 per accompagnarlo ad Ayotzinapa. Erano ripartiti dopo averlo visto perdersi tra gli edifici della scuola.

Del cubi “G” sono sopravvissuti solo in tre alla tragedia di Iguala. Oltre a Christian sono spariti il Beni, il Julión, il Chukito, il Chilango, il Boby e il Botitas.

Tania, la sua compagna di ballo, è stata l’ultima a sapere qualcosa di lui. Il 26 settembre, alle 5:35 del pomeriggio, le aveva mandato un messaggio dove le diceva che avrebbe partecipato ad un attività studentesca, che a scuola si trovava bene e che si sarebbero potuti vedere presto perché lo avrebbero lasciato uscire.

—Compagna, non cambiarmi con nessun altro —l’aveva pregata Christian.

—No compagno, ti aspetterò— aveva promesso lei.

Il dolore tatuato

Clemente ha lo sguardo triste. Anche quando sorride. Dal momento in cui hanno fatto sparire il suo unico figlio maschio ha mollato tutto per cercarlo e manifestare per esigere la sua riapparizione con vita. Quest’uomo di 47 anni ha perso il lavoro, ha perso tutto. Anche la pace.

Con il suo furgoncino andava a vendere taniche d’acqua potabile per le strade di Tixtla. Quando hanno fatto sparire Christian ha lasciato, dopo 11 anni, il suo lavoro. Così è stata annullata anche la fonte di guadagno con la quale manteneva la sua famiglia. Anche sua moglie, Luz María, di sette anni più giovane, ha smesso di preparare e vendere tortillas per cercare suo figlio.

Clemente, che ha partecipato a tutte le manifestazioni, assemblee, riunioni con i funzionari del governo, e ha anche visitato alcune città degli Stati Uniti, ha deciso di tatuarsi quella che è stata la sua ricerca, come una terapia o chissà, una catarsi.

Il disegno sull’avambraccio sinistro rappresenta una tartaruga con quattro zampe e due antenne sulla testa per simulare una farfalla. Il guscio forma uno scudo con sei puntine. Dentro al guscio c’è un’altra piccola tartaruga e sopra di lei si intrecciano due chiocciole che formano un labirinto. Ognuna ha un’entrata e un’uscita.

Clemente spiega che la tartaruga-farfalla vola nel cielo alla ricerca del suo figlio tartaruga. Il labirinto e le chiocciole intrecciate rappresentano la sua ricerca e il rincontro.

L’autore è David Alcántara, e ha fatto il disegno su consiglio dei terapeuti che forniscono supporto emotivo a tutti i genitori degli studenti desaparecidos.

Ai miei conoscenti ho detto che me lo sarei fatto per poi dire a mio figlio: guarda, figlio, è dal 26 di settembre che continuo a cercarti e non ho mai smesso di lottare.

Ti immagini quando ritorna?

Lucía grida lo slogan che si è convertito nell’inno di tutte le manifestazioni per esigere la riapparizione dei studenti che hanno fatto sparire: “Vivi se li sono portati via, vivi li rivogliamo!”. Lucía risalta per la sua altezza —un metro e 76—, la pelle bianca e i suoi capelli lunghi e ricci.

L’ho conosciuta il giorno che hanno montato l’anti-monumento a Città del Messico, lungo il Paseo de la Reforma, per ricordare i 43 studenti desaparecidos. Indossava una maglietta nera con la foto di Christian Alfonzo —così, con zeta— Rodríguez Telumbre.

—E tu chi sei? —le chiedo, intrigata dal fatto che non si allontanava un momento dalla zia del giovane desaparecido.

La sua fidanzata —mi risponde ridendo.

Parlare di desaparecidos per lei non è una novità. È figlia di Bettina Gómez, una storica che ha dedicato la sua vita a documentare le dittature, i gruppi guerriglieri e i movimenti sociali in America Latina e che ora è la responsabile dell’archivio Gregorio y María Selser.

Almeno ogni quindici giorni, Lucia viaggia da Città del Messico, dove abita, fino a Tixtla per far visita alla sua seconda famiglia, i Rodríguez Telumbre. Gli porta cibo, vestiti e regali, e organizza con Mayra delle brigate di solidarietà verso i quartieri e i paesi limitrofi.

Insieme alle sorelle del giovane studente immagina come sarà il suo ritorno.

—Immagina che Christian arriva in questo momento e io non mi sono pettinata e tu non hai nemmeno un po’ di trucco —dice alle ragazze, facendole ridere.

Don Clemente ormai la presenta come sua nuora, e le sue figlie come loro cognata.

—Cosa provi per lui? —continuo a chiederle varie  settimane dopo averla conosciuta.  

—Potrei dire che gli voglio bene.

Sedute  in un bar di Città del Messico aggiunge:

—È strano perché non lo conosco, però so che la necessità di esigere che se vivi se li sono portati via, vivi li rivogliamo, è perché voglio davvero che lui ritorni, [voglio] vederlo.

La sua presenza inietta allegria a tutta la famiglia Rodríguez Telumbre. In casa mette musica, li fa ballare e cantare.

Alimenta il loro desiderio di veder ritornare Christian. Li aiuta a mantener viva la speranza, che è anche la sua, di poterlo finalmente conoscere.

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