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Aborto, verde speranza

 02/03/2021  Etiquetas:

Dal 30 dicembre il diritto a scegliere è legge in Argentina, ma cosa accade nel resto dell’America Latina?

Il diritto all’aborto è legge in Argentina, Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio)

di Susanna De Guio

versione estesa dell’articolo uscito il 24 febbraio sul settimanale Vanity Fair

“Le argentine hanno ribaltato il finale di questo terribile 2020” dice Karina Nohales sorridendo. È una rappresentante del Coordinamento femminista 8M in Cile, e candidata per la Convenzione che riscriverà la Costituzione del paese a partire da aprile. Come la sua, diverse organizzazioni femministe in tutta l’America Latina hanno festeggiato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza che è stata approvata dal parlamento argentino lo scorso 30 dicembre.

La “marea verde” che negli ultimi anni si è fatta conoscere in tutto il mondo con il simbolo del fazzoletto triangolare della Campagna per l’Aborto Libero, Sicuro e Gratuito rende storico questo risultato, tanto più in una regione del mondo dove il diritto di abortire è quasi ovunque ancora da conquistare. Ma se le argentine hanno fatto tremare la terra, se ne sono accorti sussultando anche i settori religiosi e conservatori dal Cono Sud fino al Centro America. Che cosa sta succedendo dunque nel continente dopo la conquista delle donne argentine a decidere sul proprio corpo?

Cile e Honduras, reazioni opposte

“Stiamo osservando, già da qualche anno, l’irruzione globale di un femminismo di massa” spiega Karina Nohales, “se pensiamo al contesto di regressione importante nelle condizioni di vita della classe lavoratrice a livello mondiale, e delle donne in particolare, le argentine ci hanno mostrato che si può avanzare anche in mezzo alle avversità”. E in Cile, che viene da oltre un anno di intense proteste contro il modello neoliberista e il presidente Piñera, hanno colto l’esempio. Il 13 gennaio si è aperta la discussione del progetto di legge per depenalizzare l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza. Il progetto era già stato proposto nel 2018, senza risultato, e solo l’anno prima, in Cile veniva consentito l’aborto in tre circostanze: il rischio della vita della donna, difetti congeniti del feto e in caso di stupro. Queste tre condizioni erano state garantite per la prima volta già nel 1931 e poi revocate durante la dittatura di Pinochet, riportando il paese alla proibizione assoluta, con pene fino ai cinque anni di carcere. Nel 2017 però, la marea verde argentina si era già estesa oltre la cordigliera e in pochi anni il movimento cileno ha compiuto passi da gigante, per arrivare alla manifestazione di due milioni di persone a Santiago lo scorso 8 marzo, appena prima dell’arrivo del Covid-19.

Manifestazione NiUnaMenos, Buenos Aires, 4 giugno 2018 (Susanna De Guio)

Una situazione opposta si osserva in Honduras, dove il 21 gennaio il Congresso ha approvato una riforma costituzionale per “blindare” il divieto totale di abortire, già in vigore dal 1982: in sostanza, per modificare la norma sull’aborto ora sarà necessaria una maggioranza di tre quarti dei parlamentari. Stiamo parlando di uno dei paesi con il tasso di gravidanze in adolescenza più alto della regione, dove un parto su quattro è di una ragazza al di sotto dei 19 anni e che rientra fra i 6 paesi latinoamericani in cui l’aborto è penalizzato in tutti i casi senza eccezioni, insieme a El Salvador, Nicaragua, República Dominicana e Haití.

“Siamo un paese laboratorio” spiega Karla Lara, cantante e attivista per i diritti umani, “il golpe che abbiamo subito nel 2009 è stato un esperimento esemplare per il resto dell’America Latina.” In Honduras esistono organizzazioni sociali come COPINH, conosciuta per l‘attivista ambientalista Berta Cáceres, assassinata nel 2016, che portano avanti la battaglia contro il patriarcato, ma la società è ancora profondamente maschilista. “Qui l’aborto è sempre stato punito, di fatto è una parola che ci costa usare nel discorso pubblico perché è fortemente sanzionata socialmente” continua Karla, che ricostruisce le condizioni di vita nel paese, il secondo più povero dell’America Latina, dove mancano strutture ospedaliere di base, il 20% della popolazione non accede all’elettricità, il 60% è analfabeta e il 95% è cattolica o evangelica. “Puoi andare nel paesino più recondito, dove si arriva solo a piedi su uno sterrato, però di sicuro ci troverai la Coca-Cola e una chiesa” conclude con un sorriso amaro.

Abortire nel Brasile di Bolsonaro

Ma non solo in Honduras il risultato del voto argentino è stato condannato. Si tratta del primo paese con un forte peso in America Latina che legalizza l’aborto, dopo Cuba, Uruguay, Guyana, Guyana francese e i due stati federali di Città del Messico e di Oaxaca in Messico. Nel vicino Paraguay, la Camera dei Deputati ha chiamato a un minuto di silenzio per le migliaia di vite dei fratelli argentini che si perderanno prima di nascere. Non si è fatto attendere nemmeno il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che ha prontamente affermato su Twitter: “finché sarò al governo, l’aborto non sarà mai approvato nel nostro paese. Lotteremo sempre per proteggere le vite degli innocenti.”

Una delle maggiori espressioni del femminismo attuale in Brasile è nata proprio in opposizione alla sua candidatura, nel 2018. Ludimilla Teixeira, fondatrice del movimento #EleNao, racconta che “l’elezione di Bolsonaro ha rappresentato una battuta d’arresto per i diritti civili e riproduttivi delle donne, oltre all’aumento del razzismo, della discriminazione contro le persone LGTB, contro le disabilità” e alla crescita della chiesa evangelica, a cui il presidente è strettamente legato.

Insieme alle conseguenze nefaste del negazionismo che Bolsonaro sostiene di fronte alla pandemia da Covid-19, durante il suo governo sono stati smantellati servizi pubblici e sanitari, tagliati i programmi sociali, ha demolito le istituzioni di protezione dei popoli indigeni e minaccia di distruggere l’Amazzonia. “Bolsonaro rappresenta un progetto di Stato necropolitico. Questo progetto di morte si ispira a fonti eugenetiche che mirano a eliminare la diversità etnica e culturale. Siamo di fronte a un genocidio e le donne sono state le prime a lanciare l’allarme, ancora nel 2018” evidenzia Ludimilla.

Un caso emblematico del clima che si respira sul tema è quello di una bambina di 10 anni che ha abortito lo scorso agosto a Recife. Nonostante l’interruzione di gravidanza fosse consentita, perché frutto delle ripetute violazioni da parte dello zio fin da quando aveva 6 anni, la bambina ha dovuto viaggiare 1500 chilometri per trovare un ospedale disponibile a eseguirla, inoltre è stata bersagliata da gruppi di fanatici religiosi che hanno minacciato la sua famiglia e cercato di entrare nell’ospedale, incitati dalla ministra delle Donne, la Famiglia e i Diritti Umani, la evangelica Damares Alves.

Performance “Un violador en tu camino”, Buenos Aires, 6 dicembre 2019 (Susanna De Guio)

Un nuovo scenario in Ecuador

Un contesto di particolare interesse in queste settimane è quello ecuadoregno, dove il 7 febbraio si sono svolte le elezioni politiche. Mentre Andrés Araúz, il candidato erede di Rafael Correa, si è assicurato il suo posto al ballottaggio del prossimo aprile, si contendono il secondo posto il conservatore Guillermo Lasso, dichiaratamente anti-abortista, e il candidato indigeno Yaku Pérez, una grande sorpresa nello scacchiere politico nazionale, che mostra una maggiore vicinanza al movimento femminista e si è detto favorevole a includere la causale per stupro nell’attuale legislazione. La giornalista femminista Ana Maria Acosta segnala che, qualsiasi sia l’evoluzione del processo elettorale, “l’Assemblea Nazionale è già conformata e ha una maggioranza di centro-sinistra, in cui molti legislatori e legislatrici si sono pronunciati a favore dell’aborto. Il contesto sta cambiando e sembra che ci sia margine per ampliare la discussione sull’aborto.”

In Ecuador l’interruzione di gravidanza è consentita solo in caso di rischio di vita o salute della donna, e in caso di violazione di una donna con disabilità mentale. Già a partire dal 2013, con l’aprirsi di una riforma del codice penale, un gruppo di parlamentari cercarono di ampliare l’eccezione per stupro a tutte le donne. “Il presidente Correa minacciò di rinunciare e obbligò le promotrici della mozione a un silenzio parlamentare di un mese, non fu possibile nemmeno iniziare il dibattito” spiega Ana, che segnala: “nel 2019 si è riformato nuovamente il codice penale e le organizzazioni femministe hanno chiesto l’integrazione di altre quattro cause in cui depenalizzare l’aborto”. Nemmeno questa volta la mozione è passata, ma il dibattito si sta installando nella società.

Secondo uno studio svolto dall’organizzazione Surkuna in Ecuador, le donne condannate per aborto hanno caratteristiche simili: vivono in quartieri poveri o rurali, hanno cognomi indigeni o afro-discendenti, un lavoro precario, un basso livello di istruzione e sono giovani, sotto i 25 anni. Molte sono vittime di violenza, abortiscono con le pastiglie e finiscono in ospedale quando qualcosa va storto. Lo studio giunge a una conclusione conosciuta da tutte le organizzazioni che si occupano delle interruzioni di gravidanza al di fuori degli stretti margini legali imposti dai diversi paesi: l’aborto esiste e lo praticano donne di tutti gli strati sociali e tutte le etnie, però solo le più svantaggiate rischiano la vita o il carcere.

Abbattere lo stigma

“Quel che succede è che vige una doppia morale” spiega Sandra, della rete Necesito Abortar, che accompagna gli aborti con i farmaci nello stato messicano di Nuevo León. “Le donne che possono permetterselo vanno negli Stati Uniti, poiché siamo vicine alla frontiera, oppure viaggiano fino alla capitale” spiega, e poi aggiunge: “abortiscono, ma poi quando tornano sono contro l’aborto”.

Da gennaio Sandra ha notato l’emergere di un gruppo che si chiama ProLife Army: è parte delle reazioni prodotte dalla legge argentina, ma allo stesso tempo ci sono segnali positivi: per esempio l’attuale ministra federale degli interni, Olga Sánchez Cordero, ha risposto pubblicamente al presidente Manuel Lopez Obrador, che sul tema dell’aborto ha rimandato a una consulta cittadina, evidenziato che “i diritti vanno riconosciuti, non messi al voto”.

Dal centro al sud del continente latinoamericano, le attiviste segnalano lo stigma sociale come uno dei principali ostacoli per la realizzazione di un aborto sicuro, sia chirurgico che farmacologico.

In Cile, un’inchiesta recente “mostra il livello di approvazione all’aborto più alto della storia cilena” evidenzia Karina Nohales, che conclude: “uno dei maggiori contributi che ci è arrivato dall’Argentina è la depenalizzazione sociale dell’aborto, prima ancora che quella legale”.

Le risponde da Buenos Aires Yanina Waldhorn, della Campagna che ha lavorato 15 anni per raggiungere la legalizzazione dell’aborto: “il messaggio che mando alle compagne nel resto dell’America Latina è che lottare serve. Non siamo ingenue, sappiamo che i settori pro-vita non mollano, ma i movimenti femministi stanno avanzando, i nostri reclami sono parte dell’agenda politica internazionale e sono condivisi: non abbiamo più frontiere”.

Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio)

Di:  In Categoria: America Latina, Primo Piano

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