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20 anni non sono niente o il rifiorire del Forum Sociale Mondiale

 10/03/2021  Etiquetas: , ,

Foto: Ciranda.net

di Aram Aharonian da Rebelión

Commento di Daniele Benzi

Traduzione di Manuela Loi e Daniele Benzi

“È difficile spiegare a chi non l’ha vissuto com’era il nostro mondo all’inizio del millennio”. Così esordisce il giornalista uruguaiano Aram Aharonian, fondatore di Telesur, in un amarcord del Foro Sociale Mondiale a vent’anni dalla sua prima edizione. Gli anniversari sono spesso occasioni di commemorazione o di bilancio o, piuttosto, come in questo caso, di (possibile) rilancio. L’FSM, lo spazio che ha ospitato in modo festoso i fautori di “un altro mondo possibile” per circa un decennio, si è riunito dal 23 al 31 gennaio. In modalità virtuale naturalmente. Gli organizzatori giurano comunque che è stato un successo.          

All’inizio del millennio gli Stati Uniti erano ancora la potenza egemonica mondiale. La Cina non era così vicina. L’Europa sì, invece, un sogno a portata di mano da realizzare a colpi di progetti Erasmus e moneta unica con l’Inno alla gioia per sottofondo. L’Italia era sempre un paese a sovranità limitata, certo, ma non un protettorato dell’Unione Europea. Il vento soffiava dal “Sud del mondo”. Africa! Africa! ci avevano fatto ballare gli Almamegretta per tutti gli anni ‘90. E invece no. All’inizio del millennio il vento soffiava forte, sì, ma dall’America latina dei movimenti indigeni, degli ex sindacalisti metallurgici e dei buoni caudilli rivoluzionari. Maradona con papà Chávez, Blanca Chancosa, Lula, Evo Morales e le madri di Plaza de Mayo che a Mar del Plata gridano in coro “Fuera Bush!” (per il giubilo di Fidel Castro, ormai solo al telefono…).

Aharonian racconta i primi dieci anni di questa storia un po’ nostalgico, un po’ speranzoso, un po’ perplesso. Anche un po’ insipido e scontato, in realtà, si potrebbe insinuare con un pizzico di cattiveria. Forse proprio perché si dimentica (intenzionalmente?) di raccontare gli altri dieci, quelli che sconvolsero il mondo… Abbiamo pensato che fosse comunque importante tradurlo per due ragioni che ci aiutano a porci un paio di domande scomode. Il suo racconto è ancora il riflesso dei nodi irrisolti tra progressismo latinoamericano e movimenti sociali. Il Foro Sociale Mondiale, cioè, è stato divorato in meno di un decennio, dall’interno, dalle tensioni tra grandi ONG internazionali, movimenti e governi progressisti con i loro intellettuali organici (il fondatore di Telesur è uno di loro naturalmente). Domanda numero uno: la storia si sta già ripetendo?  

La seconda ragione ha a che fare con la raison d’être dell’FSM. Il Forum Sociale Mondiale è stato divorato in meno di un decennio, dall’esterno stavolta, perché non ha capito il mondo post 2008. Nato per contrastare la globalizzazione neoliberista, si è trovato del tutto spiazzato davanti ad un neoliberismo senza globalizzazione, alla eventualità di una globalizzazione non neoliberale e, anche, in quel torbido chiaroscuro in cui nascono i mostri di gramsciana memoria, a un proto fascismo e a un socialismo neoliberali. Se con l’arrivo del nuovo secolo iniziammo a dare nuova vita ai vecchi sogni, afferma Aharonian, oggi come oggi l’idea di un altro mondo possibile non riesce a imporsi nell’immaginario collettivo, conclude con disincanto. Domanda numero due: se l’FSM non ci è riuscito, che tipo di organizzazione internazionalista potrebbe esserne capace adesso e nel mondo post pandemico?

Scusate. Vent’anni non sono niente? si chiede retoricamente Aharorian. Non proprio, quaggiù in America latina pesano già come un secolo. [Daniele Benzi]

surysur.net

È difficile spiegare a chi non l’ha vissuto com’era il nostro mondo all’inizio del millennio, vent’anni fa, quando la tecnologia digitale era ancora agli esordi e la luce della speranza splendeva dietro lo slogan “un altro mondo è possibile”, contro il neoliberismo e la globalizzazione capitalista.

Vent’anni or sono, all’inizio del nuovo millennio, la convergenza di alcuni avvenimenti segnò la svolta progressista latinoamericana. Nell’ultima settimana del gennaio 2001, più di 12 mila persone si diedero appuntamento a Porto Alegre, nel sud del Brasile, in occasione del primo Forum Sociale Mondiale, in contrapposizione al Forum Economico Mondiale (FEM), chiamato anche Forum di Davos, dove si riuniscono i principali leader imprenditoriali, politici conservatori, ma anche giornalisti e intellettuali servili, con l’obiettivo di dettare il ritmo dell’economia mondiale. Erano momenti di agitazione, di bandiere rosse, di rinascita della lotta, di prendere coscienza della necessità di rinnovare il pensiero critico, di avere obiettivi concreti, comuni e condivisi.

Con l’arrivo del nuovo secolo, iniziammo a dare nuova vita ai vecchi sogni (la lotta era sempre la stessa), scommettendo sul Forum Sociale Mondiale, a Porto Alegre, dove si ritrovarono intellettuali, lavoratori, movimenti sociali, organizzazioni civili, sindacati, studenti, contadini, accademici…e anche politici, malgrado il parere contrario di alcuni degli organizzatori. Già nel primo FSM, durante quei cinque giorni (dal 25 al 30 gennaio 2001) che risvegliarono le sinistre (o, se si preferisce, il progressismo antineoliberista), si iniziò a discutere, dibattere, concordare la nuova agenda per la sovranità dei popoli e le diverse strade che ci permisero di intravedere, anche solo per pochi anni, che un altro mondo, oltre che necessario, era anche possibile.

Lo stesso giorno dell’inaugurazione del primo Forum Sociale Mndiale, il 25 gennaio 2001, vedeva la luce il portale Carta Maior, impegnato nella battaglia per la democrazia nell’informazione, per i valori democratici e per una società più giusta ed egualitaria.

In Venezuela era già iniziato il governo di Hugo Chavez (dal 1999, dopo aver stravinto le elezioni con il 56% dei voti), che imponeva riforme strutturali sulla via verso la democrazia partecipativa bolivariana, con una nuova Costituzione, la nazionalizzazione reale del petrolio e la redistribuzione dei profitti mediante programmi (missioni) pubblici e di welfare.

Intanto, in Brasile faceva capolino la candidatura di Lula, dirigente del sindacato dei metalmeccanici e leader del Partito dei Lavoratori. Il punto fondamentale è che fin dal primo FSM furono frequenti i dibattiti sul potere, sui modi o i mezzi per raggiungerlo e come esercitarlo. 

Al secondo FSM (22 gennaio-5 febbraio 2002), sempre a Porto Alegre, si ritrovarono oltre 12 mila delegati- in rappresentanza di 123 paesi- e 60 mila partecipanti. Si tennero 652 workshop e 27 conferenze.

In poco più di un anno si modificò la scena politica mondiale, in aperta opposizione alle politiche e alle conseguenze sociali negative dovute alla globalizzazione economica neoliberista, così come al ruolo decisivo che le principali istituzioni e agenzie internazionali rivestono all’interno di essa.

Formato da movimenti sociali vecchi e nuovi, ONG, reti di azione civica, collettivi politici e sociali con diverse concezioni, interessi, identità e risorse, l’attivismo transazionale emergente riuscì a ridisegnare la mappa della politica e si guadagnò il riconoscimento dell’establishment economico e politico. Tutto ciò grazie alla legittimità acquisita dalle manifestazioni di massa, i forum alternativi e le campagne organizzate, come quella per la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo.

Non possiamo fare a meno di ricordare le manifestazioni contro il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle (dal 29 novembre al 3 dicembre 1999), proprio nel cuore dell’impero, dove più di 40 mila persone convocate principalmente da sindacati, ecologisti, professionisti, contadini e comuni cittadini, riuscirono a far fallire il cosiddetto Millennium Round nelle giornate che definirono l’inizio della nuova tappa del movimento no global.

Seattle rappresentò il culmine di un difficile processo di convergenze progressive- ma anche precarie- tra numerose reti, organizzazioni, movimenti e mobilitazioni incoraggiate dalle proteste europee contro la disoccupazione e dal primo Incontro Intercontinentale per l’Umanità e contro il Neoliberismo, indetto dal movimento zapatista.

La grande capacità di mobilitazione sociale raggiunta a Seattle venne replicata in Québec e a Genova, mostrando un movimento variegato, globale, non dogmatico, capace di stabilire legami con l’opinione pubblica attraverso l’integrazione di questioni e problematiche eterogenee intorno a due assi principali: il rifiuto della trasformazione di tutte le attività umane in merce, e la necessità di democrazia di fronte al rinvigorito potere dei mercati.

Tornando al FSM

Tra il secondo e terzo forum, si verificò in Venezuela il golpe del 2 aprile 2002, fermato da una sollevazione popolare che permise il ritorno di Chávez alla presidenza. Al golpe, che aveva il proposito di stroncare l’esperienza democratizzante e socializzante, parteciparono tutta la destra, la polizia e gli alti gradi militari, e poté contare sull’appoggio esplicito del governo degli USA e della Spagna.

Il terzo FSM si tenne nuovamente a Porto Alegre nel gennaio del 2003, quando Lula era già diventato presidente e Néstor Kirchner si presentava in Argentina come il candidato del peronismo rinnovatore. Si svolsero molti seminari parallelamente come, per esempio, “La vita dopo il capitalismo”, che proponeva una discussione incentrata sulle possibilità partecipative dei diversi aspetti delle strutture sociali, politiche, economiche e comunicative. In quell’occasione vennero presentati vari dibattiti riguardanti “Comunicazione e democrazia” e comunicazione popolare (l’evento fu coperto da un pool di vari collettivi).

Sebbene il Comitato Internazionale del FSM avesse manifestato qualche reticenza, il presidente venezuelano venne invitato a partecipare alle attività parallele del Forum dalla Centrale Unica dei Lavoratori (CUT, dalla sigla in portoghese), dal Movimento Sem-Terra (MST) e dal Partito Socialismo e Libertà (PSOL).

Chávez assicurò allora che nel FSM si stava costruendo un’alternativa al modello neoliberista selvaggio che minacciava di distruggere il nostro pianeta. “Se non la facciamo finita con il neoliberismo, il neoliberismo la farà finita con noi”, proclamò all’anfiteatro dell’Assemblea Legislativa di Porto Alegre, circondato dai dirigenti della sinistra brasiliana e regionale.

E così il Forum, nonostante il parere contrario di alcuni dei suoi “dirigenti”, si riempì di pifferai magici, oltre che di intellettuali capaci di attirare un gran numero di persone, come José Saramago ed Eduardo Galeano, o la figura dell’ottantenne ex-sacerdote belga François Houtart, fondatore del Centro Tricontinental, che correva da un’assemblea all’altra, carico di libri.

Flavio Aguiar ricorda che lì, come abbiamo visto anni dopo, vennero tracciate molte delle strade che ci permisero di intravedere quell’ “altro mondo possibile”. Chávez, Lula, Evo, Correa, Fernando Lugo, Pepe Mujica, tra gli altri, presenziarono le edizioni del FSM, gettando le basi per un’agenda sovrana del continente.

Ed è rimasto impresso nella nostra memoria lo spettacolo allo stadio del Gigantinho, dove tutti loro, con il microfono in mano dal palco centrale, si unirono agli artisti e al pubblico per cantare le canzoni popolari della nostra povera America.

Media Watch Global e Telesur

Durante il Forum del 2003 venne presentato ufficialmente l’Osservatorio Mondiale dei Media (Media Watch Global), risultato delle conclusioni del 2002, che si proponeva di ottenere, senza censure, un ruolo dominante sull’etica del giornalismo ed evitare la manipolazione delle notizie o politica dei grandi mezzi di comunicazione. “Non crediate che la manipolazione politica riguardi solo il Terzo Mondo”, disse Roberto Savio, fondatore di Inter Press Service e uno dei promotori, assieme al direttore di Le monde diplomatique Ignacio Ramonet e al direttore di Carta Maior Joaquim Palhares, della neonata organizzazione. Fu annunciato che la sede centrale sarebbe stata a Parigi e le sedi di rappresentanza in Venezuela e in Brasile.

Una ventina di giornalisti e militanti no global (guidati dalla rivista Question) raggiunsero immediatamente Caracas, dove si aprì e si sviluppò il capitolo venezuelano, per coordinare gli osservatori dei media durante le elezioni presidenziali in Bolivia, Cile, Nicaragua, El Salvador, Venezuela, tra altri paesi.

Una delle più grandi preoccupazioni che affliggeva noi addetti alla comunicazione che partecipavamo al FSM, era la scarsa diffusione sulle edizioni del forum, sui partecipanti, sull’agenda in discussione e sulle sue conclusioni.

Nei forum di comunicazione cominciammo a parlare della necessità di avere un’emittente televisiva latinoamericana-caraibica per riuscire a vedere il mondo da Sud e diffondere il progetto nato durante l’Assemblea della Federazione Latinoamericana di Giornalismo a L’Avana, quello che, qualche anno dopo, si sarebbe chiamato Telesur.

Socialismo, ALCA, non sbagliare nemico

Il FSM ritornò a Porto Alegre nel gennaio del 2005 (dopo un passaggio a Bombay nel 2004), e fu Chávez la grande attrazione per le migliaia di partecipanti che riempirono il Gigantinho (dentro e fuori). Forse si tratta del Forum che è rimasto più scolpito nella nostra memoria, nel quale Chávez impresse una svolta alla rivoluzione bolivariana, dichiarandosi apertamente a favore del socialismo e lasciando molti a bocca aperta.

Durante la sua seconda visita al FSM a Porto Alegre, Chávez ribadì l’esistenza di un nuovo equilibrio di forze in America Latina e nel mondo, e che gli USA non avrebbero più potuto imporre la loro volontà.

Inoltre dissipò una volta per tutte i malumori di molti militanti verso Lula, verso il progetto di riforma sindacale del suo governo e verso la decisione di partecipare al Forum di Davos. “Non sbagliare nemico: Lula è un alleato, un compagno in questa lotta”.

Qualche giorno dopo, presso il Teatro Ateneo (oggi ND) di Buenos Aires (dove si recò da Porto Alegre), Chávez prese le difese anche di Néstor Kirchner, contestato da alcuni presenti, con una citazione del Martín Fierro: “I fratelli siano uniti perché quella è la prima legge”. Ribadì la necessità di avere ben chiaro chi è il nemico e di lavorare per l’unità dell’integrazione.

ALCArajo[1]

A Porto Alegre si consolidò il No all’ALCA, un grande movimento politico-sociale portato avanti da governi, partiti politici, sindacati e organizzazioni sociali di tutto il continente americano, con lo scopo di opporsi al progetto statunitense della Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA).

Il movimento si oppose al libero commercio (free trade) come regolatore delle relazioni internazionali, sostenendo che questo favoriva le disuguaglianze e la povertà, e propose invece un ordine internazionale basato su criteri capaci di ridurre le asimmetrie, come il commercio equo e solidale (fair trade), l’integrazione economica regionale e subregionale e la complementarietà produttiva.

Il 5 novembre 2005, quando si tenne il IV Vertice delle Americhe per dare l’avvio all’ALCA, nella località balneare argentina di Mar del Plata, si verificò uno scontro storico tra i governi favorevoli all’accordo, con George Bush in testa, e quelli contrari, con a capo Lula da Silva, Néstor Kirchner e Hugo Chávez, che portò alla paralisi definitiva del progetto.

Telesur trasmetteva già in quel periodo e impedì che passassero sotto silenzio sia la riunione dell’Organizzazione degli Stati americani (come dimenticare la faccia di George Bush e del suo socio messicano Vicente Fox!), sia le mobilitazioni popolari di massa al grido di “ALCA-rajo”, con Evo, Maradona e il popolo a riempire le strade di Mar del Plata.

Nel 2006, il Forum si spostò a Caracas. Durante l’inaugurazione, Chávez disse: «Solo aspirando alla conquista del potere potremo cominciare a trasformare il mondo. Non possiamo farlo con questo forum né con altri cento. Sono di aiuto, sono indispensabili, ma tutto ciò deve essere accompagnato da una strategia che porti al potere, altrimenti non avrebbe senso». Che sia ben chiaro: il nemico non è sconfitto, la lotta continua fino alla presa del potere (e non solo del governo).

Nel gennaio del 2007 il FSM si trasferì a Nairobi, nel cuore dell’Africa, e noi di Telesur eravamo lì a renderci conto in situ che i problemi di Africa, Asia, America Latina e Caraibi erano essenzialmente gli stessi: lo sfruttamento capitalista e le sue conseguenze. Questo forum rese evidenti i problemi dei popoli africani ed enfatizzò la necessità di dare voce ai suoi 850 milioni di abitanti.

Nel 2009 fece il suo ritorno in Brasile, a Belem do Pará (nel nord-est del paese, in Amazzonia), sotto la spinta di Carta Maior, e affrontò l’argomento centrale della tutela del patrimonio naturale del pianeta. Nel gennaio 2010 si tenne ancora a Porto Alegre e si aprì con il motto “Dieci anni dopo: sfide e proposte per un altro mondo possibile”, ma l’entusiasmo si era ormai smorzato.

Siamo qui per questo

Vent’anni dopo, il FSM, in versione virtuale, torna al lavoro per un altro mondo sempre più necessario, mentre si parla della possibile fine dell’umanità.

E noi che portiamo avanti la battaglia per un altro mondo indispensabile, la necessità di coniugare programmi, criteri, lotte, di scambiare studi e ricerche, di rinnovare il pensiero critico spesso ancorato a vecchi dogmi e a prospettive di mondi che non esistono più, continuiamo a combattere perché questo messaggio si imponga nell’immaginario collettivo mondiale.  

Siamo consapevoli che stiamo perdendo questa guerra culturale e ideologica su tutti i fronti, e che oggi come oggi l’idea di un altro mondo possibile per tutti non riesce a imporsi nell’immaginario collettivo. Il mondo della post-pandemia, al quale dobbiamo prepararci, sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto finora. 

Oggi la continuità del FSM dipende dall’elaborazione di un’agenda anticapitalista, anticoloniale e antipatriarcale, partendo da una relazione tra pensiero critico e strategico; un tipo di riflessione che superi l’attuale deficit democratico del suo Comitato Internazionale e, soprattutto, capace di far appassionare le nuove generazioni alla lotta per un mondo migliore , dal momento che saranno loro a goderne…o a soffrirne. Loro saranno quelli che potranno ridare vita al Forum.

Scusate. Vent’anni non sono niente?

*Giornalista uruguayano ed esperto di mass media e comunicazione. Master in Integrazione. Fondatore di Telesur. Presidente della Fondazione per l’integrazione latinoamericana (FILA), dirige il Centro latinoamericano di analisi strategica (CLAE www.estrategia.la) e susrysurtv.


[1] Gioco di parole tra ALCA e al carajo (“a quel paese”), intraducibile in italiano (ndt).

Di:  In Categoria: America Latina, Opinioni, Traduzioni

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