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Tapachula, frontiera sud del Messico: migliaia di persone intrappolate dal fallimento del sistema di asilo

 21/09/2021  Di:

Vista da dentro di un hotel che affaccia sulla strada dove si vede una donna afrodiscendente e uno zerbino con la scritta welcome
Hotel nel centro di Tapachula, foto di Stefano Morrone

Intervista a Nimsi Arroyo dell’albergue Hospitalidad y Solidaridad di Tapachula

Di Christian Paverieri su Melting Pot

La riapertura delle frontiere in quasi tutto il centro America avvenuta pochi mesi fa ha rimesso in moto il flusso migratorio verso gli Stati Uniti. Migliaia di persone hanno ricominciato a spostarsi verso nord sbattendo però sul “muro” eretto dal Presidente messicano López Obrador: un muro non di mattoni né di reti ma fatto di militarizzazione di tutta la frontiera sud (e anche nord), di repressione, di deportazioni e di iter burocratici lunghi e di difficile accesso che rendono praticamente impossibile la regolarizzazione delle persone. A causa di tutto ciò la città di frontiera di Tapachula (320 mila abitanti) è diventata un imbuto nel quale in migliaia rimangono intrappolati senza possibilità di movimento ma anche senza alcuna possibilità di sopravvivere. Nelle scorse settimane in maggioranza haitiani e centro americani hanno organizzato, nel giro di pochi giorni, almeno quattro “carovane migranti” e provato ad attraversare il paese non solo per raggiungere gli Stati Uniti ma anche solo per lasciare la città di Tapachula e lo Stato del Chiapas nel sud del Messico dove non ci sono le condizioni basilari per vivere.

Alcune fonti parlano di più di 77.000 persone che hanno richiesto protezione in Messico quest’anno, 55.000 delle quali a Tapachula. Provengono da paesi come Cuba, El Salvador, Guatemala, Honduras, Haiti e Venezuela, e una parte significativa sono donne e bambini. “Sono state nel limbo per mesi in attesa della risoluzione del loro status“, denuncia MSF in una nota stampa [1].

La risposta del governo di López Obrador è stata una sola: repressione. Con azioni molto spesso violente e lesive dei diritti umani delle persone migranti, la Guardia Nacional e i funzionari del Instituto Nacional de Migración, le hanno dissolte tutte, con blocchi e con retate a sorpresa anche durante la notte e con il conseguente abbandono in zone isolate al di là del confine, come denunciano molti difensori dei diritti umani che chiedono al governo messicano il libero transito e la fine dell’uso della forza contro le persone [2]. Finora nel 2021, 147.033 persone senza documenti sono state arrestate, tre volte di più che nello stesso periodo del 2020, quando furono registrati 48.398 arresti, secondo l’INM (Instituto Nacional de Migración).

In questa intervista, in esclusiva per Melting Pot, Nimsi Arroyo, coordinatrice della comunicazione sociale dell’albergue Hospitalidad y Solidaridad di Tapachula, racconta la difficile situazione che si vive nella “città-carcere” chiapaneca.


La settimana scorsa almeno quattro carovane di migranti e rifugiati centro americani e haitiani ha provato a lasciare Tapachula e lo Stato del Chiapas con l’obiettivo di arrivare alla frontiera nord con gli Stati Uniti. Quali sono le cause di questa nuova ondata di carovane?

Le cause corrispondono a vari fattori, uno dei più importanti è l’impatto che ha avuto la decisione della Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (COMAR) di cancellare gli appuntamenti in presenza sostituendoli con quelli in forma virtuale e il ritardo di alcuni appuntamenti fino a febbraio 2022. Insieme a questo le condizioni di Tapachula come città non sono del tutto positive per la popolazione migrante dal momento che è complicato accedere a un lavoro o a una casa, due elementi basici perché chiunque possa vivere con dignità. Infine, il problema della barriera linguistica che è presente sia nella diminuzione dell’attenzione degli enti pubblici nei loro confronti sia nel vivere la città sommando un’ulteriore difficoltà a quelle già presenti.

Tapachula è stata rinominata “città-carcere” perché i migranti non possono andar via ma allo stesso tempo la città non ha strutture e risorse per l’accoglienza delle migliaia di persone che arrivano ogni giorno. Non ci sono nemmeno possibilità di sopravvivere, con il pericolo reale di finire in mano alla criminalità organizzata. Qual è la situazione in città e negli albergues come il vostro che si occupano dell’accoglienza?

Tapachula è una città complessa per molti versi, tanto per i tapachultecas quanto per i migranti che vi transitano e i rifugiati che si fermano in città. In termini di infrastrutture, è una piccola città per la grande quantità di popolazione che ospita, inoltre, come dici tu la questione delle risorse è estremamente importante perché c’è un’importante questione di disoccupazione in generale per l’intera popolazione e senza occupazione il reddito è difficile da avere e questo tende a diminuire notevolmente la qualità della vita di qualsiasi persona. A questo, aggiungiamo la condizione di essere un migrante o un rifugiato che spesso può implicare pratiche xenofobe o discriminatorie da parte di alcuni settori della società. In questo senso, noi come rifugio che lavora con la popolazione rifugiata e richiedente asilo, poniamo molta enfasi sul continuare a sensibilizzare la popolazione di Tapachula sull’argomento in modo che la questione dell’accoglienza ogni giorno migliori per le persone.

Nonostante molti migranti siano rifugiati o abbiano i documenti che gli permetterebbero di circolare in tutto il Paese, la risposta del Governo è stata inflessibile: repressione e deportazione dei “salvati”. Cosa pensate della risposta del Governo di López Obrador?

Crediamo che quando si parla di migranti e di persone rifugiate, la prospettiva dei diritti umani deve stare al centro della discussione; senza alcun dubbio consideriamo che essere solidali e ospitali è il cammino per affrontare il tema e trovare soluzioni che diano dignità alle persone in situazioni di mobilità.

Altra cosa che si rimprovera al Governo è la lentezza delle istituzioni a rispondere alle richieste di asilo e alla regolarizzazione dei migranti. Come funziona l’entrata nel Paese per i migranti e i richiedenti asilo, anche alla luce delle nuove disposizioni anti-covid?

Il funzionamento è cambiato proprio a causa della pandemia, l’ultimo di questi cambi è stato quello già descritto prima, cioè la cancellazione degli appuntamenti in presenza, e questo ha generato una reazione nelle persone dal momento che non tutti hanno accesso a internet, computer o cellulari per fare domanda. Inoltre è importante considerare che nel caso di Tapachula ci sono molte persone che provengono non solo da Haiti, ma anche dal Caribe, dal Centro America e di alcune zone dell’Africa che oggi cercano asilo nel Paese e la maggioranza lo fa proprio a Tapachula. E questo senza dubbio genera una quantità importante di domande e la realtà è che le istituzioni non fanno abbastanza per soddisfare le domande.

In questi giorni López Obrador ha utilizzato molto la propaganda, sia dicendo che la repressione verso i migranti era per proteggerli dal crimine organizzato del nord, sia affermando che grazie a programmi statali, come “Sembrando Vida”, il governo si sta impegnando coi migranti. Quanta verità c’è in queste affermazioni?

Qui nel sud c’è il programma “Bienestar” nel quale le persone richiedenti asilo possono lavorare per un periodo di tre mesi, facendo pulizie delle strade e di differenti spazi pubblici. Ma la verità è che ogni giorno è sempre più difficile per le persone entrare in questi programmi per il taglio dei fondi e questo ci riporta all’inizio, cioè non c’è la possibilità di una vita con dignità per le persone.

Si parla molto della sottomissione del Governo messicano al Governo degli Stati Uniti sul tema migratorio. Quanto l’imposizione di Trump di questa linea credete abbia influito nelle recenti decisioni di López Obrador? È cambiato qualcosa con il nuovo presidente Biden?

In tema migratorio i cambi non sono sempre percettibili al momento in cui si vincola una relazione con un altro paese. In questo senso in realtà pensiamo che non ci siano stati cambi particolari né in bene né in male.

Già si parla di nuove carovane nei prossimi giorni, settimane, mesi. secondo voi può la repressione da sola risolvere il “problema” ogni giorno maggiore del flusso migratorio verso gli Stati Uniti, nel mezzo di una crisi pandemica, sociale, politica ed economica senza precedenti?

No, la repressione e l’uso eccessivo della violenza non porta a risolvere nessuna situazione, al contrario porta a creare ulteriori tensioni ed è chiaro che non è conveniente per nessuno. La violenza non è mai il cammino per risolvere problematiche strutturali.

Note

[1] Leggi anche: “La situación de miles de migrantes en México es insostenible por las deportaciones desde los EE.UU. y la falta de expectativas“, (MSF Mx, 6 settmbre 2021)

[2] Leggi anche: “Migrantes inician ayuno en Chiapas para que los dejen partir al norte de México” (Aristegui Noticias, 13 settembre 2021)

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