Nella Terra liberata dei comuneros

COLOMBIA. Il clima di attesa per la sfida presidenziale di Petro non scalda più di tanto le comunità di contadini Nasa del Cauca. Che tra narcos, esercito e guerriglia hanno dovuto imparare da soli a difendersi e a riconvertire ecologicamente i terreni strappati al business degli agrocombustibili. Parla l’ex sindaco “comunerò” Abel Coicué: «Oggi la riconversione in terreni agricoli per la comunità dei cañaverales raccoglie l’eredità della resistenza dei popoli nativi alla colonizzazione»

di Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

Il Cauca è la culla della cultura del popolo originario Nasa in Colombia, una regione andina che è stata e continua a essere teatro di conflitti sanguinosi: dalla resistenza contro gli spagnoli guidata dall’eroina indigena Gaitana fino agli scontri a fuoco tra le cellule dissidenti delle Farc-Ep e le forze armate.

Nel comune di Caloto, nella zona settentrionale del Cauca, vive oggi Abel Coicué, un comunero Nasa ed ex sindaco del resguardo di Huellas, territorio parzialmente autonomo gestito da comunità indigene. La sua casa autocostruita è circondata da banani, piante di caffè, yuca, aromi, un prato in cui pascola una mucca, del pollame, diversi cani e uccelli che cantano facendo da tappeto sonoro alla sua voce.

UNA VOLTA TUTTO QUESTO era coperto da campi di canna da zucchero, racconta Abel, le coltivazioni intensiva dei proprietari terrieri che hanno dominato storicamente nella regione sfruttando la mano d’opera indigena e afrocolombiana e distruggendo l’ecosistema tropicale. Abel ha contribuito alla nascita del “Tessuto di comunicazione” locale: «Facevamo un lavoro per sensibilizzare le persone attraverso la radio, il web, i video e la stampa. Questo ci ha creato diversi problemi con lo Stato e i gruppi armati, perché stavamo dando visibilità a quello che succedeva sul territorio. Abbiamo avuto problemi con la nostra stessa organizzazione perché quando ci sono stati leader che commettevano errori li rendevamo pubblici attraverso i nostri canali».

L’attivismo radiofonico di Abel viene dall’ACIN, l’Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca che a sua volta fa riferimento al CRIC, il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, fondato nel 1971 sullo slogan «Unità, Terra, Cultura e Autonomia», un’esperienza pioniera del movimento indigeno dell’America Latina e un esempio di autorganizzazione dal basso che interessa 84 resguardos appartenenti a 8 popolazioni originarie.

ABEL HA DOVUTO ABBANDONARE la sua terra e la sua famiglia per diversi mesi e andare in esilio in Spagna quando la sua incolumità è stata messa in pericolo dalle minacce dei gruppi armati che si affrontano nelle vicinanze. Ora che è tornato a casa avrebbe diritto al servizio di protezione offerto dalle istituzioni, ma ai costosissimi mezzi blindati delle autorità preferisce la compagnia di un giovane ragazzo della comunità che lo segue in moto, disarmato, quando si sposta tra i resguardos della regione.

Lungo le curve e i versanti scoscesi della cordigliera centrale che attraversa Caloto si leggono le sigle della cellula dissidente delle Farc-Ep “Dagoberto Ramos” sugli edifici e a poche centinaia di metri di distanza ci sono dipinte le bandiere rossoverdi della Guardia Indigena del CRIC.

LA «GUARDIA» è un’organizzazione di autodifesa delle comunità indigene aderenti al CRIC. Chi fa il turno di guardia non ha armi da fuoco ma impugna il bastone tradizionale che gli conferisce autorità e legittimità. Il loro compito è chiamare a raccolta la comunità in caso di pericolo per evitare l’entrata di gruppi paramilitari e narcotrafficanti. Le cellule guerrigliere dissidenti, che in questa zona si dedicano al traffico di stupefacenti e al controllo territoriale, si sono rese più volte artefici di attacchi e omicidi ai danni della Guardia.

Superando gli appostamenti delle Farc si trova la scuola rurale “El Credo”. Qui bambini e bambine imparano a fare i calcoli mentre si prendono cura della terra e degli animali, gli si insegna a suonare uno strumento musicale e a preparare il mangime per la fattoria. Durante i periodi di conflitto più intenso, l’edificio si trasforma in un rifugio per tutta la comunità, che si chiude nella scuola per giorni, settimane o anche mesi, mentre fuori si spara. All’entrata della scuola c’è un murale in cui è raffigurato lo spirito comunitario che guida le attività didattiche.

TRA LE NUBI DIPINTE DI AZZURRO si intravede il ritratto di una bambina, Maryi Vanessa, la figlia di Abel, uccisa da un ordigno esplosivo durante uno scontro tra guerriglieri ed esercito.

Alle spalle di Abel il sole tramonta e cala la notte sulle montagne circostanti. Le luci che si accendono fanno pensare ai lumi di un piccolo borgo, invece sono le coltivazioni di Toribio, anche conosciuta come la Ciudad Perdida, dove il business della marijuana è diventato endemico, si organizzano visite guidate nei campi e le piante vengono stimolate anche di notte con luci artificiali visibili da tutta la vallata. Gli affari fioriscono sotto gli occhi vigili della base dell’esercito che sorge a pochi chilometri. Le coltivazioni illegali di marijuana e coca foraggiano ormai da anni i diversi soggetti che si fronteggiano sul territorio. E si sono diffuse anche nei resguardos. Secondo Abel «il narcotraffico è stato uno dei problemi più difficili che abbiamo dovuto affrontare come organizzazione indigena». Le coltivazioni illegali sono una fonte di ingresso per le famiglie, al stesso tempo si sta «rompendo il tessuto sociale, oggi la gente ha più soldi e diventa individualista, incomincia a pensare a se stessa e non più come collettivo. Non partecipa alle riunioni e non va alle assemblee».

Inoltre, le infiltrazioni dei narcos nelle comunità indigene rafforzano i gruppi criminali e le forze militari e di polizia che controllano la zona.

I GIOVANI PREFERISCONO I SOLDI facili offerti dagli imprenditori delle sostanze e per questo molti di loro smettono di studiare o lavorare per dedicarsi al business illegale. «Quando la dirigenza della nostra organizzazione decide di intervenire in modo deciso contro questo problema allora entra in gioco la guerriglia che ci minaccia e ci assassina – commenta Abel -, però noi rimaniamo qui e questa situazione ci deve servire per capire quale strategia usare, cosa fare».

Tra le pratiche messe in campo dalle comunità di Caloto c’è la cosiddetta «Liberazione della Madre Terra», ovvero la riconversione di ettari di cañaverales, i canneti delle imprese che producono agrocombustibili, in terreni adatti all’agricoltura e all’allevamento. I membri della comunità si spostano in moto con i machete, le zappe, i pali di legno e il filo per delimitare il terreno liberato. Si procede in perfetta sincronia con il lavoro collettivo che nella tradizione indigena dell’area andina viene chiamato la «Minga». Secondo Abel, la liberazione della madre terra raccoglie l’eredità della resistenza dei popoli nativi alla colonizzazione e la lunga storia del recupero dei terreni che durante il Novecento ha visto protagoniste le comunità indigene.

LA GIORNATA DI LAVORO collettivo si conclude con un’assemblea e una cena comunitaria in un altro territorio liberato dove ora sorgono alberi da frutto e un piccolo lago. Nelle terre liberate è proibito coltivare coca o marijuana, quello che si semina è per il fabbisogno della comunità e non per la compravendita di merci sul mercato. Durante l’assemblea comunitaria si presenta un candidato alle elezioni politiche per fare campagna elettorale. È un membro della comunità afrocolombiana, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Cauca. I contadini di Caloto non hanno molta fiducia nei processi elettorali. Nonostante si respiri un clima di grande speranza nel popolo colombiano, con la possibile vittoria del leader progressista Gustavo Petro, Abel intravede un rischio per le organizzazioni comunitarie: «Ci offrono molti progetti assistenzialisti che di sicuro sono utili per la nostra gente, però ci condizionano politicamente. Il governo dice: se uscite a protestare vi togliamo i sussidi».

LA COOPTAZIONE DEI LEADER comunitari ha fatto sí che «oggi l’interesse per la difesa della vita si stia perdendo, prima quando uccidevano un comunero scendeva in strada un’enorme quantità di persone per prendere i responsabili. Oggi, quando ammazzano un leader, al massimo blocchiamo una strada o facciamo qualcosa di simbolico, ma questo non ha senso perché sappiamo già chi sono gli assassini. La nostra dirigenza non si sta sforzando abbastanza e si muove solo sul piano diplomatico».

Secondo Abel le organizzazioni indigene del Cauca, famose in tutto il paese per riuscire a mobilitare migliaia di persone e mettere sotto scacco i governi di turno, non stanno analizzando questo processo di cattura da parte delle istituzioni, strategia potenzialmente vincente per rompere l’autonomia delle comunità e assimilare l’identità Nasa dentro le dinamiche delle istituzioni corrotte dello Stato.

CONTRO IL TENTATIVO di controllo da parte del governo, gli attacchi dei vari gruppi armati e l’invasione delle multinazionali, che vogliono estrarre minerali e sfruttare le fonti d’acqua, le comunità contadine del Cauca vogliono ripartire dalla Madre Terra, liberarla dalla produzione intensiva «per far tornare la vita, gli animali, gli alberi e ricreare un ecosistema in cui può viverci qualsiasi essere vivente».

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