#Video Dibattito “I Muri della Vergogna” al Festival @SherwoodPadova 2017 con @michelegiorgio2 de @ilmanifesto @velvetsecret80 e @FabrizioLorusso @IberoLeon #Mexico

muri migrantiLunedì 10 luglio si è svolto allo Sherwood Festival il dibattito “I muri della vergogna, le prigioni del capitalismo” (leggi il testo di presentazione), organizzato dall’Associazione Ya Basta Êdî Bese!, al quale hanno partecipato Fabrizio Lorusso (giornalista freelance e ricercatore in Messico), Michele Giorgio (giornalista de “Il Manifesto” e corrispondente da Gerusalemme), Davide Grasso (militante No Tav e combattente YPG). Francesca Stanca, dell’Associazione Ya Basta Êdî Bese!, ha introdotto la discussione cercando di tracciare le linee comuni di quei muri e quelle barriere che si estendono in aree del mondo molto diverse tra loro, come la Palestina, il Kurdistan siriano ed il Messico. Se è vero che l’epoca dei muri, come è stata definita quella odierna, fonda le relazioni umane proprio sulla separatezza e l’intolleranza, è anche vero che in queste aree del mondo si stanno sviluppando forme di resistenza e conflitto vecchie e nuove, che hanno al centro temi di emancipazione sociale, culturale e politica. Di seguito i video e i riassunti tratti da GlobalProject.Info  

Il conflitto tra Israele e Palestina, uno dei più intensi e seguiti della storia contemporanea, ha subito negli ultimi dieci anni un enorme calo di attenzione internazionale. Secondo Michele Giorgio l’opinione pubblica internazionale, ed in particolare quella occidentale, ha teso gradualmente a ridimensionare la questione palestinese, in particolare grazie alla narrazione che viene fatta dal governo israeliano. Questo è infatti riuscito a blindare politicamente e mediaticamente l’occupazione militare e le continue violenze alla popolazione giocando la carta del “pericolo islamico”.

Questo sta succedendo in particolare a Gaza, dove è in corso da dieci anni un’occupazione messa in atto da Israele con la complicità dell’Egitto, che ha indebolito la popolazione, in termini economici e sociali, ma anche politici. Manca infatti una leadership ed una capacità organizzativa in grado di orientare il conflitto verso posizioni di conquiste reali. Allo stesso tempo lo stesso mondo arabo si sta disinteressando alla questione, perché ha interesse che Gaza diventi una prigione a cielo aperto, dove mettere non solamente i palestinesi, ma i profughi provenienti da altri Paesi ed abbandonati dalla comunità internazionale.

Sempre rimanendo sui tema dei “conflitti”, Davide Grasso ha evidenziato il ruolo dei combattenti internazionali nella guerra di liberazione del Kurdistan siriano dall’Isis e nella cosiddetta “rivoluzione confederale”. Quel  “fiore nel deserto”, nato all’interno di un teatro di guerra civile atroce, ha assunto ancora più valore politico nel momento in cui è stato identificato da tanti e tante, anche al di fuori del Kurdistan, come un’esperienza da difendere in armi. Questo è accaduto perché, in un’area in cui i curdi rappresentavano non più del 10% della popolazione, questi hanno espresso una soggettività politica avanzata – sul piano organizzativo e teorico –  da diventare punto di riferimento in tutto il mondo.

Secondo Grasso esiste una vulgata molto diffusa in Medio Oriente, legata al fatto che la creazione di uno Stato curdo possa rappresentare una nuova Israele: «In realtà si tratta di una menzogna, perché Israele si fonda sul colonialismo mentre i curdi  storicamente si sono autodeterminati in opposizione al colonialismo stesso».  La lotta al colonialismo spesso non è stata, volutamente, compresa in Occidente, che durante la battaglia per la difesa di Kobane ha completamente oscurato gli aspetti più profondi della resistenza curda.  «Adesso è in corso un’offensiva per liberazione di Raqqa, con un comando guidato da combattenti donne» continua Grasso, «ed è seguita con minore attenzione rispetto a quella di Kobane. Questo perché si è costruito ed ora prende davvero forma  un progetto politico che è andato ben oltre lo Ypg». Un progetto che è in grado di inglobare tanti arabi che sono stati arruolati dalla famigerata “opposizione siriana”. Il punto cruciale della questione, conclude l’attivista, è che «nelle fila della “sinistra curda” è nata una prospettiva sul mondo attuale che ha portato a proporre una soluzione rivoluzionaria, che supera i conflitti settari di stampo nazionalista, localista o religioso. Lo stesso confederalismo democratico si basa infatti sul superamento dello Stato nazione».

Fabrizio Lorusso ci ha portato dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, e più precisamente in Messico. L’America Latina è il continente della cosiddetta “guerra sporca”, che non ha risparmiato il Paese centro americano. Non si tratta solo di una rievocazione storica, ma di un processo tuttora in atto, che ha avuto uno spartiacque con la sparizione dei 43 studenti di Ayotzinapa. In realtà le sparizioni forzate, legate ad apparati statali, sono tornate in auge da una decina di anni, specie nello Stato del Guerrero. Si tratta di una guerra di bassa intensità nei confronti dei movimenti sociali, fatta di paramilitarismo ed attacchi sistematici alle comunità.

Il passaggio, rispetto agli anni ’70, è che questa guerra viene ora combattuta in nome della lotta al narcotraffico, ma di fatto sta assumendo le stesse dinamiche di 40 anni fa. In Messico è la figura di Felipe Calderon, eletto alla presidenza l’ 11 dicembre 2006 con scarsissima legittimazione e consenso politico, a lanciare la guerra al narcotraffico, militarizzando il Paese. Enrique Peña Nieto, Presidente dal 2012, ha proseguito con questa politica, cambiando la retorica e legandola ad un «Paese che decolla verso sviluppo economico». Il 26 settembre 2014 avviene la sparizione dei 43 studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa , già noti per il loro attivismo politico. Dopo questo episodio ha ripreso forza la tematica  dei desaparecidos ed il suo carattere estremamente politico. Attualmente si parla di 32.000 persone scomparse, per via dell’intervento diretto statale o indiretto, in accordo con gruppi privati che agiscono per interessi economici.

La seconda parte della discussione ha riguardato nello specifico la tematica dei “muri”. Quello tra Israele e Palestina è senza dubbio uno dei più noti: 730 chilometri di barriera costruiti dal governo Olmert tra il 2006 ed il 2007, ma progettato dai laburisti alcuni anni prima. Secondo Michele Giorgio: «Quando parliamo di muri in Medio Oriente non dobbiamo dimenticare quello di Nicosia, a Cipro, diventato il primo esempio di muro razzista, di chi non vuole vivere con l’altro». La barriera di separazione israeliana, nata su questioni di sicurezza, ha incarnato tutto lo spirito del sionismo, che storicamente si è fondato da un lato sul colonialismo, dall’altro sulla separazione economica ed etnica. Questa barriera è ormai diventata parte della realtà quotidiana e, negli anni, ha assunto sempre più il significato del «muro degli occidentali che non vogliono mescolarsi con gli arabo-islamici»

Rimanendo in Medio Oriente, ma spostandoci leggermente più a Nord, troviamo il muro tra Siria e Turchia, voluto da Erdogan e sostenuto dalle potenze europee, di cui ci ha parlato Davide Grasso. Questo si estende lungo un confine tracciato dai tedeschi alla fine dell’800, che ha tagliato in due diverse città, dividendo anche gli appezzamenti contadini. Il muro è uno degli esempi più alti di militarizzazione dei confini, perché le guardie di confine turche hanno l’ordine di sparare a vista. La sua giustificazione ci introduce al cuore della vicenda politica: «il terrorismo è sempre stata e continua ad esse l’etichetta che lo Stato ha messo al proprio nemico».

Il muro sarebbe dovuto servire a fermare i foreign fighters diretti in Siria e gli jihadisti in Turchia, ma è stato costruito a ridosso di città, come Kobane, che hanno avuto un enorme peso nel primo arretramento dello Stato Islamico. Le motivazioni reali vanno dunque ricercate nel tentativo di bloccare il movimento di combattenti curdi dalla Siria alla Turchia. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che l’Iran abbia accettato la richiesta di Erdogan di erigere un ulteriore muro nel Kurdistan orientale. Sullo sfondo c’è la paura di una rivoluzione globale in Medio Oriente che, dal 2011 in avanti, vive una situazione in cui i rapporti di forza tra Stati e società si sono rovesciati a favore della seconda, con tutte le diverse tensioni che questo produce.

Infine Fabrizio Lorusso ci ha introdotti ad un altro muro, quello tra Stati Uniti e Messico, tornato ad essere di attualità dopo le tante esternazioni di Trump nei primi mesi di mandato presidenziale. Secondo Trump il Messico  è il secondo Paese al mondo più pericoloso dopo la Siria e per questo la barriera, iniziata da George H.W Bush nel 1990 ed ampliata da Clinton, deve essere ulteriormente rafforzata ed implementata. Secondo Lorusso «il modo in cui nel resto del mondo si costruisce la guerra al terrorismo, in America Latina è comparabile con la lotta al narcotraffico». Per questa ragione il muro tra USA e Messico  ha delle somiglianze con altri esempi già citati, sia in termini di controllo sociale che di retorica politica basata sulle “separazione etnica”.

La nuova retorica trumpiana della frontiera si lega da un lato ad una fase espansiva dell’industria bellica statunitense, dall’altro alle logiche protezioniste assunte dal tycoon in ambito economico. Inoltre, alla base di tutto, c’è la rinegoziazione del trattato di libero commercio tra i due Paese e la questione migratoria assume un carattere così drammatico proprio perché è parte di questa contrattazione.

 

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