Misure e ritmi meridiani

di Giuseppe Pagani (CarmillaOnLine)

Lasciandosi alle spalle Europa ed Atlantico e mettendo piede in America Latina ci si rende presto conto che a cambiare non è solo il continente, ma soprattutto la visione spazio-temporale della realtà. Come insegnano i grandi pensatori del passato il tempo e lo spazio sono concetti relativi, cosa più che mai evidente nella parte centro-meridionale delle Americhe. Queste poche righe a riguardo seguiranno il volere di Nietzsche, che non amava la produzione intenzionale e deliberata, ma piuttosto i pensieri sparsi (e inconcludenti?) che vanno a formare spontaneamente, quasi inavvertitamente, un testo scritto. Impossibile sarà non generalizzare, dal momento che conosco ancora poco di queste terre e considerando che esistono differenze significative fra aree urbane e rurali, fra centro e sud America, fra paesi più o meno occidentalizzati, fra costa, sierra e foresta amazzonica. D’altra parte però sono calzanti le parole di Che Guevara, secondo cui i popoli che vanno dal Messico allo stretto di Magallanes costituiscono una sola raza mestiza con evidenti similitudini etnografiche.

La diversa concezione delle coordinate fondamentali dell’esistenza umana è ben rappresentata dai due totem dello spazio-tempo latinoamericano: aquicito e ahorita. Intraducibili diminutivi di “qui” e “ora”, rendono l’hic et nunc un concetto sfuggente e ricco di sfumature: ahorita può significare “fra pochi secondi” così come “fra otto ore”, aquicito può indicare luoghi distanti due passi o parecchi chilometri. Approssimazione non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente. Più in generale è impossibile non notare un abuso del diminutivo. Con diversi suffissi a seconda della zona (-ito/a è forse più andino, –ico/a colombian-venezuelano, –inho/a brasiliano) quest’accortezza linguistica modifica il significato delle parole e incide non solo sulla misura ma pure sull’intensità, attenuando o accrescendo la rilevanza di un concetto e sottintendendo sentimenti di affetto o disprezzo.“Non conviene dimenticare i diminutivi nel sud del mondo” ammonisce Luis Sepúlveda. Perla rara, ma non troppo, è il diminutivo del diminutivo: ahoritita è l’esempio migliore, ed è difficile capire se tale esagerazione garantisca più precisione o intensifichi il carattere indefinito dell’espressione. Più affidabile si rivela spesso l’incisivo ya, ma non stupisce scoprire che oltre a “ora” significhi anche “sì”,  “già” e “ormai”.

Ottenere indicazioni stradali precise è impresa non da poco, ça va sans dire. De frente può nascondere una svolta a sinistra e a ladito una distanza inaspettata, i numeri civici sono spesso simili a un codice segreto e la mappa dei trasporti, quando esiste, non è una garanzia. La singolare unità di misura (una cuadra, cioè un isolato) completa l’opera. Ma soprattutto è molto raro sentirsi rispondere “non lo so”. Improvvisazione e fantasia la fanno da padrone, le versioni discordanti si moltiplicano e  il viandante non può far altro che mettere insieme i pezzi. “In questa terra mentiamo per essere felici. Ma nessuno di noi confonde la bugia con l’inganno” sottolinea ancora saggiamente il buon vecchio Luis.

Anche l’organizzazione degli spazi è degna di nota. Parlando di mezzi di trasporto, dove un gringo vede un posto a sedere un latinoamericano ne scorge almeno tre: ho avuto il piacere di condividere un pick-up con altre ventidue persone e una normalissima macchina con altre nove. E finché il veicolo non è pieno (in senso letterale) non si parte. Lo spazio è denaro almeno quanto il tempo e va quindi sfruttato a dovere: certe lavanderie vendono anche frullati o dvd, l’elettrauto all’occorrenza si fa biglietteria e il meccanico si trasforma in locale rock. “Di quei tempi è rimasto il carattere funzionale degli edifici: tutti assolvono a due funzioni, benché sia solo una la principale. I locali servono da bar e da ferramenta, da bar e da ufficio postale, da bar e da agenzia di cabotaggio, da bar e da farmacia, da bar e da onoranze funebri. Entro in uno che è bar e farmacia veterinaria, ma un cartello all’ingresso assicura che assolve a una terza funzione: si curano rogna e diarrea animale e umana.”1

Prendendo in considerazione distanze maggiori, i concetti di vicino e lontano non coincidono con quelli a cui siamo abituati. Città distanti due ore sono quasi un continuum e i viaggi di una notte rappresentano la normalità. Non è raro trascorrere ore in bus (corrispondenti magari alla tratta Milano-Roma o addirittura Milano-Napoli) soltanto per partecipare a un evento per poi ritornare. Orari e fermate son tutt’altro che rigidi e con l’informalità imperante le possibilità crescono di pari passo all’imprevedibilità. Ben presto ci si abitua ai viaggi infiniti su quella grande Via Emilia che è la Panamericana, sulle strade dissestate dell’Amazzonia e su quelle zigzaganti delle Ande. Questo mondo non è fatto di città ma di grandi spazi incontaminati, la Natura scandisce tempi e ritardi, fra piogge, alture, imprevisti e silenzio.

Le differenze culturali si fanno profonde nei luoghi più lontani da quella che ci ostiniamo a chiamare civiltà. Negli sperduti villaggi andini i bambini camminano ore su strade deserte per raggiungere la scuola, nella selva non c’è bisogno di cortecce allucinogene per sentire il dilatarsi del tempo e dello spazio. Quando si chiede a un abitante del posto il tempo di percorrenza di un sentiero a lui ben noto  la risposta è vaga o evasiva, semplicemente perchè non l’ha mai calcolato. “Prova a chiedere ad uno di loro che ore sono/e ti risponderà non l’ho saputo mai.” 2 L’ancestrale visione andina del tempo aiuta a capire qualcosa in più di questo approccio alla realtá. La storia non è concepita come un percorso lineare ma piuttosto come una spirale, in grado di tornare senza vergogna sui propri passi per poi continuare. Il tempo è flaco o denso sulla base di aspetti qualitativi e non di una fantomatica idea di progresso. Come l’angelo della storia di Benjamin, il tempo andino dà le spalle al futuro, raggiungibile soltanto volgendo sempre lo sguardo al passato e alla tradizione. Una di queste tradizioni è la proprietà condivisa della terra, pratica radicale che ancora resiste in alcune parti dell’America Latina nonostante secoli di depredazione culturale.

Tutto ciò che ho fin qui disordinatamente descritto potrebbe essere percepito da un occidentale come caos, mancanza di rigore e precisione, disorganizzazione endemica. Senza voler per forza esaltare “l’altro da noi” e pur riconoscendo l’irritazione che certe situazioni provocano, credo sia una visione superficiale che non prende in considerazione aspetti decisamente positivi. Si tratta forse di un senso della realtà e dello spazio-tempo meno frenetico, più antico, ma non per questo meno consapevole. Sicuramente non è stata importata l’ansia dal vecchio mondo e le persone sono ancora in grado di affrontare i problemi e gli imprevisti con una certa serenità mista a pazienza, lasciando che gli eventi facciano il loro corso, più abituate come sono ai ritmi della Natura e alla dimensione dell’attesa. Terzani ricordava che una delle frasi più comuni in Thailandia è Mai ping rai,  cioè “non importa”/“lascia stare”/“pazienza”/“perché preoccuparsi?”, a dimostrazione che i sud del mondo sono più simili (e saggi) di quanto si pensi.

Di un grande campione come Aldair, non a caso brasiliano, ho letto che “non ha avuto fretta di esplodere, di bruciare le tappe, e ha saputo assoggettare il flusso dei mesi e degli anni alla sua volontà, conformarlo al percorso che riteneva più adeguato.”3 Noi siamo schiavi del tempo, loro ne sono padroni, come disse un tuareg ad un mio amico e collega. Soprattutto per questa consapevolezza quando penso all’America Latina non posso che descriverla con le parole che usò Camus per definire la Spagna dei suoi tempi: il luogo in cui è più forte l’amore per la vita e la disperazione per l’esistenza.

1 Luis Sepulveda, Patagonia Express

2 Fabrizio De Andrè, Via della Povertà

3 Fabrizio Gabrielli, Pluto Aldair: classe e lentezza, L’UltimoUomo, 5 ottobre 2016

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