Cile, cronache di un risveglio

di Pablo Mardones per Tiempo Argentino + Galleria fotografica

traduzione di Alioscia Castronovo per DinamoPress

Sabato scorso la rivolta cilena ha compiuto una settimana. Tutto accade a grande velocità. Secondo il presidente, siamo passati da essere «la vera oasi in America Latina» all’essere «in guerra» ed infine, ha chiesto perdono offrendo un pacchetto di misure riformiste. Manifestazioni di massa, canti, musiche e cacerolazos si sono opposti a manganellate, assassinii, violenze sessuali, torture e coprifuoco. Ci sono state enormi manifestazioni di fronte alle ambasciate cilene a Buenos Aires, Barcellona, e New York, dibattiti nel parlamento francese e articoli di giornale sulla situazione cilena in tutto il mondo.

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Foto: Pablo Mardones

Il mio stato d’animo, così come quello della maggioranza delle persone, cambia a un ritmo vertiginoso. Mi sveglio con l’angoscia ascoltando le notizie sui media (non sappiamo più a chi credere), cerco di sostenere per quanto possibile persone che non riescono a dormire, sentono gli elicotteri e hanno incubi relativi alla dittatura, e poi esco a manifestare nel pomeriggio, suonando musica in strada e abbracciando persone sconosciute. Non c’è nessuna psiche che possa sostenere tutto questo!

Dopo aver vissuto l’inizio della rivolta a Santiago, mi sono spostato nel nord del paese, a Iquique, nella regione di frontiera con paesi anch’essi in sommossa come Bolivia e Perù. Scenario di grandi contraddizioni, questa città vede la coesistenza di una forte militarizzazione prodotto dal processo di cilenizzazione successivo alla Guerra del Pacifico (1879-1883), con una forte tradizione di resistenza popolare, come quella che terminò con il triste e internazionalmente riconosciuto massacro operaio del 1907, reso immortale dai Quilapayún con la “Cantata de Santa María de Iquique”. Quel che ho incontrato a Iquique in questi giorni è stata una manifestazione immensa, in pieno stile norteño cileno con atmosfera da festa ed un grande presenza aymara. Martedì, mercoledì e giovedì sono rimasto coi piedi per terra e i polmoni in mano per aver suonato tanto la zampogna andina. Le manifestazioni, con i propri motivi e circostanze, diventavano parte della grande rivolta. Sono stato alla manifestazione dei Popoli Indigeni, il cui slogan era “In difesa dei nostri popoli, dell’acqua e della dignità. Basta spossessamento e terrorismo di Stato neoliberale”. È stata una mobilitazione di massa, una condizione che senza il contesto di rivolta in cui ci troviamo sarebbe stato difficile da raggiungere.

La sfida adesso è di andare avanti nella lotta e dargli forma. Per esperienza, so che le insurrezioni popolari che non riescono a costruire una agenda concreta di rivendicazioni, proposte e proiezioni non sempre finiscono bene. Sono stato in Ecuador nel gennaio del Duemila quando, in seguito a una profonda crisi economia, il popolo, ed in particolare con il sostegno della Confederazione di Nazionalità indigene – la CONAIE – è riuscito a far cadere il presidente. Successivamente il movimento è stato strumentalizzato e poi, con ancora più forza, le politiche neoliberali sono tornate ancora più forti. Nel 2013 stavo vivendo a Sao Paulo. In quella megalopoli sono stato testimone di una grande rivolta nata, giustamente, dall’aumento del costo del trasporto pubblico. Furono organizzate enormi manifestazioni, cacerolazos e assemblee popolari. Come è finita quella rivolta? Con l’impeachment a Dilma Rousseff, un governo ad interim implicato in decine di cause di corruzione e infine nella vittoria elettorale della destra. Per non parlare dei nefasti esiti delle primavere arabe che avevano creato tante speranze.

Sarà il Cile un’eccezione? Questa curiosa e lunga striscia di terra ha segnato spesso i tempi. Oggi il paese che ha avuto il primo presidente socialista eletto democraticamente, diventando dopo il laboratorio del neoliberismo, ha ancora una volta la possibilità di diventare avanguardia.

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