IntervistePrimo Piano

Bachata: da genere ‘volgare’ a simbolo nazionale dominicano. Intervista con Roldán Marmol

 22/05/2020  Di:
Bambine che ballano al ritmo di una bachata presso un batey dominicano
Bambine che ballano al ritmo di una bachata presso un batey dominicano. Foto: Raúl Zecca Castel 

di Raúl Zecca Castel da Rivista Global

Il genere musicale bachata è stato recentemente dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’Unesco. Per quanto abbia conquistato il palcoscenico del mercato internazionale solo negli ultimi anni, soprattutto grazie al “fenomeno” Romeo Santos, e sia diventata il simbolo indiscutibile dell’identità dominicana, la bachata ha una lunga storia di rifiuto nel paese da parte delle élite locali, in parte perché legata a un’eredità africana che si vorrebbe cancellare, e in parte perché legata alla marginalità sociale dei migranti rurali e delle classi subalterne.

Di tutto questo ne ho parlato con Roldán Mármol, musicista e sociologo dominicano, presidente della Fundación Cultural Cofradía, prima istituzione multiservizi di ambito culturale in Repubblica Dominicana, nata con il proposito di valorizzare, sviluppare e diffondere la cultura popolare dominicana nelle sue più diverse espressioni.

Roldán mi riceve nella sede della sua Fondazione, in calle Manuel Rodríguez Objío, a Santo Domingo, dove mi trovo da alcuni mesi con il fine di realizzare una ricerca etnografica che ha per oggetto la vita nei bateyes, comunità rurali di migranti haitiani sparse nell’entroterra del paese, nel mezzo di immense piantagioni coltivate a canna da zucchero, dove i braccianti e le loro famiglie vivono da generazioni, in completo isolamento dal resto della società dominicana.

È da qui che prende piede la nostra conversazione.

Buongiorno Roldán, è un vero piacere conoscerla. Come prima domanda vorrei chiederle se a suo avviso esistono delle connessioni tra la bachata e i bateyes?

La bachata presenta diversi elementi di connessione con la realtà dei bateyes, anche se non sono mai stati indagati a fondo. Anzitutto occorre segnalare l’identificazione dei bateyes e, più in generale, delle comunità rurali con l’origine stessa della bachata, in particolare nella sua dimensione più originaria, legata ai contenuti dell’amarezza, dello sradicamento, della solitudine e della vittimizzazione: una dimensione legata proprio a quel processo di urbanizzazione che affrontò la Repubblica Dominicana, soprattutto a partire dagli anni ’60, e che si collega alla questione della marginalità urbana, a quell’immensa cintura di miseria che si creò con i migranti rurali, i quali furono lo snodo centrale nella creazione di questo genere musicale.

La nascita e lo sviluppo della bachata fu dunque un fenomeno socio-economico, con implicazioni politiche, che fece seguito alla trasformazione della società dominicana da rurale a urbana; una trasformazione strettamente legata alla fine della dittatura di Trujillo. Si trattò di un fenomeno culturalmente complesso che si rifletté specificatamente in quel sentimento di amarezza che caratterizza il genere bachata.

Si riferisce a un’interpretazione molto suggestiva relativa all’influenza indiretta che il regime di Trujillo avrebbe esercitato sulla bachata, legata proprio a quei sentimenti di amarezza e a quel lamento che costituiscono la base emotiva originaria di questo genere musicale. Può spiegarci meglio?

La fine della dittatura nel 1961, dopo 30 anni di assassinii, torture e violenza, implicò una situazione incredibilmente rivoluzionaria e libertaria, ma non rappresentò in ogni caso la fine della repressione politica e sociale, poiché il processo di emancipazione dalla dittatura fu castrato prima da un colpo di stato ai danni del governo democraticamente eletto di Juan Bosch e poi dall’intervento militare statunitense del 1965. Per non parlare di cosa significò il governo dei famosi 12 anni di Balaguer, dal 1966 al 1978.

Per questo ritengo che durante tutto il tempo in cui nel paese restò in vigore un sistema semitotalitario e repressivo, la carica umana ed emotiva, i sentimenti più profondi e la sofferenza repressa della popolazione dovettero trovare un’altra modalità per esprimersi. E lo fecero attraverso la musica, in particolare attraverso la bachata, con temi amorosi e di coppia, ma allo stesso tempo con un sottofondo triste, di lamento e con quell’amarezza che, a mio avviso, si faceva portatrice di una carica sociale. E quella carica sociale, in qualche modo, si legava con il lamento che si stava sviluppando anche nei bateyes, intesi come spazi di marginalità, luoghi dimenticati e depressi, politicamente inesistenti, come enclave pseudo-capitaliste, dove l’umanità era pura utopia.

Tutti questi elementi sono presenti nella bachata come parte di una cellula non musicale, bensì socioculturale. È qualcosa che ha a che fare con il patrimonio immateriale, difficile da percepire, ma che si sviluppa come una specie di memoria orale e si trasmette di generazione in generazione. Penso che i bateyes, con la loro popolazione marginale, in qualche modo percepirono attraverso la bachata quella sofferenza che la società dominicana nel suo insieme stava vivendo. Bisogna considerare, inoltre, che in quei luoghi dal profumo di zucchero, lontani dalle città, si aggiungeva la solitudine, la nostalgia e la disperazione che molti dei suoi abitanti si portavano dietro o avevano ereditato da Haiti, insieme al machete e alla sottomissione che regnavano in ogni angolo dell’industria saccarifera. In qualche modo, la bachatarappresentava il cordone ombelicale della povertà.

In senso più generale, credo sia necessario affermare che la relazione bachata-bateyes, in molti modi, è stata segnata da un contesto sonoro insulare caraibico, storicamente tessuto dallo scambio e dalla migrazione, dove è possibile ritrovare le impronte della musica portoricana, cubana e afro-caraibica in senso ampio, espresse dall’esecuzione mutuata del requinto e dagli accenti ritmici del bongo. In qualche modo è ciò che accadde con le melodie e la malinconia della musica blues negli Stati Uniti, che si intrecciarono nelle piantagioni di cotone, dalla ferita stessa della schiavitù nordamericana, fino a trasformarsi in un intenso e profondo lamento nei bar e nei quartieri di New Orleans.

Non è un caso che la bachata sia nota come “musica de amargue” [musica d’amarezza]. Persino il modo di cantare e di modulare la voce che hanno molti interpreti è piuttosto significativo per quel tono quasi singhiozzante e afflitto; ma è nei testi e nell’utilizzo di un vocabolario semantico caratteristico e ricorrente dove si definisce in modo specifico il genere bachata. Penso, ad esempio, al tema dell’alcool, dei tradimenti amorosi e della violenza. Come si spiegano questi argomenti, al di là dell’amarezza?

In realtà la bachata è sempre stata legata all’alcool e anche a un’idea molto maschilista delle relazioni di genere: elementi che insieme si associano facilmente alla violenza. Il fatto è che l’alcool è un elemento disinibente e il suo abuso spiega bene quella connessione con il tema della castrazione dei sentimenti, delle delusioni amorose e della frustrazione emotiva di cui parlavamo. Si trasforma in uno strumento che rende possibile esprimere i sentimenti più profondi: quello sradicamento che ha a che fare con la difficile realtà della vita sociale, la crudezza della marginalità, le limitazioni economiche, il debito costante, la separazione familiare e i tradimenti di coppia. Queste sono le ragioni per cui quando senti una bachata che descrive esattamente la tua situazione, la tua vita, allora è come se si verificasse una catarsi interiore e in qualche modo la bachata stessa si trasforma in uno strumento di sfogo che, allo stesso tempo, ti permette di vivere quella sofferenza, di costruire un mondo immaginario condiviso.

Senza averne razionalmente la consapevolezza, quella condivisione agisce in modo culturalmente significativo, come stabilizzatore psico-sociale per l’individuo e il suo contesto. Non è casuale che un brano come “Pena”, di Luis Segura, sia diventato un successo indelebile dall’inizio del genere fino ai giorni nostri.

Ci ha detto che l’origine geografica della bachata è urbana, anche se vincolata alla migrazione rurale, e che l’origine storica risale agli anni ’60 del secolo scorso. Per quanto riguarda le origini musicali e le influenze che la bachata ha ricevuto come genere, cosa può raccontarci?

Come prima cosa vorrei chiarire che la bachata è una creazione dal sapore rurale, ma costruita al centro della marginalità urbana.

Rispondendo alla tua domanda, penso che le influenze della bachata siano molteplici. Da un lato c’è il bolero, che esercitò una forte influenza tra gli anni ‘40, ‘50 e ‘60, e con lui la modalità del trio. Allo stesso tempo, abbiamo il son e la guajira cubana, così come la musica jíbara boricua o portoricana, il cui principale esponente fu Odilio Gonzalez, detto “il Jibarito de Lares”, che influenzò molti interpreti di bachata delle origini e che ancora adesso è oggetto di grande considerazione tra coloro che apprezzano quei gusti popolari dominicani legati alla modalità tradizionale della musica di amargue.

Dall’altro lato occorre aggiungere che uno dei movimenti musicali che contribuirono in modo speciale alla creazione popolare e allo sviluppo della bachata, e che quasi nessuno ricorda, è la ranchera messicana, per il modo in cui affronta la realtà esistenziale, l’amore, le emozioni e i sentimenti. È un genere musicale che ancora si ascolta molto in Repubblica Dominicana, specialmente nelle feste patronali e nei pellegrinaggi religiosi nell’Est del paese. La provincia di El Seibo, ad esempio, è l’unica dove ancora oggi si tengono corride di tori secondo la tradizione spagnola.

Durante la dittatura, e in particolare negli anni ’50, Trujillo invitò in Repubblica Dominicana moltissimi artisti messicani, da Pedro Infante a Miguel Aceves Mejía, passando da Jorge Negrete. Questi rientravano tra i gusti preferiti del dittatore, ma la loro influenza ebbe forti ripercussioni anche a livello popolare, quindi anche sulla nascita del genere bachata. Anche le rancheras, d’altra parte, presentano quegli elementi fortemente marcati dei temi della sofferenza e del machismo.

Dobbiamo escludere qualunque tipo di influenza proveniente dal continente africano o da Haiti?

Impossibile! Tutti i ritmi che formano parte della cultura popolare dominicana hanno una base nera, e la bachata non è l’eccezione, pur nella consapevolezza di un costante sincretismo prodotto a livello socio-culturale dalle influenze spagnole e occidentali in senso generale.

La bachata segue dei modelli musicali e delle forme percussive che evidentemente sono fortemente debitrici della cultura musicale africana, per via del sistema di schiavitù e di sfruttamento di cui fu protagonista l’isola fin dagli inizi della colonizzazione per arrivare a parte del XIX secolo. Questo spiega, ad esempio, certi elementi di connessione tra il genere dominicano merengue, in particolare nella sua variante lenta detta pambiche, e il genere konpa, che è una sorta di merengue haitiano. Allo stesso modo, la musica dei trovatori o twoubadou, che puoi ascoltare ad Haiti ha una certa somiglianza con la bachata nella forma in cui è cantata, nelle intenzioni dei sentimenti espressi e nel ruolo melodico e armonico delle corde.

In questo senso, esiste un minimo comune denominatore a livello culturale e musicale tra Africa, Haiti e Repubblica Dominicana, soprattutto nei bateyes, per quella mescola socio-razziale ed etnica presente in quei luoghi segnati dall’esclusione sociale e dalla marginalità.

Resta aperta la sfida di indagare a fondo gli elementi di somiglianza e differenza di questi processi musicali e socio-culturali, al di là del razzismo, dei pregiudizi e degli stereotipi alimentati da secoli dalle élite dominanti e dai modelli analitici coloniali.

Oggi la bachata è un simbolo della musica e della cultura dominicana in tutto il mondo, ma sappiamo che si tratta di un successo molto recente, visto che fino a non molti anni fa, nella stessa Repubblica Dominicana non era considerata un genere di qualità. A cosa era dovuto? Ha qualcosa a che fare con quell’influenza africana e con il difficile tema delle relazioni tra Haiti e la Repubblica Dominicana?

Sai bene che in questo paese, per molto tempo, e ancora oggi, si è cercato di negare una conformazione storico-culturale della nostra dominicanità vincolata al contributo africano e a tutto ciò che è legato alla negritudine. Questa è stata anche la ragione per cui la bachata, e non solo la bachata, ma gran parte del patrimonio immateriale folclorico e danziario di questo paese, non ha avuto e continua a non avere un riconoscimento pubblico importante.

La bachata, alle sue origini, fu negata, marginalizzata, rifiutata dalle strutture di potere e dall’élite sociale del paese, inclusa la cosiddetta “intellettualità”, da cui non era esente una buona parte della sinistra politica dominicana. Solo diverse decadi più tardi è cominciata la sua accettazione pubblica ma, di fatto, qui ci sono posti e contesti sociali dove ancora non si ascolta la bachata, perché è considerata un genere volgare. La bachata era definita musica “da guardie e puttane”, ossia tipica dei ranghi più bassi della struttura militare e delle prostitute.

In realtà, la bachata cominciò a trascendere i limiti dei settori popolari tra la metà degli anni ’80 e la decada dei ’90, grazie ai lavori del grande cantautore Luis ‘Terror’ Dias, con il suo electroamargue, insieme all’interprete Sonia Silvestre, nella produzione di Yo quiero andar, le canzoni di Victor Victor e la proposta di Juan Luis Guerra e il gruppo “440” nel loro quinto album Bachata rosa, che riuscì ad avere un forte impatto a livello internazionale.

Poi ci fu l’espressione culturale della migrazione dominicana negli USA, con la formazione del gruppo Aventura nel 1993, che offrì uno stile di bachata urbana newyorkese e che avrebbe poi scatenato il fenomeno di Romeo Santos, conosciuto a livello mondiale come “il Re della bachata”, così come confermato dalle classifiche di mercato.

Da ultimo, come parte di questo recente e nuovo impatto nei mezzi di comunicazione e nel mercato della musica, vale la pena segnalare il ruolo giocato tra il 2006 e il 2007 dal reality televisivo “El Bachaton”, che superò le aspettative della stessa produzione, trasformandosi in un appuntamento fisso a livello nazionale. In quel format, Luis Dias ed io giocavamo un ruolo di rilievo come formatori e giudici dei nuovi talenti della bachata in Repubblica Dominicana.

Pubblicato da:  In Categoria: Interviste, Primo Piano

Comment here