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Il fascismo in Brasile/1

 06/06/2020  Di: 
Jair Bolsonaro, durante durante un incontro bilaterale con Donald J. Trump, (Alan Santos / PR)

DIARIO ALLA VIGILIA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO

Di Alessandro Peregalli (diario in due parti, leggi qui la seconda)

Mentre il Brasile è già il secondo paese per numero di contagi di Covid-19, nonostante mantenga l’indice più basso di tamponi del Sudamerica (0.62 ogni 1000 abitanti), e veleggia ormai spedito verso il secondo posto anche per numero di morti, una crisi politica sempre più acuta si innesta, e si potenzia vicendevolmente, con la crisi epidemica. Non si tratta di una semplice crisi “di governo”, è la crisi della democrazia liberale brasiliana.

Da alcuni anni, con la crescita esponenziale dell’estrema destra in tutto il mondo, si sprecano i paragoni tra il presente momento storico e quella che Eric Hobsbawm ha chiamato “Era della Catastrofe” (1914-45), e sulla possibilità o meno di parlare di fascismo contemporaneo. Il problema si pone a partire da due domande. La prima: le diverse espressioni della nuova destra, dal trumpismo negli USA al lepenismo in Francia, da Lega e FdI in Italia a Vox in Spagna, da Jair Bolsonaro in Brasile a Narenda Modi in India, da Viktor Orbán in Ungheria a Rodrigo Duterte nelle Filippine, da Tayyip Erdogan in Turchia al governo golpista ucraino, si possono tutte definire alla luce dell’espressione “neofascismo”? La seconda: laddove questi personaggi e forze politiche sono giunti al governo, hanno portato alla creazione di regimi politici fascisti?

E’ difficile dare risposte univoche a queste domande. E’ però evidente che esistono alcuni elementi comuni al di là delle specificità dei singoli contesti, considerando che anche i fascismi storici furono esperienze ben più eterogenee tra loro di quanto l’adozione di modelli “classici” faccia sembrare. E che, tanto nel caso dei fascismi storici come in quello delle nuove destre, si tratta di fenomeni che appaiono in momenti di turbolenza globale e di profonda crisi di riproduzione sociale del capitalismo. E’ anche certo che queste forze politiche, dove giungono al governo, aumentano fortemente i caratteri autoritari e dello Stato, ma questa è una tendenza che nell’attuale epoca di crisi è seguita in qualche misura anche da forze liberali. In paesi come Turchia o Ungheria ci sono state delle vere e proprie rotture istituzionali, mentre in altri paesi europei o negli Stati Uniti le forze di estrema destra sembrano collocarsi (ancora?) nel marco dello Stato di diritto. Nei paesi del cosiddetto Sud Globale, in cui la democrazia liberale si è sostenuta sempre su basi materiali fragili e socialmente escludenti, ci troviamo di fronte a situazioni ancora indecifrabili. Uno di questi casi è proprio il Brasile di Bolsonaro.

L’ascesa di Bolsonaro

Bolsonaro ha vinto le elezioni il 28 ottobre 2018 (proprio nell’anniversario della Marcia su Roma) capitalizzando il fallimento del lungo ciclo di governo del Partido dos Trabalhadores (PT). Come spesso avviene: dopo una sinistra vacillante viene una destra determinata. Il PT, lungi dal portare avanti una politica di contrasto al neoliberismo per la quale era stato eletto, aveva finito per curarne gli effetti rafforzandone le cause. Approfittando del boom dei prezzi delle materie prime, che gli permisero livelli alti e duraturi di crescita e una bilancia commerciale favorevole, nei suoi 13 anni di governo il PT creò politiche sociali di sostegno al reddito, accesso all’università e ai servizi pubblici che permisero a 36 milioni di persone di uscire dalla soglia della povertà, senza dover restringere i margini di profitto di banche e imprese. Tuttavia, il carattere assistenzialista di queste politiche (che in realtà spesso rispondevano a logiche di sussidiarietà e di partecipazione pubblico-privata), e le modalità di inclusione attraverso consumo e credito individuali e non tramite l’accesso a diritti universali, portarono sempre più persone a riconoscersi non come nuova classe lavoratrice con migliori condizioni ma come “nuova classe media” e ad assumerne i principali tratti soggettivi, come la competizione e l’individualismo. Oltretutto, una politica di cooptazione dei sindacati e dei movimenti sociali nell’apparato statale riduceva la capacità di questi ultimi di lottare per riforme più progressiste.

Le illusioni petiste di aver costruito un Brasile felice e prospero e di aver realizzato una rivoluzione senza conflitto sociale si ruppero, dopo i tumulti del 2013, con la crisi economica seguita al drastico crollo dei prezzi delle commodities. In un contesto di depressione economica e di aumento della disoccupazione i ceti medi iniziarono a distanziarsi sempre più dal PT, e ad abbracciare valori politici conservatori, aumentando il proprio risentimento verso le minoranze di genere e razziali, maggiormente favorite da politiche di inclusione (come nel caso delle quote di accesso all’università). In tutto questo, le pratiche di gestione del PT, con schemi di corruzione nelle relazioni con alleati conservatori di governo, banca pubblica e grandi imprese nazionali, sono servite a generalizzare una forte opposizione nella società e sono state al momento giusto ampiamente sfruttate dai monopoli mediatici e dall’inchiesta giudiziaria Lava Jato, che hanno messo in campo una strategia che ha condotto al golpe parlamentare contro Dilma Rousseff nel 2016.

Belo Horizonte, Minas Gerais. 22 de junho de 2013 (upslon).

Sfruttando la rabbia nei confronti della “vecchia politica” e del PT, il malcontento della classe media e un senso sempre più forte di insicurezza, causato dall’aumento della delinquenza per via della crisi, Bolsonaro si è affermato in campagna elettorale come favorito dopo l’ex presidente petista Lula, a cui però era stato accuratamente impedito di partecipare alle elezioni mediante una prigione preventiva illegittima da aprile del 2018. Negli ultimi mesi di campagna, come è noto, il vantaggio di Bolsonaro è cresciuto grazie a un utilizzo sempre più spregiudicato dei social media, accompagnato dall’uso massivo di fake news via Whatsapp, contando sulla collaborazione di Steve Bannon, articolatore dell’“Internazionale Nera”, ex consulente di Trump ed ex ideologo dell’impresa Cambridge Analytica. La spinta definitiva è arrivata in seguito al fallito attentato ricevuto a un mese dal voto. In quel contesto, mentre il candidato preferito dal gran capitale Geraldo Alckmin, del partito di centrodestra PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) non decollava, il grosso della borghesia brasiliana riversava le sue preferenze su Bolsonaro, nel tentativo di sbarrare la strada al ritorno del PT per realizzare le misure di austerità che considerava necessarie nel paese.  Nonostante il secondo governo di Dilma Roussef avesse dimostrato di essere disposto a portare avanti questo tipo di politiche, l’origine e il radicamento popolare del PT lo rendevano un corpo estraneo alla borghesia, che oltretutto si era spinta fino a ordire un golpe parlamentare e non era disposta a tornare sui suoi passi. L’idea originaria delle classi dominanti, fedelmente riflesso dal timido appoggio dato a Bolsonaro da imprenditori, politici di carriera e principali mezzi di comunicazione, e certificata dai rialzi in borsa in risposta alla sua vittoria nel primo turno, era quella di controllare facilmente un presidente da loro ampiamente sottovalutato e imporgli un’agenda di privatizzazioni e la riforma del sistema pensionistico in senso contributivo. La scelta di Bolsonaro, che non era mai stato fan del liberismo economico, di nominare ministro dell’Economia il Chicago Boy Paulo Guedes e ministro della Giustizia Sérgio Moro, il giudice che aveva fatto arrestare Lula, erano la garanzia del suo “disciplinamento”. Tuttavia, la spregiudicatezza della sua personalità e il rafforzamento del bolsonarismo come movimento politico autonomo sarebbero presto sfuggiti dal loro controllo. Prima di considerare come si sta dando quest’escalation reazionaria, consideriamo la pertinenza del termine fascismo per il caso brasiliano.

In Brasile c’è fascismo?

Secondo Atilio Borón, marxista argentino di tendenze ortodosse, l’attuale governo di Bolsonaro non può essere considerato fascista perché non segue il modello del fascismo “storico” in tre aspetti che giudica centrali: in primo luogo, è al servizio del capitale finanziario internazionale, invece di costituirsi intorno a un blocco di potere egemonizzato da borghesie nazionali; in secondo luogo, si inserisce nella tradizione storica di governi latinoamericani servili nei confronti dell’imperialismo statunitense, invece di portare avanti politiche imperialiste proprie; infine, adotta una politica economica ultra-liberale e non, come i fascismi storici, di forte intervento pubblico.

Il politologo brasiliano Armando Boito, seguendo una linea teorica che si rifà al marxista greco Nicos Poulantzas, ha obiettato che in una stessa forma di Stato, come può essere quella democratico-liberale, di dittatura militare o di dittatura fascista, sono possibili blocchi al potere diversi e, di conseguenza, che esistano approcci divergenti in politica economica o politica estera. In effetti, strategie militariste aggressive sono state frequenti anche nella storia di paesi formalmente democratici. Allo stesso tempo, secondo Boito il fascismo non si misura di fatto a partire dagli interessi specifici che in ultima istanza difende (se quelli della borghesia monopolista nazionale o quelli del capitale finanziario internazionale), ma piuttosto da quelli che punta a rappresentare e mobilitare come movimento di massa, cioè la piccola borghesia. Il fascismo emergerebbe in questo modo come un movimento ingannevole, che cresce e si mobilita a partire dalle classi medie ma che in realtà finisce col difendere il dominio dell’élite. Nelle parole del politologo brasiliano, fascismo e neofascismo “sono spinti da un discorso superficialmente critico e allo stesso tempo profondamente conservatore riguardo l’economia capitalista e la democrazia borghese: critica al grande capitale e difesa del capitalismo; critica alla corruzione e alla ‘vecchia politica’ combinate con la difesa di un ordine autoritario.” In quest’ottica, quindi, i fascismi crescono nel seno dei ceti medi, soprattutto nei momenti storici in cui questi tendono a impoverirsi e a vedere come minaccia la possibile concorrenza delle classi popolari, che vengono perciò sempre più percepite con tinte razziali, di genere, etniche o religiose “inferiori”. In questo senso, i fascismi sono sempre inscindibili da un forte acuirsi del razzismo e del sessismo, sebbene razzismo e sessismo si esprimano ampiamente anche nelle ideologie politiche non fasciste. Tuttavia, se è vero che la base sociale e militante fascista è di classe media, arrivando a includere alcuni settori proletari, normalmente la piena trasformazione di un progetto fascista in uno Stato propriamente fascista si da nel momento in cui questo progetto si sposa con gli obiettivi delle classi dominanti.

Di fatto, un movimento e un’ideologia fascista sono perfettamente compatibili con il difendere gli interessi del capitale internazionale e il servilismo geopolitico quasi caricaturale che il bolsonarismo esprime nei confronti degli USA. Nemmeno la differenza tra il dirigismo economico del fascismo storico e l’ultra-liberismo di Bolsonaro è centrale, dal momento che il fascismo non ha mai avuto in realtà un pensiero economico proprio, e si è invece inserito nel marco di compatibilità via via dominante: non è un caso infatti che il fascismo in Italia avesse adottato un set di politiche economiche fondamentalmente liberiste fino alla crisi del ‘29, e rafforzò aspetti populisti, in misura molto più retorica che reale, solo verso la seconda metà degli anni ‘30, quando il liberismo economico era stato messo da parte in tutto il mondo. Oggi il neofascismo, e lo vediamo bene in Europa o negli USA, non è affatto un’alternativa al neoliberismo, ma la sua variante radicale, la sua “macchina da guerra”, anche se nascosta dietro a slogan “popolari” come il protezionismo o l’anti-europeismo. In questo senso, non desta scalpore che anche il bolsonarismo segua una politica liberista, oscillando tra la sua versione soft portata avanti dai ministri dell’ala militare (Casa Civile, Infrastrutture, Miniere ed Energia) e quella estremista di Guedes.

Ma se il carattere fascista del bolsonarismo non viene da questi fattori, da cosa si definisce? Come già argomentato in un’altra occasione, l’elemento fascista del bolsonarismo è determinato dal suo carattere “egemonico” e “mobilitante”. In primo luogo, la presenza di un fascismo con caratteri “egemonici” —nel senso attribuito da Gramsci alla somma di elementi di dominazione pura e di consenso sociale— è un fenomeno relativamente “atipico” in America Latina, e ha come precedenti solamente l’Integralismo brasiliano, movimento nato come risposta a un tentativo di insurrezione comunista nel 1935, e frange minoritarie nello stesso periodo in Argentina. A ben vedere, né le esperienze populiste di Juan Domingo Perón in Argentina e di Getulio Vargas in Brasile tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50 possono essere definite realmente fasciste, in quanto avevano un’impronta anticoloniale e una matrice popolare troppo esplicita, né le dittature militari nate negli anni ‘70 nell’ambito del Piano Condor, che si erano dovute imporre in forma antidemocratica attraverso colpi di Stato e che si erano sostenute su dosi massicce di repressione. Da un certo punto di vista, potremmo  evidenziare maggiori affinità tra il bolsonarismo e i governi di Fujimori in Perù e Uribe in Colombia. Tuttavia queste esperienze, che coniugarono dosi diverse di militarismo, paramilitarismo, autoritarismo, anticomunismo e la presentazione del leader come outsider rispetto alla “vecchia politica”, non arrivarono a definizioni ideologiche “mature” come accade ora con Bolsonaro.

Oltre ad attingere a piene mani riferimenti dei fascismi “originali” (celebre è stata la ripresa letterale di un discorso di Goebbels da parte di un segretario alla Cultura), quest’ultimo si rifà alle teorie di Olavo de Carvalho, filosofo brasiliano residente negli USA e vicino all’alt right statunitense, che ha contribuito a popolarizzare idee complottiste come quella che vede nel “Nuovo Ordine Mondiale” un progetto del cosiddetto “marxismo culturale”. Di impostazione conservatrice, anti-illuminista e anti-modernista, centrali nel suo pensiero sono il negazionismo del riscaldamento globale e dell’AIDS, il “terrapiattismo” e, nel pieno della crisi del Coronavirus, l’idea che la pandemia sia “la più grande manipolazione dell’opinione pubblica mai avvenuta nella storia umana”. Riaffermando quindi che non esiste un modello “classico” di fascismo, possiamo considerare il bolsonarismo come un fenomeno ideologico originale, che ha ripreso una dottrina pseudo-fascista quale l’“olavismo” e lo ha saldato e sintonizzato culturalmente e socialmente con la storia del Brasile, l’ultima nazione in cui è stata abolita la schiavitù. In questo senso il nazionalismo in Bolsonaro non riguarda il ruolo, sempre più convintamente marginale, del Brasile nel contesto globale ma, come sostiene Vladimir Safatle, è l’idea di una rinascita della nazione nella sua forma paranoica, schiavista e bianca, come ultimo rifugio di ciò che le classi dominante e medie considerano come proprio, come figura allargata di una loro proprietà. Una rivendicazione proprietaria che nella crisi del Coronavirus è arrivata a veri e propri “rituali di autosacrificio e di violenza, con persone che ballano in strada senza maschera, suonano il clacson di fronte agli ospedali e deridono apertamente il dolore di migliaia di persone contagiate.

Il secondo elemento che ha prodotto l’eccezione di un’ascesa fascista in America Latina è il carattere estremamente mobilitante, di massa, del fenomeno Bolsonaro. Il fascismo, di fatto, si distingue dalla destra liberale o conservatrice in quanto unico movimento politico reazionario che non si limita alla costruzione di un consenso passivo o alla chiamata “produzione di soggettività”, ma che produce mobilitazione politica, militante e dal basso. Si può quindi affermare, come fa Boito, che in questo momento in Brasile siamo in presenza di un’ideologia neofascista, un movimento neofascista e un governo dominato da neofascisti, ma non ancora di un regime politico fascista. Perché ci si possa arrivare, bisogna capire se il bolsonarismo riuscirà ad ottenere un certo tipo di accordo stabile con le classi dominanti ma, soprattutto, se riuscirà a imprimere un salto di qualità al proprio processo di crescita organizzativa e ideologica, se riuscirà cioè a farsi partito. Come ha argomentato Jeffery Webber, latinoamericanista della York University, il nucleo duro di questo partito fascista in costruzione esiste già ed è costituito dalle milizie, gruppi paramilitari cresciuti nelle favelas di Rio de Janeiro, città nella quale Bolsonaro è stato eletto a deputato federale per 30 anni consecutivi.

Il Partito di Bolsonaro

Il deputato del partito di sinistra PSOL (Partido Socialismo e Liberdade) Marcelo Freixo, di Rio de Janeiro, sostiene che la genesi del bolsonarismo è da cercare “nella fogna della malavita carioca sostenuta dalla triade politica, polizia e crimine organizzato”. Negli anni ‘90 apparvero sulla scena di Rio le milizie, squadracce formate da poliziotti ed ex poliziotti corrotti che si legittimavano agli occhi di certi settori della società per la loro lotta al narcotraffico e alla delinquenza popolare, e che venivano tollerate dallo Stato per fare, in qualche modo, il “lavoro sporco” e perché effettivamente erano composte dallo stesso personale che integra le forze dell’ordine statali. Ben presto però, nei territori poveri dove si installarono, finirono per adottare pratiche di dominio militare, sfruttamento economico (pizzo, estorsioni e in breve lo stesso traffico di droga) e potere politico attraverso il terrore e il clientelismo. Da subito Bolsonaro, da deputato, diventò il principale riferimento politico delle milizie, anche se secondo Webber oggi sarebbero almeno un terzo i consiglieri municipali di Rio legati ad esse.

Marielle Franco (Jeso Carneiro)

Secondo Freixo, l’uomo chiave della relazione tra Bolsonaro e le milizie è l’ex poliziotto Fabrício Queiroz, oggi al centro di uno scandalo di corruzione che coinvolge anche il figlio di Bolsonaro e consigliere di Rio, Flávio. Fu Queiroz a favorire l’avvicinamento alla famiglia Bolsonaro di Adriano da Nóbrega, assassino seriale che è stato recentemente ucciso in un conflitto a fuoco dalla polizia statale di Bahia. A testimoniare i legami con la famiglia del persidente c’è, per esempio, il premio onorifico che Flavio Bolsonaro assegnò a Adriano nel 2005 mentre si trovava in carcere. Adriano era il capo della milizia Escritório do Crime, gruppo criminale che, secondo le inchieste della magistratura, sarebbe artefice dell’assassinio della consigliera comunale del PSOL Marielle Franco il 14 marzo del 2018.  La polizia federale ha individuato come esecutore materiale di quell’omicidio Ronnie Lessa, ex poliziotto ma anche ex vicino di casa della famiglia Bolsonaro, e la cui figlia ebbe in passato una relazione proprio con Flávio. Oggi le indagini sull’omicidio di Marielle si stanno sempre più avvicinando alla famiglia Bolsonaro, e questo è un fatto che, come vedremo, sta avendo una certa importanza nell’accelerazione della torsione autoritaria del governo. Fatto sta che il clan Bolsonaro non perde occasione per attaccare la figura di Marielle, che rappresenta tutto quello che il bolsonarismo disprezza: donna, nera, bisessuale, di origini popolari e di sinistra.

Secondo Webber, da quando Bolsonaro è diventato presidente, è probabile che uno dei suoi obiettivi principali sia stato e sia l’espansione in senso nazionale delle milizie, fino ad ora relegate a Rio de Janeiro. A questo si deve la politica di liberalizzazione del porto d’armi portata avanti, non senza battute d’arresto nel Congresso, dal governo federale.  Non ci sono attualmente dati concreti sulla reale espansione delle milizie in Brasile, ma possiamo leggere come dei passi in questa direzione tanto l’insubordinazione armata di un pezzo della polizia militare dello stato del Ceará questo febbraio, quanto la presenza di un nucleo di miliziani armati nell’accampamento fisso che dallo scoppio della crisi da Coronavirus si ritrova a Brasilia nella piazza dei Tre Poteri per chiedere la chiusura manu militari di parlamento e Corte Suprema. Sebbene Bolsonaro sia stato eletto con la sigla del PSL (Partido Social Liberal, un partito quasi sconosciuto fino al boom del 2018, ed oggi già lacerato da scandali di corruzione, abbandonato dallo stesso presidente e profondamente diviso tra bolsonaristi e anti-bolsonaristi) il suo vero partito, il vero core del movimento fascista che punta alla conquista dello Stato, sono le milizie. In questo non sarebbe del tutto impreciso un paragone con le SS e le SA del nazismo ma forse, come ha fatto notare Webber, il modello più immediato di Bolsonaro è la stretta relazione tra l’ex presidente colombiano Álvaro Uribe e i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia. Anche Uribe era partito dalla costruzione di un feudo paramilitare nella provincia di Antioquia, per poi favorire la diffusione del paramilitarismo su scala nazionale, garantendogli ogni tipo di immunità giuridica, e in una certa misura saldandolo all’apparato statale e al proprio esercito. Quello che bisognerà capire è se Bolsonaro tenterà o no, grazie alla forza militare e ideologica delle milizie, di dare il colpo di grazia alle istituzioni democratiche, o se si manterrà nei limiti del quadro costituzionale.

Se quindi le milizie sono il nucleo duro del partito di Bolsonaro in formazione, quest’ultimo è più ampio e, nonostante un lento declino dell’indice dei consensi nei confronti del presidente, si rafforza e si radicalizza. In Brasile negli ultimi anni è diventato un luogo comune l’idea delle tre “B”: Bala, Biblia e Boi (pallottola, Bibbia e bue), che stanno ad indicare rispettivamente l’industria delle armi (in senso ampio, dai fabbricanti all’Esercito, dalle milizie alla polizia, dai fazenderos ai piccoli proprietari a favore della “legittima difesa”), le chiese evangeliche e neo-pentecostali e i latifondisti dell’agribusiness. Questi tre settori di fatto raccolgono una rappresentatività sempre più grande in parlamento, e gli ultimi due sono cresciuti enormemente in passato in alleanza con il PT, prima di salire sul carro di Bolsonaro. L’appoggio dei grandi possidenti terrieri e dei gruppi di tagliatori di legna illegali che stanno portando avanti la distruzione dell’Amazzonia rappresenta il lato più ferocemente reazionario del bolsonarismo, che ha offerto a questi settori la bandiera ideologica del negazionismo del cambiamento climatico, l’anticomunismo con cui contrasta il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST) e lo smantellamento della normativa in difesa dei diritti degli indigeni. D’altro canto, la relazione preferenziale del bolsonarismo con la maggior parte degli ambienti evangelici, fondato sulla comune crociata contro i diritti delle donne e della diversità sessuale, ha fornito al fascismo brasiliano un coinvolgimento militante (ma anche un controllo clientelare) di pezzi consistenti di proletariato, sfruttando la presenza capillare di queste chiese in quartieri periferici e favelas.

Dall’inizio della crisi da Coronavirus, la politica di negazione o totale sottovalutazione della pandemia da parte del governo ha avuto, come noto, conseguenze drammatiche in termini di vite umane. Ciò ha portato a una crescita del dissenso, con più del 70% della popolazione favorevole alla quarantena e un 50-60% ormai apertamente contrario al governo Bolsonaro in quanto tale. Ma a fronte di questi dati, e a una posizione sempre più anti-governativa da parte dei media mainstream, gli indici di approvazione del governo scendono lentissimamente, e risulta che quasi il 30% della popolazione abbia ancora fiducia nel presidente. Quella che si è registrata è però una leggera tendenza del governo a perdere consenso nelle classi medio alte, che lo votarono in massa alla elezioni, e a compensarlo con pezzi di piccola borghesia o di settori popolari che vivono dell’economia informale che, in un clima politico in cui le proposte di redistribuzione della ricchezza e di reddito di quarantena sono sempre più invisibilizzate, vengono attirate dalla narrativa bolsonarista del mantenere tutto aperto e del “è peggio morire di fame che di Covid”. La classe dominante si trova in questo momento divisa, ma i grandi marchi sembrano propendere per accettare la quarantena, sapendo bene che potranno rifarsi delle perdite di oggi con maggiori quote di mercato domani a scapito dei concorrenti minori, molti dei quali falliranno. Dal canto loro, le sinistre non hanno saputo costruire un discorso autonomo, e sono andate a rimorchio delle politiche messe in campo dai governatori conservatori, come gli ex alleati di Bolsonaro João Doria, di San Paolo, e Wilson Witzel, di Rio, che hanno portato avanti una difesa aproblematica dell’isolamento sociale. La scelta, comprensibile, dei movimenti sociali, di “restare a casa”, ha però di fatto lasciato campo libero all’azione diretta dei militanti bolsonaristi, che da metà marzo scendono in strada tutte le settimane nelle capitali del paese per contrastare le politiche di sanità pubblica di sindaci e governatori e per chiedere l’apertura generalizzata. In questo contesto di rafforzamento del bolsonarismo “dal basso”, una serie di episodi critici hanno portato all’inasprirsi dei rapporti tra il governo e gli altri due poteri della Repubblica, il parlamento e l’STF (Supremo Tribunal Federal).

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Di:  In Categoria: America Latina, Opinioni, Reportage

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