America LatinaFoto GallerieOpinioniPrimo Piano

Il fascismo in Brasile/2

 06/06/2020  Etiquetas: ,
Manifestazione Antifascista per la Democrazia. São Paulo, 31/05/2020. (Tuane Fernandes).

DIARIO ALLA VIGILIA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO

Di Alessandro Peregalli (seconda parte, qui la prima parte) – Galleria fotografica di Tuane Fernandes.

Il partito militare

La formazione di un partito attorno al nucleo delle milizie, e il progetto fascista ad essa connesso, non è l’unica strategia oggi in campo in Brasile per portare a una rottura degli ultimi deboli presidi della democrazia formale. Un’altra linea reazionaria ha preso forza negli ultimi anni, una linea culturalmente diversa dal bolsonarismo, anche se con elementi di affinità, e che non si propone la creazione di un regime strettamente fascista, ma che negozia con il bolsonarismo la definizione di un nuovo ordine autoritario. Questa strategia risponde all’esercito e ha come modello la dittatura militare (1964-1985). L’estraneità della strategia delle Forze Armate al fascismo è definita dal fatto che queste ultime non portano avanti un’ideologia egemonica e mobilitante, ma puntano piuttosto alla pacificazione sociale. Oltretutto, non vedono di buon occhio la crescita delle milizie, che in qualche modo riducono il loro monopolio della violenza sulla società.

Il ritorno dell’esercito al centro della politica brasiliana, dopo tre decenni di democratizzazione del sistema politico, è una tendenza in corso da anni. Quando nel 2002 Lula da Silva, ex leader sindacale operaio, fu eletto presidente, il Brasile visse l’illusione che il processo di ritorno alla democrazia dopo la lunga parentesi di governo militare fosse giunto a compimento. Lungi dal contrastare il peso delle Forze Armate, il governo Lula intrattenne sempre buone relazioni con la cupola militare, sviluppò e finanziò la struttura militare, e mise in campo una politica sub-imperialista regionale del Brasile ben vista dai quadri dell’esercito, e che ebbe come momento culminante la leadership brasiliana della missione di pace ad Haiti iniziata nel 2004 e finita ingloriosamente nel 2017. Oltretutto, Lula non cercò in alcun modo di infastidire l’esercito con commissioni d’inchiesta sui crimini commessi dalla giunta militare in passato, i cui membri mantennero una condizione di sostanziale impunità. Le cose cominciarono a cambiare con Rousseff a partire dal 2011: già mal vista dall’esercito in quanto donna ed ex guerrigliera imprigionata e torturata ai tempi della dittatura, Dilma decise di seguire l’esempio di Argentina e Cile e di creare una “Commissione della Verità”, oltre subordinare le principali nomine militari al ministero della Difesa. Parallelamente, però, mentre Dilma con una mano cercava di limitare il potere politico dell’esercito, con l’altra indirettamente lo rafforzava, prima con la formulazione di una normativa anti-terrorismo fortemente liberticida in risposta alle proteste di giugno 2013 e poi, nel 2014, con l’intervento federale per la pacificazione delle favelas di Rio, in cui operarono quadri militari che si erano formati ad Haiti.

I dissidi con la cupola militare, tuttavia, spinsero quest’ultima a contrastare, in maniera sempre più esplicita, il PT, e ad avallare le manovre golpiste che portarono alla caduta di Dilma nel 2016, in un processo che toccò il suo apice quando, alla vigilia della decisione dell’STF sull’Habeas Corpus di Lula (la possibilità di evitare il carcere preventivo per i delitti di corruzione per cui era incriminato), il generale Villas Boas ammonì che nel caso in cui il tribunale avesse dato l’impunità all’ex presidente le Forze Armate avrebbero dovuto intervenire. Altre minacce si sono susseguite nei mesi successivi di fronte all’eventualità che la magistratura permettesse a Lula di candidarsi alle elezioni.

In campagna elettorale Bolsonaro, che a sua volta, prima di diventare politico, aveva fatto una breve e fallimentare carriera nell’esercito, decise di candidare come vice presidente l’ex generale Hamilton Mourão, sancendo in questo modo un sodalizio tra il suo partito fascista in formazione e un pezzo del partito militare; un sodalizio che si è ri-celebrato simbolicamente il 31 marzo del 2019 e del 2020, anniversari del golpe militare del 1964 che sono stati solennemente festeggiati dal governo brasiliano. Oggi in Brasile ci sono circa 2500 funzionari del governo federale che provengono dalle fila delle Forze Armate e ben otto ministri su 22 sono militari, l’ultimo dei quali, il segretario della Casa Civil (una sorta di sottosegretario alla presidenza) Walter Braga Netto, è stato nominato nel pieno della crisi pandemica dando adito a teorie del complotto, circolate anche in Italia, che vedevano una destituzione di fatto del presidente da parte dell’ala militare. In realtà, le cose sono più complicate.

E’ noto che nel governo brasiliano ci sono fondamentalmente tre componenti: l’ala cosiddetta ideologica, ossia il vero e proprio partito bolsonarista, rappresentato soprattutto dal presidente, e dai titolari di Esteri, Istruzione, Ambiente, Donna, Famiglia e Diritti Umani e, a partire dalle dimissioni di Sérgio Moro, Giustizia; l’ala neoliberista ortodossa, rappresentata dal ministro dell’economia Guedes; e l’ala militare. Quest’ultima, sebbene condivida il culto dell’ordine e l’anticomunismo viscerale del bolsonarismo, oltre che l’allineamento geopolitico agli USA, adotta posizioni più flessibili, moderate e pragmatiche delle altre due; in questi 19 mesi di governo, i militari hanno cercato di ammorbidire alcuni eccessi ideologici e di portare avanti una linea di maggior real politik che potesse evitare lo scoppio tanto di problemi internazionali come di crisi sociali interne e rallentare il processo di periferizzazione economica e di marginalizzazione geopolitica del paese. In questo senso, per esempio, come ha osservato Gabriel Merino, i ministri militari, e soprattutto Mourão, hanno tentato di preservare il MERCOSUR dalle spinte distruttrici del bolsonarismo, hanno mantenuto una stretta relazione con la Cina edulcorando le sparate da Guerra Fredda del ministro degli Esteri e del primogenito di Bolsonaro, Eduardo, e hanno posto un freno alle pulsioni belliche del bolsonarismo contro il Venezuela, facendo capire a Washington che il Brasile non avrebbe pagato il costo di sangue di cui Trump ha bisogno per detronizzare Maduro. Da un punto di vista geopolitico, dunque, i militari sembrano meno propensi a una servilismo totale nei confronti degli USA, ma piuttosto a una subalternità negoziata. Anche da un punto di vista economico i militari sono più pragmatici e meno legati al semplice laissez-faire, e sono loro di fatto ad aver imposto a Guedes un piano di investimenti pubblici in infrastruttura per contrastare gli effetti economici della pandemia.

Tuttavia, come ha segnalato un articolo della fondazione Tricontinental, la posizione economica dei militari da tempo non è più nazionalista e “sviluppista”, come era ai tempi della dittatura, ed è molto più incline a programmi di privatizzazione, incluso dei settori strategici. Le differenze con il bolsonarismo “duro” sono più retoriche che qualitative. Sono quindi piuttosto affrettate le teorie per cui il partito militare starebbe cospirando contro Bolsonaro o strizzerebbe l’occhio alle proposte parlamentari di impeachment del presidente. Sebbene idealmente persegua un orizzonte politico di “bolsonarismo moderato” o di “bolsonarismo senza Bolsonaro”, sa bene che la fusione della propria corporazione con l’apparato statale è un processo di non ritorno. Ed è anche consapevole che il basso clero dell’esercito è particolarmente simpatetico al presidente.

Il “momento Matteotti”

Lo scoppio della pandemia da Coronavirus rappresenta, a mio modo di vedere, un possibile “momento Matteotti” nel processo di escalation autoritaria in Brasile, quel momento cioè in cui a partire da fatti politici eclatanti chi sta cercando di rompere l’ordine costituzionale non dissimula più fedeltà alle istituzioni e alle procedure democratiche ma sembra sempre più disposto a violarle apertamente, e ad assumersene le conseguenze. Intendiamoci: non considero affatto che il destino della crisi attuale sia segnato. Oggi più che mai la dinamica storica è aperta, soprattutto in una regione in cui il vento della ribellione ha ricominciato a soffiare forte a partire dagli ultimi mesi del 2019.

I segnali che siamo arrivati a un punto di svolta si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Come sostiene Freixo, “può benissimo darsi che alla fine non si realizzi, ma mai una dittatura era stata annunciata come ora in Brasile”. Oggi l’AI5, l’Atto Istituzionale con cui il governo militare nel 1968 cassò il mandato dei parlamentari contrari alla giunta, autorizzò interventi federali in municipi e stati e legalizzò di fatto la tortura, è un tema all’ordine del giorno; è stato minacciato prima da Eduardo Bolsonaro, poi dal ministro Guedes e infine dallo stesso Presidente della Repubblica, e viene richiesto a gran voce dalle manifestazioni fasciste. I media lo condannano, ma ne parlano sempre più come di una possibilità concreta. Con una puntualità sorprendente, l’AI5 è inoltre evocato ogni volta che le indagini sul caso Marielle si avvicinano alla famiglia Bolsonaro.

Dopo che in ottobre è stata approvata dal Congresso la riforma delle pensioni, principale richiesta dell’élite economica, i rapporti di questa con il governo Bolsonaro si sono via via complicati. Negli ultimi mesi del 2019 e nei primi del 2020 un lungo braccio di ferro tra governo e parlamento sulla gestione di una parte del bilancio pubblico ha visto la vittoria di quest’ultimo e, come risposta, la convocazione di manifestazioni filo-governative che chiedevano esplicitamente la chiusura del Congresso. La prima di esse è stata il 15 marzo, momento incipiente della diffusione di casi di Covid-19 in Brasile, quando Bolsonaro, dato da molti come possibile infetto da Coronavirus dopo una sua visita negli Stati Uniti, aveva partecipato direttamente, senza maschera e dispensando abbracci. Poco dopo è iniziata la lunga telenovela sul suo tampone, il cui risultato non è stato reso pubblico. In quell’occasione sono state depositate presso il Congresso le prime richieste di impeachment per crimini contro la salute pubblica.

I fatti dei mesi successivi sono abbastanza noti anche al pubblico internazionale: il Brasile ha fatto costantemente notizia per via della politica scellerata del governo, contrario all’isolamento sociale, insultante nel suo disprezzo delle vittime e favorevole, contro ogni evidenza scientifica, all’uso dell’hydroxiclorochina come farmaco miracoloso. In questo delirio, ben due ministri della Sanità, Luis Henrique Mandetta e Nelson Teich, si sono dimessi in meno di un mese. In un braccio di ferro infinito, potere esecutivo, legislativo e giudiziario si sono scontrati su tutto, dai magrissimi sussidi di emergenza per i settori popolari alla gestione del bilancio federale alla possibilità o meno di sospendere per un tempo indefinito i contratti di lavoro. Conflitti nei quali il governo ha sempre cercato di restringere gli aiuti e boicottare le normative, nel costante tentativo di difendere gli interessi delle imprese e privilegiare la tenuta economica sulla vita dei lavoratori. A questi conflitti tra poteri si sono aggiunti quelli del governo con stati e municipi, molti dei quali favorevoli a certi livelli di distanziamento sociale; l’effetto è stato una governance del territorio nazionale completamente schizofrenica e a macchia di leopardo.

In questo contesto, le dimissioni di Sérgio Moro il 24 aprile determinano un salto di qualità nella crisi. Si danno come risposta all’ingerenza di Bolsonaro nel suo ministero per sostituire il capo della PF Polizia Federale (PF) Maurício Valeixo, uomo di fiducia del ministro, colpevole secondo il presidente di non aver bloccato le indagini della PF di Rio de Janeiro, relative tra le altre cose all’omicidio di Marielle Franco. Al momento di dimettersi, Moro accusa Bolsonaro di aver disposto la sostituzione di Valeixo con la finalità di “proteggere la sua famiglia” dalle inchieste. Oltre al caso Marielle, nel mirino del presidente ci sono le misure prese dalla PF su una dozzina di deputati bolsonaristi indagati dall’STF per aver diffuso fake news in campagna elettorale. Quella sulle fake news, di fatto, è un’altra indagine che, se portata fino in fondo, potrebbe arrivare ad estromettere Bolsonaro dall’incarico. Come risposta alle accuse di Moro, Bolsonaro immediatamente nega l’interferenza nella PF, ma rivendica di voler avere uomini di fiducia in quell’istituzione per via di alcune inchieste che riguardano la sua famiglia. Il 28 aprile Bolsonaro nomina Alexandre Ramagem a direttore della PF e Mendonça come ministro di Giustizia. Il giorno successivo un giudice dell’STF nega la nomina di Ramagem per essere amico di famiglia di Bolsonaro; questi, irritato, accetta, nomina Rolando Alexandre ma minaccia che era a un passo dal disobbedire alla decisione della corte. Il 2 maggio Moro testimonia alla PF di Curitiba e rivela che le prove dell’interferenza di Bolsonaro per aiutare la sua famiglia si trovano nel video della riunione del Consiglio dei Ministri del 22 aprile. L’STF dispone la requisizione del video, ma il governo resiste per settimane, indicando che ci sono frasi sensibili in questioni di politica estera.

Nel frattempo, il 14 maggio, Mourão pubblica un editoriale per il giornale Estadão, in cui descrive la crisi istituzionale che vive il paese e la riassume in quattro problemi: la polarizzazione della società sulle misure da adottarsi per sconfiggere la pandemia, con un eccessivo accanimento dei media contro l’esecutivo; il non rispetto da parte di governatori, magistrati e legislatori del carattere federale, e non confederale, della nazione; l’usurpazione delle prerogative del potere esecutivo da parte degli altri poteri; l’accanimento contro il governo su temi sensibili come l’Amazzonia. L’editoriale si chiude prefigurando una situazione grave, ma non insuperabile, ammesso che emerga una maggiore “sensibilità delle più alte autorità del Paese”. Otto giorni dopo il generale Augusto Heleno, capo di gabinetto della Sicurezza Istituzionale del Presidente della Repubblica, minaccia esplicitamente un golpe nel caso in cui la magistratura disponga il sequestro del cellulare di Bolsonaro per indagini relative all’inchiesta sulle fake news. Di fronte allo scandalo sollevato dal suo comunicato, 90 ex ufficiali scendono in difesa di Heleno e parlano di guerra civile.

Il giorno stesso, 22 maggio, l’STF rende pubblico il video della riunione ministeriale del 22 aprile, in cui Bolsonaro sostiene che “non aspetterò che tutta la mia famiglia, i miei amici, si fottano, perché non posso cambiare qualcuno delle forze dell’ordine”, dando prova del suo tentativo di ingerenza nella PF. Il presidente afferma anche che intende armare “il popolo” per evitare che qualche “figlio di puttana” impianti una dittatura. Nello stesso video, emergono altre frasi compromettenti come quella del ministro dell’Istruzione Abraham Weintraub che, oltre a negare l’esistenza di “popoli indigeni” in Brasile, sostiene che invece che dialogare con l’STF si dovrebbe “mandare tutti quei vagabondi in galera”; o del ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, che sottolinea “l’opportunità che abbiamo che la stampa ci sta dando un po’ di respiro” per far passare “riforme infra-legali di de-regolamentazione e semplificazione in ambito ambientale”, agendo “senza coinvolgere il Congresso, perché tutto ciò che passa dal Congresso non lo riusciamo ad approvare”. L’obiettivo, neanche a dirlo, è accelerare la devastazione dell’Amazzonia, mentre tutto il mondo ha gli occhi puntati sul Covid.

Lo scorso 28 maggio, infine, una nuova minaccia di golpe viene data dallo stesso Bolsonaro: in seguito all’ordine di sequestro, da parte di un giudice costituzionale, di PC, tablet e cellulari di 29 persone del suo entourage, per indagare sullo scandalo fake news, il presidente avverte: “ieri è stato l’ultimo giorno. Chiedo a Dio che illumini le poche persone che osano considerarsi migliori e più potenti di altre che rimangano al loro posto”. Poco dopo, diffonde sui social l’opinione di un avvocato che, contro il parere di ogni costituzionalista, considera legittimo l’“intervento puntuale” delle Forze Armate come “potere moderatore” nel conflitto tra altre istituzioni. Eduardo Bolsonaro rimarca: “le Forze Armate arrivano, mettono un panno caldo, azzerano il gioco e dopo torna il gioco democratico.”

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

Da mesi, in Brasile ci si chiede con sempre maggior insistenza: Bolsonaro cadrà o reggerà? Ci sarà un impeachment o un colpo di Stato militare? Arriveremo a svolgere le elezioni municipali di quest’anno e quelle politiche del 2022? A queste domande se ne aggiungono altre: quando si raggiungerà il picco della pandemia che sembra non arrivare mai? Quanto sarà il costo di sangue del genocidio di Bolsonaro? Quali conseguenze genererà una gestione economica che si configura sempre più come guerra aperta contro le classi popolari? Domande strettamente connesse l’una con l’altra.

Nel primo anno di governo di Bolsonaro la crescita economica è stata intorno all’1% del PIL, al di sotto delle aspettative e con indici in discesa già a inizio 2020. Di fatto, il Brasile non si è mai ripreso dalla depressione economica dovuta alla caduta dei prezzi delle materie prime nel 2015, e l’ulteriore crollo del crudo in tempo di Coronavirus non promette niente di meglio. Le principali società finanziarie e di consulenza indicano la caduta del PIL per quest’anno in un -6 o -7%, con forti rischi a che si possa arrivare in doppia cifra, mentre la disoccupazione dovrebbe arrivare al 14%, indice più alto dell’America Latina. Le favelas e le comunità periferiche e rurali sono state lasciate da sole di fronte alla pandemia, e già si sono verificate rivolte nelle carceri. La pace sociale, sostengono tutti, non durerà ancora per molto, anzi forse è già finita. Secondo il leader del Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST) Gulherme Boulos, il governo Bolsonaro è pronto a sfruttare un eventuale caos sociale, con manifestazioni diffuse e saccheggi nei supermercati, per giustificare misure più autoritarie per il mantenimento dell’ordine. L’arrivo del vento insurrezionale che spira dal resto dell’America Latina potrebbe rappresentare quello che per Perry Anderson è l’anello mancante per poter parlare di fascismo in Brasile: la risposta reazionaria a una minaccia di rivolta sociale. Secondo Boulos, la reticenza e il ritardo del governo per concedere i miseri 600 reais mensili (intorno ai 100 euro secondo il cambio attuale, fortemente ribassato dalla crisi) per tre mesi a poveri e disoccupati avrebbe come fine proprio quello di esacerbare il malessere sociale e portare alla giustificazione politica per la rottura dell’ordine democratico. Un altro interrogativo è quale forma potrebbe assumere questa rottura.

Secondo un altro articolo della Tricontinental, ci sono in realtà quattro forme di Stato d’eccezione previste formalmente dalla Costituzione: la prima, la Garantia da Lei e da Ordem (GLO) prevede il semplice intervento dell’esercito negli stati per questioni di ordine pubblico con funzioni di coordinamento delle forze di polizia, formalmente senza alterare i diritti individuali ma di fatto imponendo un coprifuoco per un tempo indefinito. Se quest’ipotesi è la più soft e non richiede l’approvazione del Congresso, le altre tre sono: l’Intervento Federale, già sperimentato a Rio nel 2014 e 2018, può arrivare a sottoporre al governo federale l’intero comando di uno stato, dandogli facoltà di cambiare il governatore e controllare tutte le aree (sicurezza, sanità, economia e finanze); lo Stato di Difesa, che per ristabilire “l’ordine pubblico o la pace sociale minacciati da grave e imminente instabilità istituzionale” arriva a restringere il diritto di riunione e generalizzare pratiche di controllo dei cittadini generalmente previsti solo in caso di indagini giudiziarie; lo Stato d’Assedio, che radicalizza le misure precedenti con obblighi di dimora, limiti alla libertà di stampa, invasioni di domicilio. Una rottura a tempo indefinito dell’ordine democratico a partire da uno di questi strumenti potrebbe seguire le orme dell’autogolpe che fece Alberto Fujimori in Perù nel 1992: anche in quel caso, la svolta autoritaria era stata prodotta da un’intesa tra un outsider populista e ultraliberale e il partito delle Forze Armate. Il problema, in questo caso, è che Bolsonaro non dispone di maggioranza al Congresso, anche se nelle ultime settimane ha raggiunto accordi con una serie di piccoli partiti di destra che, in cambio di nuove prebende e incarichi pubblici, gli garantiscono un numero di deputati sufficiente a sbarrare la strada a richieste di impeachment. Se però lo scontro tra poteri dovesse radicalizzarsi, queste misure d’eccezione previste dalla stessa Costituzione potrebbero non essere più sufficienti.

In questo contesto caotico, molte cose devono ancora definirsi: quali equilibri si determineranno nel “caos sistemico” globale che ci lascia il Coronavirus; quanto sarà effettiva l’accumulazione di forze del bolsonarismo; se le classi dominanti, che hanno criticato Bolsonaro sulla gestione della pandemia, aumenteranno la loro distanza dal governo o si faranno sedurre da una soluzione autoritaria nel momento in cui scoppiasse una crisi sociale; infine, e soprattutto se si dovesse verificare un’importante reazione popolare. Se partiti e movimenti democratici si limiteranno a strategie elettorali, procedimenti legali e negoziati parlamentari con i partiti liberali (tutte cose, in una certa misura, comunque utili) il loro destino sarà segnato; a maggior ragione se per paura di un golpe cercheranno, come fecero nel 2013, di frenare e contenere la rabbia popolare. Solo un movimento di massa, che non si riduca alla difesa di un’idea feticista di democrazia, che in Brasile è sempre stata patrimonio di una minoranza, ma si connetta con il dramma sociale delle classi popolari, potrà forse inceppare gli ingranaggi dell’autoritarismo di Stato, come hanno dimostrato le recenti esperienze in Cile, Ecuador, Colombia e, proprio in questi giorni, negli USA. Nell’ultima settimana abbiamo avuto indizi in questa direzione, con manifestazioni sempre più grandi nelle principali città, lanciate dai gruppi ultras antifascisti, che hanno impedito i consueti ritrovi fascisti. Domenica 7 giugno si attende un’importante giornata di lotta.

Galleria fotografica di Tuane Fernandes

Di:  In Categoria: America Latina, Foto Gallerie, Opinioni, Primo Piano

Comment here