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Sulle frontiere del capitale: la disputa per i mercati a Città del Messico

 19/09/2020  Di:

Pubblichiamo il capitolo di Gianmarco Peterlongo presente nell’ebook Logistica e America Latina, coordinato da Into the Black Box. In fondo video dell’intervento di Peterlongo alla conferenza di giugno 2019 a Bologna.

L’articolo fornisce un’immersione in un contesto specifico, Città del Messico. A partire dall’evoluzione dei mercati e dei flussi di merci nella capitale fin dall’epoca preispanica, viene brevemente illustrato un imponente piano di riqualificazione del più grande mercato della città, La Merced, per poi osservare la materialità dell’organizzazione della logistica del mercato stesso grazie a due figure di lavoratori informali: i parcheggiatori abusivi (franeleros) e i facchini (diableros). L’economia informale, che in Messico impiega più della metà del totale dei lavoratori, diventa territorio privilegiato per osservare fenomeni che stanno sulle frontiere del Capitale, e che esprimono un tipo di pratiche economiche ‘barocche’, che mescolano logica del profitto e solidarietà comunitaria.

Breve storia dei mercati a Città del Messico

Città del Messico vanta il centro storico più esteso dell’America Latina: è sede del potere politico, della maggior parte degli edifici amministrativi e di una gran quantità di monumenti e palazzi storici, è espressione della cultura nazionale, è il palcoscenico delle proteste dei movimenti sociali ed è polo di attrazione per il turismo nazionale e internazionale. Una grossa fetta del centro storico occupa esattamente il sito dove sorgeva Tenochtitlán, il centro dell’impero azteco dal XIV secolo fino alla Conquista spagnola e alla sconfitta che Hernan Cortés inflisse a Moctezuma nel 1521. L’area della capitale azteca comprendeva approssimativamente 300 mila abitanti, un numero enorme confrontato con le città medievali europee dello stesso periodo.
La città era costruita per favorire la partecipazione collettiva ai rituali e alle cerimonie religiose: la piazza centrale di Città del Messico, conosciuta come zócalo, era già dai tempi degli aztechi il cuore della vita sociale, religiosa ed economica. Albergava un grande mercato all’aperto che serviva da punto focale per lo
scambio di prodotti e mercanzie di ogni tipo, attraendo masse da località vicine e lontane. Dopo l’arrivo degli spagnoli nel 1521 la città venne ricostruita dai conquistadores seguendo il tipico sistema rettangolare a griglia, edificato letteralmente sopra l’insediament o mexica.1
Il significato simbolico del centro azteco fu definitivamente alterato, perché la volontà di dominio della corona spagnola passava innanzitutto per l’annientamento delle culture da colonizzare: così, il Templo Mayor, il luogo di culto principale dei mexica che si affacciava proprio sul zócalo fu interamente demolito e con le sue stesse pietre venne edificata la cattedrale cattolica che ancora oggi domina la piazza. La stessa sorte toccò a quasi tutti i templi degli aztechi, che vennero presto
rimpiazzati da chiese, conventi e altri edifici coloniali, e al palazzo di Moctezuma, ristrutturato e convertito in quello che oggi è il Palazzo Nazionale, sede del primo parlamento messicano e oggi del presidente López Obrador. Ben presto, oltre a costruire case, conventi e cattedrali, gli Spagnoli iniziarono anche a occuparsi di disciplinare e dare ordine alla confusione del commercio degli indigeni, nonché di allontanarli dalle zone centrali per lasciarle disponibili alla nuova borghesia coloniale.
Ci sono diverse testimonianze scritte dai conquistadores di fronte all’abbondanza e alla grandezza dei mercati aztechi, in particolare all’arrivo a Tenochtitlán abbiamo alcune importanti fonti scritte che descrivono il mercato di Tlatelolco. Una delle prime memorie di Hernan Cortés quando giunse nella capitale azteca è la sua
grande meraviglia e il suo enorme stupore di fronte alla miriade di prodotti, colori e sapori che riempivano i tianguis2 della città.
Nella seconda relazione ufficiale che inviò al sovrano spagnolo Carlo I, Cortés scrisse a proposito di Tenochtitlán e del suo principale mercato:

«Ha questa illustre città assaissime piazze, dove continuamente fanno i loro mercati e traffichi per vendere e comprare. È nella medesima città una piazza dove ogni dì si veggono più di sessantamila uomini vendere e comprare, dove si trovano tutte le sorti di mercanzie che si possono trovare in quelle provincie, e per mangiare e per vestire. Vi si vedono cose d’oro, d’argento, di piombo, di rame, d’ottone, di gioie, d’ossi, di conchiglie, di coralli, e lavori fatti di penne. Vi si vende calcina, pietre
lavorate e non lavorate, mattoni crudi e cotti, legni puliti in vari modi e non puliti. Evvi una contrada nella qual si vendono tutte le sorti di uccelli che uccellando si pigliano […]. Vi sono contrade da vendere erbe, e sonvi tutte l’erbe e radici medicinali che nascono in tutta la provincia. Vi sono luoghi da vender medicine, sì di quelle da prender per bocca, come d’unguenti e d’empiastri. Vi sono barberìe, dove gli uomini si fanno lavare la testa e si fanno radere. Vi sono anco abitazioni dove con pagamento si riducono a mangiare e a bevere. Vi sono vari frutti, tra’ quali sono le ciriegie, le susine, che sono similissime a quelle di Spagna […]. In dette piazze vendono ciò che nasce e cresce in quelle provincie. Le quali cose, oltre quelle che ho detto, son tali e sì diverse che per la lunghezza e perché non mi ricordo de’ lor nomi non le racconterò. E ciascuna sorte di mercanzia ha la sua propria ruga, senza
mescolamento di altre merci, e in questo tengono ottimo ordine».
(Hernan Cortés, Seconda Relazione al Re di Spagna Carlo I. 30 ottobre 1520)3.

Un’altra testimonianza diretta della ricchezza dei mercati della capitale azteca giunge ai giorni nostri grazie ai diari tenuti da un ufficiale di Cortés, Bernal Díaz del Castillo, ricordato come il principale cronista della conquista del Messico, che racconta le impressioni e la grande varietà di prodotti presenti nel mercato di
Tlatelolco:

«Intanto Cortés, accompagnato dai suoi capitani e soldati, tutti armati e molti a cavallo, arrivò nella gran piazza di Tatelulco; e restammo tutti meravigliati nel vedere la gran moltitudine di gente e l’abbondanza di mercanzie. Quel mercato conteneva tutti i prodotti che si possono trovare nella Nuova Spagna, esposti alla maniera che si usa nelle fiere di Medina del Campo, da dove vengo io: i banchi sono allineati, e divisi per qualità di merci, e ogni merce ha il suo settore particolare. Da una parte c’erano mercanti d’oro, d’argento, di pietre preziose, di piume e di
stoffe, e dall’altra mercanti di schiavi, che ci pareva d’essere dove i portoghesi vendono i negri della Guinea; e i poveri indiani erano tutti legati con collari a lunghi bastoni, perché nessuno fuggisse. Poi c’erano mercanti di tessuti più ordinari, di cotone e di filo ritorto. […] Un mercato immenso, insomma, che si estendeva per tutta la grande piazza e le viuzze intorno». (Bernal Díaz del Castillo, Historia Verdadera de la Conquista de la Nueva España, 1517-1521)4.

La gestione dei flussi di merci e dell’organizzazione dei commerci divenne presto una priorità per gli spagnoli nel Nuovo Mondo. A partire dalla colonizzazione delle Americhe, la storia dei mercati della capitale messicana è fatta di continui
ricollocamenti, ammodernamenti e processi di disciplinamento dello spazio che si sono susseguiti nei secoli, fino ai giorni nostri. La produzione di spazio per gli interessi di circolazione delle merci non è una novità solo delle fasi di capitalismo avanzato. Il mercato azteco di Tlatelolco fu sostituito nel XVII secolo con il mercato di San Juan, edificato nei pressi dell’odierna Alameda Central.5 A quel tempo molti commercianti popolavano e animavano quotidianamente lo zócalo e le strade centrali della città, cosicché le autorità politiche iniziarono a prendere provvedimenti al fine di regolare e ordinare la gran quantità di scambi commerciali. Nel 1703 viene inaugurato il Parián, una sorta di recinto commerciale edificato nel zócalo di fronte alla cattedrale, e nel 1792 il mercato del Volador, costruito in legno
su un’altra piazza del centro storico. La posizione del Volador fu scelta dal marchese di Sonora Josè de Glavez y Gallardo e occupava una porzione di circa otto mila metri quadri, costituendo uno dei principali centri di commercio della Nuova Spagna,
nonché una delle prime grandi opere realizzate dai conquistadores. Tale grande mercato deve il suo nome al rito del sole dei Voladores aztechi, oggi conosciuti come Voladores di Papantla. Entrambi i mercati furono in seguito demoliti per volere del governo: il Parián fu raso al suolo nel 1843 per obbedire a un nuovo senso estetico che si voleva dare alla piazza principale della città, mentre il Volador resistette ancora fino all’inizio del ‘900. Il mercato de La Merced, nato nella seconda metà dell’800 divenne allora il mercato principale della città. La Merced nacque sulle ceneri dell’omonimo convento cristiano, quasi interamente distrutto per far posto a una piazza di commercio dove collocare e riordinare gli ambulanti e i commercianti dei tianguis all’aperto del centro storico. Il problema del commercio ambulante divenne una priorità nell’agenda politica già durante il XIX secolo. La piazza restò all’aperto per quasi vent’anni fin quando nel 1880 fu dato l’ordine di costruire un mercato coperto con tetto in lamina e struttura in ferro. Il mercato crebbe e prosperò grazie alla sua posizione privilegiata nella città e per gli intensi scambi con le zone rurali.
Nel 1900 La Merced era considerata il mercato più importante della città, oltre che quello che apportava maggiori ingressi fiscali al governo. Intorno al mercato iniziò anche a proliferare il commercio informale, che in pochi decenni giunse a occupare
tutte le strade del quartiere, districandosi intorno a più di cinquanta isolati. Negli anni ‘50 il governo messicano promosse un massiccio piano di riqualificazione delle zone commerciali, ordinando la costruzione o l’ammodernamento di più di ottanta
mercati della città. A La Merced il governo decise la costruzione di un nuovo mercato, eredità di quello odierno, costituito da due grandi navi e altri mercati coperti, che venne inaugurato nel 1957.
In breve tempo la zona si saturò di commercio informale nelle strade adiacenti e i problemi legati alla viabilità, all’accesso ai mercati e alla logistica spinsero il governo di Città del Messico a costruire un nuovo mercato ortofrutticolo all’ingrosso per la
metropoli, che fino a quel momento era costituito da La Merced.
Così nel 1982 venne inaugurata nella periferia orientale della delegazione Iztapalapa la Central de Abasto, uno dei mercati ortofrutticoli più grande al mondo che occupa una superficie di circa 350 ettari, con il tentativo di spostare il commercio all’ingrosso lontano dal centro cittadino della capitale. Nonostante
la costruzione della Central de Abasto abbia avuto un impatto negativo sul quartiere, svuotandolo inizialmente di parte dei commerci e lasciandolo all’abbandono, col passare del tempo La Merced non perse comunque la sua importanza, continuando ad essere tutt’oggi uno dei mercati più estesi dell’intera America Latina, né perse le migliaia di ambulanti e commercianti informali
che continuano a popolare le aree adiacenti.

Il mercato de La Merced e il Plan Maestro

Per qualsiasi abitante di Città del Messico La Merced è sinonimo di commercio. Insieme al quartiere di Tepito, situato non lontano nella parte settentrionale del centro, La Merced è il cuore commerciale della città, e fin dall’epoca precoloniale costituisce una porta di accesso per le merci al cuore della capitale. Non esiste prodotto che non si possa trovare a ‘La Meche’, come di solito viene chiamata in gergo: frutta, ortaggi e verdura, legumi, cereali, carne e formaggi, indumenti, accessori, uniformi e scarpe, tessuti, cancelleria e prodotti di bellezza, ferramenta, prodotti per la pulizia e articoli per la casa, mobili e cucine, biciclette, l’area dei cellulari e dell’hi-tech, odori e cibi cotti di ogni provenienza, musica e cd pirata in vendita ovunque, mercati delle pulci e bancarelle dell’usato, la strada delle sex workers e quella dello spaccio, la zona delle spezie e delle erbe medicinali, nonché una schiera di commercianti ambulanti che girano senza tregua offrendo beni di ogni tipo. Il successo della storia de La Merced è anche dovuto a una grande varietà di migrazioni che per motivi innanzitutto commerciali hanno interessato la zona. Dapprima, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono soprattutto i commercianti
libanesi, armeni, ebrei e spagnoli a insediarsi a La Merced, aprendo proprie botteghe e negozi. Anche le migrazioni interne hanno favorito non poco la crescita del quartiere: tante e diverse etnie indigene messicane, tra cui triquis, mazahuas e purépechas, hanno contribuito a rendere La Merced uno dei quartieri più ricchi
per quanto riguarda la diversità culturale e la salvaguardia delle tradizioni ancestrali degli indigeni a Città del Messico. Ancora oggi La Merced è il bacino di accoglienza per chi si sposta dalla campagna alla città e un’area di incredibile vitalità economica
informale, che perciò può ancora offrire facili opportunità di lavoro e sistemazioni a buon prezzo nelle decadenti vecindades6 della zona. Anche per questo motivo è considerato uno dei quartieri popolari per eccellenza della capitale messicana. La
Merced fa parte di quella bazaar economy composta da 329 mercati pubblici coperti e 1303 mercati all’aperto, detti tianguis, della capitale messicana che rappresentano la principale fonte di approvvigionamento della metropoli e che danno lavoro a più di 250 mila persone. Il mercato de La Merced come lo conosciamo oggi consta la presenza di undici mercati suddivisi prevalentemente in base ai prodotti offerti: Nave Mayor e Nave Menor, il Mercato dei Fiori, Mercato della Comida, Mercato Ampudia dei dolci, il Paso a Desnivel dedicato all’artigianato,
Merced Banquetón, Anexo, Mercato Celia Torres e Naranjeros, Piazza Commerciale Merced 2000 e, infine, Piazza San Ciprián.A questi andrebbe aggiunto anche il celebre mercato di Sonora, dove si possono trovare oggetti religiosi, materiali per la
stregoneria, piante e animali, che spesso non viene menzionato come parte integrante de La Merced nonostante si trovi in perfetta continuità territoriale con gli altri mercati. Si calcola che siano presenti in tutta La Merced più di otto mila intestatari di posti fissi di commercio nei mercati al coperto e nei corridoi commerciali e altrettanti commercianti informali nelle strade adiacenti. I dati
forniti dal Fideicomiso del Centro Historico de la Ciudad de México (2013)7
indicano che siano circa 40 mila le famiglie che vivono del commercio formale de La Merced – e probabilmente altrettante di quello informale – mentre calcolano un’affluenza giornaliera di circa 250 mila persone durante la settimana, 500 mila il venerdì e tra le 750 mila e il milione di persone durante il sabato, giorno di massimo afflusso ai mercati. I dati sulla presenza del lavoro informale a La Merced sono per ovvie ragioni soltanto parziali e di difficile rilevazione: si consideri in ogni caso che gli ultimi dati dell’Istituto di Statistica Messicano (2018) stimano che il 57% dei lavoratori nel paese è impiegato nel settore informale, e che di questo la fetta più grossa (33%) è costituita dal commercio informale.8 L’attuale configurazione fisica dello spazio del mercato de La Merced è stata segnata negli anni ’50, oltre che dalla costruzione delle cosiddette ‘navi’ inaugurate nel 1957, anche dalla realizzazione della circonvallazione voluta dal governo per facilitare la viabilità nel centro città, che oggi rappresenta una barriera fisica e simbolica tra due parti, orientale e occidentale, della città vecchia. Le scelte politiche successive portarono a una progressiva frammentazione del quartiere e a una forte differenziazione socioeconomica ben visibile oggi tra La Merced ricca, quella del barrio antico, inclusa nel ‘perimetro A’ del centro storico ad ovest della circonvallazione, e La Merced povera, quella intorno ai mercati, appartenente invece al ‘perimetro B’ più esterno. È proprio questo secondo perimetro che contiene i mercati che negli ultimi anni è interessato da un radicale ed ambizioso piano di riqualificazione della zona che, oltre a un imponente riammodernamento degli spazi e delle strutture, intende innanzitutto rimuovere il commercio informale dalle strade per ‘liberare’ ogni ostacolo alla valorizzazione immobiliare, turistica e culturale del quartiere. Il “Plan Maestro de Rescate Integral de La Merced”9 (Piano di Recupero Integrale de La Merced) viene presentato alla stampa alla fine del 2013, con un programma d’intervento che si propaga fino al 2030. A grandi linee vengono esplicitati gli obiettivi generici da seguire:

«Fare del mercato un oggetto di rivitalizzazione urbana; seguire un modello sostenibile, ottenendo un equilibrio ambientale; riconnettere il mercato con i quartieri adiacenti; migliorare l’immagine, la mobilità, la sicurezza e il funzionamento del mercato; valorizzare il patrimonio storico e architettonico de La Merced; spingere la crescita economica; incentivare il turismo» [trad. mia].10

Ciò che invece si evince di concreto a partire da un’analisi del progetto è, fondamentalmente: la pedonalizzazione di alcune aree e lo sgombero di gran parte degli insediamenti del commercio informale; la dotazione di un nuovo arredo urbano, con aree verdi, impianti fotovoltaici e illuminazione al led; la riorganizzazione dei trasporti nella zona e degli accessi logistici per le merci;
l’omologazione estetica dei mercati, la ristrutturazione degli edifici decadenti e l’apertura al mercato immobiliare; la creazione di un imponente centro gastronomico rivolto al turismo internazionale e la costruzione di una nuova imponente piazza nel cuore de La Merced dotata di un enorme parcheggio sotterraneo.
Il piano di riqualificazione prosegue, tanto a livello geografico, quanto a livello politico, l’azione del governo locale che a partire dai primissimi anni del 2000 è impegnato a trasformare la connotazione fortemente popolare del centro storico cittadino, per valorizzarlo da un punto di vista turistico, commerciale, culturale
e immobiliare. La graduale espulsione dal centro delle classi popolari e delle aree di commercio informale è stata dichiaratamente ispirata alle politiche della ‘tolleranza zero’ dell’ex-sindaco di New York Rudolph Giuliani11 e ha permesso ’arrivo di massicci investimenti di capitale. A La Merced, come era già avvenuto per l’area del centro che circonda lo zócalo, di fronte a un’area presentata come pericolosa e con gravi problemi legati alla sicurezza e all’igiene, si sviluppa un discorso revanscista da parte delle istituzioni che si traduce in una volontà di rivincita quasi messianica di fronte al degrado della zona. Lo stesso lessico utilizzato nei programmi di trasformazione urbana riflette tale atteggiamento: si parla di ‘riscatto’, ‘salvataggio’,
‘recupero’, ‘rivitalizzazione’ de La Merced, come si trattasse di un corpo malato che ha bisogno di cure, o, peggio, come di un cancro che va rimosso in quanto impedisce il pieno sviluppo della zona. Nei discorsi istituzionali e mediatici, il commercio
informale era ed è considerato il diretto colpevole del deterioramento e del degrado e viene etichettato spesso come il problema più urgente da risolvere nel centro della città.12 Infatti, come sottolineano diversi autori, le politiche del displacement si traducono in politiche che adottano l’uso della violenza, tanto fisica quanto simbolica, per espellere ed allontanare pratiche e soggettività non desiderate da spazi urbani considerati fondamentali per la valorizzazione della città, sradicando così le espressioni culturali della povertà dai centri urbani.13

Una frontiera del Capitale

Grazie alla breve ricognizione storica sulla gestione dei commerci che apre il testo, si può affermare che i mercati siano un’importante risorsa, innanzitutto fiscale, tanto per la Corona Spagnola, quanto poi per i governi messicani e oggi per le
operazioni del capitale. Lo stesso uso del termine mega-proyecto (mega-progetto) per La Merced, indica che attorno al Plan Maestro si gioca una partita saliente per i processi di accumulazione ed espansione del capitale. Alcuni autori sottolineano che l’obsolescenza fisica, funzionale o economica dei mercati non sia affatto un processo naturale.14 L’idea stessa di un ‘ciclo naturale di vita’ dei mercati produce numerose conseguenze: legittima discorsi sulla decadenza e sull’ammodernamento degli spazi, favorendo le forme di distribuzione della GDO e attraendo investimenti privati per progetti ad alta profittabilità; naturalizza processi di spoliazione e
privatizzazione e assume quindi la dimensione di un processo programmato di distruzione creativa, che nell’attuale fase del capitalismo è essenziale a procurare nuovi spazi di accumulazione. Come ha recentemente sottolineato Saskia Sassen,15 all’interno delle aree urbane i meccanismi di espulsione vengono spesso mascherati da interventi di ammodernamento e ristrutturazione, mirando a conquistare sempre nuovi spazi di accumulazione. Pertanto, nell’insieme è possibile connotare La Merced come una frontiera del capitale, una frontiera non in senso geopolitico, ma in senso simbolico ed epistemologico. É utile far ricorso al termine “frontiere del capitale” così come concettualizzato da Mezzadra e Neilson, proprio per cogliere
l’essenziale tendenza espansiva che caratterizza l’azione del capitalismo dal punto di vista della produzione dello spazio.16 Il confine, inoltre, diventa anche un punto di vista epistemologico, uno spazio di frontiera nel senso di un margine da cui osservare la realtà, i flussi di merci e persone che lo abitano e attraversano, i dispositivi di inclusione ed esclusione che caratterizzano le operazioni del capitale.17
In tal senso il confine può diventare il Metodo con il quale interpretare la realtà, ovvero un punto di partenza privilegiato per una comprensione esaustiva della realtà sociale, delle dinamiche espansive e spaziali del capitale, dei processi di espulsione che sempre più caratterizzano la contemporaneità. Utilizzare la frontiera come metodo permette dunque di osservare come le reti di economie popolari e informali, come La Merced, siano sempre più assunte e sussunte da capitale e finanza come terreno essenziale di espansione per le proprie operazioni.18 Tali spazi economici popolari e informali, da un lato costituiscono una frontiera in costante ampliamento per l’espansione del capitale – che fa della cooperazione sociale e delle sfere informali di vita del materiale grezzo da cui estrarre valore – dall’altro possono essere definiti come bordersland, ovvero spazi di intersezione costituiti in termini di discontinuità,19 spazi interstiziali in cui possono convivere forme di sfruttamento e di solidarietà sociale, e che sono pertanto simili a quelle che Veronica Gago ha descritto come Economie Barocche, in
riferimento al mercato informale de La Salada nella periferia di Buenos Aires, e alle pratiche dei commercianti che mescolano azioni solidali legate alla reciprocità a forme di neoliberalismo dal basso. Come sostengono diverse studiose nel contesto latinoamericano,20 i processi di valorizzazione del capitale, quando poggiano su interventi di gentrificazione e riqualificazione dello spazio urbano, tendono a frammentare lo spazio stesso, cioè a decontestualizzare questi luoghi a partire, ad esempio, dalla rivalorizzazione di usi, costumi e cibi tradizionali.
Decontestualizzare, che non è affatto sinonimo di deterritorializzare, significa piuttosto isolare spazi e soggetti dalla propria economia politica. Sotto una certa luce, è un concetto che richiama e riporta su una scala molto più ridotta gli effetti della ‘denazionalizzazione’ degli spazi economici e politici dovuti alla nuova violenta espansione delle frontiere del capitale, come descritti da Saskia Sassen.21 La disputa per i mercati nel contesto latino-americano, e non solo, acquisisce spesso questa dimensione di decontestualizzazione dello spazio, propedeutica a una sua valorizzazione e patrimonializzazione. Ciò accade di frequente quando si tratta di progetti di riqualificazione urbana o ristrutturazione logistica che interessano mercati e zone ad alta intensità di commercio – come i casi dei mercati di San Telmo e El Abasto a Buenos Aires, quello di San Roque nel centro di Quito, oltre a La Merced e Tepito a Città del Messico. In questi processi di trasformazione calati dall’alto, il ruolo della cultura acquisisce una vitale importanza per i processi estrattivi del capitalismo. La cultura ha un ruolo chiave tanto nei processi di
gentrificazione e turistification legati alla riscoperta e valorizzazione fisica del patrimonio storico, architettonico e artistico, quanto nella valorizzazione del patrimonio immateriale, delle usanze e tradizioni, delle culture ancestrali indigene e dei prodotti locali. Secondo Victor Delgadillo,22 uno dei principali animatori del nodo messicano della rete accademica Contested Cities, la patrimonializzazione dei mercati percorre in genere due strade: una segue la patrimonializzazione dell’edificio e delle strutture fisiche, nel caso siano monumentali o di particolare
pregio, abbiano una lunga storia o un peculiare stile architettonico. La seconda via porta alla patrimonializzazione del contenuto, in particolare attraverso l’esotizzazione dei prodotti in vendita, dei cibi e delle usanze tradizionali: in entrambi i casi, il ruolo del lavoratore, del commerciante, non solo risulta
evanescente, ma spesso scompare e diventa invisibile. Nelle iniziative di riqualificazione urbana che interessano i mercati – e in generale riguardo il patrimonio immateriale – la restaurazione degli oggetti è accompagnata da uno spossessamento dei soggetti:23 sono gli ‘oggetti’ e le ‘cose’ le componenti rilevanti
per l’imposizione di nuovi valori, per il passaggio a nuovi sistemi di pratiche e per la trasformazione delle reti che costruiscono lo spazio. I soggetti e le pratiche risultano invece totalmente invisibilizzati. Ecco esemplificato come agiscono i processi di decontestualizzazione. Sharon Zukin,24 una tra le più importanti
studiose della gentrification, scriveva proprio di una conversione dei ‘quartieri’ in ‘paesaggi culturali’, per sottolineare la disgregazione del tessuto sociale agito dai processi di trasformazione e riqualificazione urbana che insistono sulla cultura, che valorizzano il patrimonio culturale delle città solo nei termini di una sua mercificazione, e che spesso di traducono in forme di estrattivismo culturale.
Anche nel caso de La Merced, la cultura gioca un ruolo chiave nell’ottica della trasformazione dello spazio. Infatti, ad un paio d’anni dalla presentazione del Plan Maestro de Rescate Integral de La Merced il governo di Città del Messico, su iniziativa dello stesso sindaco Miguel Angel Mancera, promulga nell’agosto del
2016 la Dichiarazione di patrimonio culturale intangibile alle manifestazioni tradizionali che si riproducono nei mercati pubblici. Con tale dichiarazione s’intende innanzitutto definire i mercati pubblici di Città del Messico come patrimonio collettivo da porre sotto la protezione dell’INAH, l’istituto nazionale di antropologia e storia messicano, che funge come una sorta di Ministero dei Beni Culturali. Il documento stilato dal governo locale e basato sulla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO del 2003, recita:

«le manifestazioni tradizionali sviluppate nei mercati pubblici hanno un significato e un valore speciale per la società; […] Tale salvaguardia protegge le forme di espressione popolare tra i commercianti e la clientela, le relazioni sociali, condotte e comportamenti, così come la dotazione culturale di saperi sociali che coadiuvano la conservazione e lo sviluppo della cucina e della gastronomia messicana, i beni simbolici di identità locale e nazionale della popolazione»25 [trad. mia].
Il documento risulta senza dubbio all’avanguardia come forma di tutela dei beni culturali immateriali, ma seppur venga dichiarata ufficialmente l’importanza dei mercati, in realtà viene fatto in maniera generica senza prendere alcun provvedimento concreto che ne salvaguardi l’esistenza e, anzi, sollevando seri problemi riguardo la proprietà dei locali nei ‘mercati tradizionali’, che, acquistati dai commercianti con lunghe concessioni negli anni ’60, ora tornerebbero a disposizione dello Stato.
Fondamentalmente, non viene riconosciuto a pieno titolo il valore sociale che fa dei mercati la principale fonte di approvvigionamento della metropoli e un bacino enorme di lavoro e di opportunità di sussistenza per i settori popolari.26

Soprattutto, ciò che scompare è il lavoro vivo che permette l’organizzazione quotidiana e il funzionamento del mercato.

Logistica Informale: Diableros e Franeleros

La Dichiarazione dei mercati come patrimonio immobiliare e gli obiettivi del Plan Maestro – tutt’altro che prossimi alla realizzazione – condividono senz’altro un medesimo scopo: l’avanzata dei processi di accumulazione in un’area non ancora
del tutto assoggettata e la sottrazione delle possibilità di agency per i soggetti che abitano il mercato. Se da un lato vengono valorizzati e patrimonializzati i mercati e gli usi e costumi tradizionali, dall’altro uno degli obiettivi principali rimane lo
sradicamento dell’informalità economica e dell’illegalità, spesso e volentieri unite in un binomio indissolubile. 27
Durante la ricerca mi sono avvicinato ad alcuni gruppi di lavoratori informali che abitano La Merced, osservando e interrogando sia l’organizzazione spaziale degli street-vendors e la produzione di spazi urbani informali, sia le funzioni sociali e
territoriali che ricopre il commercio informale, con un focus specifico su un gruppo di parcheggiatori abusivi del mercato. Di seguito vengono brevemente presentate due soggettività lavorative del mondo informale de La Merced che, in particolare,
costituiscono la materialità dell’organizzazione logistica del mercato e che rappresentano l’olio agli ingranaggi di gestione e funzionamento quotidiano del mercato: i facchini trasportatori (in gergo diableros) e i parcheggiatori abusivi (in gergo franeleros), entrambi categorie di lavoro informale molto numerose a La
Merced. Entrambi sono non solo dimenticati e messi sotto il tappeto dal Plan Maestro, ma vengono anche apertamente osteggiati nei discorsi pubblici di media e istituzioni, oltre che materialmente dall’operato delle forze di polizia. Soprattutto i
franeleros spesso e volentieri vengono definiti come delinquenti, al pari di una lobby che tiene in ostaggio le strade.28
Un recente articolo afferma senza mezzi termini, ma senza citare fonti, che
in realtà il lavoro dei parcheggiatori abusivi costituisca una copertura per vendere droga.29 I diableros sono i facchini trasportatori dotati di carrello che animano costantemente il via vai de La Merced e rappresentano senza dubbio una delle categorie più sottopagate e sfruttate, costretti ad offrire ai commercianti la propria forza lavoro in nero, venendo pagati a giornata, nei migliori casi, se non a cottimo.
Devono il loro nome al diablo, nomignolo con cui viene chiamato il carrello a due ruote che utilizzano, la cui impugnatura ricorda le corna del diavolo, e che rappresenta un mezzo indispensabile per muoversi nei meandri del mercato dove non c’è spazio per un altro mezzo che non sia il piccolo carretto merci. I diableros sono gli eredi del mestiere del tameme, il caricatore indio dell’epoca azteca che trasportava sulle proprie spalle la mercanzia per conto dei commercianti, spesso per mezzo di una corda tenuta con la fronte. Sono perlopiù lavoratori stagionali, prettamente uomini, giovani e migranti che provengono dalle campagne in cerca di
denaro durante i periodi di inattività agricola, spesso originari delle zone rurali indigene del sud messicano, degli stati di Oaxaca, Guerrero e Chiapas anzitutto, ma anche di altri paesi del Centroamerica. Lavorano instancabilmente e rappresentano il proletariato messicano nella sua forma più cruda: non sono proprietari di niente, spesso nemmeno del carretto merci che affittano quotidianamente, se non della propria forza lavoro, e stazionano in vari punti del mercato aspettando un commerciante che ne richieda l’impiego. Non hanno garanzie né tutele di alcun
tipo, lavorano in nero e sono costantemente soggetti all’estorsione da parte della polizia, che impone loro un prezzo per continuare a svolgere il proprio lavoro in quanto occupano senza permesso suolo pubblico; non avendo casa, chiedono la possibilità di dormire in qualche bottega o magazzino pagando una quota,
spesso e volentieri coricarti sopra lo stesso diablo che prendono in affitto.
Il franelero è un mestiere molto celebre nel panorama del lavoro informale urbano a Città del Messico: è comune trovarli in tutte le zone della città, si concentrano in particolare attorno ad aree ad alta intensità commerciale o turistica, ma anche nelle zone residenziali della classe media messicana. Devono il loro nome alla franela, il panno di tela usato per spolverare le auto e che viene sventolato per dare indicazioni agli automobilisti in merito alle manovre da eseguire. La franela ha un profondo valore simbolico, è parte dell’habitus dei parcheggiatori ed è un segno di
riconoscimento. Ci sono anche altri termini che vengono usati per riferirsi ai parcheggiatori a Città del Messico: cuidacarro, ovvero colui che cura e tiene d’occhio le auto; lavacarro, in quanto i veicoli vengono spesso anche lavati a fondo internamente ed esternamente; viene-viene, espressione onomatopeica che allude
all’invito verbale che i parcheggiatori scandiscono dando aiuto agli automobilisti nelle manovre di parcheggio.30 I parcheggiatori abusivi, in generale, ricoprono a La Merced un ruolo chiave nella complessa gestione dei flussi di merci e veicoli al Mercato. Il gruppo di franeleros a cui mi sono avvicinato e con cui ho lavorato insieme continuativamente per circa tre mesi si ritrova quotidianamente nella piazza della Candelaria, che geograficamente costituisce una delle porte di accesso ai mercati de La Merced. I clienti, pertanto, sono per la maggior parte commercianti e fornitori che hanno nel tempo instaurato un forte legame di fiducia con i franeleros. Invece, il gruppo di parcheggiatori è prevalentemente composto da uomini con passati di forte marginalità sociale e con storie di migrazione, carcere e
violenza, o ex-senzatetto, tranne il caposquadra M., che vanta una laurea e una tentata carriera nel mondo del diritto. Il servizio offerto dai franeleros consiste nel parcheggiare accuratamente i veicoli in strada e prendere in consegna le chiavi per una cifra compresa tra i 15 e i 30 pesos messicani (circa tra 0,70 e 1,50 euro), a seconda della grandezza del mezzo di trasporto e della durata della sosta. Con 50 pesos aggiuntivi è inoltre possibile far lavare accuratamente il veicolo, grazie a un set di strumenti comprensivi di secchio, acqua e sapone, un paio di panni in
tessuto e una testa di scopa. Nonostante il gruppo di franeleros della Candelaria sia dotato di un permesso sancito dal “Regolamento per i lavoratori non retribuiti”
31, essi sono comunque costretti ad erogare puntualmente piccole tangenti agli
agenti di polizia, perché ne infrangono costantemente le regole –tra cui quella di non poter chiedere compensi ma solo mance volontarie, o la norma che impone di non lavare le auto in strada e non prendere in custodia le chiavi. Il gruppo di parcheggiatori ha anche attivato nel tempo delle negoziazioni con la microdelinquenza locale, pagando loro piccole quote periodiche al fine
di garantire la sicurezza di veicoli, beni e persone che sostano o transitano alla Candelaria. Inoltre, i franeleros si prendono anche cura dello spazio dove operano, che ad esempio viene spazzato quotidianamente a fine giornata, e hanno strette relazioni con gli ambulanti con cui condividono la strada. Anche gli altri attori che
abitano l’area dove operano i franeleros, concordano nel riconoscere loro una funzione territoriale importante:

«I cuidacarro si può dire che offrano un servizio per il posto dove lavorano, nel fare in modo che non succeda nulla ai veicoli e alle persone che passano lì; è come se fosse un presidio. In molti si lamentano del fatto che facciano pagare, certo, chiedono una quota, però ti stanno dando un servizio di sicurezza, per il tuo patrimonio che è la tua auto o la tua mercanzia» (Raul, commerciante de La Merced)32.

Tutt’altro che un mestiere fatto di sotterfugi, l’attività dei franeleros della Candelaria, oltre a essere ben voluta nel contesto, avviene alla luce del sole, è riconoscibile e dichiarata apertamente; infatti, come racconta M., il capo del gruppo di parcheggiatori:

«Abbiamo una sorta di nostra uniforme per farci vedere. […] Al contrario degli altri [parcheggiatori] che lo fanno di nascosto e sotto minaccia, io decisi di metterci una uniforme che ci rendesse riconoscibili, così che la gente si potesse fidare di noi, così che tutti sanno che noi siamo i franeleros della Candelaria: per tutti consiste in
pantaloni di jeans, una maglietta polo di colore blu e un cappellino con visiera» (M., capo-squadra dei franeleros)33.

Il lavoro di ricerca svolto sul campo ha inoltre dimostrato diverse funzioni sociali dell’attività del gruppo di parcheggiatori, su cui ora non si entrerà nel merito, confermando le teorie che vedono l’economia informale come un importante bacino di opportunità di esistenza e di possibilità di impiego per chi è ai margini del mercato del lavoro. Sulla base anche di numerose interviste condotte con diverse soggettività che animano La Merced, tra cui parcheggiatori, ambulanti, commercianti informali di vario genere e diableros, il settore informale si conferma come una preziosa risorsa che impedisce ai settori più vulnerabili della popolazione di scivolare nella povertà estrema, oltre che una valida alternativa per coloro i quali sperimentino fallimenti nel mercato del lavoro formale. Tuttavia, come suggerisce Verónica Gago,34 le economie popolari informali sono territori barocchi, che certo si scontrano con gli interessi del Mercato, ma non per questo sono esenti da brutali forme di sfruttamento o da meccanismi di organizzazione clientelistico-mafiosi.
Facchini e parcheggiatori, infine, seppur a priva vista possa sembrare che occupino una posizione marginale nella galassia lavorativa de La Merced, in realtà svolgono un ruolo chiave nell’organizzazione logistica del mercato. I primi permettono il
fluire delle merci nell’area del mercato e svolgono un ruolo fondamentale nel fornire costantemente merci ai commercianti dei mercati: in particolare la mattina presto o al calar del sole, sono indispensabili per le operazioni di carico e scarico da camion e furgoni. Chi, ad esempio, possiede un banco nel mezzo di una delle due navi de La Merced, deve per forza di cose affidarsi a un diablero per rifornirsi di merce, in quanto il punto di accesso più vicino per i veicoli può distare anche diverse centinaia di metri.
Anche commercianti di piccole attività possono affittare il proprio diablero per ‘fare la spesa’ a La Merced. I franeleros, invece, hanno un ruolo fondamentale nella gestione dei flussi di veicoli che giungono quotidianamente al mercato, facilitando le
operazioni di carico e scarico merci di commercianti e fornitori.
Insieme ai facchini, anche i parcheggiatori abusivi sono al cuore della materialità dell’organizzazione logistica informale dentro il mercato. In un solo giorno di attività, soltanto il piccolo gruppo di parcheggiatori con cui ho lavorato poteva arrivare a gestire più di 150 veicoli. Uno dei maggiori problemi sollevati e sbandierati dal Plan Maestro è che la presenza di ambulanti e zone di
commercio informale in strada ostacola la viabilità e l’accesso ai mercati: sono proprio diableros e franeleros che permettono di risolvere il problema della congestione di mezzi, merci e persone, ciononostante vengono etichettati e sanzionati come parte del problema stesso. Infatti, l’accusa con cui in entrambi i casi la polizia estorce loro del denaro nella forma di mazzette di piccola entità è proprio il comportamento reo di intralcio alla viabilità e di occupazione illecita di suolo pubblico nello svolgimento della propria attività.
Tutto sommato, il mondo logistico, come quello disegnato nel Plan Maestro, se osservato in profondità risulta meno liscio e piatto di quanto i pianificatori urbani del progetto vincente per La Merced vorrebbero mostrare, ma tutt’altro mostra una superficie ruvida e porosa, fatta della complessità di un’organizzazione dello spazio e del lavoro che è totalmente informale, ma non per questo meno strutturata o meno legittimata. Attorno ai mercati di Città del Messico si è giocata ieri e si gioca ancora oggi una partita importante per il capitale, per l’espansione dei suoi confini e per l’intensificarsi dei processi di accumulazione. Per molti, lavoratori informali in primis, tale espansione coinciderà per forza di cose con l’espulsione dallo spazio: sia dallo spazio fisico delle strade che costituiscono il loro luogo di lavoro, sia dallo
spazio simbolico degli orizzonti del possibile che il mondo dell’informalità economica alimenta tra i settori popolari.

Per concludere, ciò che si può affermare è, ancora una volta, la convinzione di una necessaria riscoperta e ricostruzione della metropoli contemporanea come sistema di intermediazione ed integrazione: a partire dagli esperimenti sotterranei che si
articolano negli spazi urbani, a partire dagli spazi ibridi e barocchi delle economie informali, dai territori in resistenza dei quartieri popolari e delle periferie metropolitane, è possibile provare a iniziare a guardare un’occasione dove produrre una città più inclusiva. Al ricercatore e all’etnografo sta il compito di rendere visibili questi spazi, ovvero, come invita Saskia Sassen,35 sta il ruolo di portare alla luce quel grande buco nero del mondo degli espulsi dalla società del benessere, dall’economia formale e dalle politiche della città neoliberista.

1 “Mexica” e “azteco” sono qui usati in maniera intercambiabile. In realtà, con Mexicas si intendono precisamente gli aztechi che si stabilirono nell’altopiano di México-Tenochtitlán.

2 Tiangui è una parola di origine nahuatl, lingua azteca, con cui si intendono i mercati di strada in Messico.

3 Traduzione all’italiano da: A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Lo spazio del tempo. Roma, Laterza, 1/2015.

4 B. DÌAZ DEL CASTILLO, La conquista del Messico (1517-1521). A cura di MARENCO, F., Milano, Tea, 2002.

5 Molte delle informazioni presenti nel paragrafo derivano da: C. MONSIVAIS, El centro historico de la Ciudad de México, Città del Messico: Turner, 2005.

6 Con ‘vecindades’ si intendono i complessi di appartamenti di edilizia
popolare.

7 https://www.centrohistorico.cdmx.gob.mx/ [ultimo accesso: dicembre 2017].

8 Fonti dei dati: Instituto Nacional de Estadística y Geografía-INEGI. (2015) Actualización de la medición de la economía informal, 2015 preliminar. Año base 2008, México, INEGI, 2015; ILO. (2013) Women and Men in the Informal Economy: A Statistical Picture (second edition), Geneva: ILO; https://www.inegi.org.mx/programas/pibmed/2013/ [ultimo accesso:
25/06/2019].

9 Le informazioni qui riportate sul Plan Maestro sono riprese dal testo: SEDECO (2014) Distrito Merced: 100 visiones para La Merced. Città del Messico: Sedeco.

10 Ibidem

11 Sulla base delle indicazioni fatte dalla società di consulenze Giuliani Partners LLC, presieduta dall’ex sindaco di New York, l’Assemblea Legislativa del Distretto Federale approvò nell’agosto del 2004 la Legge di Cultura Civica, con l’obiettivo di porre freno negli spazi pubblici della città ad attività informali considerate antisociali. Fonte: www.jornada.com.mx/2008/07/01 [ultimo accesso 29/06/2019]

12 A. LEAL MARTÌNEZ, La ciudadania neoliberal y la racializacion de los sectores populares en la renovaciòn urbana de la Ciudad de México. Revista Colombiana de Antropologia, 52, 2016, pp. 223-244.

13 M. JANOSCHKA, – J. SEQUERA, Procesos de gentrificación y desplazamiento en América Latina, una perspectiva comparativista. In J. MICHELINI, (ed), Desafios metropolitanos. Un dialogo entre Europa y América Latina. Madrid: Catarata, 2014.

14 V. DELGADILLO, La disputa por los mercados de La Merced. Alteridades, 26, 2016, pp. 57-69.

15 Lecture pubblica “The rise of predatory formations” tenutasi il giorno 24/06/2019 a Bologna, Palazzo Accursio, in occasione di Planetary Urbanscapes Summer School di Academy of Global Humanities and Critical Theory.

16 S.MEZZADRA – B. NEILSON, Border as Method, or, the Multiplication of Labour. Durham, NC: Duke Press, 2013.

17 Ibidem.

18 V. GAGO, La Razón Neoliberal. Economìas Barrocas y Pragmática Popular, Buenos Aires: Tinta Limón, 2014.

19 S. SASSEN, The city: between topographic representation and spatialized
power projects
. Art journal, 60(2), 2001, pp. 12-20.

20 Cfr. V. CROSSA, Resisting the entrepreneurial city: street vendors’ struggle in Mexico City’s historic center. International Journal of urban and regional research, 33, 2009, pp. 43-63; M. LACARRIEU, Mercados tradicionales en los procesos de gentrificaciòn. Alteridades, 26, 29-41; E. BEDON, Popular culture and heritage in San Roque Market, Quito. In GONZALEZ, S. (ed), Contested Markets Contested Cities. Gentrification and urban justice in retail spaces. London: Routledge, 2018.

21 S. SASSEN, Territorio, Autorità, Diritti. Milano, Mondadori, 2008.

22 V. DELGADILLO, “La disputa por los mercados de La Merced”, Alteridades, 26, 2016, pp. 57-69.

23 M. LACARRIEU, “Mercados tradicionales en los procesos de gentrificación”, Alteridades, 26, 2016, pp. 29-41.

24 S. ZUKIN, “Paisajens urbanas pos-modernas: mapeando cultura e poder”, Revista do patrimonio Historico e Artistico Nacional, 24, 1996, pp. 205-219.

25 Testo della “Declaratoria de patrimonio cultural intangible a las manifestaciones tradicionales que se reproducen en los mercados públicos”, Governo del Distretto Federale, 16 agosto 2016. Fonti: www.cultura.df.gob.mx e www.sedecodf.gob.mx

26 V. DELGADILLO, “Ciudad de México, quince años de desarrollo urbano intensivo: la gentrificación percibida”, Revista Invi, 3, 2016, pp. 101-129.

27 Le fonti di questo paragrafo sono parte del materiale empirico raccolto da chi scrive, tra ottobre 2016 e gennaio 2017, in occasione della ricerca per la tesi di laurea magistrale: “La metropoli contemporanea e gli usi popolari dello spazio pubblico. Etnografia del commercio informale a Città del Messico”, Università di Torino, tutor prof. Giovanni Semi.

28 Cfr. per esempio: https://www.sdpnoticias.com/nacional/2016/04/12/odiasa-los-viene-viene-te-decimos-como-mandarlos-directito-a-la-ching [ultimo
accesso: 26/06/2019].

29 Articolo comparso sulla cronaca locale di Coyoacán, DF:
http://diariobasta.com/2019/06/03/alcalde-negrete-superado-por-ladelincuencia/ [ultimo accesso: 29/06/2019].

30 Per maggiori dettagli sul lavoro dei franeleros si rimanda al testo: G.
PETERLONGO, “Franeleros: trasfromazione urbana e lavoro informale a Città
del Messico”. América Crítica, 1(2), 2017, pp. 95-116.

31 Regolamento per i “trabajadores asalariados”, promulgato nel 1975 dall’Assemblea Legislativa del Distretto Federale, Messico.

32 Intervista a Raul, ex-commerciante di Nave Mayor, e ambulante a seguito
dell’incendio del 2013. 25 novembre 2016.

33 Intervista a M., capo-squadra dei franeleros della Candelaria. 26 dicembre
2016.

34 V. GAGO, La Razón Neoliberal. Economìas Barrocas y Pragmática Popular

35 S. SASSEN, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale. Bologna, Il Mulino, 2015.

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Di:  In Categoria: America Latina, LOGISTICA, Ricerca

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