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In Cile si scrive una nuova Costituzione: un’opportunità storica e una grande sfida

 16/02/2021  Di: ,

Immagine in anteprima: Carlos Figueroa, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

di Susanna De Guio e Alessandro Peregalli da Valigia Blu

Il cammino del Cile verso una nuova Costituzione avanza a grandi passi. L’11 gennaio è scaduto il termine per presentare le candidature alla Convenzione che sarà eletta ad aprile e il dibattito è tornato ad accendersi: com’è composto lo scenario politico in vista del voto? Quali sono le sfide e gli ostacoli per realizzare quella trasformazione del paese che le piazze chiedono da più di un anno? Quali sono i temi centrali da mettere in discussione?

L’Accordo e l’apruebo

Oggi il Cile si appresta a redigere una nuova Costituzione che sostituirà quella scritta dalla dittatura di Pinochet nel 1980 e che ha contribuito finora a impedire qualunque possibilità di riforma in senso egualitario del sistema economico neoliberista. Una consapevolezza diffusa in buona parte della popolazione è che questo sia un risultato dell’insurrezione popolare che nell’ottobre 2019 ha scosso le fondamenta della politica e della società cilena. La forza e la radicalità di quella rottura, se non sono riuscite a far cadere il presidente Sebastián Piñera, hanno però permesso di raggiungere almeno un importante obiettivo: l’apertura di un processo costituente.

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Non bisogna dimenticare che il prezzo pagato dai movimenti sociali, studenteschi e territoriali, dai sindacati e dai cittadini scesi in piazza nel corso della rivolta è altissimo: più di trenta morti, centinaia di feriti, oltre 400 lesioni agli occhi e circa 2500 detenuti ancora in attesa di una sentenza definitiva. Inoltre, l’Accordo per la Pace e la Giustizia Sociale firmato dai partiti del governo e dell’opposizione il 15 novembre del 2019, dove si definivano le regole del processo costituente, è stato profondamente criticato da parte degli attori coinvolti nelle proteste, molti dei quali oggi partecipano direttamente alla campagna per l’elezione dei costituenti. “L’Accordo è stato fatto per frenare la protesta, è stata una negoziazione a porte chiuse, totalmente slegata da ciò che stava accadendo nel Paese” spiega Pía Meza, che si presenta nel collegio 10, nel cuore di Santiago. La sua candidatura è stata promossa da un gruppo di assemblee autoconvocate e correrà in una lista insieme a rappresentanti del movimento per de-privatizzare il sistema pensionistico No+AFP, il Coordinamento Femminista 8M e il Movimento per l’Acqua e i Territori. “Avremmo voluto una vera assemblea costituente, e cercheremo il più possibile di renderla tale, quindi il legame con i territori sarà fondamentale”, sottolinea Meza.

Altri movimenti e organizzazioni sociali non hanno aderito al processo elettorale e la loro visione critica ha fatto parte, durante tutto il 2020, dell’intenso dibattito intorno al referendum per approvare o rifiutare una nuova Costituzione, originariamente fissato per aprile e svoltosi infine il 25 ottobre a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla Covid-19. Nonostante le limitazioni imposte al processo costituente dalla classe politica, l’affluenza alle urne è stata alta e l’apruebo [ndr, il sì] ha trionfato con il 79% dei voti: un vero spartiacque nella crisi politica che il Cile sta attraversando.

Le regole del gioco

Uno dei principali limiti stabiliti dall’Accordo è l’obbligo di raggiungere i due terzi dei voti per approvare qualsiasi articolo della nuova Magna Carta, che probabilmente conferirà il potere di veto sulle questioni più sensibili alla vecchia classe politica, sia quella rappresentata dalla destra ora al potere, sia il centro-sinistra dell’ex Concertación, che ha governato in Cile per più di 20 degli ultimi 30 anni. In secondo luogo, la Convenzione non potrà discutere gli accordi internazionali già stretti dal Cile. Si tratta di una restrizione importante, poiché tra questi ci sono una trentina di trattati di libero scambio, firmati con decine di paesi, che legano fortemente l’economia cilena all’esportazione di materie prime e colpiscono i diritti dei lavoratori e l’ambiente.

Seggi indigeni riservati

“Quando è stato firmato l’Accordo noi non eravamo presenti nella trattativa, i popoli originari non erano priorità per l’élite politica” spiega Elisa Loncón, candidata mapuche e attivista per i diritti educativi e linguistici dei popoli originari. Il dibattito sui seggi riservati ai popoli indigeni e afro-discendenti è stato mantenuto in sospeso e rimandato fino a dicembre, lasciando poco tempo alle comunità per organizzare le loro candidature ed escludendo la popolazione afro, concentrata nel nord cileno. Alla fine sono stati riservati 17 seggi su 155 costituenti ai 10 popoli indigeni, che costituiscono il 12.8% della popolazione secondo l’ultimo censimento del 2017.

Nella nuova Costituzione, secondo Loncón, sarà cruciale stabilire “la plurinazionalità e l’interculturalità, fondate sul diritto alla libera autodeterminazione dei popoli originari, che a sua volta si implementa con l’autonomia territoriale, dove possiamo definire e sviluppare il nostro modo di vita, la nostra lingua e la relazione con la natura e la spiritualità”.

Correre come indipendente

Riuscire a candidarsi è stata un’altra grande sfida che i rappresentanti della società civile non appartenenti a partiti politici hanno dovuto affrontare. L’alto numero di firme richieste per la candidatura degli indipendenti è stato ridotto solo a dicembre, su pressione di numerosi settori sociali che si vedevano impossibilitata la partecipazione.

Nonostante il poco tempo a disposizione, alla chiusura delle candidature si è osservata una proliferazione di liste indipendenti, in alcuni casi coordinate su scala nazionale, in altri concentrate su territori specifici. Questo fenomeno è in parte dovuto alla delegittimazione che ha subito l’intero arco politico istituzionale durante le proteste, come confermano diversi sondaggi che mostrano un’intenzione di voto sbilanciata verso gli indipendenti (81% secondo Data Influye, 64% per Ipsos e Espacio Público). Inoltre, vi si può leggere una capacità di organizzazione della società civile che è ancora vitale nonostante i lunghi mesi di quarantena e le misure restrittive che hanno forzatamente svuotato le piazze cilene nel 2020.

D’altro canto la frammentazione delle liste è un fattore di debolezza nel sistema elettorale cileno che, pur essendo proporzionale, divide il paese in collegi di dimensioni ridotte, dove risultano favoriti i candidati uniti in grandi coalizioni. Per questo motivo, la destra cilena ha formato una lista unica in cui i partiti attualmente al governo si sono alleati al Partito Repubblicano, di estrema destra. Al contrario, il campo progressista è più diviso: da una parte c’è il centro-sinistra tradizionale, con la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e altri partiti minori uniti nella Lista Apruebo. Dall’altra c’è il blocco Apruebo Dignidad che riunisce il Frente Amplio, il Partito Comunista e altre forze politiche già unite nella campagna per l’approvazione del referendum. Infine, altri partiti appartenenti alla sinistra hanno deciso di correre da soli: l’Unione Patriottica, alleata con lo dello storico Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR), il Partito Umanista, la lista trotzkista del Partito Operaio Rivoluzionario, e il Partito Verde Ecologista.

Oltre alla Convenzione Costituente, il prossimo 11 aprile i cittadini saranno chiamati a votare anche sindaci, consiglieri comunali e, per la prima volta, governatori regionali. La posta in gioco è alta e la somma dei quattro voti potrebbe creare non poca confusione, senza contare che i partiti hanno infrastrutture ed esperienza davanti alla campagna elettorale, che mancano del tutto agli indipendenti.

La scommessa

Al di là delle forme che ogni settore sociale ha scelto per intervenire nel processo costituente, è chiaro a tutti che l’obiettivo principale è modificare le strutture dello Stato per ridistribuire il potere e decentrarlo. Secondo Ignacio Achurra, attore teatrale e televisivo, sindacalista nel campo della cultura, che si presenta con Apruebo Dignidad, “abbiamo un sistema che concentra eccessivamente il potere nella figura presidenziale, è un retaggio culturale quasi monarchico, che deve essere smantellato per pensare a un altro sistema di governo”.

Manuela Royo, avvocata con una lunga storia di difesa dei prigionieri politici mapuche e candidata per la stessa lista nella regione dell’Araucanía, intende “aprire spazi di partecipazione che siano deliberativi, dove il popolo, i cittadini, possano decidere quali leggi vogliono, come devono agire i loro rappresentanti, come deve essere distribuita la ricchezza. Vogliamo uno Stato solidale e non sussidiario, come è stato finora”. Royo rappresenta Modatima, movimento in difesa dell’ambiente, e sottolinea “come tema centrale la protezione della natura e dei beni comuni, primo fra tutti l’acqua, che dovrebbe essere considerata un diritto umano”.

Un altro grande protagonista del processo costituente è stato fin dall’inizio il femminismo, asse trasversale di tutte le rivendicazioni emerse dalla rivolta. In quasi tutte le liste di indipendenti ci sono donne che provengono da spazi femministi, la parità di genere nella Convenzione è stata una conquista collettiva e le candidate stanno assumendo un ruolo di primo piano, cominciando anche a coordinarsi a livello nazionale per imporre nell’agenda costituente questioni chiave come i diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

Infine, in questa fase sarà centrale “non abbandonare la piazza”, come afferma Natalie Arriagada, del Movimento per una Casa con Dignità, che ha deciso in assemblea di sostenere la sua candidatura in una lista indipendente. “Per la prima volta abbiamo scelto di intervenire in un processo elettorale” spiega, però subito aggiunge: “È essenziale che il popolo rimanga attento e organizzato. Dobbiamo essere capaci di portare la deliberazione fuori dalla sala della Convenzione, nei territori, di denunciare i tentativi di minare il processo e di mobilitarci quando sia necessario”.

Oltre la Costituente

Una nuova Costituzione per il Cile significa liberarsi dell’eredità del pinochetismo e chiedere conto dei debiti accumulati dalla democrazia neoliberista e classista degli ultimi trent’anni. Ma per far sì che questo avvenga, e che il tutto non si trasformi in un’operazione gattopardesca, sarà fondamentale costruire meccanismi che vincolino la Convenzione alle organizzazioni e assemblee territoriali durante la redazione della nuova Carta Magna, testo che dovrà comunque essere ratificato da un plebiscito finale. La regola dei due terzi, d’altra parte, potrebbe anche determinare che in molti punti la Costituzione non sia risolutiva, e molti aspetti del cambiamento saranno lasciati in mano al gioco elettorale e all’azione di governo. Il terremoto sociale che ha attraversato il paese nell’ultimo anno e mezzo, in questo senso, difficilmente lascerà intatti gli equilibri politici precedenti. 

Nel 2021 il Cile è chiamato a ridisegnare il suo scenario politico, non solo con una nuova Costituzione, ma anche rinnovando le cariche di sindaci, consiglieri e governatori; a novembre, inoltre, voterà per il seggio presidenziale, dove la battaglia è ancora del tutto aperta. La vecchia Concertación, che negli ultimi decenni non è stata capace di imprimere un cambio di rotta nelle politiche pubbliche, rimarrà probabilmente fuori dai giochi. L’estrema destra di stampo “bolsonarista”, che stava emergendo fortemente prima dei tumulti di ottobre grazie alla leadership di José Antonio Kast, sembra aver perso slancio di fronte a un cambio di egemonia culturale nella società che ha portato il malcontento verso forme di solidarietà sociale e di lotta di classe. È probabile quindi che la sfida presidenziale vedrà una polarizzazione tra l’attuale politico di punta della destra, Joaquín Lavín, che si sta rinnovando con posizioni di maggior apertura sociale e un opportunistico appoggio all’Apruebo nel plebiscito di ottobre, e il comunista Daniel Jadue, attuale sindaco di Recoleta, che i sondaggi danno come favorito nelle intenzioni di voto, nonostante un certo distacco storico tra il Partito Comunista e la maggior parte dei movimenti sociali cileni. La probabile resistenza di un regime in cui i militari occupano ancora un ruolo di fortissima tutela politica e le contraddizioni già evidenziate dalla parabola di molti governi progressisti in Sudamerica sono oggi incognite importanti che aleggiano sul futuro dell’estallido cileno.

Di:  In Categoria: America Latina, Primo Piano

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