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Alta tensione in Cile: estrema destra e Frente Amplio al ballottaggio per la presidenza

 23/11/2021  Di:

immagine: La Cuarta

di Susanna De Guio per Valigia Blu

Il risultato delle elezioni presidenziali in Cile di domenica 21 novembre ha confermato alcune previsioni ma ha anche offerto alcune rilevanti sorprese. La partita resta aperta fino al ballottaggio del prossimo 19 dicembre. In questa prima tornata elettorale, al primo posto si è attestato, con il 27,9% delle preferenze, José Antonio Kast (Partido Republicano, coalizione Frente Social Cristiano), esponente dell’estrema destra, che strizza l’occhio alle figure di Bolsonaro e Trump, coltiva legami con la destra fascista internazionale e si propone come l’erede della cultura pinochetista, autoritaria, che difende la famiglia tradizionale, i valori patriottici e l’ordine sociale. Lo segue, a soli 2,2 punti di distanza con il 25,7%, Gabriel Boric (Frente Amplio, coalizione Apruebo Dignidad), che si è attestato come il candidato della sinistra dopo un’eclatante vittoria alle primarie contro il referente del Partito Comunista Daniel Jadue. Ex dirigente studentesco, tra i fondatori del Frente Amplio e convinto firmatario dell’Accordo per la Pace che ha aperto il processo costituente, Boric è un volto giovane e progressista che si propone di interpretare le istanze emerse dalle piazze cilene negli ultimi due anni. 

Gli scenari in vista del ballottaggio

La campagna elettorale degli ultimi mesi è stata dominata dalla polarizzazione politica, che ha visto crescere progressivamente il consenso verso Kast fino a minacciare la solida candidatura di Boric. La differenza percentuale tra i due contendenti è minima, e per capire come si distribuirà il voto al ballottaggio bisogna guardare i risultati degli altri candidati. 

Un successo sorprendente è stato quello di Franco Parisi, leader del Partido de la Gente, formazione politica di centro destra costituita alla fine del 2019 e legata all’impresa Felices y Forrados, che per anni ha offerto un servizio di consulenza finanziaria ai cittadini cileni per la gestione dei propri fondi pensionistici, che lo Stato utilizza per investimenti finanziari attraverso il sistema AFP, prima di chiudere i battenti lo scorso luglio a causa di una nuova legge che regolamenta le azioni sui mercati finanziari. Parisi si smarca tanto dalla destra quanto dal centro sinistra, bollati come la vecchia politica responsabile dei malgoverni degli ultimi trent’anni. Il suo discorso populista e personalista ha conquistato il 12,9% dei voti e un insospettabile terzo posto dopo i primi due candidati. 

Va sottolineato che Parisi vive in Alabama, negli Stati Uniti, da dove ha condotto l’intera campagna elettorale a distanza. Oltre a un curriculum di irregolarità in precedenti candidature politiche e una denuncia per molestie sessuali, lo scorso settembre un servizio televisivo ha rivelato che il candidato ha l’obbligo di residenza in Cile dal 2020 a causa di un debito di 207milioni di pesos di alimenti per il mantenimento dei suoi due figli. 

Nonostante questo quadro a tratti surreale, il suo personaggio politico è stato capace di attrarre maggiori voti rispetto agli storici partiti di destra e centro-sinistra del paese: la coalizione che rappresenta il governo uscente di Piñera, con il volto di Sebastián Sichel, si è fermata al 12,6%, mentre Yasna Provoste ha ottenuto solo l’11,6% come candidata della Democrazia Cristiana e già nota figura politica della ex Concertación, la coalizione che ha governato il paese per 20 anni dal ritorno della democrazia e considerata corresponsabile delle profonde diseguaglianze che hanno fatto esplodere le proteste nell’ottobre 2019.

Infine hanno corso per la presidenza anche altri due candidati minori: Eduardo Artés, rappresentante di Unión Patriotica, corrente politica legata al MIR e alle idee del socialismo rivoluzionario e Marco Enriquez Ominami, per la quarta volta candidato a presidente con un programma che mescola diritti civili e libero mercato.

È prevedibile che le forze progressiste faranno quadrato attorno a Boric, ma sarà il voto degli elettori di Parisi al prossimo ballottaggio a rivelarsi un fattore chiave, insieme ai voti di Sichel, per la vittoria di Kast. Si tratta di un panorama elettorale in controtendenza rispetto alle ultime votazioni in Cile, mentre si conferma la bassa affluenza alle urne, ferma al 48,5%, che sarà un’altra variabile nuovamente in gioco nel tesissimo voto di dicembre.

Le ragioni della polarizzazione politica

Una delle domande che ha assillato gli analisti politici fino a questa domenica elettorale è stata: perché il consenso nei confronti di Kast ha avuto un’impennata negli ultimi due mesi di campagna, acuendo la polarizzazione politica nel paese? La risposta non è scontata, ma bisogna innanzitutto riconoscere che lo scenario in cui si è giocata questa elezione presidenziale è frutto del terremoto politico avvenuto all’indomani del voto per la Convenzione Costituzionale dello scorso maggio. Se già il dibattito politico attorno al plebiscito costituzionale del 25 ottobre 2020 sbandierava due modelli di paese opposti, con il voto del 15 e 16 maggio di quest’anno l’elettorato ha lasciato un segnale politico chiaro: la destra non ha raggiunto nemmeno un terzo dei seggi nella Convenzione, e anche i partiti politici tradizionali di centro sinistra sono stati fortemente indeboliti a favore di forze sociali che rappresentano le rivendicazioni della rivolta sociale iniziata nel 2019. Le primarie presidenziali, avvenute un mese dopo, hanno mostrato la profonda crisi all’interno delle coalizioni della vecchia politica nazionale; mentre la destra si presentava frammentata con quattro diversi candidati, gli esponenti della Nueva Mayoría (ex Concertación) non sono nemmeno arrivati a proporre candidature per il voto.

Inoltre, la polarizzazione politica ha radici più profonde nella società cilena e le sue ragioni vanno cercate di nuovo nella rivolta esplosa il 18 ottobre 2019, che ha dato voce e corpo a un malessere fino a quel momento diffuso ma silenzioso, fatto di soprusi e ingiustizie quotidiani sopportati per trent’anni, ovvero da quando la transizione alla democrazia cominciò a mostrare che le regole del modello neoliberale edificato da Pinochet non sarebbero state toccate.

Allo stesso tempo, queste elezioni hanno mostrato anche i limiti della rivolta iniziata nell’ottobre di ormai due anni fa. Come scrive Pablo Abufom in un suo articolo, il fatto che le due candidature più forti siano quelle di Boric e Kast simbolizza la debolezza di alternative più radicali di trasformazione sociale e forse spiega in parte perché il candidato di sinistra favorito, nonostante abbia ottenuto una percentuale di rilievo, non sia riuscito a sfondare con il voto. 

Se si osservano le mosse del Frente Amplio all’interno della Convenzione Costituzionale in questi primi mesi di lavoro, si nota l’intenzione chiara di formare un blocco di centro, che ha portato per esempio il gruppo politico di Boric ad approvare i polemici 2/3 di maggioranza come regola per le votazioni della Convenzione, divergendo dal Partito Comunista, sebbene fossero allo stesso tempo alleati nella corsa alle presidenziali con il patto Apruebo Dignidad.

Gabriel Boric si mostra come un candidato giovane ma responsabile, capace di negoziare per garantire la governabilità, come ha già dimostrato di saper fare firmando l’Accordo per la Pace del 15 novembre 2019 anche senza l’appoggio del suo partito, accordo che la popolazione – in quel periodo massivamente in piazza tutti i giorni – ha interpretato come un tentativo di salvare Piñera dalla destituzione e smobilitare la rivolta con la promessa di un processo costituente cucinato a porte chiuse dai politici, pieno di ostacoli e vizi di fondo.

Al di là delle valutazioni sulle modalità che hanno aperto la possibilità di riscrivere la Costituzione, la Convenzione che attualmente sta lavorando a questo obiettivo risponde a una rivendicazione tra le più sentite dalla società cilena, che per mesi, nelle piazze di tutto il paese, ha manifestato un’esigenza di trasformazione radicale delle istituzioni politiche e del modello economico sanciti dalla vecchia Costituzione pinochetista del 1980. 

Se da una parte il risultato del ballottaggio influirà sulle dinamiche interne e sull’agibilità politica della Convenzione, dall’altro lato tra le decisioni che questo ente dovrà prendere c’è anche quella di mantenere o trasformare il sistema presidenziale cileno in un altro sistema di governo, decisione che potrebbe interrompere a metà il mandato emergente da queste elezioni.

L’accusa costituzionale a Piñera 

Ad acuire le difficoltà e la posta in gioco, il contesto in cui si muove la politica nazionale attualmente è attraversato da forti tensioni. Uno scossone nella contesa politica presidenziale è stato provocato per esempio dalla pubblicazione dell’inchiesta giornalistica internazionale Pandora Papers, in cui il presidente uscente Sebastian Piñera figura nella compravendita del progetto minerario e portuario Dominga, avvenuta nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche nel 2010, durante il suo primo mandato di governo. Il conflitto d’interessi che ha coinvolto Piñera ha inciso negativamente sulla candidatura del suo erede politico Sichel che, insieme alle sue scarse capacità politiche personali, ha contribuito a lasciare il campo spianato per il più spregiudicato e oltranzista Kast.

In particolare, lo scandalo emerso con i Pandora Papers riguardava la terza e ultima parte del pagamento con cui l’intimo amico Carlos Alberto Delano comprava le azioni di Piñera nel progetto Dominga, e che risultò vincolata a una clausola: che non avvenissero cambi nel piano regolatore capaci di ostacolare l’installazione della miniera e del suo porto, decisione che in quel momento dipendeva direttamente dal governo di cui Piñera era presidente al suo primo mandato. La zona dove è prevista la costruzione della miniera a cielo aperto – progetto approvato lo scorso 11 agosto dopo una polemica valutazione d’impatto ambientale – si trova a pochi chilometri dalla Riserva Nazionale Pinguino di Humboldt, un luogo che lo stesso Piñera aveva definito “un santuario della natura” quando impedì nel 2010 la costruzione della centrale termoelettrica Barrancones, che avrebbe occupato lo stesso territorio destinato alla miniera Dominga.

Le evidenti implicazioni di Piñera nel destino di questo progetto lo hanno portato a subire un atto di accusa costituzionale, accolto dalla Camera dei deputati lo scorso 9 novembre, dopo una dissertazione di oltre 14 ore del deputato Naranjo per permettere al suo pari Giorgio Jackson di raggiungere il Congresso e raggiungere con il suo voto la maggioranza necessaria. Jakcson era in quarantena preventiva per essere stato in contatto diretto con Boric, risultato positivo al nuovo coronavirus. Nonostante l’epica sessione sia riuscita nell’intento di approvare il provvedimento, il Senato ha respinto l’accusa lo scorso 16 novembre, provocando un dibattito sulla funzione della seconda Camera, che nel 2020 ha già fatto cadere altri tre atti di accusa costituzionale.

Come se non bastasse, lo stesso Congresso che ha votato l’accusa contro Piñera, ha rifiutato poco dopo l’accesso dei cittadini al quarto ritiro dai propri fondi previsionali AFP, che nell’attuale contesto di inflazione e crisi economica acutizzata dalla pandemia è percepito come uno strumento fondamentale per alleviare le difficoltà di arrivare a fine mese.

Ancora violenza in territorio mapuche

Un altro aspetto che permette di comprendere il clima politico in cui si sono svolte le elezioni di domenica riguarda la cosiddetta macro zona sud, dove si trova il territorio ancestrale della popolazione mapuche. Il 12 ottobre, mentre il Congresso preparava l’accusa costituzionale, il presidente Piñera ha dichiarato lo Stato d’Eccezione in quattro province nelle regioni dell’Araucanía e del Bío-Bío, con la solita generica motivazione di “affrontare meglio il terrorismo, il narcotraffico e il crimine organizzato”. La decisione è stata definita dall’opposizione come una risposta ideologica che porta maggiore violenza nel territorio. La presidentessa della Convenzione Costituzionale Elisa Loncón ha criticato la misura evidenziando che servono soluzioni politiche, per “portare avanti processi economici che permettano di superare la povertà che colpisce le comunità.”

Lo Stato d’Eccezione, che amplia i poteri dei militari della Defensa Nacional in appoggio alle forze di polizia, ha effettivamente generato una grave situazione di violenza istituzionale tre settimane dopo. Il 3 novembre diverse auto e un bus venivano attaccati da raffiche di spari delle forze militari che stavano realizzando un blocco stradale nella zona di Cañete, nella provincia di Arauco, mentre l’armata cilena uccideva il giovane mapuche Yordan Llempi Machacan in una località poco distante. Tra le persone ferite, che sono state portate all’ospedale di Temuco, c’erano un uomo che viaggiava con la moglie e le due figlie, un ragazzo di 17 anni che stava portando sua madre a un controllo medico e una bambina di 9 anni. La sparatoria ha causato una forte indignazione ma allo stesso tempo è servita come giustificazione per estendere lo Stato d’Eccezione fino a dopo la data elettorale.

Non è casuale che proprio nella regione dell’Araucania, Kast si sia imposto con un 42% che esprime il voto di latifondisti e grandi imprenditori forestali, diretti responsabili dell’usurpazione e della devastazione dei territori delle comunità mapuche.

La senatrice del popolo

Infine, un debito non saldato che il prossimo presidente dovrà affrontare riguarda la sistematica violazione dei diritti umani avvenuta durante le proteste cominciate nell’ottobre 2019, la giustizia per le oltre 30 persone assassinate da Carabineros e militari, le oltre 400 persone che hanno subito lesioni oculari e infine la liberazione dei detenuti durante la rivolta e ancora in attesa di giudizio dopo due anni di carcere preventivo. Nonostante non si siano mai fermate le mobilitazioni per chiedere verità, giustizia e la riparazione per le vittime, così come per i prigionieri politici, tra cui molti giovanissimi incriminati senza prove, durante la campagna per le presidenziali nessun candidato ha riconosciuto l’urgenza di queste rivendicazioni e il progetto di legge di indulto generale è rimasto fermo al parlamento. 

Di:  In Categoria: America Latina, Primo Piano

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