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  • Il gattopardismo ecuatoriano

    Il gattopardismo ecuatoriano

    La vittoria del conservatore Guillermo Lasso nel referendum in Ecuador segna un punto di divisione nel paese fra correismo e anticorreismo. Lo raccontano da Otavalo il professore di diritti umani Daqui Lema e da Quito il cooperante internazionale e di giornalismo investigativo Tancredi Tarantino, co-autore del libro “La guerra dell’acqua e del petrolio” (Edilet). E non manca un accenno sui nove mesi senza Mario Paciolla, la pandemia in Brasile e il primo turno elettorale in Perù.

  • Il cileno errante

    Il cileno errante

    Di Pino Cacucci

    Un anno esatto fa, il 16 aprile 2020, ci lasciava lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, vittima del Covid-19. Pochi giorni dopo lo scrittore italiano Pino Cacucci, grande amico di “Lucho”, scrisse su Jacobin Italia questo articolo in cui raccontava la vita del grande cileno errante. Come redazione de L’AmericaLatina, ci tenevamo a riproporvelo.

    Qualche mese fa, cercando chissà cosa nei meandri del computer, è saltata fuori questa foto. Gliel’ho fatta vedere, e Lucho mi ha risposto: «Quanto eravamo giovani, compadre!».

    Ho conosciuto Luis Sepúlveda, Lucho, il cileno errante, tanti anni fa, nelle Asturie, dove ancora non aveva fatto base – ricordo che allora viveva in una casetta ai margini della Selva Nera, pur conservando la vaga residenza «tra Amburgo e Parigi», come si leggeva sulle copertine dei suoi libri – ma ci andava per la Semana Negra di Gijón, fondata e diretta dal comune amico Paco Taibo II. Poi, Lucho a Gijón avrebbe trovato il clima ideale («Il primo giorno che ci sono stato pioveva forte, il secondo pioveva poco: comunque, l’aria era sempre fresca, e il paesaggio, be’, non proprio la Patagonia, ma le alte scogliere e la brava gente asturiana, mi hanno convinto a restarci per un po’») e lì aveva scelto una grande casa da cui ripartire spesso. Ci siamo incontrati in tanti luoghi diversi, ma è in quel giardino dove Lucho amava radunare gli amici e preparare per loro l’asado, che ho goduto di interminabili nottate parlando di tutto o assaporando i momenti di silenzio, specie mentre accendeva la carbonella, perché lui stesso ha spiegato le differenze «etniche» del rituale: gli argentini mentre stanno davanti alle braci parlano chiassosamente e si distraggono, i cileni, al contrario, si concentrano e non gradiscono interferenze, certe cose si tramandano e fanno parte di una cultura.

    Tra i tanti viaggi, tornava quasi ogni anno in Cile, che lasciò nel 1977 per l’esilio – e solo nel 2017 gli avevano restituito la cittadinanza, che del resto aveva da molto tempo in Germania mentre la residenza era in Spagna – si era anche procurato un piccolo buen retiro ai margini della Patagonia, casetta affacciata sull’oceano Pacifico australe, eppure non sentiva il bisogno di restare nel paese di nascita troppo a lungo, perché ormai non lo riconosceva più. Però restava forte l’attrazione per i paesaggi apocalittici della Terra del Fuoco, per la sterminata solitudine della Patagonia, che avrebbero ispirato alcune delle sue pagine memorabili.

    Il concetto di «patria» non ha mai sfiorato Lucho. Chissà se c’entravano i cromosomi. Il nonno paterno era un anarchico andaluso condannato a morte in Spagna per attività sovversive. Evase dal carcere di Almería, primi anni del secolo, e raggiunse le Filippine, da dove passò in Ecuador, e lì ricominciò da capo: fondò un gruppo anarchico, ne combinò di tutti i colori, e si buscò un’altra condanna. Rievase, ovviamente. Dal carcere di Guayaquil fuggì direttamente in Cile, fermandosi nel porto di Iquique.

    «Era il 1918, e laggiù c’era il meglio del movimento libertario europeo, tutti militanti anarchici sfuggiti alle galere e ai boia dei rispettivi paesi d’origine, quindi mio nonno si ritrovò a cuocere nella propria salsa… Si chiamava Gerardo Sepúlveda Tápia, ma tutti lo conoscevano con il nome di battaglia, il compagno Ricardo Blanco. Stare con lui, fu per me la miglior scuola di vita possibile. Da Iquique si spostò a Valparaíso. Non riusciva mai a stare per troppo tempo nello stesso posto, e lo capisco benissimo… Laggiù trovò l’amore della sua vita, mia nonna Susana, colta, un po’ borghese, addirittura cattolica… Credo che il compagno Ricardo Blanco le avesse perdonato tali difetti soprattutto per due motivi: era bellissima, e parlava cinque lingue. Io sono praticamente cresciuto con loro, e con lo zio Pepe, altro anarchico furibondo, che nel 1937 se ne partì per la Spagna con una brigata di combattenti internazionalisti messicani e statunitensi. Nel frattempo mio nonno aveva fondato una Università Popolare, finalizzata soprattutto a formare dei buoni grafici e tipografi. È grazie a lui e al tío Pepe, che ho imparato ad amare Salgari. Nel loro circolo anarchico credo si siano tenute le più approfondite e intelligenti letture di Salgari a cui abbia mai assistito…»

    I primi passi da scrittore li ha mossi al liceo di Santiago, dove pubblicò qualche poesia sul giornalino dell’istituto. Ma decise subito di mettersi in proprio, scrivendo e ciclostilando racconti erotici che poi vendeva ai compagni di scuola. «Quelli sono stati i primi soldi che mi sono guadagnato con il mestiere di narratore. Sono certo di aver contribuito non poco all’equilibrio ormonale dei miei compagni di liceo…».

    Di lì a poco, si sarebbe dedicato a ben altro genere di narrativa. Nel 1964 entrò nella Gioventù comunista cilena, e i suoi racconti e poesie divennero celebri nelle riunioni sindacali, in scioperi e manifestazioni. Gli scrittori «seri» lo snobbarono, per poi attaccarlo con disprezzo. Ci rimasero molto male, quando Luis, nel 1969, vinse il Premio Casa de Las Americas con la raccolta di racconti Crónicas de Pedro Nadie. «È stato un amico a metterli assieme e a mandarli a L’Avana. Io non ci credevo, ma poi, una volta vinto il premio… be’, gli scrittori cileni affermati decisero di odiarmi apertamente. Tutti, meno uno: Francisco Coloane, che mi difese pubblicamente». Luis aveva appena vent’anni, e stimava Coloane come il più grande narratore d’avventura che mai avesse letto, e che lui mette al pari, se non al di sopra, di London, Melville e Conrad.

    E arrivarono gli anni della militanza totale, che per molto tempo avrebbe tenuto Lucho lontano dalla macchina da scrivere. Sempre nel ‘69, vinse una borsa di studio per l’università Lomonosov di Mosca, l’ateneo della nomenklatura.

    «Io seguivo i corsi di drammaturgia, l’ambiente mi era abbastanza insopportabile, ma ebbi modo di conoscere il giro del migliore teatro moscovita, più o meno clandestino, in contrapposizione alla noiosissima ‘estetica del realismo socialista’. E frequentavo anche i disegnatori di fumetti, mia grande passione, tutti eccellenti, underground ed ebrei. Peccato che, solo quattro mesi dopo, mi avrebbero espulso per “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”…». Lucho scosse la testa, arrivato a questo punto del racconto della sua vita, fingendo rammarico prima di aggiungere, con un sorriso pícaro: «Il fatto è che… mi hanno beccato a letto con la professoressa di letteratura slava. Che per mia disgrazia era moglie del decano dell’Istituto Ricerche Marxiste… Scoppiò proprio un bel casino. Espulso dall’Unione Sovietica, torno in Cile e vengo espulso anche dalla Gioventù comunista. Litigai pure con mio padre, militante di ferro, e così me ne andai di casa. Tre espulsioni nel giro di tre settimane».

    Il rigido Partito comunista cileno andava già stretto a Lucho, che al pari di altri partiti gemelli latinoamericani pretendeva di applicare teoria e prassi sovietiche a paesi immensamente diversi per cultura, tradizioni e «filosofia di vita». A quei tempi era già attivo il Mir, Movimiento de Izquierda Revolucionaria, in aperto contrasto con il Pcc, e l’Eln, Ejército de Liberación Nacional, a cui decise di aderire Lucho. Due anni prima Ernesto Che Guevara era morto in Bolivia, dove però resisteva ancora Osvaldo «El Chato» Peredo con un gruppo di guerriglieri; era il fratello di Inti e Coco Peredo, caduti con Guevara. L’Eln cileno decise di mandare alcuni volontari, e Luis fu tra loro. «Eravamo in nove, al comando di Gonzalo Arenas, che in realtà si chiamava Agustín Carrillo ed era campione panamericano dei pesi Welter. Siamo rimasti sulle montagne del Teoponte fino al febbraio del ‘70. Io e Sergio Leiva, il poeta e cantautore, eravamo gli unici due cileni sopravvissuti…».

    Leiva sarebbe morto tre anni dopo, durante il golpe di Pinochet. Riuscì a entrare nell’ambasciata argentina, dove si erano rifugiati alcuni dirigenti politici, per convincerli a riorganizzare la resistenza. Vi tornò una seconda volta, con l’intento di raccogliere tutti i fondi che avevano con loro, ma i militari all’esterno lo intercettarono, e lo crivellarono. A Lucho si incrinava ancora la voce, ricordando Sergio, il suo amico per la pelle con cui aveva condiviso tanto.

    Riguardo invece Osvaldo «Chato» Peredo… nel 1997 ebbi la fortuna di assistere all’incontro tra lui e Lucho, a Milano. Chato era stato invitato dalla Fondazione Feltrinelli per una serie di incontri pubblici, e per l’occasione avevano chiesto a Luis Sepúlveda di fare «gli onori di casa» come scrittore internazionalmente celebre, e soprattutto, come protagonista di almeno una delle storie che avrebbe probabilmente raccontato Peredo in pubblico. Serbo un ricordo indelebile di quel momento: erano trascorsi ventisette anni dall’ultima volta che si erano visti… Lucho si parò di fronte a Chato, lo tirò in disparte, e tenendogli il braccio sulle spalle, gli mormorò a lungo nell’orecchio. A un tratto, Osvaldo ebbe uno scatto, lo guardò negli occhi, lo scrutò in volto, e riconobbe l’allora giovanissimo guerrigliero del Teoponte. Nell’abbraccio bagnato di lacrime che ne seguì, interminabile, temetti che il minuto Chato Peredo rimanesse soffocato: continuavano a battersi manate sulla schiena senza decidersi a staccarsi, sotto gli sguardi incuriositi del pubblico che non poteva sapere cosa significasse quel rencuentro.

    Era il culmine di una lunga storia. Troppo lunga, da raccontare. Basti sapere che Chato, il più giovane dei tre fratelli, era stato a Milano nel marzo del 1971, per incontrare Monica Ertl, compagna del fratello Inti caduto con il Che: doveva consegnarle una pistola da parte di Giangiacomo Feltrinelli, che mise a loro disposizione anche un’auto con cui raggiungere Amburgo, dove, al consolato della Bolivia, c’era Roberto Quintanilla, ex colonnello dei servizi che aveva partecipato alla cattura e all’uccisione del Che, e poco prima aveva torturato a morte Inti Peredo. Monica, giovane donna attraente, non ebbe problemi a essere ricevuta dal console Quintanilla, che si credeva irresistibile… Monica gli sparò tre colpi con la pistola di Giangiacomo Feltrinelli, uccidendolo. Fuori, a quanto si narra, la aspettava Chato, con il motore acceso…

    «Dal settembre del ‘70 al giugno del ‘71 fu il periodo della mia vita in cui dormii di meno. C’erano troppe cose da fare. Mi ero appena diplomato come regista teatrale, e con Víctor Jara allestimmo Sei personaggi in cerca d’autore, di Pirandello. La militanza era in qualsiasi cosa facessimo, e nessuno si dedicava a una sola attività in esclusiva. Per esempio, oltre al teatro, ai programmi della radio e a qualche racconto che scrissi, divenni anche responsabile di una cooperativa agricola… Ma presto cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di cannibalismo. Le divisioni politiche si acuirono, e fra una disputa e l’altra non ci si rendeva conto che la destra si preparava a sferrare il colpo decisivo».

    Dal ‘73, Lucho era entrato nella struttura militare del Partito socialista, diventando anche membro della guardia personale di Allende. Il giorno del colpo di stato stava sorvegliando un acquedotto che si temeva potesse essere dinamitato.

    «A poca distanza da me c’erano interminabili file di camion fermi per lo sciopero degli autotrasportatori contro Allende. Gli autisti ricevevano fondi direttamente dagli Stati Uniti, e avevano paralizzato il paese. I soldati, spudoratamente in divisa, si erano incaricati di custodire i Tir abbandonati, assieme ai paramilitari di Patria y Libertad, i fascisti creoli. Dall’11 al 14 settembre mi unii ad altri compagni, i pochi che avevano qualche arma, e tentammo di difendere alcune fabbriche. Ne ho visti morire a centinaia, in quei quattro giorni, tutti chiedendosi dove accidente fossero le armi promesse dai dirigenti… Il 15 mi presentai a un appuntamento clandestino con il responsabile della struttura militare del partito, Arnoldo Camú, un uomo coraggioso ma ingenuo. Mi ordinò di spostarmi a sud, dove un generale lealista, Carlos Prats, pareva stesse avanzando alla testa di una divisione antigolpista. Mi misi subito in viaggio, con mezzi di fortuna, cercando un ‘esercito rivoluzionario’ che non esisteva. Il generale Prats non aveva mai mosso un dito, era tutta un’invenzione del Pcc, propagata da quegli irresponsabili delle trasmissioni per l’America Latina di Radio Mosca… Per colpa loro, centinaia di militanti sono morti spostandosi verso sud, verso il nulla, incontro ai soldati di Pinochet. Arnoldo fu ucciso a Santiago due giorni dopo il nostro appuntamento. Io mi ritrovai nelle vicinanze di Temuco, solo e praticamente disarmato, e il 5 ottobre, l’indomani del mio compleanno, fui catturato. Mi portarono alla caserma del Reggimento Tucapel, e per sette mesi la mia cella è stata un cubicolo largo cinquanta centimetri e lungo un metro e mezzo, così basso che dovevo restare sempre sdraiato, fra la mia orina e quella dei soldati che venivano a pisciarmi addosso attraverso una piccola grata».

    È difficile immaginare come una mente umana possa resistere e non svanire nella follia, in simili condizioni. Luis Sepúlveda era certo di dovere il presente, e il futuro, alle sue letture: «Ripassavo a memoria tutti i libri di Conrad, Melville, Stevenson, Verne, Dumàs… E giocavo anche a scacchi, tenendo gli occhi chiusi». Lo tiravano fuori per gli interrogatori, e non era facile, per lui, ricordare quei primi sette mesi.

    «Quanti ne sono morti, di fianco a me… Poi c’erano le finte fucilazioni. Me ne hanno fatte due, e anche la seconda volta che mi sono trovato davanti al plotone, ho creduto che i fucili fossero carichi… Penso di aver assorbito tanta elettricità che ancora adesso potrei ricaricare una batteria appoggiandoci le mani sopra…». Lucho sorrise, quel giorno in cui mi raccontava tutto questo, tentando di rimuovere l’orrore con l’umorismo macabro. A un certo punto mi fissò in modo strano, e disse: «Sai che è curioso? Non avevo mai raccontato tutto questo, prima. Non con i particolari, e tanto meno a uno che lo pubblicherà da qualche parte… Che tu sia il mio dottor Freud, compadre?!» E rise forte, stavolta, una risata liberatoria.

    All’epoca di queste confidenze, a metà degli anni Novanta, gli avevo detto che intendevo raccontare almeno in parte la sua storia in un capitolo del libro Camminando, capitolo che avrei intitolato Il cileno errante [e che fa da traccia a questo testo, Ndr]. Non pretendevo di essere il suo minibiografo, né posso pretenderlo adesso, perché l’esistenza di Luis Sepúlveda è stata talmente intensa e ricca di eventi, che difficilmente qualcuno un giorno potrà mettere assieme così tanto ‘materiale’ da scriverne una biografia compiuta. Forse, solo Carmen Yáñez, potrebbe farlo, quien sabe

    Nel ‘76 la sezione tedesca di Amnesty International aveva lanciato una serrata campagna per la liberazione di Sepúlveda, suscitando un vasto clamore che alla giunta militare cilena fece saltare i nervi. Non era più possibile eliminarlo in silenzio, e alla fine decisero di liberarsi da quei «calunniatori tedeschi»…

    «Il 17 luglio del 1977 mi portarono all’aeroporto di Santiago. Non mi permisero di abbracciare i miei, che potei salutare da dietro una vetrata. Fu l’ultima volta che vidi mio padre, morì due anni dopo. Prima di caricarmi sull’aereo, i militari si accomiatarono dandomi una discreta scarica di calci. Avevo in tasca un visto per la Svezia, dove mi aspettava un posto da professore di drammaturgia presso l’università di Uppsala. Ma non mi sentivo ancora disposto ad allontanarmi così tanto da tutto… Allo scalo di Buenos Aires non ripresi nessun aereo, e rimasi in Argentina. Non per molto, perché in quel periodo la gente scompariva a grappoli, e certi amici fecero una colletta per mandarmi in Uruguay. Neanche lì, per quelli come me, tirava una buona aria, così passai in Brasile, a San Paolo, dove lavorai a un allestimento di Madre Coraggio di Brecht. Alla fine, visto che neppure il governo brasiliano mi dimostrava troppa simpatia, decisi di tornare al mio grande amore, il Pacifico. Attraversai il Paraguay, il nord dell’Argentina, la Bolivia, il Perù, e finalmente in Ecuador, a Quito».

    E qui Lucho conobbe un mondo che tanta influenza avrebbe avuto nei suoi destini di scrittore, oltre che di militante totale ed estremo in favore di una natura saccheggiata. Per sette mesi visse nella selva amazzonica con gli indios shuar, di cui aveva imparato la lingua e il rispetto per i delicati equilibri della Madre Terra. «Sette mesi in cui ho scoperto l’essenza della vera libertà, il comunismo utopico dal vivo e in diretta».

    Da quell’esperienza, anni più tardi, avrebbe tratto il suo libro di maggior successo mondiale, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Al pari del protagonista, Antonio José Bolívar, Lucho era accettato dagli shuar, ma non sarebbe mai potuto diventare uno di loro, né restare per sempre nella selva. Era l’inizio del ‘79, e dal Nicaragua arrivava un richiamo irresistibile. Si unì alla Brigada Simón Bolívar, formata da combattenti latinoamericani, e fu tra i primi a entrare a Managua liberata dal sanguinario dittatore Somoza nel mese di luglio.

    Nel paese centramericano vi rimase il tempo di partecipare attivamente al triunfo de la Revolución, e se ne andò quando cominciò a vedere gli «imboscati» ricavarsi poltrone e privilegi…

    Una breve sosta in Ecuador, e quindi Lucho giunse in Europa, ad Amburgo.

    «Ero stanco, e con una gran voglia di starmene in pace, anche per riprendere a scrivere».

    Due anni più tardi, un mattino, passeggiando nel porto notò una barca che si chiamava Sirius; era uno dei vari equipaggi di Greenpeace, che si apprestava a salpare per una scorribanda di «guerriglia ecologista». Lucho parlò con un neozelandese che era a bordo, e mezz’ora dopo riempiva la scheda di imbarco. Così divenne uno dei più noti corrispondenti della stampa tedesca sulle imprese di Greenpeace.

    «Per quattro anni ho attraversato praticamente tutti mari. Nell’estremo sud, tra la Patagonia e la Terra del Fuoco, ostacolavamo le baleniere, mentre nei mari nordici sbarravamo il passo alle navi militari, che trasportavano armi nucleari o scorie radioattive. Era un lavoro da formichine. Con i nostri piccoli Zodiac incrociavamo davanti alla prua costringendoli a fermare le macchine: se una nave si arresta in alto mare, i costi diventano insostenibili, e piuttosto che procedere a singhiozzo preferiscono tornare indietro, sperando di farla franca la prossima volta. Prima, però, ci riempivano di immondizie, a bidonate, e ci bombardavano con getti d’acqua: quando ci sono venti gradi sotto zero, l’acqua è mortalmente efficace. E se cadi in mare, bastano tre minuti per morire assiderati, in meno di duecento secondi il cuore si ferma. Ma abbiamo ottenuto molte vittorie, che restano tra i migliori ricordi della mia vita».

    Tra le tante vicende raccolte nel suo vagabondare per il mondo, Sepúlveda aveva deciso di rivelarne una che lo riguardava molto da vicino, trovando un raro senso della misura: l’incontro di sua moglie Carmen Yáñez con la cara amica Marcia Scantlebury, avvenuto casualmente a Venezia pochi anni fa. Oggi Carmen è poetessa di fama e Marcia giornalista affermata. Venticinque anni prima erano insieme nelle segrete di Villa Grimaldi, centro di tortura e sterminio sotto l’egida di Pinochet. Carmen venne infine gettata in una discarica. Doveva essere un cadavere tra i tanti. Qualcuno notò che respirava ancora, e il resto è quotidiana resistenza contro gli spettri del passato. Anche Marcia la credeva morta, e lo stesso pensava Carmen di lei. A Venezia, la «bruna e la bionda» hanno scoperto che non era così, davanti agli occhi stupiti e commossi dello scrittore, che su quelle due «ragazze della mia generazione» seppe scrivere un’elegia commovente.

    E anche la loro storia, quella tra Carmen e Lucho – che lui chiamava affettuosamente Pelusa, o Pelu – sembra uscita dalla penna del romanziere: insieme dal 1968 e sposati nel 1971, separati dalle tragedie della dittatura, entrambi allora inconsapevoli che l’altro fosse vivo, avevano un figlio, Carlos, poi… lui esiliato in Germania e lei in Svezia, avevano ripreso i contatti grazie a quel figlio, e nel frattempo entrambi avevano formato un’altra famiglia, tre figli Lucho e due Carmen, finché… negli anni Novanta, quando i successivi matrimoni languivano, Carmen e Lucho si incontrarono a una singolare «festa di divorzio» in Germania, convocata dalla ormai ex moglie tedesca, Margarita, che aveva deciso di invitare anche Carmen, intuendo che Lucho fosse sempre rimasto innamorato di lei. E quella sera, Lucho le propose di trascorrere qualche giorno insieme a Parigi. Sul treno, perdendosi negli occhi di Pelusa, le scrisse una struggente poesia, La più bella storia d’amore: «Una storia possibile solo nella serena e inquietante calligrafia dei tuoi occhi»…

    Al termine della breve «fuga d’amore ritrovato», Lucho chiese la mano di Carmen… al figlio Carlos. E andarono a vivere insieme a Gijón, dove nel 2004 si erano risposati, con Carlos a fare da testimone delle seconde nozze.

    E la casa nelle Asturie, battezzata Cruz del Sur, con il vasto giardino alberato e il mar Cantábrico che ruggiva poco distante infrangendosi sulle alte scogliere, per Natale e ancor più in estate, ospitava la riunione dei tanti figli con rispettivi coniugi e, via via, dei nipoti che nascevano, i veri responsabili delle memorabili favole narrate da Luis Sepúlveda, tutte, o quasi, nate dal piacere del abuelo, nonno Lucho, che inventava storie per i nuovi arrivati. Per il suo settantesimo compleanno, nell’ottobre scorso, c’erano tutti, alla Cruz del Sur: Carlos, Sebastián, Amadeus, Max, León, e Paulina, l’unica donna tra cinque fratelli maschi.

    Tradotto in quasi tutte le lingue, Luis Sepúlveda, in ciascuno dei suoi tanti libri, sembra riaffermare quello che è il motto di una vita intera: narrare è resistere. Resistenza della memoria contro l’oblio.

    E l’oblio, in Sepúlveda, è il nemico subdolo che ricopre di cenere le vite di personaggi meritevoli di immortalità: ogni sua pagina riscatta frammenti di memoria trasformandoli in voci, suoni, presenze palpabili, sensazioni conosciute, e poco importa chiedersi quanto vi sia di autobiografico, perché comunque «la scrittura arriva dopo la vita, e la vita verrà sempre prima della scrittura».

    La vita, del resto, è un susseguirsi di sconfitte e resurrezioni. E al riguardo, ha scritto:

    «Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento. Però solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione è segnata dai fallimenti. Eppure si potrebbe dire che procede di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria  finale».

    Quella volta, una delle innumerevoli occasioni di sorseggiare qualche copa insieme, era ormai calata la sera, l’ora di accendere la carbonella per l’asado, e gli feci l’ultima domanda: ma qual è la vittoria finale, Lucho?

    «Avere tanti buoni amici, e ogni volta che li rivedo, che ci riuniamo attorno a un asado, bevendo buon vino, non per coltivare nostalgie ma per goderci il presente insieme, mi confermano che le sconfitte non ci hanno impedito di assaporare questa vittoria: siamo ancora qui, e non ci siamo arresi. Mai».

    Lucho non si è mai arreso. Neanche nei quarantotto giorni di degenza in ospedale, dando segni di ripresa, sporadici, ma che riaccendevano in noi la speranza… Fino al mattino del 16 aprile.

    Lui non è più qui. Lucho vive nei suoi libri, le sue parole non si spegneranno mai.

    E a tutti noi che abbiamo avuto l’inestimabile fortuna di frequentarlo, godendo della sua innata generosità, rimane una sola consolazione: stringerci intorno a Carmen, e ricordare i momenti di allegria pensando che è meglio averli vissuti e ora piangere, che avere gli occhi asciutti non avendoli vissuti.

  • La verità su Mario Paciolla «è un diritto che riguarda tutti»

    La verità su Mario Paciolla «è un diritto che riguarda tutti»
    disegno di Fiore

    Nel giorno in cui il lavoratore dell’Onu morto in Colombia avrebbe compiuto 34 anni il Festival Internazionale di Giornalismo Civile dà voce ai familiari, agli amici e alle legali che seguono il caso per ricordare il suo lavoro e rileggere le sue parole


    Di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi, da Il Manifesto

    Domenica 28 marzo il lavoratore delle Nazioni Unite Mario Paciolla, morto in Colombia il 25 luglio scorso durante la Missione di Verifica degli Accordi di Pace, avrebbe compiuto 34 anni. La piattaforma “Imbavagliati”, che coordina il Festival Internazionale di Giornalismo Civile, ha dato voce ai familiari, agli amici di Mario e alle legali del caso per ricordare il suo lavoro, rileggere le sue parole e ribadire la determinazione nella ricerca della verità e della giustizia.

    In occasione della “Giornata mondiale per il diritto alla verità per gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime”, istituita dalle Nazioni Unite nella data simbolica del 24 marzo, il giorno in cui monsignor Oscar Romero veniva assassinato in Salvador nel 1980, il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNRIC) ha condiviso il video-messaggio di Alessandra Ballerini, legale del caso Paciolla, oltre che difensora della famiglia di Giulio Regeni e di Andy Rocchelli, in cui l’avvocata sostiene quanto la verità rappresenti una parte fondamentale della riparazione per i familiari e gli amici e dunque uno dei passi fondamentali verso la giustizia.

    Domenica scorsa, in occasione del compleanno di Mario Paciolla, Alessandra Ballerini ha ribadito che il diritto alla verità «è un diritto di ciascuno di noi, non solo della famiglia» e ha aggiunto che »è curioso che proprio l’Onu abbia istituito la giornata per il diritto alla verità, quella verità che noi cerchiamo anche da parte dell’Onu». Parole a cui si sommano quelle di Emanuela Motta, l’altra legale del caso, che insieme al collega colombiano, la Procura di Roma e gli investigatori dei Ros sta lavorando incessantemente perché venga fatta giustizia. Emanuela Motta ricorda che le vicende come quelle di Mario «non sono affari di altri, sono affari che ci riguardano tutti», sottolineando come questo modo di pensare fosse caratteristico proprio di Mario.

    Durante l’incontro sono intervenuti anche Claudio Silvestri, segretario del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania, e Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che hanno ricordato la professionalità di Mario Paciolla come giornalista. Mario aveva infatti ottenuto il patentino di giornalista pubblicista dell’ordine della Campania e aveva iniziato a scrivere per un giornale di quartiere, Chiaia News, raccontando la realtà napoletana e denunciando le sue ingiustizie. Grazie ai suoi viaggi, gli studi e il suo impegno in progetti sociali in Italia e all’estero, e all’esperienza di Café Babel, aveva sviluppato capacità analitiche profonde che lo hanno portato a scrivere articoli per le più importanti testate italiane di geopolitica, come Eastwest e Limes, dove, tra le altre cose, raccontava la Colombia all’indomani degli Accordi di Pace e l’aumento degli omicidi di difensori dei diritti umani.

    Le dichiarazioni di impegno per la ricerca della verità sul caso di Mario Paciolla da parte delle istituzioni sono state tempestive, all’indomani dell’accaduto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il senatore Sandro Ruotolo hanno da subito comunicato il loro impegno nella ricerca della verità e della giustizia. Recentemente il Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto, è intervenuto per sollecitare azioni decise e trasparenti. Abbiamo provato in varie occasioni, attraverso comunicazioni telefoniche con l’ufficio stampa, ad ottenere informazioni e dichiarazioni da parte del Ministero degli Esteri senza successo. «Le istituzioni si sono palesate all’inizio ma non abbiamo avuto più grandi contatti», ricorda Alessandra Ballerini durante l’incontro.

    «Non era uno sprovveduto» ripetono da mesi gli amici di Mario, non si trovava in Colombia per caso, e contro ogni retorica semplificatoria ribadiscono quanto Mario fosse invece «l’esempio di una generazione, che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per risolvere una problematica delicatissima».

    Hanno chiuso l’incontro i genitori, Anna Motta e Giuseppe Paciolla, accompagnati dalla figlia Raffaella, condividendo alcuni ricordi di gioventù di Mario e leggendo una sua poesia. Lo hanno descritto come un bambino curioso, sempre pronto a esprimere solidarietà, anche agli sconosciuti, un ragazzo perseverante che si dava sempre da fare. «Lui correva sempre, questa è l’immagine che ho di lui – ricorda la madre – di uno che corre, di uno che va sempre alla ricerca di qualcosa».

  • Le particelle di un paese colpito

    Le particelle di un paese colpito

    Il Perù si presenta questa domenica alle elezioni presidenziali e parlamentari con cinque candidati papabili, fra i quali figura la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori. Analizziamo il panorama politico in uno dei paesi della regione più colpiti dalla pandemia, insieme all’albergatore con residenza a Cusco, Marco Copetti.
    La seconda pagina la dedichiamo al quarantunesimo anniversario dell’omicidio di Monsignor Oscar Romero in El Salvador e proviamo a capire la sua eredità attuale e cosa è la Chiesa in Centro America oggi. Ci risponde al telefono il Professore di Storia contemporanea all’Università Iulm di Milano, nonché autore di diversi libri sulla storia dell’America Latina, Massimo De Giuseppe.

  • Nuova sentenza per Lula in Brasile: torna in politica il principale oppositore di Bolsonaro

    Nuova sentenza per Lula in Brasile: torna in politica il principale oppositore di Bolsonaro

    di Susanna De Guio per Valigia Blu

    L’ex presidente Luís Ignacio Lula Da Silva è tornato a intervenire con forza nella politica brasiliana e sta cominciando la sua campagna politica per affrontare Bolsonaro alle elezioni del 2022. Dopo essere stato inabilitato a partecipare alle ultime presidenziali nel 2018 – dove risultava ampiamente favorito nei sondaggi –, aver scontato 580 giorni in carcere e aver affrontato diversi processi, lo scorso 8 marzo Lula è stato scagionato dalla Corte Suprema, trasformandosi immediatamente nel principale ostacolo alla rielezione dell’attuale presidente reazionario di ultra destra. Nella sua conferenza stampa, tenuta dopo la sentenza nella sede del Sindacato del Lavoratori, Lula ha evidenziato le responsabilità di Bolsonaro nella disastrosa gestione della pandemia, che attualmente conta oltre 300mila morti, dichiarando che attualmente in Brasile non c’è governo e invitando il suo popolo a lottare, con la retorica che lo ha caratterizzato come il presidente più amato della storia democratica del Paese.

    Due settimane dopo l’annullamento delle condanne contro Lula, il 23 marzo il Tribunale Supremo Federale ha dato un nuovo scossone allo scenario politico brasiliano. Questa volta la Corte si è pronunciata – con 3 voti favorevoli e 2 contrari – dichiarando parziale la condotta del giudice Sergio Moro nel processo a Lula per corruzione del 2018 e invalidando così la sentenza.

    Il primo inaspettato verdetto annullava il risultato di quattro processi in cui Lula avrebbe ricevuto tangenti e proprietà immobiliari vincolate al pervasivo sistema di corruzione della compagnia petrolifera statale Petrobras, da cui è scaturito il maxi processo Lava Jato, in corso a partire dal 2014. In quell’occasione il giudice Edson Fachin, uno degli 11 membri della Corte Suprema, stabiliva che il tribunale di Curitiba – dove il giudice Sergio Moro dirige l’operazione Lava Jato – non aveva le facoltà per occuparsi delle cause di Lula, che sono state quindi riassegnate al tribunale federale di Brasilia. Già da quel momento, per il leader del Partito dei Lavoratori (PT) si è riaperta la possibilità a candidarsi per qualsiasi carico politico. Che cosa aggiunge dunque il secondo verdetto del 23 marzo?

    “Nella sentenza precedente, la Corte non entrava nel merito delle accuse” spiega Italo Pires Aguiar, segretario generale della commissione diritti umani dell’Ordine degli Avvocati a Río de Janeiro (OAB/RJ). “Le condanne sono state annullate, ma i quattro processi sarebbero stati trasmessi al tribunale di Brasilia per un nuovo giudizio.” In sostanza, fin qui si trattava di un difetto di giurisdizione, nel verdetto di Fachin non si diceva che Lula era innocente né si metteva in discussione l’operato di Moro, e il nuovo giudice avrebbe potuto decidere se ricominciare da zero la raccolta delle prove o convalidare l’istruttoria già fatta. “In questa nuova sentenza invece la Corte ha dichiarato sospetto Sergio Moro, a causa della sua vicinanza con la difesa, con i suoi protagonisti e argomentazioni, che lo identificano come un giudice di dubbia imparzialità” continua Pires Aguiar. Questo significa che ora i processi a carico di Lula dovranno essere sicuramente riavviati dal principio, ma c’è di più.

    L’analisi della condotta di Moro – divenuto un famoso personaggio pubblico con l’enorme operazione giudiziaria Lava Jato – era iniziata già alla fine del 2018, e poi era tornata al centro dell’attenzione pubblica nel giugno 2019 con le rivelazioni del periodico d’inchiesta The Intercept sulle conversazioni tra Moro e il procuratore Deltan Dallagnol. Il materiale reso pubblico mostrava come il giudice orientava e coordinava l’azione dell’equipe di ministeri pubblici, cosa che è espressamente proibita per legge.

    Tuttavia, la decisione di Fachin circa il difetto di giurisdizione implicava archiviare altre richieste presentate dalla difesa di Lula, tra cui anche quella di valutare l’imparzialità del giudice. “La sentenza che annullava le condanne di Lula è stata accolta con sorpresa dall’opinione pubblica, ma non si trattava di una mossa per salvare l’ex presidente” spiega Maria Rosaria Barbato, docente universitaria di Diritto all’Università di Mina Gerais e membro esecutivo dell’Associazione Brasiliana di Giuristi per la Democrazia. “Archiviando le altre richieste di habeas corpus, Fachin intendeva evitare di puntare il dito sul lavoro dell’operazione Lava Jato, che in questi anni ha portato alla sbarra degli imputati decine di dirigenti e figure politiche di rilievo”.

    Quel che è successo subito dopo, però, è che un altro magistrato della Corte Suprema, Gilmar Mendes, ha ripreso in mano il processo iniziato contro Moro nel 2018 e ha chiesto una nuova votazione. Dei cinque voti espressi dal collegio della Corte Suprema il 22 marzo, quello decisivo è della magistrata Lucía Carmen, che nel 2018 si era schierata a favore di Moro, mentre questa volta ha riconosciuto la parzialità del suo operato. “Negli ultimi due anni, la Corte ha cominciato a giudicare più severamente gli atti dell’operazione Lava Jato, dichiarando illegali in diverse occasioni le condotte dell’accusa e persino alcune decisioni giudiziarie” spiega l’avvocato Pires Aguiar. “Tutto questo, insieme all’inchiesta di The Intercept e agli argomenti tecnici presentati dalla difesa dell’ex presidente Lula, credo che siano stati elementi decisivi nel far cambiare il parere della magistrata”.

    Sebbene Lucía Carmen sia stata categorica sul fatto che la decisione vale solo per il processo di Lula in esame, non si può escludere che il precedente giuridico possa portare a riconsiderare gli altri suoi processi e addirittura altre sentenze emesse da Sergio Moro. Nel frattempo, il verdetto è stato impugnato dal procuratore generale della Repubblica. “Si tratta di un caso anomalo e nuovo, tuttavia per noi giuristi democratici è un giudizio definitivo poiché non c’è gerarchia tra il collegio della Corte che ha votato e la plenaria della stessa Corte che dovrebbe confermare o annullare” spiega ancora Barbato.

    In questa nuova deliberazione del 23 marzo la posta in gioco era dunque più alta, non solo per le ricadute concrete sulla situazione giudiziaria di Lula, ma anche per quel che rappresenta Sergio Moro oggi in Brasile. Oltre a far cadere l’intero processo relativo al famoso appartamento triplex sulla spiaggia di Guaruja che Lula avrebbe ricevuto come tangente dalla costruttrice OAS, la sentenza del Tribunale Supremo incrina profondamente la credibilità di Moro e la sua etica professionale come giudice. Ricordiamo ancora che l’indagine “Operação Lava Jato”, iniziata nel 2014, e l’arresto di Lula ordinato quattro anni dopo da una sentenza di Moro, impedirono all’ex presidente del Brasile di candidarsi alle presidenziali del 2018, spianando il cammino per la vittoria di Bolsonaro. Qualche mese dopo Moro lasciò la magistratura per diventare ministro della Giustizia del governo dell’attuale presidente. “Questa serie di fatti ci ha indotti a pensare a come potevano essere concatenati tra loro” argomenta Barbato “e aggiungiamo che Lula è stato assolto in altri otto processi e solo a Curitiba è stato condannato”.

    Infine Sergio Moro, che ha rinunciato alla carica di ministro nell’aprile 2020 denunciando “interferenze politiche” di Bolsonaro nella gestione della giustizia, stava cominciando a costruire il proprio cammino come candidato alla presidenza, ma i più recenti sondaggi preannunciano uno scenario nuovamente polarizzato tra le figure di Bolsonaro e Lula da Silva che, sebbene non abbia dichiarato ufficialmente se si presenterà alle prossime presidenziali, ha già cominciato a esporre la sua agenda politica per il Brasile post Bolsonaro.

  • Victoria no murió, la asesinó la policía

    Victoria no murió, la asesinó la policía

    Pubblicato in Haz Ruido del 01/04/21 di Tano Benedetti

    Mérida, Yucatán, 31 de marzo de 2021.- Mientras todo el estado de Quintana Roo espera el inicio de las vacaciones de Semana Santa y a sus miles de turistas, en el pasado fin de semana se registraron asesinatos de cuatro mujeres, uno a manos de policías.

    Según las estadísticas de ONU, en México mueren asesinadas más de 10 mujeres al día. El sábado, cuatro de ellas fueron ultimadas en Quintana Roo, estado en Alerta de Género desde el 2017 y en donde el pasado noviembre la Policía de Cancún reprimió a balazos la manifestación que pedía justicia por la muerte de Alexis, otra victima de feminicidio. 

    En Isla Holbox, Karla M.  de 29 años de edad, originaria de Progreso, Yucatán,  conductora de taxi, y madre de un niño, fue asesinada de forma extremamente violenta. La encontraron amarrada, con los senos cortados, adentro de su carrito de golf, vehículo que estaba en el mar, entre punta Coco y Punta Ciricote. Se trata del primer feminicidio registrado en la historia de esa isla.

    En Cancún, una mujer fue llevada a un lugar deshabitado cerca del fraccionamiento Kusamil, donde fue hallada muerta por un disparo en la cabeza y otros dos en el pecho. Además, a una joven la mataron prendiéndole fuego, aunque la familia no quiso dar más información sobre este caso.

    En Tulum, la tarde de sábado 27, Victoria Salazar, una mujer de origen salvadoreña de 36 años de edad, mamá soltera de dos hijas y con permiso humanitario de residencia en el país, se encontraba en la avenida Faisán cuando fue arresta y asesinada por policías municipales

    Algunos testigos afirman que estaba pidiendo un taxi y parando a todos los carros para que se la llevaran y que en todo momento miraba hacía atrás, como si la vinieran persiguiendo. En esto llegó la patrulla 9276 de la Policía Municipal, de donde bajaron los agentes Veronica Valdivia Cabrera, de Mérida; Juan Chan Uc, de Kantunilkín; Miguel Canché Castillo y Raul López Chan de Valladolid. La agarraron, esposaron y sometieron al suelo, como se puede ver en el video que circula en las redes sociales, poniéndole una rodilla en el cuello, acto que fracturó la base del cráneo (entre la primera y segunda vértebra) y que le causó la muerte, aunque en un primer momento se habló de asfixia sin explicitar las razones. 

    La Comisión Nacional para Prevenir y Erradicar la Violencia contra las Mujeres emitió un comunicado pidiendo que se castigue a los responsables, y la Comisión de Derechos Humanos de Quintana Roo informó que ha abierto una queja de oficio en contra de los agentes de seguridad pública municipal de Tulum por privación de la vida.

    Las preocupaciones del Ombudsman Marco Antonio Toh Euán son más que justificadas, dado que en lo que va de este año se registran 335 quejas en contra de los policías municipales, la mayoría por detenciones arbitrarias y tratos inhumanos. 

    A nivel federal, según el Human Rights Watch Report de 2021, es habitual que las víctimas de delitos violentos y violaciones de derechos humanos no obtengan justicia en el sistema penal mexicano. Por su parte, la organización no gubernamental Impunidad Cero indica que apenas el 1.3 por ciento de los delitos cometidos en México son resueltos. Esto se debe a diversos motivos que incluyen corrupción, falta de capacitación y recursos suficientes, y complicidad de agentes del Ministerio Público y defensores de oficio con delincuentes y otros funcionarios abusivos. 

    Quizás intentando mejorar este vergonzoso porcentaje, la Fiscalía General del Estado de Quintan Roo (FGE) ha declarado que será contundente en su carpeta, y de hecho ha sido notable la tempestividad con la cual destituyeron a Nesguer Ignacio Vicencio Méndez, responsable del mando único en Tulum. Previamente fueron separados de sus cargos los tres hombres y una mujer policía que mataron a Victoria y que el lunes fueron ingresados al centro de retención de Playa del Carmen con la imputación de homicidio y la agravante de feminicidio. 

    Seguramente las presiones del gobierno salvadoreño y las palabras de López Obrador quien, en la mañanera del lunes, dijo que este crimen “nos llena de pena, dolor y vergüenza” lo que influenciaron la tempestividad de la Fiscalía, junto con la renovada sensibilidad con la cual en los últimos tiempos se están tratando los casos de violencia de género en medios nacionales e internacionales.

    Además, las reacciones de la ciudadanía que no se hicieron esperar, empezando en Tulum. Pocas horas después del asesinato, centenares de personas llenas de indignación, rabia y coraje bajaron a las calles pidiendo justicia. Las manifestaciones empezaron en ese municipio para luego extenderse a las principales ciudades y poblados adentro y afuera del estado (una está prevista para el viernes 2 a las 18:30 en la Plaza Grande de Mérida)  con pancartas y consignas como “¡Policia feminicida!”, “¡Ni una asesinada más!” “¡No murió la mataron!” y “¡La policía no me cuida, me cuidan mis amigas!”.  Son las mismas consignas con las cuales en los últimos años han salido a las calles miles y miles de mujeres en México y en el mundo. 

    ¿Por qué las mujeres no se sienten cuidadas por los y las agentes? sino al contrario, muchas tiemblan cada vez que ven a un o una uniformada. 

    La incapacidad, los abusos y la violencia física, verbal o psicológica de los y las policías mexicanas no son ninguna novedad para cualquiera de nosotros que hemos tenido la oportunidad de encontrar algún agente en la calle. Para quien no, vamos a dar un poco de datos. 

    Los primeros vienen de Amnistia Internacional que acaba de publicar el reporte llamado “México: La era de las mujeres. Estigma y violencia contra mujeres que protestan” en el que podemos leer que las autoridades responden a las protestas de mujeres y contra la violencia de género con excesivo e innecesario uso de la fuerza, con detenciones ilegales y arbitrarias, con abuso verbal y físico basado en el género contra las mujeres y con violencia sexual. Y es constante el uso innecesario, excesivo y desproporcionado de la fuerza como una forma de inhibir el derecho de reunión pacífica, a través de “detenciones o aseguramientos preventivos” para arrestar arbitrariamente a quienes desean participar en manifestaciones o por “sospechas” de querer realizar un delito”.

    En estos días el Fiscal general del Estado ha afirmado que “la maniobra de sometimiento usada se realizó de manera desproporcionada, inmoderada y con un alto riesgo para la vida”. Y con él, diferentes representates del gobierno y de los medios hablan de un “uso innecesario, excesivo y desproporcionado” de la fuerza y algunos hasta dicen simplemente que “se les pasó la mano”. Pero los datos nos hablan de una realidad diferente.

    Esa maniobra de sometimiento  fue la misma técnica que los policías estadounidenses de Minneapolis usaron al arrestar George Floyd y que causó su muerte, así como sus famosas ultimas palabras I can’t breath que incendiaron la rabia de la población afroamericana y el movimiento BlackLiveMatters. Diferentes cuerpos policiales ya vetaron esta maniobra debido a sus altos riesgos para la vida del sometido o la limitaron a casos de amenaza extrema para los agentes, situación en la que evidentemente no se encontraban los policías ni en el caso de Floyd ni en el de Victoria.

    Excesos de violencia entonces, como describe la necropcia entre las causas de la muerte de Victoria. Violencia innecesaria e inmotivada, quizas por la incapacidad de evaluar el riesgo según las directivas del Manual para el uso de la Fuerza de SEGOB y CNS, a causa de la poca o nula formación de los cuerpos policiales en materia de Derechos Humanos como declara una expolicía municipal de Tulum y confirman los datos.

     En Quintana Roo el 20 por ciento de los policias no cuenta con la Certificación Unica Policial (CUP), que avala la preparación y el perfil de cada agente para recubrir sus funciones;  aún peor en Tulum, donde el 54 por ciento no tiene ese requisito obligatorio en todo el país. Se habla de errores y hasta de homicidio culposo, como si el uso desproporcionado de la fuerza por parte de la policia haya sido un error, una falla de algunas manzanas podridas, pero una vez más los datos nos dan una diferente fotografia de la realidad. 

    ¿Por qué tantas personas (el 70 por ciento de la población mexicana según datos INEGI) no confían en la policia? Los reportes internacionales y las crónicas nacionales abundan de casos de violencias perpetradas por parte de los cuerpos policiales y del ejército. Dibujan un país donde la violencia es usada de forma regular y sistemática por parte del Estado, que según el sociólogo Max Weber, detenta el monopolio de la violencia que debería ser usada adentro da los marcos constitucionales. 

    Según las cifras del Human Rights Watch Report 2021, en México es ampliamente practicada la tortura para extraer evidencias o confesiones a pesar que una ley del 2017 impide usar tales evidencias en sede de juzgado. Las investigaciones por casos de tortura ejercida por parte del Estado fueron apenas 13 en 2006 para pasar a más de 7 mil en 2019, según la CNDH. El Comité de la ONU contra la Tortura ha expresado sus preocupaciones porque muy pocos de estos casos resultan en un proceso o arresto dado que de los 3 mil 214 registrados en 2016 solo ocho resultaron en un arresto y relativo proceso. 

    El uso de la violencia es también común durante el arresto: según INEGI el 64 por ciento de la población carcelaria ha sufrido violencias, como golpes, choques eléctricos y otras formas de tortura al momento de su detención.

    Esperando que el asesinato policial de Victoria se esclarezca por completo quiero hacer dos preguntas a las y los lectores: ¿Qué hubiera pasado si la mujer hubiera sido de tez clara o de un país europeo? ¿Qué hubiera pasado si en los últimos años las mujeres no hubieran salido a las calles expresando aquella justa rabia que está poniendo al palo a quien gobierna, obligándolos a intentar dar respuestas rápidas y eficaces a la violencia de género? (Ilustración tomada de redes sociales)

  • Guerra Civil Global, reseña y booktrailer

    Booktrailer oficial del libro “Guerra Civle Globale”

    Di Fabrizio Lorusso da Desinformémonos

    “Guerra civil global, fracturas sociales del tercer milenio” es el título de un libro, recientemente publicado en Italia por la editorial Il Galeone de Roma y coordinado por el escritor Sandro Moiso, redactor de la histórica revista contracultural Carmilla On Line. El volumen es una antología que, a partir del análisis de la Guerra Civil como categoría política, recoge una serie de ensayos sobre las sociedades en movimiento a nivel global, dentro de una fase en que parece darse el recrudecimiento de espirales represivas y liberticidas, pero también de tendencias antisistémicas e insurgentes.

    Enlace al book trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ohud4avNxfY

    La categoría de Guerra Civil es utilizada como herramienta de acercamiento y comprensión de las fracturas que se van abriendo o profundizando dentro del sujeto social y entre éste y sus típicas contrapartes institucionales y económicas, una vez que han explotado o que han evolucionado las formas tradicionales de clase social y de conflicto preconizadas por el marxismo. Estas tendencias, que la socióloga Saskia Sassen describió en su momento como “epistemológicamente subterráneas”, ya no han podido quedarse en la sombra de la realidad y del análisis social, sobre todo después de más de un año aplicación de estados de excepción e iniciativas secuenciales, “normalizadas” vía decreto, de corte represivo, militar, económico y social. La pandemia de covid19 ha detonado conciencias críticas y luchas sociales a través de la aceleración simultánea de procesos previamente existentes, en curso y emergentes, y de la conflación de distintas dinámicas, contradicciones, desigualdades y resistencias que de lo local fácilmente se conectan al ámbito global y viceversa continuamente.

    Se trata, según el coordinador de la obra, de una “guerra civil latente que en realidad ya es operante en gran parte del mundo y también en Europa y en Italia en donde, desde la ZAD [Zona a Defender, territorio previsto para la construcción del futuro aeropuerto de Notre-Dame-des-Landes] a la lucha No Tav del Valle de Susa [contra el tren de alta velocidad en la región norteña de Piamonte, Italia] y desde cualquier otro lugar en que se resiste al modo de producción dominante y a su destrucción del medio ambiente, de los territorios y de las relaciones sociales intrínsecos a la especie humana para sustituirlos con aquellas basadas en al competencia y el odio recíproco, la acción del estado y de su brazo armado represivo (policía, poder judicial, fuerzas armadas nacionales y mercenarias) asume fisionomías cada vez más rígidas y agresivas. Una guerra civil que los medios de comunicación van preparando y sosteniendo, como sucede con las intervenciones militares externas, hablando de la pacificación, la modernización y la democratización”.

    La misma Sassen, entre otras, habla hace tiempo de cómo en el Sur global se han ido desarrollando tendencias, mecanismos y dinámicas “experimentales” y radicales, como lo fueron en su momento el neoliberalismo dictatorial en Chile y Argentina y las políticas de ajuste estructural de la “década perdida” de 1980 que hoy conocemos, en Europa, como austerity. Entonces, la propia guerra civil de nuevo cuño, misma que rehúye las definiciones de manual del siglo XX, rebasa las fronteras como lo hacen los flujos migratorios o de mercancías e inversiones instantáneas, y no encaja en las categorías cristalizadas del derecho internacional humanitario, se ha conducido en América Latina, en África o en Asia por parte de distintos actores que no son simplemente el Estado o los grupos insurgentes armados, o los paramilitares organizados al amparo del poder estatal, como durante la Guerra fría en Centroamérica o Colombia.

    Los protagonistas del conflicto en el siglo XXI son, más bien, nuevos actores como los mal llamados cárteles de la droga, que ya son grupos armados paramilitarizados, a menudo confusos con algunas fuerzas de seguridad pública e incrustados en las estructuras socioeconómicas y políticas. O bien, son las “máquinas de guerra” que describe Mbembe en su ensayo “Necropolítica”, hablando de África y de Palestina, o las “formaciones predatorias”, tratadas por Sassen como alianzas de elites globales y locales para el despojo y como mecanismos cada vez más impersonales y sistémicos que propician la expulsión de masas de población, conocimientos y ecosistemas. O son los dispositivos de poder, de violencia y gestión de recursos que forman parte de la gobernanza neoliberal actual y de un aparato de control extendido que, según Dawn Marie Paley, bien podemos caracterizar como formas de la contrainsurgencia ampliada y una “guerra contra el pueblo” disfrazada de “guerra a las drogas”, por ejemplo. Entre “epistemicidios” y “monocultura”, diría Boaventura, la guerra civil llega como categoría radicada en la evidencia de los hechos y en su interpretación, y va cambiando de contexto respecto del siglo pasado, pues de lo nacional a lo global, de ida y vuelta, se entrelazan tanto las violencias como las acciones colectivas que las contrastan: también en el ámbito del conflicto las fronteras han ido difuminándose, así como ha sucedido con las luchas sociales y la construcción de otros mundos posibles.

    Desde el ataque a las torres gemelas del 11-S de 2001 en Nueva York, las quimeras del dominio unipolar y el globalismo ingenuo-entusiasta, del triunfo indiscutible de un modelo político como el democrático-liberal occidental, de una historia con un sentido único y de un sistema económico capitalista funcional se han desmoronado, dejando paso a complejidades que engendran brutalidades y exclusiones, así como posibilidades y tejidos resistentes, o sea presentes esperanzadores ante las fracturas. Desde la crisis financiera y económica global, también el neoliberalismo ha perdido su tinte hegemónico y triunfalista, aunque no ha sido propiamente sustituido por otro modelo o modificado en el fondo. Aun así, muchos movimientos analizados en Guerra Civil Global ya han planteado o practicado hace tiempo su superación, y siguen conformando imaginarios y propuestas emergentes, ancladas en distintas tradiciones y narrativas. La colección de ensayos del volumen, de la cual arrancan estas reflexiones y que espero pronto pueda traducirse al español, nos da un cuadro profundo de experiencias de lucha y reconfiguración social ante las rupturas del siglo XXI que, diría la socióloga Maru Sánchez, se conforman e interpretan como “desgarramientos civilizatorios”, ya no como simples crisis cíclicas, que, sin embargo, pueden generar respuestas válidas, sostenibles, a partir del diagnóstico y la vivencia del colapso.

  • Victoria come George Floyd. Un femminicidio di stato a Tulum

    Victoria come George Floyd. Un femminicidio di stato a Tulum

    Pubblicato in Il Manifesto del 04/03/2021

    Messico. Donne vittime sia di criminali che della polizia, i dati del Paese restano da brivido. Uso
    eccessivo della forza, detenzioni illegali e abusi di genere contro chi protesta: forze di sicurezza
    sotto accusa anche da parte di Amnesty. Il 99% dei crimini resta impunito, ma stavolta quattro
    agenti municipali sono finiti in carcere

    Mentre tutto lo stato di Quintana Roo aspettava linizio della settimana santa e l’arrivo di migliaia di
    turisti, l’ultimo weekend del mese in cui si festeggia la Giornata mondiale della donna è stato
    segnato da 4 femminicidi, uno per mano della polizia.
    Secondo le statistiche Onu in Messico vengono uccise più di 10 donne al giorno. Sabato 27 marzo 4
    di loro sono state assassinate nello stato di Quintana Roo, in allerta di genere dal 2017 e dove lo
    scorso novembre la polizia di Cancún ha sparato sulla manifestazione che chiedeva giustizia per
    Alexis, unaltra vittima di femminicidio.
    A ISLA HOLBOX, una donna di 29 anni di Progreso, Yucatán, tassista, identificata come Karla M. e
    madre di un bambino, è stata assassinata in modo estremamente violento e ritrovata all’interno del
    suo veicolo. Il primo femminicidio registrato nella storia dell’isola. A Cancún una donna è stata
    portata in un luogo disabitato, dove è stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco alla testa e altri due
    al petto. Unaltra giovane donna è stata bruciata, ma la famiglia non ha voluto fornire ulteriori
    informazioni.
    A Tulum nel pomeriggio di sabato 27, Victoria Salazar, una donna di 36 anni di origine salvadoregna,
    madre single di 2 figlie e con un permesso di soggiorno umanitario, si trovava nel centro della città,
    dove alcuni testimoni l’hanno vista mentre «provava a chiamare un taxi e fermava tutte le macchine,
    guardava sempre dietro di sé come se qualcuno la stesse inseguendo». Alle 18:30 è arrivata la
    pattuglia 9276 della polizia municipale, dalla quale sono scesi quattro agenti. Lhanno afferrata,
    ammanettata e sbattuta a terra, mettendole un ginocchio sul collo e fratturandole la base del cranio,
    provocando la sua morte.
    La Commissione nazionale per la prevenzione e leliminazione della violenza contro le donne ha
    rilasciato una dichiarazione in cui si chiede che i responsabili siano puniti e la Commissione per i
    diritti umani (Cndh) dello stato ha sporto denuncia dufficio contro gli agenti implicati.
    Secondo i dati della Cndh statale, dall’inizio di quest’anno sono state effettuate 335 denunce contro
    la polizia municipale, la maggior parte delle quali per detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani
    durante l’arresto. A livello federale, secondo il rapporto di Human Rights Watch del 2021, è normale
    che le vittime di crimini violenti e violazioni dei diritti umani non ottengano giustizia dal sistema
    giuridico messicano e i dati della ong Impunidad Cero evidenziano che solo l1,3% dei crimini
    commessi in Messico viene risolto. Questo è dovuto a vari motivi, tra cui corruzione, mancanza di
    formazione e risorse insufficienti, senza considerare la complicità degli agenti e degli avvocati
    d’ufficio con criminali e alti funzionari.
    Cercando forse di migliorare queste vergognose percentuali, il procuratore generale dello stato di
    Quintana Roo ha dichiarato che sarà inflessibile nell’indagine, e di fatto la tempestività con cui è
    stato licenziato il capo della polizia di Tulum è da sottolineare. Il giorno stesso i quattro agenti che
    hanno ucciso Victoria, tra cui una donna, da lunedì sono reclusi nel carcere di Playa del Carmen con
    laccusa di omicidio.
    Sicuramente la rinnovata sensibilità con cui negli ultimi tempi vengono affrontati i casi di violenza di
    genere nei media nazionali ed internazionali, insieme alle pressioni del governo salvadoregno e alle
    parole usate dal presidente messicano nel commentare il caso («Ci riempie di tristezza, dolore e
    vergogna») hanno fatto pressione sulla magistratura di Quintana Roo. Anche la reazione dei cittadini
    non si è fatta attendere. A Tulum, poche ore dopo lassassinio, centinaia di persone sono scese in
    piazza chiedendo giustizia. Le manifestazioni sono poi dilagate nelle principali città della regione
    con striscioni e slogan come «Polizia femminicida», «Non un’assassinata in più», «Non è morta, è
    stata uccisa» e «La polizia non si prende cura di me, le mie amiche si prendono cura di me». Gli
    stessi slogan con cui negli ultimi anni milioni di donne sono scese in piazza in tutto il mondo.


    Lincapacità, gli abusi e la violenza fisica, verbale o psicologica degli agenti non sono una novità per
    nessuno che abbia avuto lopportunità di relazionarsi con uno di loro. Per quelli che non hanno
    provato questa esperienza daremo alcuni dati. I primi sono di Amnesty International, che ha appena
    pubblicato un rapporto intitolato Messico: lera delle donne. Stigma e violenza contro le donne che
    protestano in cui si legge che «le autorità rispondono alle proteste delle donne e contro la violenza
    di genere, con un uso eccessivo e non necessario della forza, con detenzioni illegali e arbitrarie, con
    abusi verbali e fisici basati sul genere e violenza sessuale». Lo stesso rapporto sottolinea come sia
    costante la pratica di inibire il diritto di riunione pacifica, attraverso «arresti o sequestri preventivi».
    Secondo il procuratore generale dello stato «la manovra di sottomissione utilizzata è stata effettuata
    in maniera sproporzionata e con un alto rischio per la vita». Ma c’è anche chi dice semplicemente
    che «la situazione è sfuggita di mano agli agenti». I dati però restituiscono una realtà
    profondamente diversa. È la stessa tecnica che gli agenti di polizia di Minneapolis hanno usato su
    George Floyd, causando la sua morte e l’esplosione di rabbia del movimento Black Lives Matters.
    Molte forze di polizia hanno vietato questa manovra a causa degli alti rischi per la vita o lhanno
    limitata a casi di estrema minaccia verso gli agenti, situazione in cui la polizia ovviamente non si
    trovava nei casi di Floyd e di Victoria.
    Violenze inutili e immotivate, forse per lincapacità di valutare il rischio secondo le direttive del
    Manuale per luso della forza redatto dal Segob (l’equivalente messicano del ministero degli Interni),
    a causa della scarsa o nulla formazione in materia di diritti umani della polizia, come dichiarato da
    una ex poliziotta municipale di Tulum e come confermano dai dati. In Quintana Roo, il 20% degli
    agenti non possiede la Certificazione unica di polizia (Cup), che garantisce la preparazione e la
    professionalità necessaria per ricoprire le proprie mansioni; peggio ancora a Tulum: il 54% degli
    agenti di polizia ne è privo, malgrado sia un requisito obbligatorio in tutto il territorio nazionale. Si
    parla di omicidio colposo, un errore, come se luso sproporzionato della forza da parte della polizia
    fosse stato uno sbaglio, il fallimento di alcune mele marce ma ancora una volta, i dati ci danno un
    quadro diverso della realtà.
    Perché così tante persone (il 70% della popolazione messicana secondo i dati) non si fidano della
    polizia? I report internazionali e le cronache nazionali abbondano di casi di violenza perpetrata dalla
    polizia e dallesercito. Dipingono un paese in cui la violenza è usata regolarmente e sistematicamente
    dallo stato. Secondo i dati del rapporto 2021 di Human Rights Watch, la tortura è ampiamente
    utilizzata in Messico per carpire prove o confessioni durante gli interrogatori, malgrado una legge
    del 2017 ne impedisca luso durante il processo. Secondo il Cndh le indagini istituzionali sui casi di
    tortura sono state 13 nel 2006 per poi passare a più di 7.000 nel 2019. Il Comitato delle Nazioni
    unite contro la tortura ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che pochissimi di questi casi si
    traducono in procedimenti giudiziari o arresti: dei 3.214 casi di tortura registrati nel 2016 solo 8
    hanno portato allarresto e al relativo procedimento penale. Luso della violenza è comune anche
    durante larresto: secondo statistiche nazionali, il 64% della popolazione carceraria ha subito
    percosse, scosse elettriche e altre forme di tortura al momento dell’arresto.
    Sperando che lassassinio di Victoria venga chiarito, c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se la
    donna fosse stata di pelle chiara o di un paese europeo? Cosa sarebbe successo se negli ultimi anni
    le donne non fossero scese in piazza mettendo all’angolo chi governa, costringendolo a dare risposte
    rapide ed efficaci alla violenza di genere?

  • Il commercio delle armi tiene sotto tiro il Messico. Il ruolo dell’Italia

    Il commercio delle armi tiene sotto tiro il Messico. Il ruolo dell’Italia
    Agenti della ora estinta Gendarmeria proteggono a Chilapa, nello Stato di Guerrero, alcuni membri del gruppo criminale Los Ardillos dalle proteste della popolazione locale, esausta dopo settimane di violenze da parte dei criminali. Era il maggio 2015 © Heriberto Paredes Coronel

    Agenti della ora estinta Gendarmeria proteggono a Chilapa, nello Stato di Guerrero, alcuni membri del gruppo criminale Los Ardillos dalle proteste della popolazione locale, esausta dopo settimane di violenze da parte dei criminali. Era il maggio 2015 © Heriberto Paredes Coronel

    di Caterina Morbiato da Altreconomia 

    È il 26 settembre 2014, da ore la pioggia bagna le strade già buie di Iguala, nello Stato di Guerrero. In tre punti della cittadina piovono anche proiettili. La polizia municipale ha intercettato gli autobus che trasportano gli studenti della scuola di Ayotzinapa -in viaggio verso Città del Messico per il 46esimo anniversario del massacro studentesco di Tlatelolco- e spara. L’attacco dura fino a notte inoltrata. Vengono uccise sei persone, 25 sono ferite e 43 ragazzi di Ayotzinapa vengono arrestati e fatti sparire in maniera forzata. Di loro non si saprà più nulla.

    Sull’asfalto umido rimangono decine di bossoli. Alcuni di questi appartengono ai fucili d’assalto G36 dell’impresa tedesca Heckler & Koch, tra le più influenti produttrici di armi leggere e di piccolo calibro al mondo. I G36 non sono però le uniche armi di fabbricazione europea che la polizia di Iguala -che per il caso Ayotzinapa è stata accusata poi di collusione con il gruppo criminale Guerreros Unidos- aveva in dotazione all’epoca. In mano a queste forze dell’ordine c’erano anche 73 fucili d’assalto made in Italy provenienti dal comune bresciano di Gardone Val Trompia e firmati Beretta (contattata da Altreconomia, l’azienda non ha mai risposto).

    Quella di Iguala non è l’unica polizia messicana a disporre di armamenti Beretta. Dal 2006 al 2018 -periodo in cui il Messico è precipitato in un’incessante voragine di violenza- l’azienda italiana ha infatti prodotto più di un terzo delle 238mila armi acquistate dalla Secretaría de la defensa nacional (Sedena) e distribuite poi alle polizie locali. Con l’approvazione dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama), struttura in seno al ministero degli Esteri italiano, nello stesso periodo Beretta ha venduto al Messico 108.660 armi; di queste 25mila sono fucili e altre armi lunghe, sia automatiche sia semiautomatiche.

    È quanto riporta il dossier “Commercio mortale. Come le armi europee e israeliane stanno aggravando la violenza in Messico”, pubblicato a dicembre 2020 da una rete internazionale di associazioni, di cui fa anche parte l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal, opalbrescia.org) di Brescia, e basato su oltre novemila documenti ufficiali declassificati ottenuti dalla Sedena. Il rapporto evidenzia come l’export di materiale bellico verso un Paese come il Messico -in cui solo nel 2019 24mila persone sono state uccise con armi da fuoco- violi diversi principi della Posizione comune dell’Unione europea sull’esportazioni di armi come, per esempio, la concessione di licenze esclusivamente sulla base di una conoscenza preliminare dell’uso finale che ne verrà fatto.

    “Quello messicano è un modello unico al mondo: l’esercito si occupa de facto e de iure di tutte le armi che arrivano e circolano nel Paese. È un sistema di distribuzione che crea molta opacità e impunità”, spiega ad Altreconomia Carlos Pérez Ricart, docente di Relazioni internazionali del Centro per la ricerca e l’insegnamento in economia di Città del Messico (Cide).

    Le incongruenze tra quante armi richieda la polizia e quante effettivamente arrivino a destinazione sono molte, continua il docente. Ogni anno infatti migliaia delle armi che entrano legalmente nel Paese si “perdono”: vengono rivendute, affittate, regalate. “Fino a quando questo problema non sarà risolto, firmare un accordo di vendita di armi con il governo messicano implicherà la possibilità che queste finiscano per essere utilizzate in attività criminali”, afferma Pérez Ricart. Secondo il rapporto “Commercio mortale”, molte di queste armi smarrite e contrabbandate sono di fabbricazione italiana: 2.744 (soprattutto pistole Beretta) delle oltre 61mila armi sequestrate dall’esercito messicano tra il 2010 e il 2020.

    “A noi interessa sapere se le armi leggere italiane vanno a finire in Paesi che sono a rischio di insurrezione popolare o dove, come è il caso del Messico, ci sono violazioni evidenti dei diritti umani o violenze da parte dell’esercito e della polizia”, spiega Carlo Tombola, direttore scientifico di Opal. Secondo le norme previste dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla citata Posizione comune dell’Unione europea, prima di approvare l’esportazione di armamenti gli Stati devono accuratamente valutare caso per caso anche gli eventuali danni e ricadute sui diritti umani. “Noi non chiediamo di azzerare il settore, chiediamo solo di controllare quello che succede: se si mandano le armi in Messico ci sono determinate conseguenze”, sottolinea Tombola.

    “Ci è voluta Ayotzinapa per farci capire la gravità del problema”, aggiunge Pérez Ricart. Come segnala nel suo articolo “Armi tedesche in Messico: il caso dell’esportazione verso il Messico dei fucili Heckler & Koch G36”, pubblicato dall’associazione México vía Berlín, il record criminale delle armi dell’azienda tedesca inizia ben prima della notte di Iguala. Nel 2010 cinque fucili HK-G36 vennero confiscati nel porto di Acapulco, Guerrero, mentre nel 2012, sempre in Guerrero, tre civili furono feriti con proiettili di HK G36. Un anno prima, nello stesso Stato, durante una manifestazione la polizia uccise con HK G36 Alexis Herrera Pino e Gabriel Echeverría de Jesús, studenti ventenni della scuola di Ayotzinapa.

    Nel 2006 Heckler & Koch e la Sedena firmarono un accordo commerciale per la vendita di circa diecimila fucili; il permesso per l’esportazione venne approvato dal governo tedesco con la condizione di non vendere le armi a quattro Stati messicani -Chihuahua, Jalisco, Chiapas e Guerrero- in cui le violazioni dei diritti umani erano più feroci che altrove. Difficilmente però le armi, e i profitti, rispettano le frontiere e più della metà di quel carico finí proprio negli Stati banditi.

    Grazie soprattutto alla pressione di attivisti, accademici e giornalisti che rivelarono quell’esportazione illegale, nel 2019 il tribunale di Stoccarda ha condannato Heckler & Koch a pagare una multa di 3,7 milioni di euro (nello stesso anno il fatturato del gruppo è stato di 239,4 milioni). Dal 2010 la Germania ha adottato una politica più rigida che proibisce in gran parte l’esportazione di armi leggere verso il Messico. In risposta le aziende tedesche hanno iniziato a giocare la carta dell’internazionalizzazione, trasferendo la propria produzione negli Stati Uniti.
    Da quel Paese è infatti più agevole trasferire le armi nel mercato messicano e in quelli di altri Paesi dell’America Latina. La stessa strategia, secondo il dossier “Commercio mortale”, sarebbe praticata anche da aziende italiane come il gruppo Fiocchi Munizioni. La sentenza sulla Heckler & Koch mette in luce un altro aspetto critico e ancora scarsamente regolato dell’export delle armi: la responsabilità etica e giuridica delle aziende.

    Il tema è analizzato dagli avvocati Giuseppe Sambataro, Stefano Trevisan e Laura Duarte Reyes nel recente articolo “Due diligence delle imprese e diritti umani: profili penalistici dell’esportazione di armamenti”, pubblicato sulla nona edizione della rivista web“Giurisprudenza Penale” del 2020. “La domanda a cui abbiamo cercato di rispondere è: l’azienda può trincerarsi dietro il fatto che l’esportazione sia stata autorizzata da un organo statale? Se l’utilizzo delle armi è illegittimo la risposta è no”, spiega Sambataro.

    Nonostante le normative in vigore parlino chiaro, le autorizzazioni vengono rilasciate quasi sistematicamente e con scarso rigore: è a partire da questa premessa, avverte l’avvocato, che le imprese tendono a giustificarsi. “L’autorizzazione in alcuni casi riguarda peraltro un lasso di tempo prolungato perché lo Stato fa una valutazione iniziale che poi per legge dovrebbe rieseguire regolarmente. È evidente come l’azienda che interloquisce constantemente con i Paesi importatori sia in una posizione di responsabilità: non può quindi nascondersi dietro lo Stato ma dovrebbe anzi fare una valutazione autonoma molto più immediata”.

    Prima di invocare la “mannaia punitiva del diritto penale”, aggiunge Sambataro, bisognerebbe auspicare che ci sia una volontà politica forte: senza questa, per quanto l’azienda abbia una responsabilità propria, delegare esclusivamente ai privati risulterebbe quanto meno ipocrita.

    Nel Paese l’esercito controlla le forniture armate destinate alla polizia. Un flusso opaco in cui si inseriscono anche aziende europee che rifiutano però ogni responsabilità nonostante un contesto segnato da violenze e abusi

    Agenti della ora estinta Gendarmeria proteggono a Chilapa, nello Stato di Guerrero, alcuni membri del gruppo criminale Los Ardillos dalle proteste della popolazione locale, esausta dopo settimane di violenze da parte dei criminali. Era il maggio 2015 © Heriberto Paredes Coronel

    di Caterina Morbiato da Altreconomia 

    È il 26 settembre 2014, da ore la pioggia bagna le strade già buie di Iguala, nello Stato di Guerrero. In tre punti della cittadina piovono anche proiettili. La polizia municipale ha intercettato gli autobus che trasportano gli studenti della scuola di Ayotzinapa -in viaggio verso Città del Messico per il 46esimo anniversario del massacro studentesco di Tlatelolco- e spara. L’attacco dura fino a notte inoltrata. Vengono uccise sei persone, 25 sono ferite e 43 ragazzi di Ayotzinapa vengono arrestati e fatti sparire in maniera forzata. Di loro non si saprà più nulla.

    Sull’asfalto umido rimangono decine di bossoli. Alcuni di questi appartengono ai fucili d’assalto G36 dell’impresa tedesca Heckler & Koch, tra le più influenti produttrici di armi leggere e di piccolo calibro al mondo. I G36 non sono però le uniche armi di fabbricazione europea che la polizia di Iguala -che per il caso Ayotzinapa è stata accusata poi di collusione con il gruppo criminale Guerreros Unidos- aveva in dotazione all’epoca. In mano a queste forze dell’ordine c’erano anche 73 fucili d’assalto made in Italy provenienti dal comune bresciano di Gardone Val Trompia e firmati Beretta (contattata da Altreconomia, l’azienda non ha mai risposto).

    Quella di Iguala non è l’unica polizia messicana a disporre di armamenti Beretta. Dal 2006 al 2018 -periodo in cui il Messico è precipitato in un’incessante voragine di violenza- l’azienda italiana ha infatti prodotto più di un terzo delle 238mila armi acquistate dalla Secretaría de la defensa nacional (Sedena) e distribuite poi alle polizie locali. Con l’approvazione dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama), struttura in seno al ministero degli Esteri italiano, nello stesso periodo Beretta ha venduto al Messico 108.660 armi; di queste 25mila sono fucili e altre armi lunghe, sia automatiche sia semiautomatiche.

    È quanto riporta il dossier “Commercio mortale. Come le armi europee e israeliane stanno aggravando la violenza in Messico”, pubblicato a dicembre 2020 da una rete internazionale di associazioni, di cui fa anche parte l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal, opalbrescia.org) di Brescia, e basato su oltre novemila documenti ufficiali declassificati ottenuti dalla Sedena. Il rapporto evidenzia come l’export di materiale bellico verso un Paese come il Messico -in cui solo nel 2019 24mila persone sono state uccise con armi da fuoco- violi diversi principi della Posizione comune dell’Unione europea sull’esportazioni di armi come, per esempio, la concessione di licenze esclusivamente sulla base di una conoscenza preliminare dell’uso finale che ne verrà fatto.

    “Quello messicano è un modello unico al mondo: l’esercito si occupa de facto e de iure di tutte le armi che arrivano e circolano nel Paese. È un sistema di distribuzione che crea molta opacità e impunità”, spiega ad Altreconomia Carlos Pérez Ricart, docente di Relazioni internazionali del Centro per la ricerca e l’insegnamento in economia di Città del Messico (Cide).

    Le incongruenze tra quante armi richieda la polizia e quante effettivamente arrivino a destinazione sono molte, continua il docente. Ogni anno infatti migliaia delle armi che entrano legalmente nel Paese si “perdono”: vengono rivendute, affittate, regalate. “Fino a quando questo problema non sarà risolto, firmare un accordo di vendita di armi con il governo messicano implicherà la possibilità che queste finiscano per essere utilizzate in attività criminali”, afferma Pérez Ricart. Secondo il rapporto “Commercio mortale”, molte di queste armi smarrite e contrabbandate sono di fabbricazione italiana: 2.744 (soprattutto pistole Beretta) delle oltre 61mila armi sequestrate dall’esercito messicano tra il 2010 e il 2020.

    “A noi interessa sapere se le armi leggere italiane vanno a finire in Paesi che sono a rischio di insurrezione popolare o dove, come è il caso del Messico, ci sono violazioni evidenti dei diritti umani o violenze da parte dell’esercito e della polizia”, spiega Carlo Tombola, direttore scientifico di Opal. Secondo le norme previste dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla citata Posizione comune dell’Unione europea, prima di approvare l’esportazione di armamenti gli Stati devono accuratamente valutare caso per caso anche gli eventuali danni e ricadute sui diritti umani. “Noi non chiediamo di azzerare il settore, chiediamo solo di controllare quello che succede: se si mandano le armi in Messico ci sono determinate conseguenze”, sottolinea Tombola.

    “Ci è voluta Ayotzinapa per farci capire la gravità del problema”, aggiunge Pérez Ricart. Come segnala nel suo articolo “Armi tedesche in Messico: il caso dell’esportazione verso il Messico dei fucili Heckler & Koch G36”, pubblicato dall’associazione México vía Berlín, il record criminale delle armi dell’azienda tedesca inizia ben prima della notte di Iguala. Nel 2010 cinque fucili HK-G36 vennero confiscati nel porto di Acapulco, Guerrero, mentre nel 2012, sempre in Guerrero, tre civili furono feriti con proiettili di HK G36. Un anno prima, nello stesso Stato, durante una manifestazione la polizia uccise con HK G36 Alexis Herrera Pino e Gabriel Echeverría de Jesús, studenti ventenni della scuola di Ayotzinapa.

    Nel 2006 Heckler & Koch e la Sedena firmarono un accordo commerciale per la vendita di circa diecimila fucili; il permesso per l’esportazione venne approvato dal governo tedesco con la condizione di non vendere le armi a quattro Stati messicani -Chihuahua, Jalisco, Chiapas e Guerrero- in cui le violazioni dei diritti umani erano più feroci che altrove. Difficilmente però le armi, e i profitti, rispettano le frontiere e più della metà di quel carico finí proprio negli Stati banditi.

    Grazie soprattutto alla pressione di attivisti, accademici e giornalisti che rivelarono quell’esportazione illegale, nel 2019 il tribunale di Stoccarda ha condannato Heckler & Koch a pagare una multa di 3,7 milioni di euro (nello stesso anno il fatturato del gruppo è stato di 239,4 milioni). Dal 2010 la Germania ha adottato una politica più rigida che proibisce in gran parte l’esportazione di armi leggere verso il Messico. In risposta le aziende tedesche hanno iniziato a giocare la carta dell’internazionalizzazione, trasferendo la propria produzione negli Stati Uniti.
    Da quel Paese è infatti più agevole trasferire le armi nel mercato messicano e in quelli di altri Paesi dell’America Latina. La stessa strategia, secondo il dossier “Commercio mortale”, sarebbe praticata anche da aziende italiane come il gruppo Fiocchi Munizioni. La sentenza sulla Heckler & Koch mette in luce un altro aspetto critico e ancora scarsamente regolato dell’export delle armi: la responsabilità etica e giuridica delle aziende.

    Il tema è analizzato dagli avvocati Giuseppe Sambataro, Stefano Trevisan e Laura Duarte Reyes nel recente articolo “Due diligence delle imprese e diritti umani: profili penalistici dell’esportazione di armamenti”, pubblicato sulla nona edizione della rivista web“Giurisprudenza Penale” del 2020. “La domanda a cui abbiamo cercato di rispondere è: l’azienda può trincerarsi dietro il fatto che l’esportazione sia stata autorizzata da un organo statale? Se l’utilizzo delle armi è illegittimo la risposta è no”, spiega Sambataro.

    Nonostante le normative in vigore parlino chiaro, le autorizzazioni vengono rilasciate quasi sistematicamente e con scarso rigore: è a partire da questa premessa, avverte l’avvocato, che le imprese tendono a giustificarsi. “L’autorizzazione in alcuni casi riguarda peraltro un lasso di tempo prolungato perché lo Stato fa una valutazione iniziale che poi per legge dovrebbe rieseguire regolarmente. È evidente come l’azienda che interloquisce constantemente con i Paesi importatori sia in una posizione di responsabilità: non può quindi nascondersi dietro lo Stato ma dovrebbe anzi fare una valutazione autonoma molto più immediata”.

    Prima di invocare la “mannaia punitiva del diritto penale”, aggiunge Sambataro, bisognerebbe auspicare che ci sia una volontà politica forte: senza questa, per quanto l’azienda abbia una responsabilità propria, delegare esclusivamente ai privati risulterebbe quanto meno ipocrita.

  • La gestione disastrosa e la lettera indignata

    La gestione disastrosa e la lettera indignata

    Ci colleghiamo in diretta col Brasile per parlare della disastrosa gestione della pandemia che ha avuto ripercussioni a livello politico e militare. Da San Paolo lo racconta il giornalista free lance Paolo Manzo. Poi ci spostiamo in Italia per parlare della lettera inviata della sindaca di Crema al premier Mario Draghi contro la negativa del nostro Paese di sospendere le sanzioni a diversi Paesi fra i quali anche Cuba, un anno dopo aver ricevuto nella Penisola l’aiuto medico da parte dell’isola caraibica. Intervistiamo la prima cittadina della città lombarda Stefania Bonaldi.