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  • Un prima e un dopo

    Un prima e un dopo

    20_maggio_2021: le elezioni in Cile per modificare la Costituzione marcano un prima e un dopo per la democrazia in Cile, segnando un primo e vero distanziamento con la dittatura pinochetista. A raccontarlo per noi da Santiago la giornalista e sociologa Susanna De Guio.

    https://www.podomatic.com/podcasts/gustavo-claros42373/episodes/2021-05-21T13_08_04-07_00

  • Elezioni in Cile: tra sconfitta della destra e sfida costituente

    Elezioni in Cile: tra sconfitta della destra e sfida costituente

    Le elezioni per la convenzione costituzionale e le amministrative dello scorso fine settimana hanno confermato la profonda crisi politica che stanno attraversando le élites del potere che ha governato il Cile neoliberale dalla dittatura ad oggi.

    Articolo pubblicato su Dinamo Press il 19/05/2021

    https://www.dinamopress.it/news/elezioni-in-cile-tra-sconfitta-della-destra-e-sfida-costituente/?fbclid=IwAR1N8NCYX1Lt_vOzWlf73zqLOg9BTiBMzhsXToftQ8EudA2ZmuLUtaU-fpA

    Rodrigo Rojas è il nome del “Pelao Vade”, un ragazzo di 37 anni ricordato nelle proteste della rivolta sociale cilena del 2019. La sua immagine non passava inosservata: un durissimo cancro stava consumando il suo corpo mentre lottava contro la polizia durante le manifestazioni. Nonostante la sua salute stesse peggiorando, tutti i giorni andava a PlazaDignidad. Il Pelao Vade è stato eletto come membro della Convenzione Costituente il fine settimana scorso, così come molti altri militanti sociali, persone umili e indipendenti dai partiti tradizionali, sono stati eletti per mettere un punto finale alla Costituzione della dittatura pinochettista e scriverne una nuova, più giusta e dignitosa. Loro sono stati i grandi vincitori di queste elezioni, donne e uomini di un paese sempre più cosciente e informato.

    Le elezioni hanno confermato la profonda crisi politica che stanno attraversando le élites del potere da diversi anni. I più puniti da questi risultati sono stati i partiti tradizionali. La destra e il centro sono sempre state il binomio di potere che dalla fine della dittatura ha governato questo Cile neoliberale.

    Foto di José Aguilera, Santiago del Cile, https://www.instagram.com/bandurriadelsur/

    Hanno perso nei municipi, non hanno vinto nei governi regionali e ancora peggio, non hanno raggiunto i seggi necessari per bloccare qualsiasi riforma o cambio costituzionale che saranno formulati dai nuovi costituenti. La loro forma di fare politica, caratterizzata dalla superbia, il paternalismo e gli accordi “a porte chiuse”, questa volta gli si è ritorta contro e nemmeno con i milioni che hanno investito nei grandi mezzi di comunicazione sono riusciti aessere eletti.

    Quel che è successo in Cile non è fortuito. Questi venti di cambiamento sono accompagnati dalle nuove generazioni e dai nuovi protagonisti e protagoniste della politica che si fanno strada con sempre più forza.

    Il femminismo e la lotta delle donne non ha solo consacrato la loro presenza a livello istituzionale, come nel caso di Alondra Carillo Vidal eletta costituente e rappresentante della Coordinatrice femminista 8m o di Iraci Hassler, nuova sindaca di Santiago del Partito Comunista che ha strappato il municipio all’ex sindaco di destra Felipe Alessandri, ma ha anche raggiunto una parità di genere per la stesura della Carta Magna, segnando un antecedente importante per il resto del mondo.

    In un paese che ha per modello l’estrattivismo delle proprie risorse, in cui la siccità cresce sempre di più e l’acqua è un bene privato, molti attivisti e attiviste per l’ambiente sono stati eletti dopo anni di militanza politica nei territori. Anche i popoli originari, disprezzati e puniti dallo Stato cileno, ne sono usciti vittoriosi.

    Un esempio lampante è stata la candidatura della Machi Francisca Linconao, ex detenuta politica e riconosciuta lottatrice mapuche, che ha ottenuto la prima maggioranza dei seggi riservati ai popoli originari.

    Siamo davanti a un momento storico, sin dai tempi di Salvador Allende non si vedeva il popolo unito capace di formare delle alleanze per sostenere delle candidature proprie, capaci di vincere la disputa elettorale.

    Foto di José Aguilera, Santiago del Cile, https://www.instagram.com/bandurriadelsur/

    E questa è una lezione dalla quale non si può fare marcia indietro. In Cile si scriverà una Costituzione che garantirà i diritti universali, che si prenderà cura dei nostri bambini e delle nostre bambine, dei nostri nonni e nonne, che salvaguarderà l’ambiente dalla voragine del mercato, che rispetterà e riconoscerà i popoli indigeni come soggetti di diritto, che proteggerà le nostre madri e sorelle, una costituzione più giusta e dignitosa che è sempre più vicina.

    Ma il cammino è difficile, l’indipendenza che caratterizza i nuovi costituenti dovrà formare gruppi eterogenei e diversi, con idee comuni e di sinistra, ma comunque diverse tra loro. È per questo che ci saranno delle complesse strategie di alleanze per arrivare a degli accordi, in cui la destra cercherà di farsi ascoltare chiamando al dialogo, ma non avrà abbastanza forza per imporre la sua posizione.

    L’agonia di Piñera ha intensificato la crisi della destra cilena. Adesso è da solo, i suoi ministri si stanno dimettendo e non è appoggiato nemmeno dal suo settore politico.

    Lontano dal suo pronostico di uscire più forte dopo il massiccioprocesso di vaccinazione contro il Covid in Cile, e dopo aver cercato di capitalizzare questo processo costituente verso le sue file, il governo si ritrova con le spalle al muro, non sa cosa fare nei prossimi nove mesi che porteranno aottobre 2021 a nuove elezioni presidenziali e parlamentari. Il panorama è favorevole per le forze progressiste e della sinistra cilena.

    Nella disputa elettorale si sta parlando di una grande alleanza per seppellire la classe politica tradizionale, è anche per questo che la candidatura del militante comunista Daniel Jádue, sindaco rieletto nel comune di Recoleta a Santiago, prende sempre più forza. È abile e cerca di unificare le forze progressiste in un programma politico in comune, che ha come pilastro principale la fine del neoliberismo in Cile.

    Foto di José Aguilera, Santiago del Cile https://www.instagram.com/bandurriadelsur/

    La diagnosi è complessa, non è facile parlare di costruire una società diversa in un paese dove il potere economico è così concentrato nelle mani di pochi, perché – come diceva Brecht –«la cosa più simile a un fascista è un borghese spaventato».

    Il giorno dopo le elezioni la destra è già tornata alla sua vecchia strategia del boicottaggio economico: caduta della borsa e minacce di fughe di capitali. Si avvicina una campagna del terrore verso il vecchio fantasma del comunismo.

    È per questo che bisogna essere cauti: anche se la destra ha subito un duro colpo nelle urne, continua comunque a conservare la sua egemonia. Un esempio di ciò è la sua disciplina, perché dopo la sconfitta ha subito unificato i criteri per sostenere un’unica candidatura alle presidenziali, una tattica che è sempre stata difficile da applicare a sinistra.

    Nell’unione dei diversi settori vittoriosi di queste elezioni appena terminate, c’è la chiave per poter appoggiare una candidatura presidenziale e parlamentare che dia un colpo di grazia tanto alla destra come alla vecchia coalizione del centro cileno. Per questo bisogna mettere da parte i personalismi, la meschinità e gli accordi lontani dalla base, è tempo di scrivere un’altra politica, è il popolo che lo vuole.

  • La svolta cilena: storiche elezioni verso una nuova costituzione

    La svolta cilena: storiche elezioni verso una nuova costituzione

    Stravincono gli indipendenti nella Convenzione Costituzionale, un grande schiaffo alla destra e al governo.

    #Thread per Twitter ttps://twitter.com/lamericalatina1/status/1394676024294658049

    È svolta in Cile, elezione storica chiede un cambio radicale. Lo scorso weekend voto per il rinnovamento di tutti i comuni, i governi regionali (finora sempre nominati dal presidente) e soprattutto la Convención che scriverà la nuova Costituzione.
    Il processo costituente è sorto grazie alla rivolta scoppiata a fine 2019, e significa il superamento della costituzione di Pinochet, che ha posto le basi per un regime di neoliberismo radicale mantenuto (e rafforzato) anche col ritorno alla democrazia.

    La destra del presidente Piñera è la grande sconfitta. Uniti nella lista Chile Vamos, i partiti conservatori hanno ottenuto 37 seggi su 155, ben sotto ai 52 (1/3 del totale) su cui speravano per ottenere diritto di veto sugli articoli della Magna Carta. https://www.emol.com/noticias/Nacional/2021/05/16/1020754/Convencion-Constitucional-Conformacion-Constituyentes-Elegidos.html

    Sul fronte progressista é avvenuto un terremoto: i partiti della sinistra tradizionale, uniti nella Lista del Apruebo, hanno ottenuto solo 25 seggi, e sono stati superati dalla sinistra antiliberista di Frente Ampio e Partito Comunista, uniti in Apruebo Dignidad, con 28. Anche all’interno degli schieramenti le componenti più a destra perdono terreno: in Chile Vamos non ottiene eletti l’estrema destra di Kast, che negli anni precedenti all’estallido era in ascesa; nella Lista Apruebo la Democrazia Cristiana ottiene solo 2 costituenti.
    Ma la novità più importante è il trionfo dei candidati indipendenti, che hanno fatto una campagna dal basso, con pochi fondi e spesso a partire da reti sociali create durante l’estallido. Sono 40 indipendenti ospitati nelle liste dei partiti e 48 indipendenti “puri”.

    Questi ultimi sono per la maggior parte avvocati, seguiti da professori, ingegneri, giornalisti e assistenti sociali. Tra loro, hanno ottenuto più seggi i “No Neutrales”, di orientamento progressista, con 11 eletti, e @LaListaPueblo”, legata ai movimenti sociali, con 24. È la lista che più rappresenta sentimento delle piazze e politica dal basso. Tra i suoi eletti, volti noti di Plaza Dignidad come Giovanna Grandon, conosciuta come @TiaPikachu, e @pelaovade che nonostante il cancro è stato sempre presente nelle proteste. https://www.adnradio.cl/nacional/2020/10/26/la-tia-pikachu-se-prepara-para-ser-constituyente-nadie-dice-que-nos-regalen-todo-o-nos-den-todo-facil-el-tema-son-las-oportunidades.html
    Maggioritario il voto alle donne, al punto che in molti distretti sono stati ripescati gli uomini per la norma sulla parità di genere. Sintomo della forza di un movimento femminista che ha eletto come indipendente @AlondraCVidal, della @Coordinadora8m https://www.instagram.com/p/CO9ayhzJIcN/
    Anche nei 17 seggi riservati agli indigeni, si impongono candidati radicali, come la machi Francisca Linconao, per anni perseguitata dallo Stato, e l’avvocata Natividad Llanquileo, che ha seguito molte cause relative ai prigionieri politici mapuchehttps://twitter.com/cnashr/status/1394136358663467015

    Nelle elezioni locali gli indipendenti, seppur affiliati a partiti, hanno avuto grande protagonismo. È inoltre evidente la differenza generazionale tra i giovani eletti nelle liste di sinistra e i vecchi volti di sempre nei partiti tradizionali. https://www.emol.com/noticias/Nacional/2021/05/17/1021078/Mapa-Elecciones-Municipales-Resumen-Ganadores.html
    Il PC raddoppia i sindaci da 3 a 6: @danieljadue si conferma a Recoleta e la trentenne @IraciHassler trionfa nel municipio di Santiago contro il candidato di Piñera. Il Frente Amplio ottiene 12 sindaci, 127 consiglieri e @karina_ol va al ballottaggio come governatrice di Santiago.

    Nonostante il Frente Amplio sia considerato tra i responsabili dell’Accordo per la Pace, “cucinato a porte chiuse” tra i partiti di governo e opposizione, che definisce i limiti e la struttura dell’organo costituente, in queste elezioni ha portato a casa un grande risultato.
    La coalizione trionfa in comuni di Santiago e nella provincia di Valparaíso, con elezione a governatore di @rmunda, indipendente, attivista socioambientale di @modatima_cl, conferma a sindaco di @JorgeSharp e elezione di @MacaRipa a Viña del Mar, storico fortino della destra.

    L’affluenza è stata 43,3%, minore del 50,9% del plebiscito ma non bassa se si considera pandemia, confusione generata dai 4 voti, generale rifiuto dei partiti e mancanza di priorità per la liberazione dei prigionieri politici nei programmi elettorali. https://www.instagram.com/p/CO9JYarJ64p/
    Sono circa 600 le persone arrestate durante le manifestazioni a partire dal 18 ottobre 2019 che scontano ancora carcere preventivo. A questo si aggiunge il reclamo contro l’impunità dei Carabineros, perché si faccia giustizia dei gravi casi di violazione dei diritti umani.

    Si rimescolano scenari in vista delle presidenziali di novembre. Matthei, dell’UDI (destra), lascia la corsa a Lavín. La DC, uscita a pezzi dal voto, valuta di non parteciparvi proprio. A sinistra si profilano primarie tra Jadue (PC) e @gabrielboric (Convergencia Social, FA).
    Intanto, il giornale della borghesia El Mercurio critica esponenti della destra (come il presidenziabile Lavín) per aver adottato parole d’ordine “populiste” per recuperare consenso, dimostrandosi affetta dalla sindrome: “tra l’originale e la copia, vince l’originale”.


    È l’espressione del profondo cambiamento in termini di egemonia culturale portato avanti dall’estallido, che a differenza di altre rivolte di massa recenti, sembra al momento essere incatturabile da destra. Certo le insidie della costituente sono alte, le possibilità che il processo cileno disattenda le aspettative enormi (per limiti interni e strutturali), e la destra può sempre tornare all’originale, che in Cile si chiama Pinochet. Ma a un anno e mezzo dall’incendio di Santiago, la fiamma corre ancora, e toglie il sonno alle classi dominanti.

  • L’accusa prevedibile

    L’accusa prevedibile

    13_maggio_2021: il governo colombiano continua con la dura repressione contro chi scende in piazza, mentre si è presentata una denuncia per crimini di lesa umanità dinanzi Corte Penale Internazionale. Da Bogotà ci racconta la situazione il politologo Nelson Martin. Intanto in Italia e in altri Paesi europei si portano avanti proteste contro la repressione in Colombia. Lo racconta l’attivista Carolina Mejía.

  • Cali, l’epicentro della rivolta indigena e popolare in Colombia

    Cali, l’epicentro della rivolta indigena e popolare in Colombia
    Twitter ONIC_Colombia

    di Gianpaolo Contestabile e Susanna De Guio da Il Manifesto

    Dall’inizio delle mobilitazioni in tutta la Colombia, lo scorso 28 aprile, la popolazione di Cali ha salutato l’entrata in città dei camion strabordanti di persone con bandane al collo e bandiere rossoverdi sventolanti, la Guardia Indigena del Cric, il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca che riunisce più organizzazioni comunitarie in lotta per difendere i loro diritti e i territori in cui vivono. Così come fecero durante lo sciopero nazionale del 2019 e quello del 2020, anche quest’anno sono arrivati a dare sostegno alla popolazione urbana.

    Questa domenica la carovana umanitaria che accompagnava le manifestazioni nella zona di Jamundí, a Cali, è stata attaccata da gruppi armati, protetti dalle forze speciali di polizia dell’Esmad. Il bilancio è di otto persone ferite da armi da fuoco, secondo quanto riportato dall’Associazione dei Cabildo Indigeni del Nord del Cauca – Acin. È l’ultimo episodio di gravi violazioni dei diritti umani che quotidianamente si registrano in Colombia e che si sono intensificate dall’inizio delle proteste, ininterrotte da ormai da quasi due settimane.

    Cali, ubicata nella regione della Valle del Cauca, è stata fin da subito l’epicentro delle mobilitazioni che stanno mettendo a dura prova la tenuta del governo di Ivan Duque. La repressione nella città vallecaucana è stata particolarmente brutale, come a voler mandare un segnale al resto nel Paese. Delle 47 persone assassinate dall’inizio dello sciopero, 35 sono state uccise a Cali secondo gli ultimi dati forniti dalle ong Temblores e Indepaz, che registrano le violenze di polizia, militari e gruppi di civili armati.

    A livello nazionale si contano circa mille arresti arbitrari, più di 500 persone scomparse, centinaia di feriti, diversi con lesioni oculari, oltre dieci casi di violenza di genere e attacchi a membri dei gruppi umanitari.

    Edilson Monroy Machado, che partecipando alle manifestazioni come attivista dei media locali, spiega che le proteste a Cali «sono iniziate con otto diversi punti di incontro dove sono state bloccate le strade e gli accessi alla città, ma già dal secondo giorno di mobilitazione i blocchi si sono moltiplicati, la gente ne ha creati di nuovi spontaneamente». Accanto ai cortei pacifici e allegri, accompagnati dai balli e dalla musica che caratterizzano la cultura della capitale mondiale della salsa, sono stati bruciati diversi mezzi di trasporto, saccheggiati negozi e ristoranti, prese di mira le istituzioni pubbliche e le banche.

    È il riflesso della rabbia accumulata da una popolazione che ha subito l’esclusione, il rapido impoverimento e l’aumento della disuguaglianza sociale negli ultimi anni. Secondo i dati del Dane, tra il 2019 e il 2020 la povertà è aumentata dal 21,9% al 36,6%; oggi dei 2 milioni e mezzo di persone che abitano a Cali circa la metà, 934mila, vive sotto la soglia di povertà, mentre la povertà estrema ha subito un’impennata dal 5% al 13% durante l’ultimo anno. Edilson osserva che a scendere in piazza sono stati soprattutto i giovani dei quartieri popolari, assieme ai venditori ambulanti che si sostengono con ingressi minimi e precari, e ai lavoratori costretti ad accalcarsi sui mezzi di trasporto per raggiungere i posti di lavoro in un contesto di emergenza sanitaria che ha già causato più di 74mila morti per Covid-19.

    Twitter ONIC Colombia

    Secondo lo scrittore Juan Cardenas, originario di Popayan, la capitale del Cauca, quello che sta succedendo a Cali è «un’accumulazione storica di lotte e resistenze collettive che sembrano aver incontrato, finalmente, un’occasione per riaffiorare all’unisono». Nel suo brano «Il popolo unito di Cali è il terrore dei potenti», pubblicato sulla rivista Jacobin America Latina, descrive il panorama della Valle del Cauca come «un mar morto di fibra verde» composto dai campi di canna da zucchero che si estendono «a perdita d’occhio». Le coltivazioni intensive di caña minacciano i territori dei popoli indigeni e offrono riparo per le coltivazioni illegali e le rotte del narcotraffico. Quando scoppiano gli incendi sulla terra umida riaffiorano «denti, frammenti di ossa e pezzi di indumenti» e la cenere nera che si sprigiona «galleggia nelle piscine dei ricchi e impregna le lenzuola dei poveri».

    Cardenas racconta gli sforzi degli imprenditori locali nel diffondere tra i lavoratori dei campi di canna da zucchero astio e pregiudizi etnici verso gli “indios”, le comunità dei popoli originari, per impedire il consolidarsi di alleanze tra i vari gruppi sociali oppressi. Esattamente quello che sta succedendo in questi giorni a Cali e in gran parte della Colombia, dove alla chiamata dei sindacati hanno risposto collettivi femministi Lgbtq, organizzazioni studentesche, afrodiscendenti, contadine e indigene.

    In questo movimento variegato e trasversale le organizzazioni indigene sono state subito protagoniste. Attivisti del popolo Misak hanno inaugurato lo sciopero abbattendo la statua del conquistador Sebastian de Belacazar e hanno replicato una settimana più tardi con quella di Gonzalo Jimenez de Quesadas. Oltre 5mila componenti della Minga Indigena – che organizza e porta avanti le iniziative politiche del Cric – presenti a Cali, sono riusciti a sventare attacchi armati alla popolazione, smascherato agenti infiltrati che cercavano di di alimentare le violenze, hanno organizzato incontri con altri soggetti per cercare uno sbocco politico all’insurrezione in corso.

    Dalla Minga Indigena viene infatti la proposta di un Piano per la Vita che prevede il rafforzamento dei diritti economici, politici e sociali, la difesa della vita e del territorio e la costruzione di una pace reale. Una proposta di alternativa politica che rappresenta la critica più strutturata e radicale al regime di guerra e sfruttamento di Ivan Duque e Alvaro Uribe Velez. Come denunciato dalla Onic – l’Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia – negli ultimi giorni la tensione e le violenze si sono intensificate proprio nei confronti delle delegazioni della Minga indigena riunite a Cali.

    Già dallo scorso 2 maggio le organizzazioni politiche di Cali e dalla Valle del Cauca hanno lanciato l’invito ad estendere lo sciopero ad oltranza dopo il ritiro della riforma tributaria, prima ragione della mobilitazione, trasformando la vertenza in un movimento che chiede le dimissioni del presidente e la fine delle violenze contro la popolazione.

  • Colombia: le cause di un crollo

    Colombia: le cause di un crollo

    Foto: El Espectador. / Gustavo Torrijos

    Puntata monografica sulla Colombia, dove si sono registrati episodi di violenza. Prima ci colleghiamo con Cali, l’epicentro della crisi con una dura repressione poliziesca. Al microfono l’attivista Natalia Quiñones. Poi ci spostiamo nella capitale, Bogotà, per ascoltare l’analisi dell’economista e difensore di diritti umani Jorge Andrés Forero. E concludiamo capendo il potere nell’ombra dell’ex presidente Alvaro Uribe. Lo spiega il professore di scienze politiche e relazioni internazionale che abita a Bogotà Dario Ghilarducci.

    https://podomatic.com/embed/html5/episode/10027913?autoplay=false

  • Colombia, continuano le proteste contro la riforma tributaria nonostante la violenza brutale della polizia che ha già fatto oltre 30 vittime

    Colombia, continuano le proteste contro la riforma tributaria nonostante la violenza brutale della polizia che ha già fatto oltre 30 vittime

    di Susanna De Guio e Gianpaolo Contestabile da ValigiaBlu

    Trentuno manifestanti uccisi dalla polizia, 216 casi di aggressioni violente, di cui 18 con lesioni oculari, 10 casi di violenza sessuale e di genere, 42 aggressioni dirette a difensori dei diritti umani e reporter e 1443 arresti arbitrari, questo, secondo la Campagna Defender la Libertad e l’organizzazione non governativa TembloresONG, è l’allarmante bilancio dei sette giorni di sciopero nazionale indetto dai sindacati colombiani.

    Il massacro che le forze di polizia stanno compiendo in Colombia ha ormai raggiunto l’attenzione internazionale, dai media indipendenti e sui social network emerge la richiesta di diffusione delle centinaia di abusi registrati, mentre si segnala la censura all’interno del paese con l’interruzione della Rete internet. Una dura condanna è arrivata anche dalle Nazioni Unite. Il 4 maggio un portavoce dell’Onu ha dichiarato: “Siamo profondamente preoccupati per come si è evoluta la situazione a Cali durante la notte, dove la polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti e diverse persone sono state uccise e ferite”.

    Il 2 maggio il governo ha dichiarato il ritiro del progetto di legge della riforma tributaria che era il principale oggetto delle proteste, e il giorno seguente sono arrivate le dimissioni del ministro delle Finanze, ma di fronte al proseguire delle manifestazioni la risposta statale è stata la militarizzazione delle città. Dopo il ritiro della riforma decine di organizzazioni sociali, studentesche, sindacali, indigene, di Cali e della Valle del Cauca hanno rilasciato un comunicato dove si annunciava il proseguimento dello sciopero a oltranza, chiedendo il ritiro di tutto il “paquetazo” di leggi che include la riforma del lavoro, sanitaria e delle pensioni. Si esige inoltre la rinuncia del presidente Duque e giustizia per le persone uccise, ferite e torturate nelle caserme.

    Sull’altro versante, Claudia Lopez, la sindaca di Bogotà appartenente al Partito Verde, ha chiesto ieri l’intervento dell’esercito per le strade della capitale. Il Centro Democratico di Uribe ha invitato Ivan Duque a dichiarare la Conmoción Interior, ovvero lo stato di emergenza che garantisce al presidente poteri speciali per vietare manifestazioni, rimuovere governatori locali e controllare direttamente i mass media.

    Nelle ultime ore si sono moltiplicati i video che mostrano gli abusi della polizia, il dispiegamento di mezzi militari (in alcuni casi sono stati mobilitati carri armati) e vere e proprie scene di guerra nei quartieri popolari. La popolazione colombiana ha risposto esprimendo solidarietà attraverso fiaccolate notturne per ricordare le persone morte durante le proteste mentre nella capitale sono stati attaccati e dati alle fiamme 7 CAI, i presidi territoriali della polizia cittadina.

    “Non ce la facciamo più”, è quel che si ascoltava il primo giorno di sciopero nelle strade, mentre i cartelli e gli slogan recitavano: “È peggio il governo del virus”. Lo racconta Edilson Monroy Machado, che si occupa di comunicazione popolare a Cali, la principale città della Valle del Cauca, dove lo sciopero e la partecipazione di piazza sono state particolarmente imponenti e sostenute fin dal 28 aprile. “Questa situazione di crisi economica, disoccupazione, con la chiusura di molte piccole e medie imprese nell’ultimo anno, contrasta con le spese smisurate e sfrontate del governo per finanziare nuovi blindati delle forze di polizia, pubblicità per migliorare l’immagine presidenziale, oltre ai benefici rivolti ai super ricchi colombiani”, spiega Edilson.

    Humano Salvaje, CC BY-SA 2.0, via Wikipedia

    La riforma tributaria prevedeva l’imposizione dell’IVA su prodotti alimentari di prima necessità come caffè, uova, farina di mais, oltre all’estensione delle imposte sui salari medio-bassi, sulle pensioni e i funerali. Erano inoltre previsti un aumento della benzina, nuovi pedaggi autostradali e tasse per la circolazione in moto, tutte misure che avrebbero colpito direttamente l’economia della classe lavoratrice colombiana.

    A questo si aggiunge la preoccupazione per un altro progetto di legge attualmente in Parlamento: si tratta di una riforma del sistema sanitario che aggrava la privatizzazione del sistema medico e peggiora le condizioni di lavoro del personale ospedaliero. Non è un caso che, nonostante il picco di contagi che si riscontra oggi in Colombia, i lavoratori della salute abbiano espresso solidarietà con le mobilitazioni, anche a costo degli inevitabili assembramenti. La presidente di Medicos Unidos de Colombia, Ana María Soleibe ha dichiarato che “queste manifestazioni sono l’indignazione della società davanti alle politiche e al silenzio del governo per aiutare i cittadini” e ha denunciato che in alcuni ospedali i lavoratori “hanno dovuto entrare in sciopero perché non vengono pagati anche per un anno intero.”

    Non si tratta quindi di un solo progetto di legge ma di un pacchetto di riforme strutturali che sono al centro di un braccio di ferro tra governo e sindacati in corso ormai da anni. Le attuali mobilitazioni vengono infatti interpretate come il secondo atto delle rivolte popolari iniziate il 21 novembre 2019. Anche allora le proteste iniziarono con lo sciopero nazionale indetto dalle principali sigle sindacali per fermare le riforme di stampo neoliberale che prevedevano, tra le altre misure, la riduzione del salario minimo e nuove privatizzazioni del sistema pensionistico. Come oggi, al Paro Nacional del 2019 aderirono organizzazioni studentesche, indigene, femministe LGTBQ e di difesa dei diritti umani riuscendo a trasformare la vertenza sindacale in un ampio e variegato movimento di protesta contro il governo Duque, che denunciava anche il mancato rispetto degli Accordi di Pace e la repressione nei confronti di chi difende i diritti umani. Un altro elemento comune con le mobilitazioni del 2019 è il sostegno dello storico Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, una confederazione di organizzazioni comunitarie che si batte per la difesa delle terre e dell’autonomia dei popoli originari e che è giunta in carovana dai territori indigeni alle manifestazioni. Inoltre, a inaugurare il Paro Nacional la mattina dello scorso 28 aprile, sono stati attivisti del popolo Misak che hanno abbattuto la statua del conquistatore spagnolo Sebastian de Belalcazar.

    “C’è una relazione tra questo sciopero e quello del novembre 2019, è come riprendere quel che era rimasto in sospeso con l’arrivo del Covid”, commenta ancora Edilson Monroy Machado. “E quest’anno è scesa in strada molta più gente, e inoltre in un contesto pandemico, mentre la Colombia sta affrontando la terza ondata di contagi e i reparti di terapia intensiva sono pieni. È molto emozionante vedere famiglie intere, persone anziane che bloccano le strade per rivendicare condizioni di vita dignitose”.

    Al contesto di grave crisi economica e sanitaria in Colombia si aggiunge la situazione dei diritti umani che da anni è estremamente critica. Secondo Front Line Defenders, delle 331 persone assassinate mentre difendevano i diritti umani nel mondo durante il 2020, 177 sono state uccise in Colombia. Già nel 2019, tra le principali rivendicazioni, c’era la fine degli omicidi di leader sociali e contadini, che ammontano a 57 solo in questi primi quattro mesi del 2021, così come degli assassinii e le sparizioni di ex combattenti Farc (22 dall’inizio del 2021) che nel 2016 hanno deposto le armi e firmato un accordo di pace. Quest’ultimo però è stato boicottato dal Centro Democratico, il partito di governo di Duque e del suo padrino politico Uribe, e non è mai stato rispettato dalle autorità statali.

    La dura repressione delle proteste dell’ultima settimana in Colombia si colloca, dunque, in un contesto in cui il livello della violenza è costantemente alto ed è parte della politica di Stato. Già dall’1 maggio il presidente Duque aveva annunciato la militarizzazione delle città, con il rinforzo della polizia e degli squadroni speciali ESMAD, “fino al cessare delle gravi alterazioni dell’ordine pubblico”. A Cali l’escalation della violenza statale era già stata preparata la sera del 29 aprile, quando il ministro della Difesa, Diego Molano, si era recato in città portando con sé 700 poliziotti – tra cui componenti dell’ESMAD – e 300 soldati dell’esercito. Nelle dichiarazioni del ministro si giustificava l’ingresso di altri mille agenti con la necessità di combattere gli atti “criminali e terroristici” avvenuti in città. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato anche l’ex presidente Uribe Velez, capo dell’attuale partito di governo e indagato per i reati di corruzione, frode processuale e paramilitarismo, il quale ha lanciato un tweet dal suo account, che è stato poi rimosso dalla stessa piattaforma, in cui scriveva: “Supportiamo il diritto dei soldati e dei poliziotti a usare le loro armi per difendere la propria integrità e per difendere persone e beni dall’azione criminale del terrorismo vandalico”.

    Sebbene si possa riconoscere una prima vittoria ottenuta con le intense manifestazioni di questa settimana – il momentaneo ritiro della riforma e le dimissioni del ministro delle finanze – il braccio di ferro con il Congresso e le leggi in corso di approvazione non è ancora terminato, e la mobilitazione ha preso la forma di un movimento di protesta contro il regime autoritario di Duque e Uribe che sembra destinato a crescere. Nonostante la brutale violenza e l’impunità delle forze di polizia e militari sia l’unica risposta che giunge dallo Stato, la popolazione colombiana continua quotidianamente a scendere in strada, a manifestare con una determinazione incrollabile. Come recitavano diversi cartelli durante le rivolte del 2019, “ci hanno tolto tutto, anche la paura”.

  • Consejo General de Huelga: 22 años del movimiento estudiantil de la UNAM 1999-2000

    Consejo General de Huelga: 22 años del movimiento estudiantil de la UNAM 1999-2000

    huelga-unam-1999-aapoyoEstos dos podcast contienen los testimonios de estudiantes que participaron en el movimiento estudiantil en México, en particular en la huelga de la Universidad Nacional Autónoma de México, la más grande de América Latina, que estalló en 1999 y duró hasta los primeros meses del 2000, cuando fue reprimida por la policía federal preventiva en el último semestre del gobierno de Ernesto Zedillo (del Partido Revolucionario Institucional).

    programa-cgh-unam-huelga-300x172El CGH, consejo general de huelga, y el propio movimiento quedan vivos en la memoria de miles de mexicanos y mexicanas de distintas generaciones, pero sobre todo de las y los nacidos en los años setenta y principios de los ochenta (que en algunos países serían llamados “generación X”).

    Aquí vamos a escuchar la retrospectiva de un proceso donde la educación pública y gratuita se encontró con el neoliberalismo y la organización universitaria representada por el Consejo General de Huelga (CGH). Y también la banda sonora de esos años que en sus marchas cantaba “si tú pasas por mi casa y tú ves a mi mamá, tú le dices que hoy no me espere, que este movimiento no da un paso atrás, movimiento que chido movimiento, subversión que chida subversión…”

    Koaderno en blanco, la historia la escribes tú, es el programa que publicó estos dos episodios sobre la huelga de la UNAM, y lo puedes escuchar todos los martes a las 7 de la noche, en el siguiente enlace.

    https://zeno.fm/vox-platinum/

  • La politica contagiata

    La politica contagiata

    29_aprile_2021: le cause per le quali la Pandemia di Covid 19 sta colpendo in modo particolarmente grave l’America Latina sono molteplici. E riguardano anche la politica. Lo ha analizzato per noi il presidente dell’Istituto della Cooperazione Economica Internazionale (ICEI), Alfredo Luis Somoza. Abbiamo poi ascoltato dalla voce della giornalista e scrittrice Monica Zornetta, il progetto di uno sportivo argentino di fama mondiale riguardo un territorio Mapuches .

  • ¿La post revolución?

    ¿La post revolución?

    Dopo la fine del potere di Raul Castro, si afferma, a Cuba, una nuova generazione di dirigenti più giovani , a partire dal presidente DiazCanel. Questo potrà essere un cambiamento nella ideologia rivoluzionaria? Per saperlo, ci colleghiamo con con Luigi Scalambrino, un italiano che vive nell’isola caraibica. Il secondo collegamento lo facciamo con Lima, capitale di uno dei paesi più colpiti dalla pandemia. Qui, il 6 giugno, ci sarà il ballottaggio fra la candidata di destra Keiko Fujimori e Pedro Castillo, dalle idee progressiste nel campo economico e conservatrici nell’ambito sociale.