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Un nuovo dicembre di proteste e repressione: cosa succede in Argentina?

foto Argentina 1

da Twitter

Inflazione in crescita, licenziamenti e un pacchetto di riforme che nasconde tagli e precarizzazioni, torna il ricordo della crisi del 2001.

 

di Susanna De Guio

Più di 300 mila persone hanno manifestato a Buenos Aires lo scorso 14 dicembre contro la riforma delle pensioni, e la notizia ha varcato i confini nazionali per la sua imponenza e per la brutale repressione che l’ha seguita, specialmente dopo che la sessione di voto è stata sospesa. Il 18 dicembre la piazza di fronte al Congresso della Nazione strabordava nuovamente striscioni, tamburi e slogan: “unità dei lavoratori” era il più urlato “e a chi non piace, che si fotta!”. La mobilitazione è riuscita a mettere in difficoltà la polizia di Buenos Aires, ad aprire un varco tra le barriere che blindavano l’edificio del Congresso, a interrompere di nuovo la sessione parlamentare. E di nuovo la selvaggia caccia all’uomo da parte delle diverse forze di polizia dispiegate ha prodotto uno scenario di guerra, con più di 80 arresti e centinaia di feriti. Tre manifestanti hanno perso un occhio per gli spari della polizia all’altezza del viso, un ragazzo di 19 anni è stato portato in condizioni gravi in ospedale, tre persone sono tutt’ora in carcere. Ma la gente non si è fermata, è tornata a occupare le strade durante la serata e la notte in tutto il Paese, a bloccare gli incroci con le cacerolas, le pentole usate come tamburi che hanno contraddistinto l’indignazione e la protesta degli argentini nel 2001.

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