Tribunale Popolare contro Presidente del Messico

Il presidente messicano Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional, da qualche mese ha lanciato una campagna mediatica molto forte per pulire la sua immagine, macchiata da sei anni di guerra militarizzata al narcotraffico che ha provocato tra i 60 e gli 80mila morti, 15mila desaparecidos e 250mila “spostamenti forzati” di persone fuori dai loro territori d’origine e, dulcis in fundo, la spettacolarizzazione (con conseguente, tragica, normalizzazione) della violenza nella società. Doveva essere, secondo i suoi spot di campagna elettorale del 2006, il Presidente del lavoro, ma non è andata proprio così. Oggi gli spot governativi in radio e TV bombardano il cittadino a tutte le ore e lo vogliono presentare come il Presidente della Salute e dell’Infrastruttura, ma non credo ci possano riuscire.

La pensa così anche un tribunale popolare, formato da numerosi gruppi e reti di cittadini messicani, che dal 18 novembre comincerà un processo contro il mandatario uscente per violazione delle garanzie individuali, stato di violenza generalizzata, eliminazione di fonti di lavoro e diminuzione dei diritti dei lavoratori, impoverimento, abbandono dei problemi sociali, corruzione. L’iniziativa è promossa dalla piattaforma del Tribunale Cittadino  tramite la pagina web www.tribunalciudadano.mx e ci sono già 309 probabili integranti della giuria. La base giuridica del “processo” a Calderon risiede nella possibile violazione del giuramento solenne che il presidente prestò per garantire il rispetto e l’applicazione della Costituzione.

Il giudizio su Calderon potrà rimanere a un livello simbolico e non riuscirà a rompere il muro di silenzio e impunità che protegge le istituzioni più influenti nel paese, però va a unirsi a una serie di iniziative che a livello mediatico e per l’opinione pubblica sono sempre più rilevanti e creano coscienza civica: per esempio nel 2011 un gruppo di attivisti inoltrò una denuncia presso la Corte Penale Internazionale de L’Aia contro il presidente, il ministro della pubblica “sicurezza” Garcia Luna, quello della difesa Guillermo Galván, ma anche il boss dei boss, capo del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Gúzman, tra gli altri. E’ un modo di sensibilizzare sull’esplosione della violenza e la perdita di controllo dello stato in molte regioni del paese, soprattutto nel Nord-Est.

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