Cattiva reputazione 5/ 39 minuti

da Semana, 21 giugno 2018

Quattordici uomini e una donna. In tempi di pari opportunità questo dice molto. La silhouette femminile si riesce appena a scorgere. L’oratore, che spicca in primo piano, sembra relegare la donna al ruolo di vaso ornamentale per la foto. Non c’è una sola persona di colore nell’immagine. Nè un indio o un mulatto. Sono i membri dell’autodenominatosi Consejo Nacional Gremial [1] che annunciano il loro supporto a colui che fu candidato e che oggi è presidente eletto: Iván Duque. I dati erano chiari e soltanto “un miracolo”, come l’ha chiamato Petro nel suo discorso dello scorso 17 gennaio, avrebbe cambiato la storia canaglia della Colombia.

Nel mondo ci sono due tipi di imprenditori. Da una parte ci sono gli imprenditori moderni, aperti al mondo, dotati di talento, che pagano le tasse e praticano la filantropia, oltre a considerare la democrazia, la libertà e la separazione dei poteri come assi essenziali per la crescita sana di un paese. Dall’altra parte ci sono gli imprenditori “amiconi“, con poca o nessuna responsabilità sociale che guardano allo Stato come a un semplice strumento per i propri affari, al punto da considerare l’istruzione e la sanità come fonti di speculazione e arricchimento. Il ritratto dei quattordici uomini e la donna mi fa pensare che in Colombia abbiamo più dei secondi che dei primi.

I salari migliori in Colombia li pagano lo Stato e la mafia. La stragrande maggioranza dei lavoratori del settore privato guadagnano stipendi di merda. La più alta carica tributaria ricade sulle spalle dei piccoli imprenditori, impiegati pubblici e asalariati. L’evasione delle tasse proviene dai grandi capitali, gli stessi ai quali Duque ha promesso di abbassare le tasse con il sofisma della creazione di più posti di lavoro. La tassa del 12 per cento pagata dai pensionati alla previdenza sociale, per esempio, è una sciocchezza che colpisce migliaia di colombiani che si sono spaccati la schiena a lavoro per oltre metà della loro vita.

Lo schiaffo che la Colombia Inhumana[2] ha propinato ai pensionati del paese mi ricorda alcuni passaggi de  “La classe operaia va in paradiso”, il film di Elio Petri (Palma d’Oro 1972). Come quando Lulù, protagonista del film, cerca di spiegare alla sua compagna i motivi per cui da tre mesi non ha voglia di sesso. “Per portare a casa venti spicci in più al mese devo sopportare attacchi, sfruttamento e persecuzione nella fabbrica”. Può essere che a molti dei pensionati colpiti dalle tasse non serva sesso per sopravvivere, ma di certo gli servono quei pesos che “il sistema” toglie loro. È probabile che migliaia di pensionati abbiano votato per il “sistema” che li sta schiaffeggiando, e cioè per Duque. Non è un delitto vivere da povero, ma imitando i ricchi. Militina, il vecchio sindacalista rinchiuso in un manicomio, lo riassume così a Lulù: “Noi diventiamo matti perché abbiamo pochi soldi, e loro diventano matti perché ce ne hanno troppi”.

Ognuno ha fatto il suo bilancio delle elezini del 17 giugno. Io ho fatto il mio, ma non lo pubblicherò qui perché è lo stesso che hai fatto tu. Duque sarà il nuovo capo del governo e Petro il capo dell’opposizione. È quello che impongono i risultati. Coloro che hanno chiesto il voto in bianco andranno in bianco. È quello che impongono i risultati. Per ora mi accontento dei 39 minuti che ha impiegato Petro per spiegare il momento “stupendo”, “magico” che abbiamo vissuto. Come direbbe il corvo di Poe: per sempre mai più!

Peggiore è la situazione in cui si trova Duque. Ha quattro anni per fare tre cose: “uccidere il padre” in senso freudiano, tirar giù la schiera di approfittatori, corrotti e impresentabili che sono saliti al suo carro e mettere in pratica le promesse copiate dal programma di Petro.

[1] Consejo Nacional Gremial: organizzazione che riunisce le principali associazioni corporativistiche della Colombia.
[2] In contrapposizione alla Colombia Humana, la coalizione del candidato di sinistra Gustavo Petro.

Cattiva Reputazione è una rubrica del blog lamericalatina.net contenente gli articoli d’opinione pubblicati da Yezid Arteta Dávila sul giornale colombiano Semana. Le traduzioni sono a cura di Marco Dalla Stella.

Yezid Arteta Dávila (Barranquilla, Colombia, 1959) è un sociologo e avvocato. Negli anni dell’Università si è distinto come leader del movimento studentesco e a dicembre 1984 decide di entrare nella guerriglia delle Farc, fino a diventarne comandante del fronte29 e membro dello stato maggiore. A luglio 1996 viene catturato e condannato a 10 anni e 12 giorni di prigione.
Durante la sua permanenza in carcere si impegna nella lotta per la difesa dei diritti delle persone private della libertà e pubblica il suo primo libro di racconti, Trocha de Ébano y otros relatos, il racconto-reportage La Tramacua, un secondo libro di racconti, Crónicas de Convictos y Rebeldes, e il racconto De la Locura y Otros Crimenes.
Recupera la libertà a luglio 2006 e rinuncia alle armi per impegnarsi a favore della pace e della riconciliazione fra i colombiani e pubblica la sua opera Relatos de un convicto rebelde(2007).
A febbraio 2007 lascia la Colombia e si trasferisce in Catalogna, dove lavora come ricercatore alla Escuela de Cultura de Paz dell’Università Autonoma di Barcellona. Scrive con Alfredo Rangel, Medófilo Medina e Carlos Lozano Qué, Cómo, Cuándo Negociar con las FARC (2008) e ¡Descansen armas! (2014). Ad aprile 2017 ha pubblicato La mala reputación. ¿Izquierda para existir o para ganar?

Twitter: @Yezid_Ar_D

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