La caduta di Morales

di Atawallpa Oviedo Freire da ChakanaNews

traduzione di Alice Fanti

Sono arrivato a La Paz due giorni dopo le elezioni del 20 ottobre e si diceva che Evo le avesse vinte con poco margine, distaccando di poco più del 10% il suo immediato inseguitore, Carlos Mesa. Tuttavia, l’opposizione affermava che ci fossero stati brogli e non riconosceva i risultati, motivo per cui esigeva una seconda tornata elettorale tra Evo e Mesa. L’opposizione a Evo è molto variegata, va dall’estrema destra, con i più ricchi della Bolivia, alle classi medie che in proporzione sono la maggioranza, fino ai più radicali: alcuni gruppi di sinistra, qualche sindacato, alcune organizzazioni sociali, i nazionalisti indigeni e una serie di gruppi che pensano che Evo li abbia traditi e che lo ritengono di destra. Ovviamente, questi ultimi gruppi radicali sono anche contro Mesa e la destra tutta, ma, ironia della sorte, saranno tra i principali artefici della caduta di Evo, da cui trarrà vantaggio proprio la destra.

Il ruolo della destra
Per diversi giorni si è parlato di brogli e si reclamava la seconda tornata di elezioni, poi si è chiesto l’annullamento delle elezioni, poi ancora le dimissioni di Evo. C’erano blocchi stradali in diversi luoghi, la vita quotidiana si svolgeva con una certa irregolarità e, con il passare del tempo, sembrava che tutto sarebbe rimasto così. O meglio, Evo sperava che passassero i giorni e che la gente piano piano si stancasse. Naturalmente, la destra non è rimasta a braccia conserte e ha continuato a muovere tutti i fili possibili. Ma anche le classi medie, in particolare i giovani universitari, soprattutto quelli della UMSA (Universidad Mayor de San Andrés, ndt), tendenzialmente di sinistra, hanno proseguito le loro azioni contro Evo. Si sono iniziati a formare gruppi “civici” per organizzare la popolazione e continuare con le proteste.

Luis Fernando Camacho e la retorica evangelica
Di questi gruppi civici, ha acquisito particolare importanza quello di Santa Cruz, capeggiato da un giovane imprenditore chiamato Luis Fernando Camacho, membro delle chiese evangeliche, che infila sempre Dio nei suoi discorsi e cammina con la Bibbia in mano. Luis Fernando ha lanciato un forte attacco e ha dato a Evo 48 ore di tempo per dare le dimissioni. In caso contrario, avrebbe preso misure drastiche.

Tutti siamo rimasti in attesa, dato che Evo non ha dato le dimissioni, e, scaduto il tempo, Camacho ha annunciato la chiusura delle frontiere per lasciare Evo senza risorse per sostentare lo Stato. Negli aeroporti di La Paz e Santa Cruz ci sono stati tentativi di blocco, ma gli uomini del governo li hanno contrastati.

Dal momento che questa misura non ha dato risultati, Camacho ha annunciato che si sarebbe diretto a La Paz per consegnare a Evo la lettera di dimissioni affinché la firmasse e che non si sarebbe mosso da lì finché Morales non si fosse dimesso. In effetti, è giunto fino a La Paz e il governo ha assicurato il suo arrivo. Gli animi si sono scaldati, ma non è successo niente di più.

Il perché della caduta di Evo Morales
Il detonatore per la caduta di Evo è stata una rivolta della polizia in una caserma di Cochabamba che, più che contro Evo, era una disputa tra le alte sfere per la direzione della caserma stessa e una maniera di approfittare della situazione per pretendere da Evo alcuni miglioramenti per la polizia. Questo fatto è stato sfruttato dalla destra, e dall’opposizione in generale, per chiamare a raccolta altri poliziotti e militari affinché facessero lo stesso. Si sono presentati nelle caserme a incitare all’ammutinamento, hanno cominciato a circolare notizie su caserme che si erano ammutinate, anche se in realtà era solo quella di Cochabamba. Nelle caserme c’era come un ripiegamento – o un acquartieramento –, di fatto una posizione intermedia, per vedere come si sarebbero evoluti i fatti. In ogni caso, Evo non poteva più contare sull’appoggio incondizionato delle forze repressive dello Stato. Tuttavia, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ciò che ha rappresentato il colpo finale è stato lo scontro, a Potosí, tra gruppi sindacali e indigeni che si erano distanziati da lungo tempo, divisi tra appoggio e messa in discussione di Evo.

I contrari a Evo, e anche la destra, hanno lanciato attacchi diretti alle abitazioni di alcuni importanti dirigenti del partito di governo, bruciando le loro case e facendo prigionieri i loro famigliari, finché non si fossero dimessi, come è avvenuto nel caso del Presidente della Camera dei Deputati e del Ministro delle Attività Minerarie. Ciò, ovviamente, li ha costretti alle dimissioni dai propri incarichi, sia per proteggere la vita dei loro famigliari e i beni che restavano, che per evitare che, in caso di mancate dimissioni, succedesse lo stesso ad altri membri del MAS (Movimiento al Socialismo ndt). La stessa cosa è successa con la casa della sorella di Evo, fatto che ha dato luogo a una serie di dimissioni.

Il ruolo della OEA
Evo Morales aveva accettato l’intervento della OEA (Organización de los Estados Americanos, ndt) e annunciato che, se fossero state trovate irregolarità nel voto, avrebbe convocato nuove elezioni. La destra, dal canto suo, non ha acconsentito alla mediazione della OEA e diceva che era venduta e che aveva un accordo con Evo. Di fronte ai gravi fatti successi, la OEA, allo scopo di far calmare la situazione, ha presentato la sua informativa prima del previsto, segnalando che Evo non poteva aver vinto con un margine di oltre il 10%, che c’erano state irregolarità, ma senza segnalare che ci fossero stati brogli.

Evo ha accettato l’informativa e ha chiamato al dialogo i 4 partiti che avevano vinto le elezioni, ma la destra non ha accettato. Dal momento che le proteste sono aumentate, Evo ha deciso di indire nuove elezioni e di formare un nuovo tribunale elettorale. Questo, però non ha tranquillizzato la situazione, come speravano la OEA ed Evo, ma al contrario, l’opposizione ha trovato giustificazione alla sua tesi secondo cui c’erano stati brogli e ha usato questo come sua principale arma di lotta. La destra a questo punto ha dato credito alla OEA e ha preteso azioni legali per i brogli compiuti. Quindi l’esercito e la polizia hanno ritirato del tutto il proprio supporto a Evo che si è visto costretto alle dimissioni.

Si tratta dunque di un colpo di stato o di una rivolta popolare? Io credo che si tratti di una rivolta popolare che ha provocato un colpo di stato o la rottura dell’ordine costituzionale. La destra, nel suo opportunismo, ha chiesto in prima istanza una seconda tornata elettorale, poi nuove elezioni, successivamente le dimissioni di Evo per poi richiedere ora la sua incarcerazione. È iniziata un’estrema rappresaglia. Il popolo boliviano è un popolo vendicativo e vuole rifarsi di tutti gli abusi, gli autoritarismi, le divisioni dei movimenti sociali, ecc. Hanno già saccheggiato la casa di Evo a Cochabamba, vogliono che venga incarcerato, una volta in carcere proveranno ad assassinarlo, a togliergli tutti i beni che possiede, a creare una narrazione di discredito totale.

C’è un odio terribile, tra una fazione e l’altra, e sembra che ora si compirà una vendetta reciproca: ci sono stati saccheggi, attacchi tra gruppi violenti, delinquenti che approfittano della situazione, una guerra psicologica sui social network, un caos generale. Hanno bruciato la casa di Waldo Albarracín, il rettore della UMSA, la principale università pubblica della Bolivia, e acerrimo nemico di Evo. Università che, con il suo canale televisivo, ha contribuito a sobillare la protesta molto più dei canali privati, che si sono mantenuti più o meno neutrali.

I movimenti sociali divisi
Per farla breve, a Evo è andato tutto male, ha sbagliato le sue azioni di resistenza, ma soprattutto le dispute all’interno della sinistra e dei movimenti sociali gli sono costate la caduta. Non è stato tanto l’operato della destra, bensì le liti tra i settori popolari, a costargli care. L’aver diviso i movimenti sociali ha portato alla sua fragorosa caduta, della quale ha tratto vantaggio la destra che, alla fine dei conti, appare come l’artefice della caduta stessa e colei che maggiormente capitalizzerà il malcontento nelle elezioni che si avvicinano, in seguito alle dimissioni di Evo.

Il popolo non ha un candidato, la destra fallita e il partito di Evo – che a sua volta è politicamente fallito, nonostante a livello economico abbia realizzato la migliore gestione tra tutti i diversi governi di destra e sinistra in America Latina – si troveranno a competere nelle imminenti elezioni, anche se il popolo ingenuo voterà per Mesa, cioè contro Evo, non necessariamente per la destra.
Ed è probabile che si ripeterà la storia di altri paesi in cui, dopo il fallimento dei progressisti, hanno ripreso il potere i neoliberali e ora di nuovo stanno tornando i progressisti. Il popolo ci mette i morti, che siano simpatizzanti di destra o di sinistra, mentre i ricchi non si sporcano le mani, la destra tutt’al più arringa e lascia che il popolo litighi e si uccida.

L’opportunismo della destra e la miopia della sinistra
Ora vincerà la destra e, tra qualche tempo, il popolo si solleverà di nuovo contro la destra. Così va la storia della Bolivia, dell’America Latina e di tutti i paesi dipendenti che non riescono a uscire dal bipolarismo destra/sinistra. Sono solo carne da cannone, buona per ammazzarsi a vicenda, mentre i ricchi e le multinazionali continuano a diventare più ricchi grazie a queste guerre, liti, dispute.

Loro sono quelli che escono sempre vincitori, non perdono mai, anche se dovesse vincere la presidenza un governo di sinistra. Anzi, sotto questi governi si sono arricchiti più che sotto i loro stessi governi di destra. I progressisti amministrano meglio il capitalismo dei neoliberali, che ironia, ma la destra non si accontenta di non amministrare.

Cercheranno di imparare, ma dato che non si accontentano mai di quello che guadagnano, concentreranno maggiormente la ricchezza, mettendo in scacco il sistema. A questo punto il popolo si ribella, appare la sinistra, aggiusta la situazione, i poveri stanno un po’ meglio, il capitalismo rinasce. E così il circolo vizioso: il popolo è solo un po’ meno povero, ma sempre povero.

Quando Evo ha vinto, molti si sono commossi per l’arrivo al governo, per la prima volta, di qualcuno del popolo, di un indigeno. Ha creato molte aspettative, ma ci sono state molte delusioni. Alla fine, ha fatto più cose positive che negative, ma il suo desiderio di rendersi eterno gli è costato la caduta; a ciò si aggiungono i roghi dell’Amazzonia che gli hanno sottratto ulteriori simpatizzanti. Se non avesse cercato la rielezione, sarebbe uscito dalla porta principale e sarebbe anche potuto tornare, più avanti, in un altro periodo, ma al momento questa sembra la sua caduta definitiva. Ora sono in tanti a piangere per questo finale. Che peccato, l’ambizione di potere che hanno alcuni è costata loro la caduta e chi paga per i piatti rotti è sempre il popolo indigente. Alla fine, ha ragione l’aforisma che recita “nessuno sa per chi lavora”. Il popolo, la sinistra, i movimenti popolari hanno lavorato contro Evo, ma la destra riprenderà il potere e per il popolo tutto resterà uguale.

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