America Latina

Maschi, in carcere – Ecuador

 22/03/2020  Etiquetas: ,

Il carcere controlla, punisce, non sana, non rieduca e uccide. Proprio come la mascolinità egemonica. La mascolinità come l’abbiamo socialmente costruita fino ad ora è uno strumento di repressione interna ed esterna che fa male a tutte e a tutti. Il carcere è anche un suo prodotto.

Reportage dalle carceri dell’Ecuador dove centinaia di uomini stipati in celle fatiscenti tra violenze e soprusi. Gli stereotipi di genere, e i rispettivi ruoli, nuocciono anche ai maschi e il carcere è il luogo ideale per notare questi effetti. Ecco il racconti di chi è andato in prima persona a condividere con i carcerati ecuadoriani educazione sentimentale e antisessista.

di Simone Scaffidi e Silvia Verdino da L’Indiscreto

«È importante che voi vi sentiate accolti»

«Siamo esseri umani, abbiamo perso la libertà ma non la dignità. Se siamo qua è perché abbiamo commesso degli errori, succede a tutti e la stiamo pagando. Per noi è importante trascorrere bene questo tempo con voi ma è anche importante che voi vi sentiate accolti e rispettati». Pedro ha sessantacinque anni raccolti in una folta barba bianca ed è uno dei pochi nella stanza ad avere la pelle chiara. Lo incontriamo, insieme a un’altra ventina di detenuti, nella Cappella del carcere di Ibarra. Siamo venuti per proporre un laboratorio permanente per riflettere sul genere, la mascolinità e le relazioni di potere tra i sessi. Ma prima di partire vorremmo capire le esigenze delle persone che abbiamo di fronte.

Non siamo qui per impartire corsi, né imporre educazioni sentimentali. Non conosciamo il carcere e siamo consapevoli dei privilegi che ci siamo portati in valigia attraversando l’Atlantico. È la prima volta che entriamo in una struttura di detenzione, siamo curiosi ma anche intimoriti da quello che ci aspetta. Vorremmo provare, insieme al gruppo che incontreremo nei prossimi mesi, a creare uno spazio dove sentirci liberi e compresi. Dove – forse – parlare di mascolinità, genere e diversità sessuale. Il condizionale è d’obbligo perché prima vorremmo ascoltare le loro voci.

Alle parole accoglienti di Pedro fanno eco quelle di altri detenuti: il gruppo ha già cominciato a creare quello spazio. Noi che siamo gli intrusi – i liberi, gli stranieri – ci sentiamo subito comodi e il timore lascia spazio alla curiosità e alla comprensione. Prima di raggiungere il gruppo e la Cappella del carcere però, unico spazio adibito alla condivisione, trascorrono almeno trenta minuti e tre barriere metalliche, mentre l’aria e lo spazio si riducono progressivamente.

Il grande portone blu illuminato da un sole settembrino ha una piccola finestrella dalla quale spunta il viso di un poliziotto. L’ombra delle sbarre gli riga le labbra, immobili come lo sguardo. Il suo silenzio ha la forma di un punto interrogativo. La nostra risposta è lo sventolio di un foglio firmato dal vescovo, come fosse una bolla papale. Funziona. La mano invisibile del poliziotto fa vibrare il metallo, e mentre le chiavi rompono il silenzio, il boato del chiavistello scandisce l’assenso al nostro passaggio. La prima cosa che vediamo è un muro di sbarre ai cui lati sono appoggiate due vecchie scrivanie e una donna dalla carnagione scura che evita i nostri sguardi. Ripete gesti quotidiani e frasi automatiche: «Niente cellulari portafogli soldi forza mettete gli zaini lì per l’ispezione». La monotonia della cantilena alimenta una gestualità collaudata e rassegnata. «Mettiti lì braccia larghe gambe aperte», le mani della guardia carceraria si poggiano pesanti sul corpo, scorrono sulle spalle ed entrano nel reggiseno per poi scendere veloci alle caviglie e invadere l’interno coscia. «Tu controlla lui». «Mettiti lì braccia larghe gambe aperte», stessa procedura, maschio tocca cosce di maschio, femmina tocca cosce di femmina.

Superata la prova del corpo il muro di sbarre si apre. Non ci sono finestre e un corridoio angusto ci stringe i fianchi. Sulla sinistra una scala di legno segnata dal tempo si arrampica precaria in un bugigattolo soppalcato. Si tratta di uno degli uffici del penitenziario. L’aria è stantia e lo spazio è limitato. L’unica via di fuga sembra essere la scala di legno di fronte a noi, questa più ampia della precedente, che porta al piano superiore dell’edificio e alla Cappella. Sotto la scala due guardie, una in piedi e una seduta, piantonano l’ingresso del cortile. Quando la aprono, insieme alle voci dei detenuti filtra quasi sempre un sole caldo. Possiamo intravederli per pochi secondi, nella loro quotidianità, giocare a carte, lavorare il legno, tagliarsi i capelli. Qualche volta provano anche a fuggire. Scavano buchi nelle celle per evadere, ma ci riescono di rado. Un giorno ci hanno impedito di entrare: «per la vostra incolumità, perché i detenuti sono pericolosi e potrebbero prendervi in ostaggio». Il giorno successivo in cortile un gruppo di detenuti prepara il cemento per tappare il buco, i colpevoli invece sono prima presi a botte dalle guardie carcerarie e poi inviati a Latacunga. «È una minaccia ricorrente quella di trasferirci a Latacunga, là fa freddo e le condizioni sono peggiori. È una vera e propria punizione essere trasferiti là» spiega Raul.

«Ci trattano come animali»

«Siamo stipati come topi. In una cella ci sono anche cento persone una sopra l’altra» racconta Juan. Prova a spiegarci meglio, ma non riusciamo a visualizzare l’immagine che vuole restituirci. È solo quando ci permettono di accedere al cortile interno e entrare nelle celle che comprendiamo. Le pareti sono muri di cemento alte circa quattro metri in cui sono scavati loculi di un metro per un metro con la profondità per accogliere il corpo di un uomo sdraiato. Tra il pavimento e il soffitto ci sono tre loculi, «uno sopra l’altro» come indicava Juan, che si moltiplicano orizzontalmente per venti, forse trenta, posti letto. Facendo un breve calcolo e moltiplicando per difetto in una cella sono stipate circa centoventi persone. Tre immagini mi tornano alla mente guardando quel muro, in un crescendo che avvicina alla realtá: un servizio televisivo sugli hotel in Giappone. Gli allevamenti a batteria di polli. Il cimitero dove da bambino passeggiavo con mia nonna. «Un cimitero di vivi» questo è il carcere, commenterà qualche settimana dopo Luis, un ex detenuto, ora volontario nel carcere di Latacunga.

Nelle Osservazioni Finali alla Settima Relazione Periodica sull’Ecuador del gennaio 2017, il Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite ha invitato il governo ad «aumentare gli sforzi per limitare il sovraffollamento» delle carceri e «garantire il diritto dei detenuti a presentare lamentele e denunce alle autorità competenti valutando periodicamente l’efficacia dei sistemi di denuncia messi a disposizione». Ha inoltre segnalato «preoccupazione per le denunce relative a metodi di registro invasivi e vessatori ai quali devono sottomettersi i visitatori, in particolare le donne». Le osservazioni del Comitato coincidono con le testimonianze dei detenuti e dei funzionari e vengono confermate dalla difficoltà delle associazioni di entrare in carcere e offrire un accompagnamento dignitoso ai detenuti. «Questo Centro è pensato per accogliere 250 detenuti ma attualmente sono circa 650» spiega la direttrice del carcere di Ibarra. Fra i detenuti, qualcuno come Ricardo, ha le idee molto chiare: «Io sono avvocato e stando qui dentro mi rendo conto di quanto i diritti vengano calpestati, le guardie carcerarie si permettono di trattarti male perché non conosciamo i nostri diritti. Quando esco di qui voglio mettere su una ong e lavorare sulle questioni legali che non vengono rispettate in carcere. Se non hai contatti fuori, qui dentro nessuno si interessa al tuo caso».

Christian sale sullo scalino e guarda fuori dalla finestra. Come sempre alla fine degli incontri si ferma a respirare un po’ d’aria e a osservare cosa succede nella Calle Salinas. Poi senza voltarsi, con lo sguardo fisso alla cima del vulcano Imbabura inizia a parlarci: «Qui i giorni sono tutti uguali, non succede mai nulla, uno cerca di far passare il tempo come può, ma ti senti solo. Ci trattano come animali. In carcere nessuno ha amici, conoscenti al massimo, durante questi incontri si crea un clima più disteso e, anche se solo per un momento, ci dimentichiamo dell’inferno che ci attende di sotto».

«Ognuno ricerca la sua maniera di essere»

Incontriamo il gruppo una volta alla settimana per due ore. Nonostante la direttrice del carcere ci spieghi che c’è molto bisogno di una riflessione sulla violenza di genere, perché in tanti sono dentro per abusi o violenze sessuali, non riusciamo a ottenere più spazio e più tempo. La violenza di genere è un problema strutturale del Paese, sei donne su dieci denunciano di aver subito molestie e dal 2014 al 2018 si sono registrati circa 600 femminicidi. Noi non conosciamo le condanne degli integranti del gruppo con il quale lavoriamo e non vogliamo saperle. Non siamo qui per giudicare.

I laboratori per alcuni funzionari non hanno nessun fine riabilitativo o formativo, non sono altro che una maniera di fornire ai detenuti dei certificati da presentare agli avvocati per ottenere sconti di pena. Anche alcuni detenuti la pensano così, ma la maggior parte di quelli che abbiamo conosciuto noi no. Altri funzionari trovano il modo di lucrarci sopra e allora l’iscrizione ai laboratori inizia a costare mezzo dollaro a persona. E ogni mese bisogna rinnovare l’iscrizione. Non era proibito fare entrare soldi, cellulari, alimenti e droga in carcere? La corruzione è una pratica consolidata. Il risultato è che ai corsi, quando meno te lo aspetti, iniziano a presentarsi sessanta persone, da ammassare come animali da macello nella Cappella. Più iscritti ci sono e più le entrate aumentano. Dopo diverse pressioni, riusciamo a ottenere la possibilità di lavorare con un gruppo di trenta persone.

Al primo incontro il gruppo, dopo diverse proposte interessanti, manifesta l’intenzione di riflettere su una domanda tanto ampia quanto complessa. È Pablo a proporla: «Penso che sia importante lavorare sul “chi sono io” per diventare una persona migliore e non ritornare qua dentro» e aggiunge: «Io lavoro tutti i giorni sul “chi sono io” per capire i miei errori e non ripeterli». Il resto del gruppo si mostra interessato e appoggia la proposta. Per non perderci nell’immensitá dell’argomento al secondo incontro proponiamo di affrontare la domanda di Pablo declinandola in maniera piú specifica e trasformandola in “Cosa vuol dire per me essere uomo?”

 «L’uomo è un essere umano con caratteristiche diverse rispetto al sesso debole che è la donna»,  «L’uomo si prende cura della donna» o «Essere uomo significa avere una sposa, dei figli e lavorare molto per sostentarli» sono alcune delle risposte che riceviamo, su cui riflettiamo. «È strano vedere come dentro di noi abbiamo allo stesso tempo molte caratteristiche diverse e opposte. Siamo comprensivi ma intolleranti, rispettosi ma traditori…» ragiona Jordi, mentre Rodrigo prima riflette sull’importanza di «parlare dei sentimenti degli uomini e delle donne» per poi mostrare i suoi limiti nell’affrontare la discussione: «Ho bisogno di avere più fiducia con il gruppo prima di condividere con gli altri chi penso di essere, i miei lati negativi. Ho molto da dire però non ora».

Qualche mese più tardi anche i ragazzi del carcere minorile di Ibarra confermano alcune criticitá di questa domanda: «Non mi sono sentito comodo a rispondere alla domanda “Cosa vuol dire essere uomo” perché per me non c’è una definizione, ognuno ricerca la sua maniera di essere» e ancora: «Ognuno ha il diritto di essere quello che vuole».

«Qui non ho amici, solo conoscenti»

La privazione della libertà, l’ambiente ostile, le botte e le umiliazioni tra detenuti e con le guardie carcerarie contribuiscono a creare un clima di perenne tensione che complica le relazioni di fiducia e compagnerismo tra i carcerati: «Qui non ho amici, solo conoscenti. È difficile, direi proprio impossibile, convivere qui. Puoi solo seguire il tuo cammino». Carlos conferma un mantra ricorrente: l’amicizia sembra non avere cittadinanza in carcere, almeno a parole. Bisogna sempre guardarsi le spalle e non rispondere alle provocazioni racconta José: «Qua dentro ho imparato a stare zitto, prima ero una persona diversa». E muoversi con prudenza puó evitare problemi: «È molto importante non giudicare, anche in cella se qualcuno mi chiede cosa penso di un compagno io gli dico: “Vallo a conoscere per giudicarlo e trarre le tue conclusioni”».

Nonostante le premesse, riusciamo comunque a costruire un percorso insieme e riflettere sulle relazioni di potere fra i sessi partendo dalle esperienze di vita di ognuno di noi. Ricordando scene di vita quotidiana spesso cariche di emozioni riflettiamo sul “chi sono io” in relazione alla mia famiglia, alla propria compagna, alle proprie figlie, al proprio lavoro. Giochiamo, ridiamo, proviamo a scaricare insieme a loro la tensione che non possiamo conoscere, dimenticare la costrizione per un momento. Ci rilassiamo con tecniche di respirazione e portando la mente in spazi sicuri, rassicuranti, stimolanti. Per poi ricominciare da capo. Scavarci dentro con un cucchiaio di vetro. Vengono condivise riflessioni sulla violenza, su cosa significa e cosa ci spinge ad metterla in atto o a sopportarla.

Ad ogni incontro la Cappella si riempie di domande sulla diversità sessuale, sulla complessità delle relazioni amorose e sessuali degli esseri umani. Invitiamo due attivisti di un collettivo per i diritti della popolazione LGBTQI a entrare con noi nella in carcere e condividere la loro esperienza personale con il gruppo. L’accoglienza è la stessa che hanno riservato a noi il primo giorno, ma la curiosità moltiplica la partecipazione, la voglia di confrontarsi e conoscere.

Siamo partiti dalla domanda “Chi sono io?”, abbiamo provato ad affrontarla con le lenti del genere e della sua costruzione culturale e siamo giunti dove non pensavamo di arrivare. Abbiamo provato, senza accorgercene e per tutto questo tempo, a decostruire una prima persona singolare per trasformarla in una prima persona plurale. È stato il nostro piccolo contributo come gruppo alla messa in discussione della nostra mascolinità carcerata, quel “chi sono io” in realtà ci è servito per raccontarci e per avvicinarci nelle storie di vita, nel condividere sentimenti, pianti, montagne che non siamo mai riusciti a scalare.

Attraverso una metodologia dinamica e partecipativa – che si ispira alle esperienze di educazione popolare e teatro di strada di Paulo Freire e Augusto Boal – abbiamo affrontato concetti come “genere” e “sesso” partendo dal basso e ci siamo accorti di come un’impostazione teorica e binaria non rispondesse alla complessitá del reale, ma fosse d’inciampo alla comprensione. Nulla meglio delle nostre esperienze e della loro condivisione avrebbe potuto farci capire e sentire che cos’è la mascolinitá. Le definizioni di “sesso” e “genere” e il loro tentativo di decostruzione, anziché aiutarci, hanno spesso alimentato una confusione semantica che ci allontanava da significati comuni e da un linguaggio dentro il quale sentirsi a proprio agio. In cambio la riflessione profonda sul nostro passato, sui nostri comportamenti, sulle nostre emozioni e sulla volontà di trasformare il presente hanno alimentato quell’interrogarsi quotidiano che ha come unico obiettivo stare meglio dentro un corpo di uomo. Se qualcosa è emerso da questi laboratori, è stata la grande curiosità di scavare dentro di sé e la sincera disponibilità a mettersi in discussione di tutti gli uomini del gruppo.

La creazione di uno spazio di condivisione tra uomini, dove la rabbia e l’aggressività, le emozioni e i pianti venivano compresi e abbracciati, è stata probabilmente la più bella e inaspettata sorpresa di questo percorso. Più che sui concetti, più che sull’accumulazione di un sapere in relazione al genere e alla mascolinità, ciò a cui abbiamo dato valore al termine di questa avventura è stata la capacità del gruppo di ripensarsi, ascoltarsi, avere la fiducia di mettersi in difficoltà, sentire con i propri corpi il dolore provocato a sé e al mondo da una mascolinità oppressiva e carcerata. L’ultimo giorno, prima di andarcene, il gruppo ha espresso un sentimento comune: le domande e le risposte generate dal “chi sono io” si sono trasformate in una riflessione più profonda sul “chi siamo noi” e David, commosso, ci ha salutato con queste parole: «Sapete cosa è cambiato in questi mesi? Che ora quando siamo in cortile ci veniamo a parlare, abbiamo stretto delle amicizie, ci cerchiamo, scherziamo, ci aiutiamo».

Di:  In Categoria: America Latina

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