Il Perù in piazza dopo la destituzione di Pedro Castillo: dall’autogolpe del presidente al suo arresto, esplode la crisi di poteri

Foto dal periodico peruviano El Comercio

di Susanna De Guio da Valigia Blu

Negli ultimi dieci giorni di mobilitazioni in Perù, continua a crescere il numero dei morti a causa della repressione delle forze di polizia e militari. Al momento sono 20 le persone che hanno perso la vita, di cui 8 sono state uccise il 15 dicembre, prima giornata di Stato d’Emergenza nazionale, dalle forze di polizia e militari ad Ayacucho, dove le proteste erano dirette a bloccare l’aeroporto. L’ONU ha espresso preoccupazione per l’impennata della violenza nel paese, mentre la Corte Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) visiterà il Perù il prossimo lunedì.

La crisi politica attualmente in corso è esplosa lo scorso 7 dicembre quando il presidente Pedro Castillo ha annunciato lo scioglimento del Congresso e un governo d’emergenza, e poi nell’arco di poche ore è stato destituito e detenuto. Nei giorni seguenti si sono moltiplicate le mobilitazioni in diverse zone del Perù con proteste, scioperi, numerosi blocchi stradali e l’occupazione di cinque aeroporti nelle città di Arequipa, Cusco e Ayacucho e nelle regioni di Apurímac e Puno. In piazza ci sono organizzazioni contadine, indigene, sindacali e studentesche che chiedono la liberazione di Castillo, la chiusura del Congresso e la convocazione immediata di un’assemblea costituente. 

La vice presidente Dina Boluarte, ora nominata a capo del governo, ha dichiarato lo stato d’emergenza in risposta alle proteste, dapprima “nelle zone di elevato conflitto sociale”, poi a livello nazionale, infine ha decretato il coprifuoco in 15 province, mentre la Defensoría del Pueblo pubblicava un comunicato in cui “chiede alle forze armate e di polizia di agire in conformità con la Costituzione e la legge” di fronte al massacro di civili di queste prime giornate di protesta. Allo stesso tempo Boluarte ha aperto una debole possibilità di anticipare le elezioni, che però il Congresso ha bocciato questo venerdì 16, rifiutandosi di fatto di aprire una possibilità di risoluzione alla violenta crisi politica che sta infuocando nelle strade del Perù.

Mercoledì 7 dicembre, per la terza volta in un anno e mezzo di governo, Pedro Castillo avrebbe dovuto sottoporsi al voto di impeachment per denunce di corruzione, attualmente in corso di investigazione. La richiesta veniva dai partiti della destra fujimorista che possiede la maggioranza al Congresso e ha ostacolato costantemente il Governo durate i 16 mesi in cui è rimasto in carica. 

Negli altri tentativi di destituire il presidente – con una mozione che nell’ordinamento peruviano valuta “l’incapacità morale” del capo di Stato -, il Congresso non era riuscito a riunire i due terzi necessari dei voti, invece questa volta Castillo non ha atteso la votazione e l’ha anticipata con un messaggio alla Nazione in cui ordinava lo scioglimento del Congresso e l’instaurazione di un governo d’emergenza con il coprifuoco, la convocazione a elezioni per scegliere un nuovo Congresso con poteri di assemblea costituente e la riorganizzazione del sistema della giustizia.

Sebbene nella Costituzione peruviana sia prevista la possibilità che il presidente sciolga il Congresso (art. 114), Castillo non aveva in mano i requisiti per farlo, ma soprattutto non ha avuto l’appoggio di nessun settore politico né istituzionale. Rapidamente, i media nazionali e internazionali hanno reagito denunciando l’illegittimità dell’auto colpo di Stato, diversi ministri hanno presentato le dimissioni e il potere giudiziario ha rifiutato come incostituzionale la risoluzione di Castillo. Poche ore più tardi il Congresso si riuniva, nonostante fosse stato ufficialmente sciolto, per votare la destituzione del presidente, approvata con 101 voti su 130, con 10 astenuti e solo 6 contrari. 

Nello scontro frontale tra il potere esecutivo e legislativo, la decisione delle forze armate e di polizia di non attenersi alle indicazioni del presidente ha determinato gli eventi successivi. Il Congresso ha nominato la vice presidente Dina Boluarte come nuova premier e Castillo è stato fermato mentre si recava all’ambasciata del Messico dove aveva chiesto asilo. Attualmente si trova in carcere preventivo nella sede della Dirección de Operaciones Especiales (Diroes) di Lima, da dove ha scritto una lettera alla Nazione in cui dichiara di non rinunciare alle sue funzioni come presidente, si considera “sequestrato” e definisce Boluarte “una usurpatrice”. 

Nel frattempo, il 12 dicembre il Congresso ha approvato una risoluzione in cui toglie l’immunità parlamentare a Castillo e apre la strada per l’istruzione di una causa penale nei suoi confronti, la procuratrice Patricia Benavides ha presentato denuncia contro Castillo e tre dei suoi ministri per i reati di ribellione e cospirazione contro i poteri dello Stato e l’ordine costituzionale. Già il 15 dicembre la Corte Suprema ha decretato 18 mesi di detenzione preventiva. 

I governi di Messico, Colombia, Argentina e Bolivia hanno trasmesso un messaggio congiunto questo lo scorso 13 dicembre affermando che Pedro Castillo, dal primo giorno del suo mandato, è stato vittima di persecuzione antidemocratica, pertanto hanno chiesto il rispetto integrale dei suoi diritti umani ed esortato “a chi forma parte delle istituzioni ad astenersi dal rovesciare la volontà popolare espressa con il suffragio”. Dal ministero degli Esteri peruviano è giunta rapidamente la risposta, in cui si riafferma che la destituzione di Castillo da parte del Congresso è avvenuta nel rispetto della Costituzione nazionale e del mantenimento dell’ordine democratico, che il presidente ha cercato di sovvertire senza averne le facoltà.

Sono molte le interpretazioni che circolano sui motivi che hanno spinto Castillo a prendere una decisione che si è rivelata un boomerang e l’ha portato al suicidio politico, e che cercano di capire se si sia trattato di un gesto disperato oppure di una strategia pianificata. Quel che risulta evidente per ora è che durante i 16 mesi in cui è durato il suo governo, l’opposizione ha fatto tutto ciò che era in suo potere per ostacolare il presidente sindacalista e professore rurale del nord, espressione di quel Perù popolare e contadino che è stato la sua principale base elettorale e che ora sta manifestando in sua difesa. La sua inaspettata vittoria al ballottaggio, il 6 giugno del 2021, portava con sé la promessa di un cambio del modello neoliberista e di una maggiore uguaglianza sociale per la grande maggioranza della popolazione che durante la pandemia di Covid-19 nel 2020 si è vista assediata da una povertà in crescita di quasi 10 punti percentuali. Con una campagna elettorale fondata sulla parola d’ordine “basta poveri in un paese ricco”, Castillo progettava un’integrazione politica ed economica con i governi progressisti latinoamericani, una riforma agraria e un’assemblea costituente per sostituire la Carta Magna ereditata dalla dittatura fujimorista, ma non è riuscito a realizzare nessun grande gesto politico a causa degli ostacoli interposti dal Congresso ad ogni passo.

Keiko Fujimori, la figlia del dittatore Alberto, che ha perso l’anno scorso al ballottaggio per poche migliaia di voti, ha cercato di non riconoscere il risultato per quasi due mesi, senza poter dimostrare la presenza di brogli. Ma i diversi partiti della destra peruviana non hanno hanno mai smesso di attaccare il governo attraverso campagne di diffamazione sui media, impedendo viaggi diplomatici, cercando di destituirlo con accuse costituzionali, denunce per corruzione e per tradimento della patria. 

Dal canto suo, Castillo ha mostrato poca esperienza e capacità politica, cedendo ai ricatti dell’opposizione e cambiando per ben cinque volte il consiglio dei ministri in meno di un anno e mezzo, con una rotazione di 74 incarichi ministeriali. Eletto con il partito Perù Libre, Castillo è stato sostenuto nei primi mesi da un blocco politico progressista che però si è rapidamente fratturato. Poi lo stesso Perù Libre ha preso le distanze dal presidente che non è riuscito ad avanzare con la sua agenda di governo, generando disillusione anche nel proprio elettorato, e si è circondato di funzionari sempre meno popolari che lo hanno inoltre messo in difficoltà con diversi scandali per corruzione.

La caduta del governo di Pedro Castillo va infine inserita in un quadro più ampio di instabilità politica cronica in Perù: con la nomina di Dina Boluarte si contano sei diversi presidenti negli ultimi sei anni. In particolare, le responsabilità del Congresso nella caduta del governo – in questa occasione, ma anche nel caso di Pedro Pablo Kuczynski nel 2018 e di Martín Vizcarra nel 2020 – obbliga a osservare più da vicino la composizione dell’organo legislativo, dominato dagli interessi di congressisti con un bacino di influenza regionale, vincolati ad interessi economici illegali, alle traiettorie del narcotraffico e concentrati nel difendere il proprio potere. 

sondaggi di novembre dell’IEP (Instituto de Estudios Peruanos) indicavano un consenso della gestione politica di Castillo intorno al 31%, sopra la media dell’ultimo anno, mentre il Congresso era sostenuto solo dal 10% degli intervistati. Questi dati aiutano a spiegare le mobilitazioni che continuano a crescere in tutto il Perù nonostante la durissima repressione, che denunciano la corruzione dell’intera classe politica e rivendicano un’assemblea costituente per cambiare le regole di un sistema democratico in cui, negli ultimi anni, la breccia della diseguaglianza non ha fatto che crescere.

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