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La rielezione contestata
La nuova rielezioni di Daniel Ortega lascia molti dubbi sulla validità per la mancanza di oppositori degni di questo nome. Fabio Bozzato, giornalista free lance che scrive per diversi mezzi sull’America Latina, mette a nudo le contraddizioni fra una retorica di sinistra e gli accordi con il FMI.
Una piccola parte la abbiamo riservata al Festival del Cinema Ibero-Latino Americano di Trieste, in compagnia del suo direttore Rodrigo Díaz, e infine un’aggiornamento sulle nuove accuse contro il presidente Bolsonaro. -
La tensione prima delle urne


Il rapporto fra i mapuches y lo stato centrale del Cile continua ad incrinarsi lasciando vittime indigeni sul campo. Il tutto mentre il paese si prepara per il primo turno elettorale delle elezioni presidenziali del 21 novembre e la costituente prosegue con i lavori. In questa puntata due collegamenti col Cile: Il primo con il docente dell’Instituto de Estudios Internacionales dell’Universidad de Chile Camillo Robertini e poi con Alihuen Antileo, portavoce della Piatoforma Politica Mapuche.
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Dalla difesa del territorio alla COP26: il messaggio delle delegate indigene a Glasgow


immagine tratta dalla campagna FuturosIndigenas di Susanna De Guio da Valigia Blu
“Almeno un quarto della superficie terrestre mondiale è tradizionalmente posseduto, gestito, utilizzato e occupato da popolazioni indigene” si legge nel rapporto del 2019 dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici), uno degli istituti internazionali creati nell’ultimo ventennio per far fronte alla crisi climatica globale.
Non solo l’Ipbes misura la presenza indigena sul pianeta, ma sottolinea che “in generale nei territori di insediamento dei popoli indigeni la natura tende a declinare meno rapidamente” e nonostante questo, le aree che gestiscono “si trovano ad affrontare una crescente estrazione di risorse, la produzione di materie prime, la nascita di miniere e di infrastrutture per il trasporto e l’energia, con varie conseguenze per i mezzi di sostentamento e salute locali.”
A chiusura del G20 Interfaith Forum e alle soglie della prossima riunione del G20, che avverrà il prossimo 30 e 31 ottobre a Roma, Mario Draghi ha ricordato che i Paesi partecipanti al summit sono responsabili “di circa quattro quinti delle emissioni globali” evidenziando che gli effetti dei cambiamenti climatici si riversano però in modo particolare “sugli Stati più poveri [che] hanno beneficiato meno di altri del nostro modello di sviluppo, ma ne sono le principali vittime”.
La COP26 che si apre il 1° novembre a Glasgow, nel Regno Unito, è sotto i riflettori mondiali come un negoziato cruciale perché gli oltre 190 capi di Stato partecipanti dovranno spingersi ben oltre i limiti previsti dall’accordo di Parigi per contenere l’aumento della temperatura del pianeta a 1,5°C.
Eppure, tra i numerosi attori politici convocati ad affrontare e mitigare le drammatiche conseguenze della crisi climatica a cui andiamo incontro non ci sono le popolazioni indigene, né le comunità locali che custodiscono i territori più colpiti da incendi, inondazioni, processi di desertificazione, fenomeni direttamente correlati all’innalzarsi della temperatura terrestre.
Futuros Indigenas va a Glasgow
“Se le Conferenze delle Parti fossero efficaci, non sarebbe già più necessario farle” esclama con ironia uno dei partecipanti alla riunione della rete Futuros Indigenas: si tratta di uno degli incontri preparatori in vista del viaggio che intraprenderanno verso la Cop26. “Tutto nasce da un laboratorio di comunicazione a cui hanno assistito diverse comunità” spiega Rosa Marina Flores Cruz, ricercatrice binnizá e attivista per la difesa dell’Istmo de Tehuantepec, in Messico, che si sta preparando per andare nel Regno Unito. “L’invito era rivolto a movimenti indigeni e gruppi di difesa del territorio, il collettivo Hackeo Cultural convocava a discutere le narrative sul cambio climatico e la crisi ambientale e offriva un intercambio con giornalisti, illustratori, professionisti della comunicazione.”
La rete Futuros Indigenas si costituisce dopo il laboratorio, fra integranti di più di 20 popoli indigeni, con l’obiettivo di mantenere in vita l’esperienza e ampliare i legami con altre lotte territoriali. La proposta di recarsi a Glasgow arriva poco dopo da attivisti più giovani, che si organizzano nelle città: i gruppi Legaia e División Juvenil de Cambio Climático sono più vicini a Fridays For Future e avevano già in mente di recarsi alla Cop26. Così la delegazione di giovani sceglie di accompagnare otto rappresentanti di diverse comunità indigene tra Messico e Guatemala, impegnate nella difesa dei loro territori, nel recupero della lingua e dell’identità culturale, per la salvaguardia dei diritti umani, dei diritti delle donne e della vita comunitaria.
Futuros Indigenas è una rete mista, ma le persone che viaggeranno sono quasi tutte donne. “Anche se non è stata una scelta ragionata, ci emoziona molto poter presentare questo cambio di narrativa sulla crisi climatica dal punto di vista di donne che inoltre sono indigene e che difendono il territorio, perché possiamo evidenziare i diversi tipi di oppressione che viviamo” racconta Marina Flores Cruz.
Sta pensando al lungo lavoro di dialogo svolto nelle comunità per discutere se andare o no alla Cop26, perché sostenere questo progetto così costoso da finanziare, per disputare uno spazio che è riconosciuto come “burocratico, istituzionalizzato, dove si prendono decisioni che hanno conseguenze dirette sulle comunità, dove la visione dei popoli non viene presa in considerazione, mentre siamo visti come un contorno folklorico: facciamoli ballare coi i loro vestiti tradizionali così possiamo dire che hanno partecipato alla Cop.”
Oltre la Cop26
Marina, come molte delle altre donne che stanno costruendo questo processo, sono vicine all’EZLN, alcune sono parte del Consejo Nacional Indigena, condividono una stessa idea di autonomia rispetto alle strutture statali e intergovernative. Eppure, proprio per queste ragioni, pensano che sia importante andare a Glasgow e recuperare la visione del collettivo, costruire la propria posizione, portare la voce delle altre compagne che non potranno partecipare.
Per lei e per tutta la delegazione è chiaro che la Cop26 non è l’obiettivo, l’intenzione è piuttosto irrompere con una narrativa sul cambio climatico che è sempre esclusa dai luoghi decisionali, e sviluppare questo stesso dibattito dentro le comunità. “Non crediamo che questi summit abbiano effetti concreti, sappiamo che sono risposte create a partire dal mercato e per il mercato, per garantire la continuità dell’accumulazione del sistema capitalista” spiega, “sappiamo che la necessità urgente di passare dai combustibili fossili alle rinnovabili ha portato all’invasione dei nostri territori, all’usurpazione della terra e l’espulsione della vita contadina e comunitaria.”
Ma se non vanno bene nemmeno le rinnovabili, che cosa resta? Marina si è sentita spesso porre questa domanda, anche nelle comunità dove lavora su progetti di sovranità energetica: “La discussione deve guardare al modello da cui arrivano le proposte per affrontare la crisi climatica: il capitalismo verde genera alternative alle energie fossili con un discorso di protezione dell’ambiente, ma deve garantire innanzitutto la crescita, gli stessi profitti di prima.” Nell’Istmo di Tehuantepec, dove Marina vive, l’attacco avviene con l’istallazione di immensi campi eolici che escludono la convivenza con le comunità, espulse dai loro territori. “Non si tratta di discutere se l’energia prodotta è rinnovabile o no, ma piuttosto se ripara i danni che lo stesso sistema ha creato. C’è un problema di fondo, e quel che fa il capitalismo è rattopparlo colorando di verde qua e là.”
In difesa di tutta la Terra
La ONG Global Witness dal 2012 raccoglie dati sugli omicidi di persone che difendono la terra e l’ambiente. I numeri registrati fino ad oggi mostrano una relazione chiara tra l’intensificarsi della crisi climatica e la costante crescita della violenza contro chi protegge la biodiversità.
Nel rapporto annuale della ONG, lo sfruttamento minerario e la deforestazione necessaria per l’agro-business sono individuati i principali settori in cui opporsi significa rischiare la vita. Inoltre, nel 2020 la pandemia ha favorito l’estrattivisimo delle grandi imprese, che hanno potuto avanzare indisturbate, mentre le quarantene restringevano le possibilità d’azione per la difesa dei territori, e infine ha reso più facile la persecuzione dei leader indigeni e ambientalisti direttamente nelle loro dimore.
Nel 2020 gli attivisti ambientali uccisi sono stati 227, cifra che corrisponde a una media di 4 alla settimana, più della metà di questi attacchi sono avvenuti in soli tre paesi: Colombia, Messico e Filippine. Più dei due terzi degli omicidi sono stati registrati in America Latina, classificata costantemente da Global Witness come la regione più colpita dalla violenza.
L’America Latina è anche una delle regioni del globo dove l’impronta ecologica è a credito, mentre ci vorrebbero 5 pianeti se tutta l’umanità adottasse i livelli di consumo degli Stati Uniti. I popoli indigeni sono responsabili della salvaguardia dell’80% della biodiversità presente sulla Terra, tuttavia più di un terzo degli omicidi sono risultati da attacchi contro queste popolazioni.
Futuros Indigena nasce dalla consapevolezza che “la crisi climatica è conseguenza dei sistemi di diseguaglianza strutturale che oggi governano il mondo” e ha scelto di organizzarsi di fronte all’imposizione della morte. Il messaggio che lascia è chiaro: “Ci sono acqua, alimenti e terra sufficienti perché tutte le persone e le esistenze vivano degnamente in questa casa comune chiamata Terra. Possiamo rigenerare i sistemi di vita a cui è legato il nostro futuro. Ma il cambio deve essere radicale. Perché dopo ogni crisi non vogliamo tornare alla normalità, vogliamo tornare alla terra”.
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L’accusa e l’onore


Il presidente Jair Bolsonaro, insieme ad una ottantina di persone, viene accusato in patria, fra le altre cose, di “crimini contro l’umanità” per la gestione della pandemia da parte di una commissione del Parlamento brasiliano. Intanto ad Anguillara Veneta, in provincia di Padova, gli viene conferita la cittadinanza onoraria che riceverà di persona questo lunedì. Ci colleghiamo con Sao Paolo per farci raccontare da Emiliano Guanella, corrispondente in Brasile della Radiotelevisione Svizzera e di La Stampa, la situazione politica nel paese sudamericano e con il paese dove nacque il bisnonno di Bolsonaro per parlare con Antonio Spada, consigliere dell’opposizione.
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I legami scottanti di Maduro

Alla puntata numero 800 di LatinoAmericando, raccontiamo la vicenda del presidente Nicolás Maduro che ha due nomi che forse gli tolgono il sonno: da una parte, l’ex capo dell’intelligenza Hugo “pollo” Carvajal durante il governo di Chávez, fermato in Spagna con la possibilità di essere estradato negli USA per accuse di narcotraffico. Dall’altra, l’affarista Alex Saab che sarebbe stato il prestanome del presidente venezuelano e portato negli Stati Uniti da Capo verde accusato di corruzione. Due casi raccontati in questa puntata da Roberto Da Rin, inviato in America Latina di Il Sole 24 Ore.
La seconda pagina è dedicata al Perù, dove il presidente Castillo ha perso il sostegno del partito che l’ha portato al potere, ma guadagnando altri all’interno del Parlamento. Ce lo ha spiegato un attento osservatore della politica peruviano come lo è Marco Copetti.
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Due documentari da vedere


Uno dei tre presidenti latinoamericani oggi al potere colpiti dal Pandora Papers è il cileno Sebastián Piñera. Ci siamo collegati con Valparaiso per parlare con la documentarista e sceneggiatrice Alessandra Cristina, la quale ci ha raccontato anche il suo recente lavoro sulle bambine madri. Abbiamo infine parlato insieme al regista, Alessandro Galessi del documentario “Anamei. Los guardianes del bosque”, dove viene alla luce come una popolazione amazzonica in Perù venga minacciata -
Colpo al potere

07_ottobre_2021: il cosiddetto “Pandora Papers” ha colpito tre presidente in carica latinoamericani: Piñera (Cile), Abinader (Repubblica Dominicana) e Lasso (Ecuador), ma anche ex presidenti della Colombia come Gaviria e Pastrana. Ci siamo collegati con quest’ultimo Paese per parlare di questo scandalo di evasione fiscale, ma anche per capire come si è arrivato ai 5 anni del fallito processo di Pace. A raccontarcelo da Medellín il professore Giacomo Finzi. La seconda diretta siamo andati in Ecuador per conoscere gli effetti dello scandalo internazionale nella politica ecuadoriana e le cause della violenza nelle carceri che la settimana scorsa ha lasciato 119 morti.
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I 7 anni senza i 43


A 7 anni da una tragedia che ha ancora tanti punti oscuri, con la ricerca della verità che continua, Il Messico ricorda i 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi. Il tutto avviene mentre martedì si è compiuta la giornata di Azione Globale per l’Accesso all’Aborto Legale e Sicuro che si è sentita particolarmente forte in tutti i paesi latinoamericani. Ne ha parlato in diretta dal Messico il professor Fabrizio Lorusso, creatore del sito “lamericalatina.net”, nonché autore di libri come “Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico del mondo” (Arcoiris).
Nella seconda parte ci siamo rilassati parlando di un nuovo omaggio ad Astor Piazzola, a 100 anni della sua nascita., che ci sarà a Padova. Ne abbiamo parlato insieme alla ballerina e organizzatrice eventi Elena Rocco.




