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  • Aspettando il diavolo nell’inferno messicano

    Aspettando il diavolo nell’inferno messicano
    vista dal balcone che affaccia su una strada di Tapachula con un ragazzo a petto nudo che fuma
    Vista da un hotel nel centro di Tapachula,

    da JacobinItalia e WitnessJournal

    Foto di Stefano Morrone

    Testo di Gianpaolo Contestabile

     

    «Ecco gli autobus delle deportazioni» ci dice Ana, responsabile dell’associazione FM4 che fornisce aiuto e assistenza a migranti e richiedenti asilo, indicando dei pullman bianchi in fila al semaforo. Siamo nella 17° strada Oriente, a Tapachula, Chiapas, la città messicana che marca la frontiera con il Guatemala e sono gli ultimi giorni di gennaio. Mentre ceniamo contiamo ben 11 pullman passarci davanti. Sulla fiancata c’è un cartello con scritto «Inm», Istituto Nazionale di Migrazione. A bordo ci sono persone provenienti dal centro di reclusione per migranti Siglo XXI, il più grande di tutta l’America Latina, dal quale vengono riportate alla frontiera dei loro rispettivi paesi, Guatemala, Honduras e El Salvador. 

    Centro di Tapachula

    Sono i rimpatri forzati dei partecipanti dell’ultima carovana di migranti centroamericani arrivata la settimana precedente. Ad aspettarli c’era la Guardia Nacional, il nuovo corpo militare creato dal presidente Obrador per contrastare il narcotraffico ma utilizzato, finora, più per bloccare e reprimere i flussi migratori che per debellare la criminalità organizzata. Secondo Ana «stanno liberando spazio per la nuova carovana: El Diablo sta arrivando». Si parla infatti di una nuova carovana che si sta formando in El Salvador, composta da persone che sono già state respinte e rimpatriate. Il nome con cui è stata rinominata, «Il Diavolo», deriva dal fatto che i partecipanti sembrano avere intenzione di evadere i blocchi della guardia nazionale utilizzando la tratta ferroviaria chiamata «la bestia», che attraversa tutto il Messico e arriva fino alla frontiera con gli Stati Uniti. Il quotidiano di Tapachula El Orbe, parla dell’arrivo di 60 mila migranti e infiltrati delle bande criminali.

    Cimitero di Tapachula

    Secondo Ana, politici e giornalisti stanno fomentando la xenofobia degli abitanti di Tapachula, una città multiculturale che già a partire dal 1800 ha iniziato ad accogliere proprietari terrieri tedeschi, operai cinesi, esuli libanesi e migranti giapponesi e spagnoli. È molto comune che i giovani di Tapachula ti dicano di avere un cognome cinese o un nonno afghano. Alejandro Chan è nato a Tapachula e fa parte della quarta generazione di una famiglia cantonese immigrata in Messico. Gestisce il ristorante Long Ying, che dal 1975 prepara pietanze tradizionali cinesi che ormai sono diventate parte dell’offerta culinaria tipica di Tapachula. Secondo Alejandro «ogni ondata migratoria porta soldi e sviluppo».

    Alejandro Chang nel suo ristorante

    Forse proprio questa storia di convivenza tra diverse culture ed etnie ha portato gli abitanti di Tapachula a mobilitarsi durante la prima carovana arrivata nell’autunno del 2018. «La gente», ci racconta Ana, «è scesa in strada a portare cibo e aiuti di ogni tipo. Quando però hanno visto che alle loro spalle, i migranti, lasciavano cumuli di spazzatura e avanzi delle pietanze ricevute in dono, prontamente fotografati dai media locali, le cose sono cambiate». La quasi totalità di Tapachula è priva di fogne, gli albergues che ospitano i migranti straripano di persone durante le carovane e costringono le organizzazioni umanitarie ad allestire centri di accoglienza all’aperto. Il sovraffollamento, le temperature tropicali e la mancanza di norme igieniche generano terreno fertile per il proliferare del razzismo. Tassisti e commercianti ci avvertono: «la sera è meglio se non andate in centro, ci sono i migranti».

    Hotel nel centro di Tapachula

    Diversi attivisti che lavorano nel sistema dell’accoglienza sono convinti che le carovane siano promosse da Donald Trump, per costringere il governo messicano a usare la mano pesante con i migranti e di fatto spostare sempre più a sud i controlli e le barriere contro i flussi migratori. Altri fanno semplicemente notare che la strategia delle carovane non sta più funzionando, l’esercito è schierato ad aspettarli alla frontiera, e molti di quelli che riescono a passare finiscono nei centri di detenzione e poi rimpatriati. Era più facile prima, quando attraversavano senza dare nell’occhio e senza saturare le strutture dell’accoglienza. D’altra parte, ci dice Enrique Olascoaga, coordinatore del centro per i diritti umani di Tapachula «Fray Matias», non si può negare il diritto a organizzarsi: «intere famiglie decidono di mettersi in viaggio per scappare da conflitti e violenze, la solidarietà e la forza di un gruppo permette loro di ridurre il rischio di aggressioni, minacce, abusi e garantisce copertura mediatica e attenzione da parte dei politici».

    Zocalo di Tapachula

    I migranti non sono gli unici ad aver cambiato la loro strategia, anzi, la vera trasformazione è, in realtà, avvenuta a livello politico e legislativo. Andrew e Arturo sono due attivisti statunitensi, figli di genitori messicani e salvadoregni. Si sono trasferiti in Messico dopo l’elezione di Trump, perché non sopportavano il clima di discriminazione che si stava generando nel loro paese. Fanno parte dell’associazione californiana Chirla, che fornisce appoggio e consulenze legali a migranti e richiedenti asilo. Sono a Tapachula per tenere un corso di formazione per operatori dell’accoglienza. Secondo Andrew e Arturo, per capire la situazione messicana bisogna partire dagli Stati uniti, e dall’ideologia del suprematismo bianco. Una caratteristica centrale della storia dell’impero nordamericano che negli ultimi anni si è affermata sempre di più nelle politiche della Casa Bianca grazie all’amministrazione Trump. Personaggi come Cordelia Scafe May e John Tanton hanno speso milioni di dollari negli ultimi decenni per finanziare organizzazioni anti-migranti che generano statistiche e creano campagne di propaganda «restrizioniste» con nomi insospettabili come Fair, Cis e Numbers Usa. L’agenda promossa da queste organizzazioni sembra convergere con le politiche della «tolleranza zero» promosse dall’attuale governo statunitense.

    Tapachula

    Grazie al ricatto delle sanzioni economiche gli Stati uniti sono riusciti a convincere i governi di Guatemala, El Salvador e Honduras a firmare un accordo come «terzi paesi sicuri». I richiedenti asilo negli Stati uniti possono ora essere mandati in uno di questi tre paesi, tra i più poveri e con il più alto tasso di omicidi al mondo, ad aspettare di essere chiamati a udienza dalle autorità statunitensi. Con il ricatto sui dazi commerciali sulle esportazioni messicane (il mercato statunitense rappresenta il 70% dell’export messicano), Trump ha invece convinto il presidente Lopez Obrador a inasprire le politiche migratorie e firmare l’accordo del 6 giugno 2019, che ha intensificato l’applicazione del Protocollo di Protezione Migranti (Mpp). Grazie al Mpp, anche conosciuto come «quédate en mexico» (rimani in Messico), più di 60 mila richiedenti asilo negli Stati uniti sono stati deportati in Messico mentre ancora aspettano di essere chiamati per un’udienza. Questo procedimento non rispetta il diritto internazionale dei richiedenti asilo di poter aspettare l’avanzare delle proprie pratiche in un terzo paese sicuro, dato che il Messico non si è dichiarato tale, e dato che subiscono minacce e violenze di ogni tipo. Alcuni vengono rispediti al sud, qui a Tapachula, dove rimangono bloccati perché la guardia nazionale non li lascia abbandonare la città, nonostante abbiano il diritto di muoversi in tutto lo Stato del Chiapas, e finiscono così per non riuscire a presenziare alle udienze. 

    Centro di Tapachula

    Inutile dire che è una percentuale piccolissima quella dei migranti che riescono a permettersi di viaggiare fino agli Stati uniti, sostenere delle spese legali e soddisfare i requisiti sempre più cavillosi per ricevere l’asilo politico. Si stima che dei 60 mila richiedenti asilo solo un centinaio siano riusciti ad ottenere lo status di «ayslee» ed entrare negli Stati uniti. Inoltre, con l’Asylum Transit Ban, Trump ha quasi azzerato le possibilità di essere riconosciuti come richiedenti asilo ai migranti provenienti dalla frontiera sud che hanno transitato per un terzo Stato. Questo provvedimento ha trasformato il Messico da paese di transito a zona grigia dove richiedenti asilo centroamericani, haitiani, africani e asiatici rimangono intrappolati. A questo si aggiunge la fine dell’accordo «wet feet, dry feet» che garantiva la residenza ai migranti cubani una volta toccato il suolo statunitense, i quali si trovano ora bloccati anche loro sul suolo messicano.

    Barbiere cubano a Tapachula

    I flussi migratori però, non si fermano cambiando un regolamento, così migliaia di haitiani, cubani, centroamericani, asiatici e africani rimangono intrappolati a Tapachula, in attesa che qualcosa cambi, magari grazie alle prossime elezioni statunitensi. Il centro della città è diventato un centro di accoglienza a cielo aperto, dove i migranti passano le loro giornate e dove gli abitanti di Tapachula possono contrattare lavoratrici domestiche indigene del Guatemala o pagare per prestazioni sessuali a basso costo. C’è chi vende cibi e bevande, chi si offre per fare le «cornrows», le tipiche trecce africane, e chi si è attrezzato con una macchina da scrivere per redigere documenti. Molti rimangono bloccati qui a Tapachula per mesi, alimentando la tensione e gli stereotipi: quelli più discriminati sono i centroamericani che vengono considerati delinquenti delle maras, mendicanti e ubriaconi. La maggioranza delle sex worker che lavorano in strada vengono dall’Honduras. Gli haitiani, invece, si inseriscono nel circuito della costruzione, gli africani lavorano al mercato, I cubani arrivano con più denaro e quindi sono ben visti e vengono percepiti come affascinanti e gran lavoratori; ovvero manodopera da sfruttare nei locali di Tapachula e tasche da prosciugare tramite la speculazione degli affitti. 

    Centro di Tapachula

    Guillermo, cubano, ci racconta che lavora tramite il programma di inserimento del governo, pulendo le strade per 2.380 pesos e paga 2.500 per affittare una camera, perché l’albergue dove si trovava era sovraffollato e gli avevano rubato degli effetti personali. I prezzi delle camere qui a Tapachula sono quasi più alti che nella capitale, nonostante non ci siano infrastrutture adeguate né attrazioni turistiche nelle vicinanze. Molte case si sono trasformate in alberghi, o meglio in albergues, perché sono anch’esse sovraffollate. I prezzi sono esorbitanti e le stanze sono sporche, con insetti e topi. La borghesia di Tapachula, se da un lato grida allo scandalo per l’invasione migrante, dall’altro sta moltiplicando la sua fortuna sulla pelle delle persone che scappano da violenze e discriminazioni. Tra queste persone non ci sono solo latinoamericani ma anche migranti provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente. 

    Mercato di Tapachula

    Abbiamo incontrato Guhaad, 30 anni, somalo, al tavolo di un ristorante vicino al centro, gestito da una signora che tutti chiamano «Mama Africa». È una signora del posto che da circa sette anni prepara pasti a prezzi abbordabili per i migranti. Cerca di soddisfare le loro richieste cucinando ricette di diversi paesi del mondo. Ci offre del pollo al curry, ci dice che è un piatto del Bangladesh, come il suo aiutante, che lavora lì da un anno e sogna di arrivare negli Stati uniti. Guhaad, invece, ci racconta che il suo viaggio è iniziato a novembre, in Sudafrica, dove viveva e lavorava. Ci mostra delle cicatrici e ci dice che sono i segni dell’odio contro i migranti che si sta diffondendo tra i sudafricani, soprattutto nella popolazione nera. È dovuto scappare ma non voleva passare per la Libia. È diventata una rotta troppo pericolosa, è «fifty-fifty», 50 e 50, se ti va bene sopravvivi e subisci estorsioni, violenze e torture, se ti va male finisci sul fondo del Mar Mediterraneo. E allora ha preso un aereo per il Brasile, con un passaporto falso, con l’idea di arrivare negli Stati uniti o in Canada. Come lui migliaia di migranti provenienti da più di 15 Stati africani attraversano l’Atlantico per inseguire il «sogno americano». Alcuni approfittano degli accordi che gli garantiscono di arrivare in Brasile o in Ecuador e prendono un aereo, altri si nascondono nelle navi commerciali per più di 30 giorni attraversando l’Oceano, altri ancora si imbarcato sulle navi dei contrabbandieri avventurandosi nei viaggi della speranza simili a quelli a cui siamo abituati a vedere nel Mediterraneo. Dal Brasile Guhaad ha iniziato a camminare verso nord, con lui c’erano eritrei ed etiopi, anche loro legati da un passato coloniale in cui l’Italia è stata protagonista, la stessa Italia che ora gli chiude le porte costringendoli a un esodo su scala planetaria. 

    ‘Mama Africa’

    Il percorso classico dei migranti africani in America latina inizia in Brasile, passa per il Perù, l’Ecuador e la Colombia. Per raggiungere Panama bisogna per forza pagare dei trafficanti, che ti aiutano a raggiungere la giungla, da lì in poi è pura sopravvivenza. La zona che separa la Colombia da Panama, el Tapon del Darien, è uno dei pezzi di giungla più pericolosi al mondo. È una zona piena di insidie naturali, tra cui serpenti, giaguari e il rischio di annegare nei fiumi nel tentativo di attraversarli. Guhaad e il suo gruppo sono rimasti bloccati 10 giorni in quell’inferno, si erano persi e lungo il tragitto hanno visto dei cadaveri abbandonati. Una volta arrivati a Panama hanno passato alcuni giorni in arresto, e poi sono stati consegnati alle autorità del Costa Rica e da lì hanno attraversato il Nicaragua. Una volta arrivati in Honduras le cose si sono complicate di nuovo. Hanno dovuto ricorrere agli «smugglers», i coyote, i trafficanti, per attraversare il Centroamerica fino al Messico, a Tapachula, dove Guhadd è stato portato al centro di detenzione Siglo XXI in cui è rimasto per due settimane. Ora vive in una casa a Tapachula e sta aspettando di ricevere i documenti da compilare per fare la richiesta per la residenza messicana, per poi poter viaggiare legalmente verso gli Stati uniti. Mentre parliamo arriva un amico ghanese che gli mostra la tessera della residenza che ha appena ricevuto, dopo 7 mesi d’attesa. Gli facciamo tutti i complimenti perché finalmente potrà uscire da Tapachula. Sono complimenti amari però, perché sappiamo che alla frontiera settentrionale, con gli Stati uniti, sarà quasi impossibile ricevere lo status di «ayslee» (richiedente asilo), a maggior ragione dopo aver ricevuto la residenza messicana. 

    Copertina del quotidiano El Orbe con le notizie riguardanti i migranti illegali
    Il quotidiano locale di Tapachula

    Nel frattempo i giornali locali continuano a pubblicare notizie di crimini commessi da honduregni e salvadoregni. Daniel, 24 anni, è scappato dal Salvador perché le pandillas volevano arruolarlo, doveva scegliere tra MS-13Barrio 18 o la morte. Ha scelto di attraversare illegalmente la frontiera e ora lavora in un hotel a Tapachula durante la notte, di giorno invece pulisce le stanze e vende prodotti in strada. Spera di ricevere presto la residenza messicana per raggiungere la frontiera nord. Ci chiede: «perché gli Stati uniti non vogliono farci entrare se sono i migranti quelli che tengono in piedi tutta la loro economia?». La risposta alla domanda di Daniel non è semplice, l’economia statunitense, così come tutte le economie dei paesi capitalisti, ha bisogno della manodopera migrante, è vero, ma per continuare a sfruttarla ha bisogno di negargli i diritti e poter ricattare tramite arresti e deportazioni. 

    un ragazzo vende prodotti in strada mentre mangia un lecca lecca e mostra il suo tatuaggio sulla spalla
    Tapachula

    Secondo Enrique Olascoaga c’è una stretta connessione tra le nuove politiche «restrizioniste» del governo messicano, che costringono i migranti ad accettare uno status precario e ricattabile, e le grandi opere che si stanno finanziando nella regione sud del Messico, come il Tren Maya e il corridoio Trans-istmico, che richiederanno masse di lavoratori senza diritti e a basso costo. 

    A Tapachula «Il Diavolo» non si è mai palesato, anzi, le carovane hanno smesso di arrivare. Quello che però rimane reale, è l’inferno in cui sono costretti a vivere i migranti, una prigione fatta di povertà, perquisizioni, razzismo, lacune burocratiche e militarizzazione. 

    Centro di Tapachula

    *** Aggiornamento: 

    Con l’espandersi della pandemia del Covid-19 e delle misure eccezionali messe in campo dai governi a livello continentale, la situazione dei migranti a Tapachula sta peggiorando ulteriormente. Le frontiere sono chiuse così come le possibilità di regolarizzare i propri documenti. In Centroamerica, all’isolamento forzato si accompagna il «toque de queda», il coprifuoco gestito dai militari che ha già portato all’arresto di diverse migliaia di persone. Nel frattempo al nord, le poche possibilità che erano rimaste di entrare negli Stati uniti, sono state praticamente annullate. A Tapachula la piazza principale dello zocalo è transennata e presidiata dalla Guardia Nacional, così come i principali luoghi pubblici; gli albergues invece stanno cercando di chiudere ma i migranti che ci vivono non sanno dove andare, mentre le Ong e gli uffici immigrazione hanno già abbassato le serrande. Nei centri di detenzione del Messico meridionale, tra cui il Siglo XXI, sono scoppiate rivolte con un morto e diversi feriti. Il sovraffollamento e la mancanza di strutture sanitarie che si occupino dei migranti completano uno scenario drammatico.

    dei ragazzi fanno breakdance in una piazza
    Centro di Tapachula

    Ora che un terzo della popolazione mondiale vive lo stato d’eccezione che è sempre stata la normalità per la popolazione migrante, senza libertà di movimento, monitorati dall’esercito, senza accesso ai servizi essenziali e con il rischio costante di essere fermati dalla polizia, crediamo sia importante prendere coscienza che le libertà fondamentali devono essere ripristinate e garantite per tutti e tutte, anche per chi si mette in cammino in cerca di pace e dignità.

  • Perché dovresti ignorare tutta quella pressione produttiva ispirata dal Coronavirus

    Perché dovresti ignorare tutta quella pressione produttiva ispirata dal Coronavirus
    Foto:  Apu Gomes, AFP, Getty Images

    Di Aisha Ahmad – Traduzione di Alessandro Bricco [Da Chronicle]

    Tra i miei colleghi e amici accademici, ho osservato una risposta comune alla crisi di Covid-19. Stanno combattendo valorosamente per un senso di normalità – si affrettano a spostare i corsi online, mantengono rigidi programmi di scrittura e  creano scuole Montessori ai loro tavoli da cucina. Sperano di tirare la cinghia per un breve periodo fino a quando le cose torneranno alla normalità. Auguro a tutti coloro che seguono questo percorso molta fortuna e salute.

    Eppure, in quanto persona  che ha esperienza di crisi in tutto il mondo, ciò che vedo dietro questa lotta per la produttività è un presupposto pericoloso. La risposta alla domanda che tutti pongono: “Quando finirà?” – è semplice ed ovvia, ma terribilmente difficile da accettare. La risposta è mai.

    Le catastrofi globali cambiano il mondo e questa pandemia è molto simile a una grande guerra. Anche se conteniamo la crisi di Covid-19 entro pochi mesi, l’eredità di questa pandemia vivrà con noi per anni, forse decenni a venire. Cambierà il modo in cui ci muoviamo, costruiamo, apprendiamo e connettiamo. Semplicemente non è possibile che le nostre vite riprendano come se ciò non fosse mai accaduto. E così, anche se al momento può farci stare bene, è sciocco immergersi in una frenesia di attività o ossessione per la produttività accademica in questo momento. Questa è negazione e autoinganno. La risposta emotivamente e spiritualmente sana è prepararsi ad essere cambiati per sempre.

    Il resto di questo pezzo è un’offerta. I miei colleghi di tutto il mondo mi hanno chiesto di condividere le mie esperienze di adattamento alle condizioni di crisi. Certo, sono solo un essere umano, che lotta come tutti gli altri per adattarsi alla pandemia. Tuttavia, ho lavorato e vissuto in condizioni di guerra, conflitti violenti, povertà e disastri in molti luoghi del mondo. Ho sperimentato carenze alimentari e focolai di malattie, nonché lunghi periodi di isolamento sociale, movimento limitato e confinamento. Ho condotto ricerche pluripremiate in condizioni fisiche e psicologiche molto difficili e celebro la produttività e le prestazioni nella mia carriera accademica.

    Condivido qui i seguenti pensieri, in questo momento difficile, nella speranza che possano aiutare gli altri ad adattarsi alle condizioni di difficoltà. Prendi ciò di cui hai bisogno e lascia il resto.

    Fase n. 1: Sicurezza

    I tuoi primi giorni e settimane in una crisi sono cruciali e dovresti creare un ampio spazio per consentire un adattamento mentale. È perfettamente normale e appropriato sentirsi male e perduti durante questa transizione iniziale. Considera positivo non essere in negazione e che stai permettendo a te stesso di superare l’ansia. Nessuna persona sana di mente si sente bene durante un disastro globale, quindi sii grato per il disagio che questo ti provoca, é segno di sanità mentale. In questa fase, mi concentrerei su cibo, famiglia, amici e forse fitness. (Non diventerai un atleta olimpico nelle prossime due settimane, quindi non farti aspettative ridicole sul tuo corpo.)

    Successivamente, ignora tutti coloro che stanno pubblicando incessantemente sui social la mostra  della loro attuale super produttività . È OK che ti svegli alle 3 del mattino. È OK che ti sei dimenticato di pranzare e non puoi fare una lezione di yoga via Zoom. È OK che da tu non abbia neppure toccato quell’articolo da recensire e reinviare  in tre settimane.

    Ignora le persone che pubblicano che stanno scrivendo documenti e anche persone che si lamentano di non poter scrivere documenti. Stanno nel loro viaggio. Elimina il rumore.

    Sappi che non stai fallendo. Lascia andare tutte le idee profondamente stupide che hai su ciò che dovresti fare in questo momento. Invece, concentrati intensamente sulla tua sicurezza fisica e psicologica. La tua prima priorità durante questo periodo iniziale dovrebbe essere quella di proteggere la tua casa. Ottieni elementi essenziali sensibili per la tua dispensa, pulisci la tua casa e crea un piano familiare coordinato. Sviluppa conversazioni ragionevoli con i tuoi cari sulla preparazione alle emergenze. Se hai una persona cara che lavora nella sanità o un altro lavoro essenziale, reindirizza le tue energie e supporta quella persona come priorità assoluta. Identifica le loro esigenze e quindi soddisfale.

    Indipendentemente dal tipo del tuo nucleo familiare, avrai bisogno di una squadra nelle prossime settimane e mesi. Elabora una strategia di connessione sociale con un piccolo gruppo di familiari, amici e / o vicini, mantenendo le distanze fisiche in conformità con le linee guida di sanità pubblica. Identifica i più vulnerabili e assicurati che siano inclusi e protetti.

    Il modo migliore per formare una squadra è essere un buon compagno di squadra, quindi prendi l’ iniziativa per assicurarti di non essere solo. Se non si implementa questa infrastruttura psicologica, la sfida di affrontare le necessarie misure di distanziamento fisico  sarà schiacciante. Costruisci un sistema sostenibile e sicuro, ora.

    Fase n. 2: Il cambiamento mentale

    Una volta assicurato te stesso e il tuo team, ti sentirai più stabile, la tua mente e il tuo corpo si adatteranno e desidererai ardentemente sfide più impegnative. Nel corso del tempo, il tuo cervello sarà in grado di ristabilirsi  alle nuove condizioni di crisi e riprenderà la sua capacità di svolgere lavori di alto livello.

    Questo cambiamento mentale ti permetterà di tornare ad avere alte prestazioni, anche in condizioni estreme. Tuttavia, non pregiudicare il tuo cambiamento metale affrettandoti, , soprattutto se non hai mai sperimentato un disastro prima d’ora. Uno dei post più rilevanti che ho visto su Twitter (dello scrittore Troy Johnson) è stato: “Primo giorno di quarantena: ho intenzione di meditare e fare allenamento. 4 ° giorno: * Metterò il gelato nella pasta *. » È divertente e inoltre parla chiaramente del problema.

    Ora più che mai, dobbiamo abbandonare il performativo e abbracciare l’autentico. I nostri cambiamenti mentali essenziali richiedono umiltà e pazienza. Concentrati su un vero cambiamento interno. Queste trasformazioni umane saranno oneste, crude, spiacevoli, piene di speranza, frustranti, belle e divine. E saranno più lente di quanto ci aspettiamo. Sii lento. Lascia che questo ti distragga. Lascia che il tuo modo di pensare e la tua visione del mondo cambino. Perché il mondo è il nostro lavoro. Auguriamoci che questa tragedia faccia cadere tutte le nostre ipotesi errate e ci dia il coraggio di avere nuove e audaci idee.

    Fase 3: Abbraccia una nuova normalità

    Dall’altro lato di questo cambiamento, il tuo cervello meraviglioso, creativo e resistente ti starà aspettando. Quando le tue fondamenta saranno solide, crea un cronogramma settimanale che dia la priorità alla sicurezza del tuo team locale, quindi crea blocchi di tempo per le differenti categorie di lavoro: insegnamento, amministrazione e ricerca. Completa prima i compiti facili e dopo occupati dei lavori più duri. Alzati presto. Fare crossfit o  Yoga in linea  sará un po’ più facile in questa fase.

    Le cose inizieranno a sembrare più naturali. Anche il lavoro avrà più senso e ti sentirai più a tuo agio nel cambiare o annullare ciò che è già in movimento. Emergeranno nuove idee a cui non avresti pensato se fossi rimasto nella negazione. Continua ad abbracciare il tuo cambiamento mentale. Abbi fiducia nel processo. E supporta la tua squadra.

    Devi comprendere che  questo è come una maratona. Se corri troppo all’inizio, ti vomiterai sulle scarpe alla fine del mese. Preparati emotivamente affinché questa crisi continui per 12-18 mesi, seguita da una lenta ripresa. Se finisce prima, rimarrai piacevolmente sorpreso. In questo momento, lavora per stabilire la tua serenità, produttività e benessere in situazioni di allerta prolungata.

    Nessuno di noi sa quanto durerà questa crisi. Vogliamo tutti che le nostre truppe siano a casa prima di Natale. L’incertezza ci sta facendo diventare tutti  un po`matti.

    Certo, ci sarà un giorno in cui la pandemia finirà. Abbracceremo la nostra famiglia e i nostri amici. Ritorneremo nelle nostre aule e caffetterie. I nostri confini si riapriranno a un movimento più libero. Un giorno le nostre economie si riprenderanno dalla recessione.

    Tuttavia, ora siamo solo all’inizio di questo viaggio. Le menti della  maggior parte delle persone, non hanno ancora accettato il fatto che il mondo sia già cambiato. Alcuni si sentono distratti e colpevoli per non poter scrivere abbastanza o dare lezioni online. Altri stanno usando il loro tempo a casa per scrivere, segnalando un’esplosione nella loro produttività di ricerca. Tutto ciò è rumore: negazione e autoinganno. E in questo momento, la negazione serve solo a ritardare il processo essenziale di accettazione che permetterà di reinventarci in questa nuova realtà.

    Dall’altro lato di questo viaggio di accettazione ci sono speranza e resistenza. Sappiamo di potercela fare, anche se le nostre lotte continueranno per anni. Saremo creativi e ricettivi e troveremo luce in tutti gli angoli. Impareremo nuove ricette e faremo nuove amicizie. Avremo progetti che oggi non possiamo immaginarci e ispireremo persone che non abbiamo ancora incontrato. Ci aiuteremo a vicenda. Non importa cosa succederà dopo, insieme ce la faremo.

    In conclusione, ringrazio quegli amici che provengono da luoghi difficili, che hanno vissuto questa sensazione di disastro sulla propria pelle. Negli ultimi giorni, abbiamo riso delle ferite della nostra infanzia e abbiamo gioito delle nostre profonde tribolazioni. Abbiamo ringraziato e approfittato della resistenza delle nostre vecchie ferite di guerra. Grazie per essere guerrieri della luce e per condividere la saggezza nata dalla vostra  sofferenza. Perché le crisi sono sempre grandi maestre

    Aisha Ahmad è assistente professoressa di scienze politiche all’Università di Toronto e autrice del pluripremiato libro Jihad & Co: Black Markets and Islamist Power (Oxford University Press, 2017).

  • Debito, casa e lavoro: un’agenda femminista per il post-pandemia

    Debito, casa e lavoro: un’agenda femminista per il post-pandemia

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    Di Verónica Gago e Luci Cavallero

    Da Revista Anfibia

    Traduzione a cura di Martino

    Il virus ha accelerato in tutto il pianeta la comprensione del neoliberismo nei suoi meccanismi perversi su i corpi concreti. Qualcuno immagina cosa sarebbe di questa pandemia senza il ciclo di lotte che ha portato avanti il femminismo e le altre forme di militanza intorno alla questione della cura, i lavori essenziali invisibilizzati, l’indebitamento pubblico, gli estrattivismi, la violenza macista? Il campo di battaglia del capitale contro la vita non è astratto, è composto da tutte le lotte contro la precarietà che stanno affrontando proprio ora questa crisi.

    Le immagini di dolore che circolano da alcune settimane non lasciano spazio a banalizzazioni. Il virus ha accelerato simultaneamente in tutto il pianeta la comprensione del neoliberismo nei suoi meccanismi materialmente più mortiferi. Potremmo dire che questa non è una novità. Il neoliberalismo ha mostrato che convive perfettamente con macchine di morte: quelle che troviamo alle frontiere e nei campi di rifugiati, per nominare le più brutali. Tuttavia il virus, che colpisce senza discriminazioni di classe o passaporto, ci mostra oggi un assaggio di vita neoliberale come spettacolo che osserviamo svolgersi online, con tanto di cronaca necropolitica in tempo reale. A partire da qui, due piani enuncitivi principali sono stati proposti, senza tuttavia sembrarci efficaci. Un rapido commiato funebre al capitalismo (che troviamo da un editoriale del Washington Post fino a teorici riconosciuto) oppure, all’opposto, l’insistenza che la pandemia confermi un controllo totalitario del capitalismo sulla vita.

    Vogliamo situarci dal punto di vista delle pratiche di cui si è dotato il movimento femminista per domandarci quali siano le lotte che più hanno portato all’attuale crisi di legittimità del neoliberismo e rintracciare i terreni di lotta che si aprono fin da subito, nella crisi, e di conseguenza gli elementi che configurano possibili vie d’uscita. Vogliamo insomma attivare le chiavi di lettura che il femminismo ha messo a disposizione per comprendere il futuro – che sta avvenendo proprio adesso. Qualcuno si è per caso immaginato cosa sarebbe questa pandemia senza la politicizzazione della cura, senza la militanza per il riconoscimento delle mansioni riproduttive e per la valorizzazione delle infrastrutture del lavoro invisibilizzato, senza la denuncia dell’indebitamento pubblico e privato, senza l’impatto delle lotte anti-estrattiviste per difendere i territori dal saccheggio delle multinazionali?

    Non è un caso se oggi esistono un vocabolario e delle pratiche per denunciare gli effetti dello smantellamento della salute pubblica, dell’ipersfruttamento dei lavori precari e migranti e dell’aumento della violenza domestica all’interno del confinamento. A livello mondiale, i movimenti sociali sono in stato di allerta perchè con la pandemia esiste il rischio di rimanere più indebitat* a causa di affitti e servizi non pagati, di alimenti che non cessano di diventare più cari, e di debito pubblico accumulato ogni volta che gli stati decidono di salvare le banche. Si denunciano, ogni giorno, le derive securitarie, militariste e razziste della crisi. E’ necessario mettere in luce le lotte che stanno attraversando già adesso questa crisi, rilanciare le domande del femminismo e dei movimenti contro la precarietà in generale. Insistere sul fatto che se il mondo sta cambiando è perchè, come si legge su alcuni muri, la chiamata alla normalità era e continua ad essere il problema.

    Desideriamo dunque porre una serie di punti per aggioranre un’agenda aperta, collettiva, che esisteva prima della pandemia e che ci è utile, come ricerca comune, per respirare e per immaginare vie d’uscita.

    Estendere la quarantena alla finanza

    Nella misura in cui aumentavano i numeri dei corpi infetti dal virus, le borse di tutto il mondo continuavano a crollare. La finanza mostra ancora una volta la sua dipendenza ultima dalla forza-lavoro, nel momento in cui è necessario realizzare il valore. I governi pro-austerità in Europa hanno optato per un cambio di rotta nelle loro politiche, deviando fondi ai servizi sociali in emergenza, ma anche rafforzando tinte nazionaliste e securitarie. In Argentina, l’emergenza ha messo in secondo piano la rinegoziazione del debito con l’FMI, mentre proprio l’FMI – insieme alla Banca Mondiale – chiedeva il condono del debito di alcuni paesi per alleviare gli effetti della pandemia.

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  • Son tiempos de desenmascaramientos. Entrevista a Valeria Raimondi, enfermera y poeta, en servicio en Brescia

    Son tiempos de desenmascaramientos. Entrevista a Valeria Raimondi, enfermera y poeta, en servicio en Brescia

    de Pina Piccolo, traducción del italiano de Alessandro Peregalli

    [Aquí puedes leer la versión en Italiano – Leggi la versione in italiano]

    En el contexto del primer mes de cuarentena para el coronavirus en Italia, a menudo pensé en los que están directamente involucrados en el tratamiento de aquellos que contraen o pueden haber contraído la infección. Entre los amigos que forman parte del personal de atención médica, pensé mucho en mi amiga poeta y curadora (de diferentes maneras) Valeria Raimondi, cuyo sentido crítico y habilidades organizativas, además que de su capacidad de escribir, he siempre valorado.

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  • “El Precio del Oro”: documental estreno de Raúl Zecca Castel

    En la República Dominicana, los vecinos de una de las mayores minas de oro del mundo, la “Barrick Gold Pueblo Viejo”, se dividen entre quienes la acusan de contaminar el entorno y quienes defienden el “desarrollo” que ha llevado.

    El documental etnográfico que aquí les presentamos en estreno, rodado por el antropólogo e investigador italiano Raúl ZeccaCastel, tiene la virtud de mostrarnos esa conflictiva realidad a través del testimonio directo de los moradores de las comunidades cercanas a la mina, de la presidenta de la misma multinacional extractivista y del ministro de Energía y Minas de la República Dominicana, entre otros.

    Queda para el espectador la tarea de interpretar y, tal vez, formarse una opinión propia sobre lo que ocurre en esos parajes, donde al parecer el “precio del oro” se mide en algo más que simples onzas.

     

    Para más información lea: El dios de Pueblo Viejo: un monstruo de doble cara, un reportaje de Raúl Zecca Caste, El Pais/Planeta Futuro.

     

     

  • Las lecciones de Italia frente al Covid-19: “Estamos muriendo como moscas”

    Las lecciones de Italia frente al Covid-19: “Estamos muriendo como moscas”

    “Seguimos preguntándonos si no había otra manera de manejar este desastre, porque a lo mejor la había o la hay pero ¿cómo saberlo?”, escribe una periodista en Facebook.

    Por Caterina Morbiato

    Desde El Sur Acapulco

    Un silencio demasiado fuerte invade las calles de Bérgamo —al norte de Italia— y los pueblos alrededor. Los campanarios en las parroquias e iglesias han dejado de tocar las campanas para despedirse de sus muertos porque si siguieran haciéndolo tendrían que tocar sin parar. Lo único que rompe la quietud son los alaridos de las ambulancias, no más.
    Lo cuentan desde sus perfiles de Facebook quienes ahí viven: lo hacen con largos posts que traducen a otros idiomas con la esperanza de que rebasen las fronteras italianas y lleguen a aquellos países en donde la situación aún es tranquila.
    “No soy científica ni estadista, pero estoy muy, muy enojada: tengo miedo de que afuera de aquí no se esté entendiendo lo que nos pasa. Aquí estamos muriendo cómo moscas. ¿Está claro?”, escribe Sara Agostinelli, una joven periodista que lleva más de tres semanas enferma. Cuenta que sufre fuertes dolores de cabeza, respiración entrecortada y una progresiva resistencia a los medicamentos que toma para buscar alivio.
    Agostinelli se pregunta en qué se ha convertido la vida ahora que los más ancianos pueden ser tratados como productos caducos y no como seres humanos que “dejan afectos y amores sumidos en el dolor”.
    “Y lo escribo yo, irremediablemente atea, convencida de que la vida no es sagrada y que es vida solo cuando es digna. Pero cada vida es amor y lazos a su alrededor, y dolor profundo cuando falta”, reclama.
    “Cada uno de nosotros aquí conoce a alguien que está entre la vida y la muerte en terapia intensiva, muchos de nosotros perdimos familiares o estamos esperando noticias pegados al teléfono”.
    Desde la misma red social, Selene Cilluffo, periodista y profesora, comenta: “En este momento, en Bérgamo, es muy fácil enterarse de la muerte de personas más o menos cercanas. Nunca aprenderemos a acostumbrarnos. Les pido un favor: cuenten la historia de esta ciudad y de lo que está viviendo.”
    El suyo es otro llamado que entrelaza detalles de la vida íntima —el papá que llega a su casa para regar unas plantas y saludarla pero sin abrazos ni cercanía, la abuela que abre la ventana y se pregunta si así entrará el virus— con la situación socio-político actual de su país. Pide que se narren la fragilidad, los miedos y las frustraciones, pero también invita a que se relate el enojo frente a décadas de recortes en materia de salud pública y empleo, así como de decisiones políticas que favorecieron el aumento de la contaminación o el olvido de las poblaciones más desprotegidas.
    “Los que de verdad son vulnerables, ahí están también cuando no existe la emergencia, y cuando se nos cae la emergencia encima, son los que se transforman en las primeras víctimas”, reflexiona.
    “Seguimos preguntándonos si no había otra manera de manejar este desastre, porque a lo mejor la había o la hay pero ¿cómo saberlo?; preocupémonos y hagámoslo seriamente: porque solo preocupados, muy preocupados, tenemos la oportunidad de hacer algo razonable para nosotros y para los demás: evitar tantos muertos como sea posible”, insiste Agostinelli en Facebook.

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  • Le rivolte sono globali, repressione ovunque: 58 detenuti uccisi, 43 in America Latina

    Le rivolte sono globali, repressione ovunque: 58 detenuti uccisi, 43 in America Latina

    di Simone Scaffidi [Questo articolo è uscito in versione leggermente ridotta su Il Manifesto ]

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    Il virus della repressione colpisce le carceri: 58 detenuti morti in tutto il mondo all’indomani delle misure di contenimento per l’emergenza coronavirus

    di Simone Scaffidi

    Colombia. Per giustificare i 23 detenuti uccisi e gli 83 feriti del carcere La Modelo di Bogotà la ministra della giustizia colombiana Margarita Cabello ha dichiarato que “non è stato un problema sanitario a originare le rivolte” e che semplicemente si “è trattato di un piano d’evasione criminale che è stato represso”. La ministra, almeno per quanto concerne l’emergenza coronavirus, non ha detto il falso, a generare le rivolte in dicassette carceri del paese non è stato infatti il virus in sé. L’incertezza, la paura di morire e l’impossibilità di immaginare un futuro differente da quello prima della detenzione sono condizioni che appartengono alla vita quotidiana della maggioranza dei detenuti e delle detenute, il 21 di marzo del 2020, giorno del massacro, come ogni altro giorno dell’anno. Se si aggiungono le violenze, il sovraffollamento, le umiliazioni e l’assenza di percorsi di formazione degni si può facilmente dedurre che privare le persone recluse della possibilità di ricevere visite sia stata la goccia che ha fatto straripare le carceri.

    Rivolte globali. Praticamente tutti i paesi a rischio hanno adottato, tra le misure eccezionali per contenere l’espansione del coronavirus, la limitazione dei diritti fondamentali dei detenuti e delle detenute, dalla proibizione delle visite, alla limitazione degli spazi ricreativi e del regime di semilibertà. Tali misure hanno innescato ammutinamenti, fughe e rivolte e il sistema penitenziario ha risposto con la consueta violenza, normata dai meccanismi storici di repressione statale e biopotere. Il caso colombiano, a riprova che il modello carcere andrebbe ripensato radicalmente e/o abolito in tutto il mondo, non è affatto isolato. Le rivolte si sono verificate in ogni continente del pianeta: dall’Europa (Italia, Francia, Spagna, Belgio) all’America Latina (Colombia, Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay, Perù, Cile), dall’Africa (Mauritius, Uganda) all’Asia (Sri Lanka, Iran, India), dall’America del Nord (Stati Uniti) all’Oceania (Samoa).

    Italia. Dal 7 marzo in Italia, all’indomani delle misure per contenere l’espansione del virus – sospensione delle visite con i familiari, del regime di semilibertà e dei permessi premio – si sono verificate sommosse in ventisette carceri. Erano decenni che non si assisteva a rivolte tanto capillari sul territorio con più di seimila persone recluse che si sono sollevate. Il bollettino di guerra recita 13 detenuti morti, “per cause che dai primi rilievi sembrano per lo più riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini”, ha dichiarato il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, aggiungendo che “è un momento difficile per il Paese ma lo stato italiano non indietreggia un centimetro di fronte all’illegalità”. Mentre l’omertà e il silenzio calavano sulle sporadiche e goffe dichiarazioni istituzionali, i mezzi di comunicazione ignoravano o sminuivano i fatti, senza approfondire o indagare. La disumanizzazione dei detenuti seguiva inesorabile nell’Europa che esporta diritti umani: privati della libertà, della vita e ora anche dei propri nomi, mai pronunciati dalle istituzioni o dai media. “Chiamatemi col mio nome”, chiedeva il filosofo Paul B. Preciado qualche anno fa, a nome di tutti corpi marginali, storicamente oppressi e imprigionati da un sistema escludente e volontariamente smemorato.

    America Latina. E se si torna dall’altro lato dell’oceano, in America Latina, le rivolte sembrano non volersi placare. A seguito della proibizione alle visite dei familiari in Venezuela, il 18 di marzo, 84 reclusi sono riusciti a evadere dal carcere di Santa Barbara e durante la repressione dodici detenuti sono stati uccisi. In Argentina, tra il 23 e il 24 di marzo, i penitenziari di Florencio Varela, Coronda e Las Flores sono stati teatro di ammutinamenti e il bilancio della repressione è stato di cinque detenuti uccisi e diversi feriti, sei dei quali sono stati trasferiti all’ospedale per la gravità delle ferite riportate. In Perù il 22 di marzo le sommosse nel carcere di Trujillo sono state annichilite, tre detenuti sono stati uccisi e più di trenta sono rimasti feriti e trasferiti all’ospedale. In Brasile, il 16 di marzo, dopo le restrizioni al regime di semilibertà e il divieto di uscire dai centri penitenziari, 1375 reclusi sono riusciti a evadere da quattro prigioni dello stato di San Paolo e all’incirca la metà sono stati ricatturati dalle forze di polizia due giorni dopo. In Uruguay non è chiaro se la repressione delle rivolte nel carcere di Concepción abbia provocato morti o meno mentre in Cile, il 19 di marzo, circa 200 detenuti hanno provocato disordini nel più grande carcere del paese, il complesso Santiago 1, incendiando materassi e tentando la fuga.

    Sposandoci in Asia, il 21 di marzo, in Sri Lanka, la repressione delle proteste nel carcere di Anuradhapura ha provocato la morte di due detenuti.

    Il bilancio mondiale, all’indomani delle misure di contenimento per l’emergenza coronavirus adottate nelle carceri, delle rivolte che ne sono susseguite e della repressione scaturita è per il momento di 58 morti accertate tra i detenuti, in tre differenti continenti, in meno di venti giorni, tra il 7 e il 24 di marzo. In considerazione dell’invisibilizzazione del problema, della tendenza delle autorità a omettere informazioni di fronte all’opinione pubblica e dello scarso interesse dei media nell’affrontare la questione carceraria non si può escludere che il numero potrebbe già essere superiore a quello riportato. Inoltre la repressione nei centri di detenzione è ampiamente legittimata dalle istituzioni statali che sembrano volersi nutrire di essa per rafforzare la propria posizione intransigente di fronte all’emergenza. La velocità di diffusione delle rivolte sembra viaggiare al ritmo della diffusione del virus, nei Paesi dove si registrano casi e si adottano misure restrittive nelle carceri, le proteste non tardano ad accendersi. Il così significativo numero di morti a seguito della repressione, in un così ristretto lasso di tempo, rappresenta un dato preoccupante. Il peggioramento della situazione sanitaria, la difficoltà nell’attivare reti di solidarietà e sostegno “da fuori” e l’impossibilità di osservare e denunciare gli abusi all’interno dei centri penitenziari potrebbe generare scenari ancora più drammatici nelle prossime settimane.

    I nomi dei detenuti morti in seguito alla repressione delle rivolte:

    Colombia (23)

    Pedro Pablo Arevalo Rocha, Jesús Hernesto Gomez Rojas, Cristian David González Linares, Jhon Fredy Peña Jimenez , Daniel Alfonso Gonzalez Espitia , Miguel Angel Lemos Roa, Fredy Alberto Díaz Rodríguez, Édgar Alejandro Gómez Romero, Milton Yesid Rodríguez Álvarez, Cirus David Rojas Ospina, Diego Fernando Rodríguez Peña, András Felipe Melo Sánchez, Michael Alexander Melo Cubillos, Brandon Eduardo Avendaño Quevedo, Euclides José Pérez Espinoza, Yeison David Galvis Forero, Campo Elías Carranza Sanabria, Diego Andrés Rodríguez Fuentes, Joaquín Mejía Aguirre, Henry Humberto Gómez Méndez, Eberzon Palomino Hernández, José Ángel Hernández Páez, Daniel Humberto Carabaño Plazas

    Italia (13)

    Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan

    Venezuela (12)

    Luis Ángel Ibáñez López (23), Yerferson José Mendoza Churion (21), José David Sánchez Zambrano (26), Gervin Joel Pacheco Villegas (25), Ángel Alberto Chourio Olmos (24), Luis Carlos Dita Jiménez (26), Eugli José Prado Figueroa (35), César Emilio Guerrero Urdaneta (23), Erson Jail Rojas Pabón (26), Roger Fran Figueroa (44). Mancano due nomi che le autorità devono rendere pubblici.

    Argentina (5)

    Alan Matías Miguel Montenegro (23), Matías Gastón Crespo (31), Andrés Ezequiel Behler (23), Rolando Duarte (60), Jonatan Exequiel Coria (29), en Las Flores.

    Perù (3)

    Mauricio Fernández Antagory, Juan Garcia Melendez, Marino Fernandez Guatacaré

    Sri Lanka (2)

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  • Coronavirus, sistema de salud y lecciones de Italia

    Coronavirus, sistema de salud y lecciones de Italia

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    de Fabrizio Lorusso [publicado en Desinformémonos, SoyBarrio]

    Italia no lucha solamente en contra del nuevo coronavirus (SARS-CoV-2). Cualquier catástrofe epidemiológica o climática es a la vez social y política, dependiendo del factor humano. Es producto de una época histórica, y no simplemente de una coyuntura o de la naturaleza. Si bien entre finales de febrero e inicio de marzo hubo retrasos en las acciones emprendidas por las autoridades, vencidas por el “miedo” y las presiones empresariales para no parar la economía, y además se vio un inconsciente descuido de buena parte de la población en las medidas de cuidado contra el contagio y en el mantenimiento de distancias y prevenciones, hay también factores estructurales por considerarse. (altro…)

  • Come reagisce l’America Latina al Covid19? Il Cono Sud

    Come reagisce l’America Latina al Covid19? Il Cono Sud

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    di Alessandro Peregalli, Dario Clemente, Susanna De Guio

    Il primo caso di Covid-19 in America Latina è stato annunciato lo scorso 24 febbraio in Brasile: un uomo di 61 anni di ritorno da un viaggio di lavoro in Italia. Una settimana più tardi, il 3 marzo, anche Argentina e Cile segnalavano i primi risultati positivi al test. L’emergenza partita in Cina tra ottobre e novembre e la drammatica espansione del contagio in Italia già da febbraio rendevano i paesi latinoamericani consapevoli dei rischi connessi al virus in arrivo, e pochi giorni dopo, l’11 marzo, la OMS caratterizzava come pandemia la diffusione del Covid-19.

    Davanti alla necessità di affrontare lo stesso scenario, tuttavia, i governi latinoamericani hanno preso decisioni molto diverse tra loro. Se restiamo sui tre paesi già citati, osserviamo che Bolsonaro ha intrapreso la linea negazionista, continuando a parlare di un raffreddore che sui brasiliani non avrebbe attecchito e invitando a non prendere nessuna misura di limitazione del contagio, scelta che lo sta isolando anche all’interno del suo stesso gruppo di governo. L’Argentina di Fernández al contrario ha adottato rapidamente protocolli “all’italiana” mettendo l’intera popolazione in quarantena obbligatoria e sta proponendo un’immagine di Stato presente e capace di gestire l’emergenza. In Cile, invece, il virus è arrivato a scompaginare un contesto di rivolta popolare lunga cinque mesi contro il governo e le sue politiche neoliberiste: la prima reazione di Piñera di fronte al rischio del contagio è stata dichiarare lo Stato di Catastrofe e dare poteri straordinari ai militari, come aveva fatto già in ottobre di fronte alle manifestazioni contro l’aumento del biglietto del metro.

    Uno degli effetti collaterali della pandemia del coronavirus sembra essere la sua capacità di evidenziare i sintomi di una crisi strutturale del capitalismo su scala globale che si trascina ormai da un decennio, e mette in risalto le ripercussioni specifiche nei diversi contesti nazionali e regionali. Proviamo qui a dare una panoramica su tre paesi chiave nell’America del Sud, osservando il ruolo dello Stato rispetto alla logica del profitto, le condizioni economiche e sociali in cui si sta affrontando l’emergenza sanitaria, e le diseguaglianze sociali che si inaspriscono nelle situazioni di eccezionalità come quella imposta dall’attuale pandemia.

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  • Diário Trabalhista do Covid19 no Brasil: O necroliberalismo do governo Bolsonaro, quem não (mais) produz valor será descartado

    Diário Trabalhista do Covid19 no Brasil: O necroliberalismo do governo Bolsonaro, quem não (mais) produz valor será descartado

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    de Osmar Alencar Jr (Professor do Departamento de Economia da UFDPAR)

    [Este artículo en portugués, del 03/04/2020, O NECROLIBERALISMO DO GOVERNO BOLSONARO: quem não (mais) produz valor será descartado, es parte de los diarios laboristas del Covid19 en Brasil, aquí los encuentras: link]

    Em tempos de pandemia e de redução/paralisação das atividades econômicas não essenciais no combate ao COVID-19, o Estado mais uma vez é chamado para salvar o mercado e a vida da população mundial. Aquele mesmo Estado, que foi achincalhado e demonizado pelos neoliberais, na crise dos anos 1970, dos anos 1980 e, recentemente, em 2007, com os argumentos mesquinhos de ineficiência, gigantismo, intervencionismo e descontrole. Até o Plano Marshall, implementado pelos EUA para reconstruir a Europa no final da segunda guerra mundial, está sendo invocado pelos mais ferrenhos representantes da doutrina neoliberal no mundo e no Brasil. Uma idiossincrasia na “sacrossanta” ideologia neoliberal, pois tudo o que não admitem, teoricamente, é a intervenção do Estado na economia, ainda mais para salvar a vida da classe trabalhadora, em especial daqueles que não (mais) produzem valor e oneram demasiadamente as receitas públicas. (altro…)