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  • Bella Ciao: historia mínima de un himno de lucha universal

    Bella Ciao: historia mínima de un himno de lucha universal

    De Fabrizio Lorusso*

    [Artículo publicado en Pie de Página y video de Zona Franca]

    En este virulento 2020 y en medio de la cuarentena por el coronavirus, las y los italianos celebraron en casa su principal fiesta nacional, el 25 de abril, día de la Liberación del nazi-fascismo y aniversario de la Resistencia partisana. Fue una jornada de memoria, 75 años atrás en el tiempo, sobre el fin de una dictadura y la lucha de las y los combatientes antifascistas.

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  • Diário Trabalhista do #Covid19 no Brasil: Ode à barbárie

    Diário Trabalhista do #Covid19 no Brasil: Ode à barbárie

    ODE À BARBÁRIE: a sociopatia da elite brasileira na pandemia COVID-19

    Por Osmar Alencar Jr*

    A etimologia do termo barbárie vem da palavra em latim barbarie, a qual, segundo Aurélio significa “qualidade ou condição do que é bárbaro, cruel ou desumano”; relacionado a incivilidade; em que há grosseria, rudeza ou falta de civilidade”. Pode ser, também, um lapso ou erro grosseiro de ortografia ou linguagem que fere as normas básicas da gramática de um idioma.

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  • Il dilemma della sicurezza nelle comunità indigene dell’Amazzonia

    Il dilemma della sicurezza nelle comunità indigene dell’Amazzonia

    di Annalisa Bosco

    Con i siekopai verso lagartocoha [di A. Bosco]

    Depoliticizzazione della paura e selettività epidemiologica

     

    La peste è il peggiore dei nemici perché è un enigma. L’immaginario che il COVID-19 sta producendo è lo stesso. Di fronte alla peste si impazzisce, le città si chiudono, il senso di alienazione è grande. Ognuno è potenziale nemico reciproco del prossimo ma in modo indefinito, non come in guerra in cui il nemico è l’ “altro” ed è riconoscibile.

    Nel suo presentarsi, nel corso della storia, la peste ha portato con sé una serie di allegorie della fine, intese come fine della vita, come morte, mettendo in mostra il venir meno della sicurezza. L’attuale virus, come la peste, mette a nudo le nostre città e le nostre case, i luoghi della paura, che sono dentro di noi. Eppure questa paura divampante sembrerebbe oggi essere stata spoliticizzata, come se si trattasse di un sentimento di cui vergognarsi. Non sorprende, allora, se il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, guardando il Paese piegato di fronte all’emergenza sanitaria- primo in classifica per numero di vittime e contagi nel continente latinoamericano- abbia affermato che il COVID è solo una gripezinha (leggera influenza). Sull’altro versante, la Rete Ecclesiastica Panamazzonica (REPAM), l’8 Aprile scorso, riporta dei dati sconcertanti: la crescita esponenziale dei contagi e dei decessi nel territorio amazzonico è rispettivamente del +344% e +521% a distanza di una sola settimana[1]. Questa numerologia della paura fa crescere l’allarme per le popolazioni indigene, le più vulnerabili di fronte all’emergenza sanitaria poiché svantaggiate dal punto di vista dell’accesso all’informazione, alle risorse e ai servizi base. Inoltre, i dati noti oggi, escludono quasi sempre le zone rurali e più isolate dai conteggi statistici.

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    Siekopai nel loro territorio, comunità di San Pablo (Shushufindi) [di AnnalisaBosco]

    Le “epidemie in suolo vergine” hanno da sempre rappresentato una minaccia per gli indigeni, un fenomeno avviato in America Latina con l’espansione europea e con il colonialismo, portatori di agenti patogeni contro i quali la popolazione autoctona non presentava immunità. Alla base della scomparsa delle civilizzazioni esiste infatti una percentuale di causalità di tipo epidemiologico che con il tempo si è fatta strada tramite diversi canali fino a giungere a quelli relativamente più recenti come l’estrattivismo o la monocoltivazione. Con la spagnola (1918-19) si rilevò che la mortalità nelle comunità del Nord America e in quelle amazzoniche era dell’80%. In altre parole molte di queste persero la quasi totalità dei propri abitanti [2]

    Esistono diversi parallelismi tra le prime epidemie e l’attuale pandemia. Per cominciare, il COVID è un virus estraneo alla scienza per il quale non esiste ancora una cura specifica. I popoli indigeni, in generale, tendono a vivere in aree geografiche remote che, se da un lato sembrerebbe essere un vantaggio, dall’altro rappresenta una criticità. La distanza dai centri urbani, innanzitutto rende spesso difficili gli spostamenti e, poi, consolida la dimenticanza. Infatti è più probabile che ci si dimentichi di una fascia di popolazione quando non è del tutto visibile o accessibile- in termini di viabilità[3].  In un contesto come quello odierno, in paesi in cui il sistema sanitario è al collasso e la disponibilità di beni di prima necessità è limitato, occorre considerare che esistono una serie di problemi strutturali che rendono i confini comunitari più permeabili di fronte al COVID-19. Il livello socio-economico indigeno generalmente basso implica, di fatto, disturbi cronici di salute della popolazione dovuti anche alla malnutrizione e ai cambiamenti che la loro dieta tradizionale ha subito nel tempo. Tale situazione trova fondamento nel sempre più difficile approvvigionamento di risorse nelle comunità amazzoniche per via della contaminazione di aria, acqua e suolo causata dalle imprese estrattive, dalle monocoltivazioni e dall’incursione straniera più in generale.

    La battaglia contro il COVID ha avviato anche un fenomeno di banalizzazione delle conseguenze per le categorie più vulnerabili della società. I governi latinoamericani, depoliticizzando la paura, escludono la possibilità di un reale intervento nelle comunità indigene in termini di informazione, prevenzione e risposta al virus. Il vero problema, in questo caso, è che alcuni indigeni potrebbero morire senza che nessuno associ l’episodio alla sintomatologia del COVID, facilitando, così, una propagazione nei territori ancestrali e esponendo al rischio di sterminio interi popoli.

    Di fronte all’inerzia dei governi le popolazioni amazzoniche dell’America Latina hanno, pertanto, avviato forme di auto-governo per fronteggiare l’emergenza in atto. In rete circola molto materiale tradotto in lingua indigena sui metodi preventivi, su tutte quelle attività quotidiane che devono essere necessariamente riadattate a un contesto pandemico. Pertanto si vieta l’entrata agli stranieri nei territori ancestrali e, allo stesso modo, se ne proibisce l’uscita agli abitanti; le malocas – strutture in legno usate, per esempio, durante i rituali sciamanici-  vengono ora convertite in spazi per la quarantena obbligatoria di chi rientra dalla città o da altre comunità; si evita che la condivisione del cibo avvenga mediante uno stesso recipiente; le mani vanno lavate spesso evitando la vicinanza con gli altri, per quanto possibile; eccetera.

    In alcuni paesi, come in Ecuador, gli anziani- categoria maggiormente a rischio la cui sparizione comporterebbe enormi perdite culturali- si sono rifugiati nella selva più inoltrata. I Taitas Siekopai hanno così raggiunto le proprie comunità più remote, al confine con il Perù. La decisione è stata presa anche per fronteggiare la carenza di cibo, come mi riferisce telefonicamente il leader, Justino Piaguage, sottolineando che nelle ultime settimane il fiume Aguarico pullulava di pesci morti, probabilmente per via delle sostanze tossiche presenti nelle acque dello stesso.

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    Degrado: inviata da una comunità amazzonica siekopai

    Justino prosegue, poi, dicendo che gli effetti delle limitazioni provocate dal virus iniziano a farsi sentire: le famiglie senza alcun appoggio da parte del governo; i bambini costretti a casa e impossibilitati nella continuità delle lezioni on-line perché non dispongono di connessione internet; i pesci che vengono dal Río Shushufindi sembrerebbero essere stati avvelenati. Su questo ultimo punto e sulle possibili cause resta il dubbio. Il leader sostiene che potrebbe essere per via delle sostanze chimiche scaricate in acqua dalle imprese palmicultrici o dai prodotti utilizzati dai coloni per le proprie attività ittiche.

    Tuttavia, occorre far luce su una questione ben più allarmante. Nonostante un mondo quasi del tutto in stand-by, le operazioni estrattive (legali e illegali) di petrolio e minerali non si sono mai fermate. Il caso ecuadoriano è emblematico. A seguito di una erosione che ha provocato la rottura di uno degli oleodotti più importanti del paese, lo scorso 7 aprile, il petrolio ha iniziato a riversarsi nelle acque del Coca, raggiungendo poi anche il Napo. Dato l’intervento tardivo e nullo da parte dei ministeri, ora l’allerta riguarda anche il vicino Perù. Questo episodio ha reso ancor più difficile il confinamento nelle comunità per ovvie ragioni.

    Le confederazioni indigene dell’Ecuador hanno denunciato l’assenza statale in generale tramite appello a una acción urgente affinché venga garantito il diritto alla salute e la tutela della vita. Pertanto viene chiesto di includere gli indigeni nei piani assistenziali così come in quelli decisionali circa la gestione dell’emergenza e la sicurezza alimentare. “Oggi temiamo l’invisibile, che ci angoscia. Il più sfibrante e sterile fra i sentimenti”[4]. Forse proprio questa intangibilità ha decostruito il significato stesso del termine pandemia: pan demos, dal greco,significa “tutto il popolo”, ma è davvero così? È davvero una “guerra” civile planetaria?

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    Siekopai nel loro territorio, comunità di San Pablo (Shushufindi) [di Annalisa Bosco]

    Il virus ha moltiplicato le barriere fisiche e mentali seguendo delle dinamiche quasi mai omogenee e secondo intensità diverse, in modo selettivo: colpisce duramente alcune aree del globo e ne risparmia altre. Immancabile il grido al complottismo che vede nella recente cartografia (del male divampante) i centri nevralgici del globo piegarsi prima in Cina, poi in Europa, infine negli USA, cuore pulsante del pianeta, economicamente e geopoliticamente. Tuttavia, ogni società produce per sé le proprie vulnerabilità, e le epidemie ce lo ricordano. Il dilemma della sicurezza che, oggi, molte comunità indigene stanno affrontando, questa possibilità- o certezza- di esser lasciate in balia del nemico, col tempo si è soltanto consolidata, rendendola una costante nella lotta per la salvaguardia delle culture ancestrali.


    [1]              https://www.cospe.org/news/60146/amazzonia-azione-urgente-per-i-popoli-indigeni-il-contagio-in-aumenta-in-modo-esponenziale/ (Cospe, aprile 2020) ;  https://redamazonica.org/ (Repam)

    [2]              https://www.bbc.com/mundo/noticias-52199977

    [3]              Un discorso a parte va fatto per i popoli non contattati. Sarebbe inpensabile intervenire ora in un’area del globo che non ha mai avuto contatti con l’esterno. Eppure non sono mancati episodi simili. Il gruppo di evangelizzazione brasiliano, Ethos 360, ha, infatti, tentato- invano- di avviare una missione in piena pandemia verso una comunità in isolamento volontario al grido della salvezza dalla morte incombente sul mondo.

    [4]           Limes, quaderni di geopolitica (marzo 2020)

  • Desaparición y búsqueda en Guanajuato: nace alerta ciudadana en Twitter

    Desaparición y búsqueda en Guanajuato: nace alerta ciudadana en Twitter

    “Mi nombre es Maricela Peralta, busco a mi hermano, Jorge Ismael Peralta, hace un año y seis meses [septiembre de 2018] que desapareció, vengo de Celaya. Ustedes que nos han acompañado saben bien lo que nos ha costado esta reunión. Tengo que reconocer que mucho del peso ha sido el apoyo de los medios, el apoyo de los activistas, nuestros coordinadores que no nos sueltan, y la presencia de la comisionada del Sistema Nacional de Búsqueda, gracias Karla (Quintana Osuna). Porque tenemos que dejar de ser invisibles y el punto en Guanajuato es que desde el primer desaparecido debió de haberse empezado a crear la Ley. Entonces, estamos hablando de más de dos mil, tenemos datos con Fabrizio, tenemos más de dos mil personas que se encuentran en calidad de desaparecidos”.

    Estas fueron algunas palabras que dirigió a los medios Maricela, hermana de Jorge Ismael, desaparecido en Celaya. La familia pudo llegar a localizar la señal de su celular hasta que, cerca de la comunidad de Santa Rosa de Lima, perdió su rastro y desde entonces lo busca. El día 16 de enero 2020 hubo una reunión histórica en Guanajuato, ya que por primera vez los colectivos de familiares de personas desaparecidas pudieron hacer oír su voz frente al gobernador del estado, Diego Sinhue Rodríguez, en una reunión que venían pidiendo desde hacía un mes y medio.

    Al final, en la rueda de prensa, tres mujeres de los colectivos “A tu encuentro” y “Justicia y Esperanza” tomaron la palabra para hablar de la situación terrible de violencia en el estado, misma que había sido negada e invisibilizada durante años por las autoridades y el discurso oficial. Detrás de ellas, los y las compañeras, unidas en el dolor y la búsqueda, levantaban un mosaico de decenas de mantas y lonas con las fotos y los datos de sus seres queridos. Al salir, ya anochecía y centenares de grullas de papel, que habían sido colocadas en la tarde por activistas, feministas y grupos de estudiantes y docentes de la Universidad de Guanajuato, aguardaban en las escaleras del Centro de Convenciones, sede de la reunión, representando a las personas sin paradero en la entidad.

    Un estado supuestamente próspero, con trabajo, cuya economía e inversión foránea se presumían en todo México y en el exterior, se había vuelto, en pocos meses, el agujero negro del país por lo que concierne a la violencia, el robo de combustible, la extorsión, la trata de personas, el homicidio doloso, el feminicidio y, entre otros crímenes de alto impacto y violaciones graves a derechos humanos, la desaparición de personas.

    Desapariciones y fosas

    Según cifras de la propia Fiscalía General del Estado obtenidas por transparencia, había unas 2,104 personas desaparecidas en Guanajuato al 30 de septiembre de 2019 y unas 1,758 al 31 de diciembre. Estas cifras van variando, pues en parte dependen de estimaciones acerca del número de personas que permanecen desaparecidas en años anteriores a los registros que son compartidos por la FGE (antes de 2012), y en parte del número de localizados y nuevos desaparecidos que cada mes o trimestre se van sumando a los registros. Aun así son oficiales y reflejan bien el tamaño de la crisis. Pese a ello todavía la autoridad las sigue llamando “personas no localizadas” y reconocía tan solo 11 casos de desaparición en la entidad, como lo sostuvo en noviembre y en diciembre del año pasado la Fiscal Especializada en el Delito de Desaparición ante la prensa y en una reunión con el Congreso del estado. Más allá de datos y estimaciones sobre las cifras que debía la Fiscalía a la sociedad y no daba correctamente, bastaron unos actos públicos, políticos y simbólicos, de los grupos de familiares de las y los desaparecidos para desmentirla con su propia acción en las plazas y con la estruendosa presencia de sus familiares desaparecidos en lonas de plástico, fichas multiplicadas en redes sociales, y fotos colgadas y pegadas a los cuerpos de quienes los están buscando.

    Otra forma de negación aparece respecto de las fosas clandestinas en la entidad, pues las autoridades locales declaran simplemente que no hay, reportando cero fosas a la Federación, mientras que investigaciones hemerográficas de periodistas, académicos y de la misma Comisión Nacional de los Derechos Humanos, sumadas a las cada vez más frecuentes denuncias ciudadanas y de familiares de personas desaparecidas, reportan unos 50 sitios.

    Según una visión más “sociológica”, podemos definir fosa clandestina cualquier sitio, oculto o semioculto, en el cual se enterraron, arrojaron o colocaron uno o más cadáveres, osamenta o restos humanos, de manera ilegal, o sea, sin que ese sitio haya sido designado por las autoridades para tal fin. En este sentido, atendiendo la necesidad de verdad y justicia de los colectivos de familiares y de la sociedad en su conjunto, la fosa llega a coincidir con los sitios de disposición de cuerpos en parajes ocultos en general. Se juntan los aspectos de la ilegalidad y cierto nivel o intención de secrecía, dentro de sitios que van apareciendo masivamente en el panorama forense (y de terror) nacional. Entender la fosa clandestina en sentido amplio, como “cualquier sitio”, abre ciertas posibilidades reivindicativas sobre el uso del propio término, la visibilización del fenómeno y la naturaleza de tantos espacios así clasificables, unidas a la oportunidad de proceder a subsiguientes registros.

    Por otro lado, también, puede comprenderse, más técnica y jurídicamente, como un sitio de disposición de cuerpos o restos humanos que, total o parcialmente, se encuentran en el nivel del subsuelo, con restos enterrados o descubiertos, en lugares naturales o excavados artificialmente que podemos considerar ocultos por su naturaleza. Esto es, según una definición más puntual basada en la arqueología. Sin embargo, en ambos casos, con definición amplia o social, o según una visión más técnica, la ambigüedad oficial al respecto ha sido endémica.

    Para las fosas y su relación con las desapariciones, se puede presumir, especialmente en el contexto del circuito y dispositivo de la desaparición de personas en México, la existencia de un propósito de ocultar el paradero de una o más personas, dificultar o imposibilitar su localización o identificación, destruir evidencia, o bien, entre otras cosas, evitar que las autoridades puedan investigar o sancionar las razones o las modalidades de tales actos. Finalmente, la realidad es que en Guanajuato sí hay fosas clandestinas y según la CNDH señaló 18 (enlace p. 482/630) entre 2007 y septiembre de 2016, mientras que unas treinta más se encuentran en prensa hasta marzo de 2020.

    Colectivos y energía social

    El 8 de noviembre de 2019 nació el colectivo “A tu encuentro”, que hoy suma a más de 170 familias de Irapuato, Celaya, Salamanca y León, entre otras ciudades. Acompañado por “Justicia y Esperanza”, colectivo de mujeres de San Luis de la Paz que desde 2011 buscan a sus seres queridos, desaparecidos en la ruta migratoria hacia Estados Unidos, logró visibilizar la problemática como nunca antes se había podido hacer, en un estado caracterizado por silencios oficiales, represión de los movimientos sociales y complicidades de toda índole.

    La violencia se disparó y el miedo, poco a poco, fue dejando paso a la indignación de muchos sectores de la sociedad: víctimas del delito y colectivos contra la minería, el movimiento de mujeres que luchan y feminista, estudiantes de bachillerato y universitariosfamiliares de desaparecidos y movimientos socioambientales liberaron en 2019 una inédita energía social y contestataria. Por otro lado, el conflicto armado interno recrudecía, bandas armadas se llevaban, y siguen haciéndolo incluso en época de pandemia, a jóvenes, mujeres, padres y madres, hermanas y hermanos desde sus propias casas, desde la vía pública, la tienda de la esquina, la parada del camión, desde centros de rehabilitación y varios otrora espacios seguros de la cotidianidad.

    Integrantes de distintos grupos criminales armados, sobre todo locales, jaliscienses y michoacanos, se presentan hoy como más parecidos a paramilitares que a traficantes de enervantes o revendedores de gasolina robada, y pelean por recursos, territorios y poder, secundados por policías municipales y estatales que terminan siendo, a la vez, víctimas y verdugos. Guanajuato es el estado en que son asesinados más policías, pues fueron setenta y tres en 2019, pero también es tierra de graves violaciones a derechos humanos, militarización de la seguridad pública, desigualdades económicas crecientes (2.º estado más desigual a nivel nacional, después de Nuevo León), desapariciones forzadas y ejecuciones extrajudiciales. Por ejemplo, la perpetrada el 13 de diciembre de 2018 contra el migrante Leonardo Reyes Cayente, quien fue ejecutado por policías estatales en su natal San Miguel de Allende mientras estaba de visita por las vacaciones navideñas. Injusticia, criminalización de las familias e impunidad priman en este y otros miles de casos de víctimas en la entidad.

    El tejido social que resiste

    Maricela Peralta, nuevamente, expresa perfectamente todo esto: “Esto que ven, esto es el Guanajuato que no le gusta al gobierno. Este es el tejido social que se está resistiendo a terminar quebrantado porque estamos hablando de familias que están destrozadas, que se han quedado sin padres, que se han quedado sin proveedores, sin hijos, que se han quedado sin salud. Tenemos una compañera que está en terapia intensiva porque ella presenció la desaparición de su hija. Esto es sensibilidad, y ok, que haya tocado este tema, que le haya un poquito al gobernador de eso. Lamentablemente, Guanajuato está picando piedra y es lamentable, porque estamos hablando de un Guanajuato empoderado económicamente, pero en desapariciones, pues allí la llevamos también a de la primera, ¿no? Hasta que le toca a uno es cuando… ponte a saber de este mundo. No queremos, nosotros deberíamos de estar disfrutando con nuestra gente, ¿no?”. Su testimonio puede leerse completo y en video en este enlace.

    Tristemente la señora que estaba en terapia intensiva, integrante del colectivo “A tu encuentro”, falleció en el hospital en León, como relata el testimonio de su marido, Omar Ríos, quien busca a su hija, Gabriela Johana Ríos Bancarte, desde el 17 de mayo de 2019.

    Después de una marcha con unos cincuenta participantes a la Fiscalía de León, el día 18 de febrero pasado, el coordinador del colectivo “Sembrando Comunidad”, acompañante de “A tu encuentro”, José Gutiérrez, y su colaboradora, Janet, reciben una amenaza de muerte y tienen que exiliarse por más de un mes. A finales de febrero, el gobernador, de manera irresponsable e ilegal, viola el debido proceso y “revela” a la prensa partes de la investigación, según la cual supuestamente la amenaza contra el activista habría sido hecha por un familiar de persona desaparecida, logrando así con una frase exponer a Gutiérrez doblemente al peligro, dar un mensaje de impunidad, de que “no pasa nada”, a los delincuentes y criminalizar a todas las víctimas y colectivos. En lugar de la solidaridad que se esperaría de un servidor público y “hombre de Estado” contra las mafias, dentro y fuera de las instituciones, más bien se manifestó descuido y superficialidad. La carpeta de investigación del activista, al que tuvo acceso a finales de marzo, de hecho, no contiene ninguna referencia a familiares de desaparecidos que “habrían llamado” para amenazarlo, según el propia análisis y declaraciones de Gutiérrez (quien, además, es criminólogo).

    ¿Qué es el tejido social del que habló Maricela? Es la red de relaciones sociales y el intrincado entramado de estas mismas redes entre sí, ya sean físicas, asociativas, virtuales, mentales o de conocimiento, que permiten e integran la vida social. Y son estas redes que los colectivos fortalecen, que exigen ser reconocidas cada vez más por la sociedad y que, finalmente, “se resisten a ser quebrantadas”, pese a la persistencia de la indiferencia o a los intentos de cooptación o, inclusive, de amedrentamiento de las autoridades.

    Alerta ciudadana en Twitter

    Para aportarles un granito de arena y contribuir a la búsqueda y difusión de casos de personas desaparecidas en Guanajuato, un grupo de personas defensoras de derechos humanos acaban de crear la cuenta de Twitter “Desaparecidos Guanajuato” (@desapgto) para emitir o reproducir alertas de desapariciones desde la sociedad civil. En un comunicado, invitan a difundir y seguir la cuenta, retuiteando sus alertas con hashtags principales como #TeBuscamos #DesaparecidosGTO y #NiUnaMenos, o también #HastaEncontrarles #Difunde y #LeHasVisto.

    “Las alertas ciudadanas en los casos de desaparición de personas tienen una historia de más de 20 años, datan de las acciones urgentes que las organizaciones de derechos humanos emitían haciendo llamados a la acción a la sociedad y exigiendo que las autoridades su inmediata actuación. Hoy, a muchos años de distancia, las acciones urgentes se han convertido en alertas vía redes sociales, que desde la sociedad civil y los movimientos de familiares ayudan a visibilizar los casos de desaparición ante el retraso o la omisión institucional”, detalla el comunicado de prensa de las y los activistas.

    Hay antecedentes locales importantes, recientes, que fueron precursores importantes, inclusive, para la misma creación de los colectivos de familiares y de las primeras iniciativas públicas, en las calles de Irapuato en agosto de 2019, por ejemplo, de las familias contra la violencia: el Facebook Desaparecidos Irapuato funciona desde principios de 2019, tiene más de 45 mil seguidores y difunde datos e imágenes de desaparecidas y desaparecidos en la región. Asimismo, las alertas en Twitter de la red “La Alameda” con cuentas en todos los estados de México, también han estado apoyando y operando en Guanajuato.

    La cuenta de “Desaparecidos Guanajuato” tendrá funciones de alerta ciudadana, de difusión de información existente en cuentas oficiales (como Alerta Amber Guanajuato y Protocolo Alba), pero sobre todo de las búsquedas que señalen colectivos, ciudadanos y familias de la región (como en el caso de la maestra Guadalupe Barajas, desaparecida en Salvatierra el 29 de febrero). La idea es apoyar búsquedas en redes y hasta poder crear alertas o fichas de ser necesario, así como publicar materiales de utilidad social o noticias relevantes sobre la desaparición de personas y otras violaciones graves a derechos humanos.

    “La cuenta @desapgto es parte de un proyecto más amplio de capacitación, denuncia y documentación sobre personas desaparecidas y víctimas de violaciones graves a derechos humanos en la entidad”, que va tomando forma poco a poco justamente para aportar a la reconfiguración activa de ese tejido social que resiste, denuncia, busca y se opone a las lógicas mafiosas, de impunidad, silencio, negación, poder y miedo, que han gobernado vidas y narrativas en Guanajuato, y que son parte de los mecanismos, de los dispositivos de poder, que posibilitan y hacen crecer las desapariciones en el país.

    Colaboración con PopLabSoyBarrioDesinformémonos y A dónde van los desaparecidos.

  • Lettera da Wuhan alle sorelle lavoratrici domestiche

    Lettera da Wuhan alle sorelle lavoratrici domestiche

    di Meng Yu

    [La versione originale è stata tratta dal blog Jianjiao buluo e tradotta con il permesso dell’Autrice, dal cinese, da Federico Picerni. Tratto da CarmillaOnLine]

    Sorelle che presto rivedrò,

    in questo momento, qualcuna di voi sarà già al lavoro; qualcun’altra, benché già al proprio posto, sarà in isolamento temporaneo e impegnata a concordare con il datore di lavoro i tempi del rientro in servizio; e altre saranno ancora a casa a trascorrere quella “vita speciale”, tutta cibo e letto, letto e cibo, che non vi sareste mai sognate in precedenza.

    Già, la Festa di Primavera [capodanno “cinese”, NdT] del 2020 è stata davvero senza precedenti. Dopo aver trascorso giornate lunghe quanto anni interi dentro la casa dove lavoro, finalmente sono arrivata in fondo anche a quest’anno. Con gran fatica sono riuscita anche a comprare il biglietto per tornare a casa; volevo partire un po’ prima del solito per andare in ospedale per un problema ginecologico posticipato da tempo, ma anche per sistemare il matrimonio di mia figlia e tenere un po’ di compagnia alla mia vecchia mamma. Arrivata a casa, il tutto era appena cominciato e, prima ancora che potessi rendermi conto di quanto stava succedendo, hanno chiuso le città, chiuso i distretti, chiuso i villaggi, bloccato i mezzi di trasporto… a poco a poco, ci hanno tagliato fuori dal mondo esterno. 

    La prima volta che mi sono imbattuta in questo termine sconosciuto, “nuovo coronavirus”, è stato il 22 gennaio. Poco prima di andare a dormire, al termine di una lunga giornata trascorsa a sbrigare vari impegni, fra le notizie lessi di questa misteriosa malattia che a Wuhan aveva già raggiunto livelli molto preoccupanti. Dal momento che non sapevo nulla in proposito e che non avevo ben ragionato sulla situazione, pensai che, in fondo, Wuhan era così lontana, e poi comunque si stava facendo un notevole lavoro per curare i malati e contenere il virus. Non ci saranno grossi problemi, pensavo. Lasciai perdere fino alla mattina del 23 gennaio, quando accesi il cellulare e lessi che Wuhan era stata isolata. Solo a quel punto mi resi conto della gravità della situazione.

    Da quel giorno, ogni mattina, appena sveglia, controllo le notizie. Il numero dei contagiati e dei morti aumentava giorno dopo giorno, e anche il mio stato d’animo, solitamente spensierato, cominciava ad appesantirsi: ansia, paura, angoscia, emozioni d’ogni genere mi si riversavano in testa.

    Volevo andare a far visita a mia madre e tenerle un po’ di compagnia, ma gli accessi al villaggio erano già stati sigillati e nessuno aveva il permesso di uscire. Ormai non potevo più farci niente. Comunque le telefonai subito per dirle di chiudersi in casa.

    “Ho ottantacinque anni, di che dovrei avere paura? Anzi, tanto meglio se muoio!”

    “Ah, mamma, sarà anche meglio se muori, ma non siamo riuscite a rivederci, e poi guarda che se muori non possiamo venire a seppellirti!”

    “Davvero? È così grave?”

    “Sì, mamma, questo virus si diffonde velocissimamente e fa stare malissimo. Rimani a casa, non uscire per nessuna ragione. Ti vengo a trovare appena passa l’epidemia, d’accordo?”

    Feci del mio meglio per convincerla, poi dissi a mio fratello e mia sorella di telefonarle a loro volta. Finalmente tranquillizzammo la nostra vecchia madre. Certo, capivo bene il suo stato d’animo: dopo un anno di separazione, non vedeva l’ora di rivedere sua figlia, ma ora che mi aveva a portata di mano, non potevamo stare insieme: ovvio che ne soffrisse. E figurarsi se io, in quanto figlia, non provassi lo stesso!

    Sì, quest’anno avevo deciso di rientrare prima per il matrimonio di mia figlia. Eh! Io avrei voluto prima concludere il fidanzamento e rimandare le nozze alla Festa di Primavera dell’anno prossimo. In fondo, mia figlia è ancora giovane, e poi io non avevo ancora mai visto il mio futuro genero. La famiglia di lui però diceva che l’anno prossimo non si sarebbe potuto fare, in quanto l’anno del suo segno zodiacale, e poi comunque i due ragazzi stavano insieme già da più di un anno e sembravano fatti l’uno per l’altra. Anche a me in effetti il genero sembrava di buoni principi e sapevo che mia figlia fosse molto soddisfatta, quindi alla fine, non senza perplessità, ma stremata dalle continue preghiere della famiglia di lui, ho acconsentito che si sposassero il 20 gennaio. E così, in questo breve lasso di tempo, abbiamo concluso il matrimonio.

    Allora non avevo ancora avuto notizia dell’epidemia, ma con il senno di poi sono felice di aver sistemato le cose in quel momento: è davvero un’ottima cosa che due giovani, innamorati da tempo, possano passare insieme questi giorni così particolari!

    Chiusa la questione del matrimonio, era tempo – come, credo, anche per voi tutte – delle spese di Capodanno. La gente di campagna ha tantissimi riti prestabiliti da osservare. In famiglia abbiamo degli anziani e, naturalmente, ogni anno tantissimi parenti e amici vengono ad augurare loro buon anno, quindi dovevamo provvedere a una quantità di doni piuttosto consistente. Risolto anche questo, ci stavamo preparando per riunirci con i parenti per salutare l’anno nuovo, quando giunse la notizia che l’epidemia si era aggravata al punto che ci si poteva contagiare da persona a persona.

    A questo punto, credo di dovervi fare un invito: se siete già sul posto di lavoro, state al sicuro e curate bene la salute; se uscite portate la mascherina, evitate il più possibile i luoghi affollati, se possibile indossate guanti monouso, disinfettatevi e lavatevi bene le mani, quando rientrate cambiatevi i vestiti. Le grandi città sono affollate e l’aria è cattiva; noi, domestiche senza alcuna assicurazione sanitaria, dobbiamo assolutamente prenderci cura di noi stesse! Se siete a casa in attesa di riprendere l’impiego, non abbiate fretta di tornare a lavorare, prima di partire accordatevi bene con il “padrone”, soprattutto accertatevi se avrete a disposizione un posto sicuro dove passare la quarantena, se vi saranno garantiti tre pasti al giorno e se durante il periodo di quarantena vi sarà corrisposto lo stipendio. Se è tutto a posto, potete richiedere il certificato di uscita dal luogo dove vi trovate e, prese tutte le varie misure precauzionali (mascherine protettive, disinfettante, sapone, guanti monouso, ecc.), potete tornare al luogo di lavoro.

    Se invece non avete sistemato tutto questo, allora non abbiate fretta, restare a casa, rilassatevi, mangiate, bevete, ascoltate un po’ di musica, ballate, leggete qualche buon libro, imparate a scrivere ciò che vedete e sentite. Potete anche fare una maratona di serie tv con gli altri parenti. Insomma, consideratela un’occasione per rinfrancarvi.

    Tutti quei medici e infermieri in prima linea, notte e giorno, a soccorrere i malati, per la maggior parte non hanno fatto nemmeno le ferie, sono stati trasferiti nei luoghi con il più alto numero di contagi e lavorano quotidianamente in ambienti ad alto rischio di trasmissione del virus. Alcuni sono stati contagiati e hanno persino perso la vita senza nemmeno rivedere i propri cari. Sono convinta che, come me, anche voi sorelle sarete estremamente addolorate da queste notizie.

    A proposito della vita, a dire il vero in questo periodo ho fatto alcuni pensieri estremi. Non vi nascondo che a volte vorrei persino gridare: non mi fa paura essere contagiata, ma i maltrattamenti da parte di mio marito.

    Parlo sul serio: il conservatorismo della mia famiglia mi soffoca e sono state le limitazioni arrivate con questa epidemia a farmi vedere con ancora più lucidità i traumi causati dalla mia famiglia: ne ho avuto abbastanza di questa vita!

    Lui passa le giornate a far niente (e io non oso certo chiedergli di fare nulla), ogni volta che sbrigo una faccenda eccolo a fare qualche commentino, ogni cosa per lui è fatta male, e non solo non mi lascia spiegare, ma mi insulta anche in ogni modo possibile. Non gli va bene nulla, nemmeno il cibo è conforme ai suoi gusti. Io non lo considero, e lui che fa? Mi accusa di disprezzarlo, lui che è “il capo di questa famiglia”, mi dice che sono una donna che vuole ribellarsi, “rovesciare il cielo”. Se non ha scuse a cui aggrapparsi comincia a insultarmi, dice: “È da un bel po’ che sei in città, eh? Non è che hai un ‘amichetto’?” Quando litighiamo, vomita oscenità persino sulla mia famiglia. Non fa che sbraitare sul “… (questo è l’insulto più maligno, il senso è figlio illegittimo)” dei miei “clienti di città”. Ditemi, sarebbe mai possibile mantenere la calma in queste condizioni?

    Ma ciò che mi ferisce di più è la mentalità dei miei cari. Ero appena tornata a casa, con la mente ancora intontita dagli scossoni del treno, il corpo non ancora svestito della spossatezza del viaggio, che mi hanno messo davanti a una pila di cose lì ad aspettarmi: “Finalmente sei tornata, presto, fa’ questo, fa’ quell’altro…”, “Questa è roba da donne…”.

    E se fai fatica a riabituarti ad un ambiente che non vedi da più di un anno, eccoli a dire: “Ti sei rovinata, non riconosci più nemmeno casa tua”. Se ti senti offesa e vuoi rispondere, chi ti circonda subito ribatte: “È un anno che non rincasi, porta pazienza!”, “Sei sempre fuori, almeno quando sei qui comportati bene”, “Gli uomini si arrabbiano facilmente, le donne devono sopportare! Non è sempre stato così? Chi ti obbliga a non tornare più spesso a fargli compagnia?”.

    Sentire questi discorsi mi fa male. Dirò la verità: sono un’ultracinquantenne anch’io, sento già che fisico e mente sono in fase calante, quando torno a casa vorrei tanto ricevere affetto e attenzioni, invece è sempre il contrario.

    Qui al villaggio non si sentono che i suoni di Kuaishou [app di video sharing cinese, NdT] e TikTok, o di gente radunata a giocare a carte, bere e chiacchierare, e non si vede nessuno che porti la mascherina. A casa vorrei leggere e scrivere qualcosa, ma le donne che vengono a trovarmi per fare due chiacchiere dicono che sono diventata ormai una donna di città e ho la puzza sotto il naso. Mi prendono in giro dicendo che voglio fare la scrittrice. Ai loro occhi sono chiaramente una pecora nera. Mia suocera ha pure detto: “Di che dovrebbe occuparsi una donna se non del cucito? Cosa leggi a fare?”, “Alla tua età ancora a leggere e scrivere roba, ma che ci fai? Mettiti a fare qualcosa di serio!”

    Sono fuori di me! Sì, è vero, sono una lavoratrice domestica, lavoro lontano, mi occupo degli altri, mi faccio comandare, talvolta mi capitano anche cose che per altri sarebbero inimmaginabili. Da mattina a sera sacrifico tutte le mie energie e tutto il mio tempo sul posto di lavoro, con attenzione e impegno, per poter dare alla mia famiglia una vita migliore. E però quando torno a casa non solo devo sopportare le illazioni dei parenti, ma anche qui devo pure occuparmi degli altri.

    Ancora più importante: non si può fare altro, non si può pensare ad altro. La loro logica è che se ti occupi degli altri, è quello il compito che ti spetta. Desiderare di impegnarmi in qualcosa di diverso fa di me una che non sa stare al suo posto, non come le persone normali. Nemmeno la mia indipendenza economica è riuscita a cambiare questa situazione. Ogni anno mando puntualmente i soldi a casa, non tengo per me nemmeno un centesimo, e devo comunque sentirmi dire che non faccio “ciò che è consono”!

    Tutte queste ingiurie e occhiatacce quotidiane mi fanno sentire come se dalla vita fosse scomparsa ogni gioia, come se fossi già arrivata al capolinea. La differenza è che gli anni scorsi me ne partivo prima per tornare a guadagnarmi da vivere, figurarsi se me ne stavo qui a subire tutti i giorni le cattiverie gratuite da recluso frustrato di mio marito. Non è la prima volta che faccio questo pensiero: noi, che viviamo in città, pur dovendo subire angherie e sottostare agli ordini, comunque abbiamo un guadagno! Dopo tutti questi anni, sul lavoro siamo come pesci nell’acqua, ci siamo abituate ai rapidi ritmi della vita di metropoli, ma adesso fatichiamo a reintegrarci nella vita di famiglia che ci manca così nel profondo.

    Eppure al pensiero di tornare in città ho ricominciato a provare sensazioni contrastanti, a farmi prendere dall’ansia: quella vita così opprimente, fatta di giornate piene di preoccupazioni, per non parlare delle prospettive lavorative ben poco rosee dopo l’epidemia, mi hanno fatta sentire senza riparo. Chissà come faremo ad affrontare quel che ci aspetta?

    Stare tappati casa, con l’epidemia in corso, manda in subbuglio l’umore. Vi ho riversato addosso così tante parole uscite direttamente dal cuore, posso solo immaginare tutti pesi di cui anche voi vorreste liberarvi. Non vi vedo da tantissimo tempo, come mi mancano le ore passate insieme a voi. Mi rendono così felice! Spero di potervi rivedere presto!

    Per concludere, stare alla larga dal virus! Vi auguro buona salute e allegria, e tante belle cose.

    Un abbraccio!

    La vostra Meng Yu, che vi vuole tanto bene.

    13 febbraio

     

  • Pillole anti-Covid: Brasile

    Pillole anti-Covid: Brasile

    Di Alessandro Peregalli da Dinamo Press

    Cosa succede in Brasile di fronte allo scontro istituzionale in merito all’applicazione delle misure di distanziamento e al negazionismo del presidente Bolsonaro.

     

     

     

    Qui i video precedenti su Argentina e Messico realizzati da Dinamo Press.

  • Battisti: “represento um acidente sem precedentes no sistema penitenciário italiano”

    Battisti: “represento um acidente sem precedentes no sistema penitenciário italiano”

    Cesare Battisti in una classica foto di repertorio

    Desde Revista Fórum. Original em italiano em Carmilla

    Tradução do blog L’AmericaLatina e Rodrigo Ardissom de Souza

    Cesare Battisti escreveu uma nova carta aos companheiros

    O escritor e ativista italiano Cesare Battisti enviou uma nova carta aos seus companheiros em 31 de marzo relatando os abusos que tem sofrendo dentro do sistema penitenciário italiano, onde cumpre pena. Extraditado do Brasil no final de 2018, o italiano revelou que não pode nem mesmo se comunicar com o filho por video-chamada.

    “O massacre midiático orquestrado pelo Estado sobre o “caso Cesare Battisti” permitiu que uma violação dramática dos direitos humanos ocorresse com impunidade no seio de uma democracia européia”, diz em trecho da carta

    Leia a carta na íntegra:

    Queridos amigos e companheiros,

    Quinze meses se passaram desde o meu seqüestro em Santa Cruz e a subsequente deportação forçada para Roma. Desde então, estou em um regime de isolamento normalmente reservado por um período máximo de quinze dias, a prisioneiros submetidos a um procedimento punitivo. Obviamente não é esse o meu caso, na verdade represento um acidente sem precedentes no sistema penitenciário italiano.

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  • Settimana tragica per l’attivismo in Messico: tre omicidi a Guanajuato, Morelos e Zacatecas

    Settimana tragica per l’attivismo in Messico: tre omicidi a Guanajuato, Morelos e Zacatecas

    asesinan-activistas

    di Alberto Pradilla da Animal Politico

    Traduzione di Alice Fanti

    Le persone non appaiono morte. Le persone vengono trovate assassinate”. Raúl Ruiz de Colunga, rappresentante del Círculo Diverso de México, parla dell’omicidio di Karla Valentina Camarena, attivista trans ammazzata a colpi di pistola domenica 29 a Guanajuato. In Messico la violenza non è calata nonostante la pandemia da Coronavirus e l’ultima settimana è stata particolarmente tragica per i difensori dei diritti umani.

    In soli sette giorni, tre attivisti sono morti in circostanze violente. Il 22 marzo, a El Salvador, Zacatecas, è stato rinvenuto il corpo di Paulina Gómez, “guardiana del territorio sacro di Wirikuta e amica del popolo wixárika”.

    Leggi anche: Muerte de dos defensores prende alerta sobre Reserva de la Mariposa Monarca

    Un giorno dopo, il 23 marzo, a Jiutepec, nello Stato di Morelos, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco Isaac Medardo Herrera Avilés, avvocato e difensore del territorio. E il 30 marzo, sempre a colpi d’arma da fuoco, è stato uccisa a Guanajuato Karla Valentina Camarena, che ha dedicato buona parte della sua vita alla lotta per il riconoscimento dell’identità di genere.

    Una donna poliedrica

    L’omicidio di Karla Camarena è avvenuto mentre usciva da un locale di sua proprietà, conosciuto come “La Valentina”, situato a San Felipe, nello Stato di Guanajuato. La donna è stata raggiunta da un furgone e quindi centrata da colpi di proiettile. Animal Político ha chiesto maggiori dettagli sull’indagine alla Procura Generale di Guanajuato. La risposta è stata che il Procuratore Generale, Carlos Zamarripa, ha affidato a un gruppo speciale dell’Agenzia Investigativa Criminale dello stato il compito di coadiuvare la sezione omicidi nelle indagini sull’assassinio. Secondo fonti vicine alla donna, 15 giorni prima dell’attacco era stata uccisa un’altra collega.

    Non ci sono informazioni se si stia applicando o meno una prospettiva di genere nelle indagini.Lo Stato di Guanajuato non riconosce il cambio di identità per le persone trans. Questa è stata una delle più grandi battaglie combattute da Karla nel corso della sua vita. Tre anni fa si è recata con altre 40 persone transessuali a Città del Messico per procedere con il cambio di identità di genere allo scopo di assumerne un’identità concordante fra il suo sesso e il suo genere, come ricorda Raúl Ruiz de Colunga. Dopo il suo omicidio, si è trovata nuovamente di fronte alla mancanza di riconoscimento della sua identità. Secondo quando denunciato da Rubí Suárez Araujo, attivista trans ed ex consigliera del municipio di Guanajuato, la Procura, nel riferire dell’assassinio dell’attivista trans, ha parlato di una “vittima di sesso maschile”.

    Lei si è molto spesa sul tema dell’identità di genere e ha lottato per tanti anni, promuovendo un programma chiamato Identità Trans Guanajuato”, dice Súarez Araujo, che ha partecipato tre anni fa a questa iniziativa.

    Leggi anche: Poco presupuesto, deforestación y defensores asesinados: las deudas ambientales de México en 2019

    Era una donna molto impegnata, molto empatica, che ha sempre lottato contro la discriminazione”, riferisce Araujo, che in passato aveva condiviso un appartamento con la vittima. La vita di Valentina è stata poliedrica. Ha fatto la youtuber, è stata un’attivista, un’affiliata del PRI e ha anche lavorato nei locali notturni. “Uno dei suoi grandi progetti era di aiutare le persone “diverse” con problemi famigliari”, spiega Raúl Ruiz de Colunga. A un certo punto cercò anche di costruire un rifugio a Salamanca, Guanajuato. Ma il progetto “si bloccò a metà”. “Sarebbe bello che qualche istituzione lo riprendesse in mano”, ha detto Ruiz de Colunga. Lui stesso sa quanto è difficile la vita a Guanajuato per la comunità LGBTI. Racconta che, alla fine del 2019, ha deciso di abbandonare il Messico insieme al marito e di chiedere asilo in Canada a causa delle estorsioni e del sequestro che avevano subito. Al momento, tutti gli interrogativi sul caso sono ancora aperti. Rubi Araujo insiste: “che questo crimine non resti impunito”.

    Dalla legge all’attivismo

    Isaac Medardo Herrera Avilés, di 58 anni, è stato ucciso nella sua casa di Jiutepec, nello Stato di Morelos, la notte del 23 marzo, da uomini armati. La vittima era un avvocato e negli ultimi 20 anni aveva condotto processi in difesa del territorio. Ha lasciato una compagna e tre figli. Per molto tempo, Herrera Avilés ha partecipato alla difesa del terreno dei Venados, un fondo di 56 mila ettari con alberi autoctoni, minacciato dalla cementificazione a scopo immobiliare.

    Mónica Romero, militante del collettivo di vicinato in difesa del terreno, ricorda che la vittima era approdata al Diritto tardi, dopo i 30 anni. “Sapeva che molte delle situazioni collegate ai processi sociali potevano essere risolte soltanto per vie legali. Per questo ha iniziato, con la volontà di apprendere sempre più cose”, spiega. Da quel momento, è iniziata la sua opera di attivismo, nei tribunali e nelle strade, in difesa delle risorse naturali. Da un lato, per evitare la distruzione di una sorgente e, dall’altro, per proteggere il terreno del Venado. Fino ad oggi, stava avendo successo su entrambi i fronti. Il terreno è di proprietà dell’impresa Casas Ara, che aveva previsto di costruire 400 abitazioni e di tagliare buona parte degli alberi. Stando a quanto spiega Romero, negli ultimi 15 anni, la compagnia ha cercato di stringere accordi con i vari presidenti di municipio. In tutte queste trattative, le opposizioni hanno denunciato la presenza di atti di corruzione.

    Leggi anche: Caso Samir Flores: Un año de coraje y miedo a encontrarse en la calle con un asesino impune

    Il lavoro di Medardo Avilés, cioè la ricerca nei dossier di spiragli legali con cui bloccare i lavori, era fondamentale. Per un periodo aveva esercitato come perito demaniale e faceva parte di uno studio di avvocati a Cuernavaca. “Era un uomo dai saldi principi, dalle forti convinzioni, come pochi altri” dice Romero, che afferma come la vittima avesse cominciato con l’attivismo a 18 anni, sempre dedito a combattere l’avanzata del cemento. “Quando il PAN ha vinto, qui nello Stato del Morelos, si è impegnato a consegnare il territorio alle imprese” aggiunge. In mancanza di piste su chi possa esserci dietro all’omicidio, Romero fa due considerazioni. La prima è che il modus operandi è uguale a quello utilizzato ad Amilcingo nel febbraio 2019 con Samir Flores, attivista contrario al “Plan Integral Morelos”. In secondo luogo, denuncia il ruolo dei media locali, che sono arrivati a indicare il figlio come presunto autore materiale degli spari. “Non vogliamo questo tipo di disinformazione”, denuncia, segnalando poi come ora gli attivisti abbiano paura di essere le prossime vittime e di come all’aggressione si stiano aggiungendo anche campagne di discredito.

    Paulina, in difesa del popolo wirikuta

    A questi due omicidi, si aggiunge il ritrovamento, il 22 marzo, del corpo di Paulina Gómez Palacio Escudero, di 50 anni, attivista per la difesa del popolo wirikuta, situato nei territori desertici tra San Luis Potosí e Zacatecas. La Procura Generale dello Stato di Zacatecas ha confermato il ritrovamento del corpo nel municipio di El Salvador Zacatecas. Due giorni prima, era stata fatta denuncia per la scomparsa della donna. Secondo l’autopsia, la vittima è morta a causa di uno sparo, ragion per cui è stato aperto un fascicolo per possibile femminicidio. Un giorno prima, i poliziotti avevano localizzato il veicolo con cui si muoveva Gómez Palacio e vi avevano rinvenuto tracce di sangue. Inoltre, le forze dell’ordine hanno arrestato un uomo che ha cercato di attaccarli con un coltello e che, secondo gli agenti, aveva con sé 20 mila pesos in contanti. La donna era uscita con 23 mila pesos per effettuare dei pagamenti ad alcuni lavoratori. La Procura ha annunciato di stare indagando sull’esistenza di una relazione tra il femminicidio e l’arresto.

  • Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Messico, Guatemala, Ecuador

    Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Messico, Guatemala, Ecuador

    di Alessandro Bricco, Simone Scaffidi, Marco Dalla Stella

    efe
    foto EFE

    Alla metà di aprile 2020 risulta ormai chiaro che l’emergenza sanitaria rappresentata dalla pandemia di Covid-19 è destinata a produrre conseguenze di lungo periodo su scala planetaria; in America Latina il virus si è cominciato a diffondere da circa un mese e mezzo, ma nessuno dei paesi del continente può dirsi vicino al superamento del rischio di contagio, che permetterebbe di rimuovere le norme eccezionali adottate per affrontarlo.

    Dopo aver messo a confronto le strategie messe in atto da tre grandi paesi del Cono Sud – Brasile, Argentina e Cile, continuiamo l’analisi degli effetti che la crisi pandemica sta producendo nella regione latinoamericana. Ripartiamo dal Centro, con una rassegna delle condizioni in cui si trovano attualmente Messico e Guatemala per poi passare all’Ecuador, che nelle ultime settimane è stato il paese con la più alta mortalità (in termini percentuali) a causa del Covid-19.

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  • L’innesco inaspettato di una virata economica in Argentina

    L’innesco inaspettato di una virata economica in Argentina

    Claudio Katz

    La pandemia ha sconvolto tutte le priorità di un governo che aveva appena cominciato la sua attività. Il presidente Alberto Fernández affronta ora due emergenze simultanee: lo tsunami della salute e il peggioramento della recessione. Il ritardo con cui il coronavirus arriva all’emisfero meridionale permette all’Argentina assimilare ciò che è successo nel nord. Ma quel vantaggio dà solo un po’ più di tempo per cercare di rattoppare un sistema sanitario distrutto. Il governo ha accelerato l’inizio dell’isolamento sociale, di fronte al grave pericolo che si avvicina a causa della mancanza di respiratori e ospedali. Tutti temono le conseguenze di un salto esponenziale dei contagi e si cerca di appiattire la curva della diffusione del virus per distribuire l’impatto sulla struttura sanitaria.

    L’esperienza internazionale sembrerebbe indicare che l’epidemia può essere contenuta grazie al distanziamento sociale e ai test. I risultati della quarantena iniziano a vedersi in Cina e i test di massa sono stati efficaci in Corea del Sud. Però poiché l’intensità dell’isolamento è proporzionale al collasso dell’economia, si è cercato di rinviare le misure di chiusura. Le strazianti conseguenze di questo ritardo hanno poi successivamente portato alla generalizzazione della quarantena.

    In Argentina è stato deciso un isolamento domiciliare drastico con un numero relativamente basso di contagi. Tale risoluzione è stata influenzata dalla tragedia osservata in Italia e Spagna. Le condizioni avverse dettate dall’alta circolazione di turisti, una presenza significativa di popolazione adulta e ripetute violazioni della quarantena hanno innescato il dramma che affrontano entrambi i paesi. D’altra parte, i tagli nel bilancio della sanità pubblica e la mancanza di copertura da parte del sistema privato aiuterebbero a ​​spiegare il contrasto con la situazione in Germania. In ogni caso, la distanza della struttura sanitaria argentina con quella europea è monumentale.

    La pandemia ha sconvolto tutte le priorità di un governo che aveva appena cominciato la sua attività. Il presidente Alberto Fernández affronta ora due emergenze simultanee: lo tsunami della salute e il peggioramento della recessione. Il ritardo con cui il coronavirus arriva all’emisfero meridionale permette all’Argentina assimilare ciò che è successo nel nord. Ma quel vantaggio dà solo un po’ più di tempo per cercare di rattoppare un sistema sanitario distrutto. Il governo ha accelerato l’inizio dell’isolamento sociale, di fronte al grave pericolo che si avvicina a causa della mancanza di respiratori e ospedali. Tutti temono le conseguenze di un salto esponenziale dei contagi e si cerca di appiattire la curva della diffusione del virus per distribuire l’impatto sulla struttura sanitaria.

    L’esperienza internazionale sembrerebbe indicare che l’epidemia può essere contenuta grazie al distanziamento sociale e ai test. I risultati della quarantena iniziano a vedersi in Cina e i test di massa sono stati efficaci in Corea del Sud. Però poiché l’intensità dell’isolamento è proporzionale al collasso dell’economia, si è cercato di rinviare le misure di chiusura. Le strazianti conseguenze di questo ritardo hanno poi successivamente portato alla generalizzazione della quarantena.

    In Argentina è stato deciso un isolamento domiciliare drastico con un numero relativamente basso di contagi. Tale risoluzione è stata influenzata dalla tragedia osservata in Italia e Spagna. Le condizioni avverse dettate dall’alta circolazione di turisti, una presenza significativa di popolazione adulta e ripetute violazioni della quarantena hanno innescato il dramma che affrontano entrambi i paesi. D’altra parte, i tagli nel bilancio della sanità pubblica e la mancanza di copertura da parte del sistema privato aiuterebbero a ​​spiegare il contrasto con la situazione in Germania. In ogni caso, la distanza della struttura sanitaria argentina con quella europea è monumentale.

    Il governo Fernández ha anche anticipato la quarantena, conoscendo le difficoltà nell’indurre una sua rapida accettazione sociale. Ha agito al contrario di Trump o Boris Johnson, che si sono beffati della pandemia esibendo una irresponsabilità capitale. Bolsonaro aderisce alla stessa linea folle. Ci regala uno spettacolo imbarazzante maneggiando la mascherina e presentando la malattia come un complotto dei media, mentre cresce il numero di contagiati nel suo proprio gabinetto.

    ECLISSI NEOLIBERISTA

    In molti casi, l’affinità con il neoliberismo ha modellato il tipo di reazione alla pandemia. I governi che santificano il mercato cercano di evitare un riorientamento verso la regolamentazione statale. Il terribile ricordo recente di Macri ha facilitato questa conversione in Argentina. Di fronte al pericolo di una catastrofe sanitaria ha prevalso in un primo momento la stessa reazione iniziale che in Europa o negli Stati Uniti. Prima è emersa la paura e la psicosi da accaparramento nei supermercati. In Argentina c’è già una certa abitudine ai tremori dell’economia e ai cataclismi sociali, ma la dinamica di una convulsione così strettamente legata a situazioni di guerra rimane sconosciuta. Questa confusione spiega gli episodi iniziali di violazione della quarantena necessaria per interrompere la trasmissione del virus. Successivamente si è verificata una accettazione generalizzata dell’isolamento, insieme a un’ondata di critiche nei confronti dei settori abbienti che lo violano dando priorità ai propri passatempi invece che alla cura della salute pubblica.

    Più significativa è la svolta politica. Si è popolarizzata la rivendicazione di Aerolineas Argentinas di fronte alla scoperta che Fly bondy[1] non sarebbe andata in soccorso di nessun cittadino bloccato all’estero. La popolazione è orgogliosa del Malbrán[2], seppellendo le lodi neoliberali alla medicina privata. Gli applausi notturni in omaggio a medici e agli infermieri illustrano il nuovo clima. I fanatici del libero mercato rimangono in silenzio. In uno scenario di intervento statale insostituibile non c’è spazio per esaltare i tagli alla spesa pubblica. Di fronte all’urgente necessità di garantire la fornitura di alimenti e medicinali cadono tutti i miti sulla libertà dei prezzi. Non c’è spazio nemmeno per l’ostilità contro le misure di protezione dell’occupazione e la concessione di sussidi ai settori più paralizzati dell’economia. L’inutilità del ricettario liberale salta alla vista e per evitare tale scoperta Espert e Milei[3] vengono emarginati dagli schermi televisivi. L’eclissi neoliberista è confermata anche dall’impressione diffusa che una eventuale direzione di Macri dell’attuale emergenza avrebbe condotto il paese all’abisso. Non solo il suo governo ha tagliato il bilancio sanitario del 23%. La sua reazione abituale di fronte a qualsiasi crisi è stata prendersi del tempo libero, divertirsi ed andare in vacanza. Non c’è dubbio che avrebbe nuovamente privilegiato gli affari dei suoi amici personali alla protezione della salute pubblica.

    UN ALTRO SCENARIO DI FRONTE AL DEBITO

    La pandemia spinge il governo a modificare il suo piano di raggiungere prima un accordo con i creditori per poi riattivare l’economia. La possibilità di una grande depressione costringe a invertire la sequenza. Il debito è passato ad un secondo piano di fronte all’urgente necessità di contenere la recessione. Il programma precedente promuoveva un gran risparmio fiscale per facilitare i pagamenti verso gli obbligazionisti. A tal fine era stato sospeso l’adeguamento automatico delle pensioni all’inflazione e si erano aumentate tutte le tasse. Questa strategia è stata sepolta da un aumento significativo della spesa pubblica (2% del PIL), in linea con il corso seguito in tutti i paesi. Però la fragilità del sistema sanitario obbliga ad accendere tutti gli allarmi. Se confrontato con la massa di risorse assegnate all’emergenza nei paesi sviluppati, il pacchetto di emergenza approntato nel nostro paese è molto modesto. Un problema chiave è come finanziare tale spesa. La riscossione delle imposte continua in picchiata ed il rubinetto del finanziamento esterno è chiuso. Inoltre, il default “selettivo” del debito interno ostacola qualsiasi captazione di credito locale. In un contesto di rinnovo forzato di tutti i titoli in ballo c’è poco spazio per emettere nuovi buoni del tesoro.

    L’emergenza sanitaria sarà risolta nell’immediato per mezzo di emissione monetaria. Ma l’uso esclusivo di questa risorsa potrebbe influire sul tasso di inflazione. Per questo motivo la sospensione del pagamento del debito estero è diventata inevitabile. È l’unico modo per sostenere il programma contro la pandemia. Governo e creditori lo sanno bene e già immaginano un accordo diverso da quello che si ipotizzava precedentemente, o un inesorabile default. La proposta iniziale di negoziare uno scambio tra l’emissione di nuove obbligazioni e una riduzione del debito e degli interessi e il differimento dei pagamenti ha perso fattibilità. Tutte le misure recenti adottate al fine di percorrere questa strada (legge di solidarietà, appoggio dell’FMI) sono ricordi del passato. Prima della pandemia, i principali detentori del debito argentino respingevano qualsiasi riduzione degli esborsi. Per quello hanno sabotato la rinegoziazione delle scadenze di un buono provinciale (provincia di Buenos Aires) e uno nazionale (Dual). Con questa postura hanno permesso che gli indicatori del “rischio paese” schizzassero alle stelle, così come il costo delle assicurazioni sul debito (CDS). Ma adesso tutti affrontano la novità di un crollo fulminante delle emissioni argentine, il cui valore è ora infatti inferiore al 35%. La sofisticata ristrutturazione del debito preparata dal ministro Guzman si trova ora in un limbo. Per il momento mantiene l’offerta di rinegoziare tutti i debiti soggetti a legge straniera, però richiederebbe uno sconto più significativo (55%) e un rinvio dei pagamenti di diversi anni. Si avvicina, accordo o no, l’impossibilità totale di trasferire fondi ai creditori. È l’unico modo per finanziare l’emergenza sanitaria e contenere la recessione.

    IL SUICIDIO DEL PAGAMENTO DEL DEBITO ESTERO

    Resta da vedere come reagiranno i creditori di fronte alle grandi scadenze del debito di maggio e giugno. Se non si troverà un accordo verrà ufficializzato il default. I consulenti finanziari che hanno sostituito sugli schermi gli economisti screditati del macrismo, sottolineano la convenienza di fare una “offerta amichevole” ai creditori. Sostengono che è il momento di un accordo con quelli disposti ad accettare qualsiasi liquidazione. Ma finora non vi è nessun indizio di tale predisposizione. È solo una possibilità che implicherebbe un esborso infame nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria.  

    Viene evidenziata inoltre l’utilità di un accordo prima che i “fondi avvoltoi” comprino le obbligazioni imponendo il pagamento totale dei titoli. Durante il macrismo ciò ha significato un esborso di 15 miliardi di dollari, ma non c’è motivo di ripetere questa truffa. Basta immaginare quanti ospedali si sarebbero potuti costruire con il denaro trasferito ai creditori. I presagi neoliberali di un disastro colossale con il default non hanno più senso. Nella tempesta attuale lo spettro di una chiusura dei mercati di credito non riguarda più solo l’Argentina. Incide su molte economie della periferia. In un crack come l’attuale è ridicolo allarmarsi per l’incerta possibilità di acquisire prestiti in futuro. Ancora più assurda è la paura di azioni legali o pignoramenti di proprietà statali all’estero. Lo tsunami che affronta Wall Street rende irrilevanti tali cautele.

    Se prima della pandemia il rimborso del debito impediva la crescita dell’economia, nell’attuale congiuntura condurrebbe alla catastrofe. Già non si tratta del tipo di ostacoli che le obbligazioni fiscali impongono alla riattivazione dell’economia. L’unico calcolo importante è quanto deve aumentare la copertura per i contagiati dal virus. Il rischio paese ha perso la sua valenza finanziaria e adesso allude alla magnitudine dei pregiudicati dal coronavirus.  La cessazione del pagamento del debito è indispensabile per salvare vite umane. Passano in secondo piano gli argomenti contro un esborso di valuta che rinnova la dipendenza, rende eterna la soggezione ai tribunali stranieri e ratifica le frodi. Quello che primeggia in questo momento è l’assurdità di destinare agli speculatori i fondi necessari per comprare test e medicinali.  

    NUOVI APPROCCI AL COMMERCIO E VACA MUERTA

    Il default parziale iniziato lo scorso anno facilita la protezione dell’economia di fronte alla tempesta internazionale. Contiene la trasmissione dell’impatto mediante il controllo dei movimenti di valuta estera e limita l’emorragia che soffrono altri paesi (Cile, Colombia). Dato che la percentuale totale degli scambi commerciali sul PIL è la metà della media mondiale, è possibile amministrare l’imminente contrazione del commercio estero. Già è un dato di fatto la riduzione degli acquisti dalla Cina, la fulminante caduta del turismo e la forte contrazione dell’economia brasiliana. È iniziata inoltre la revisione delle importazioni per dare priorità all’uso della valuta estera disponibile. La vecchia ossessione per la “competitività” del tipo di cambio ha perso significato. Se il paese “accompagna” la svalutazione del real brasiliano la riduzione dell’inflazione sarà compromessa in un momento critico per il prezzo dei beni di prima necessità.

    Anche nel settore dell’energia si impone un cambiamento radicale. Il crollo del prezzo internazionale del petrolio sta interrando il progetto Vaca Muerta[1]. Se lo sfruttamento del giacimento era già impensabile con il barile a 50-60 dollari, sotto i 40 è da considerare archiviato. Lo stesso ripensamento che riguarda il debito vale per i combustibili. Sarà necessario ricominciare a investire nel greggio convenzionale, riponendo nel cassetto le fantasie di “una seconda pampa umida”[2] a Neuquén. La celebrazione di Vaca Muerta come strumento per rimborsare il debito non solo è immorale (devastazione delle risorse naturali per premiare gli usurai). Adesso è diventata una illusione. La necessità di frenare l’inflazione obbliga anche ad aggiustare il prezzo locale dei carburanti alle nuove quotizzazioni internazionali. Non c’è ragione di mantenere i prezzi così elevati. È il momento di rovesciare l’influenza della lobby petrolifera che impone aumenti quando sale il prezzo mondiale del petrolio e ostacola la diminuzione quando scende.

    RIMPATRIO DEI CAPITALI, AUDITING DEL DEBITO, SOVRANITÀ

    Non c’è dubbio che il paese ha bisogno di valuta estera per acquistare i prodotti necessari per affrontare l’emergenza. Questi fondi sono disponibili nelle copiose somme di capitale argentino depositato all’estero. Dopo varie fughe – con un picco di 88 miliardi di dollari durante il macrismo – la cifra totale di questi fondi supera il PIL. La crema della classe capitalista ha depositato il suo patrimonio in banche estere e nei paradisi fiscali. In un momento di richiami alla solidarietà e a “prenderci cura l’uno dell’altro”, il rientro di questi capitali dovrebbe essere una priorità. Si potrebbero adottare varie misure per incentivare il rimpatrio delle risorse prodotte nel paese. I proprietari sono conosciuti e mantengono gran parte dei loro attivi in Argentina. Esistono distinti strumenti fiscali per implementare il rimpatrio. La revisione (auditing) del debito renderebbe tale azione più fattibile. Si sa che i passivi contratti dallo Stato hanno finanziato la fuga di capitale mediante truffe simili a quella consumata dell’impresa cerealicola Vicentín con i crediti del Banco Nación. Questo tipo di frodi sono state commesse anche dai fornitori di Viabilidad Nacional e dalle imprese energetiche che hanno dollarizzato le tariffe locali per trasferire all’estero i guadagni.

    Dopo molti anni in cui l’auditing del debito era stato messo nel cassetto, il governo ha annunciato una indagine della Banca Centrale e ha riattivato la commissione bicamerale di seguimento. Ha promesso di identificare le operazioni di fuga realizzate con la copertura del prestito concesso dall’FMI al macrismo. Bisogna vedere se questa iniziativa continuerà nella nuova congiuntura. Sarebbe necessario estenderla a tutte le transazioni degli ultimi anni per avere un panorama completo dei capitali da rimpatriare nell’emergenza attuale. Questo tipo di iniziative hanno bisogno di una ricostruzione piena della sovranità nazionale. A tutte le latitudini gli Stati tendono a sospendere gli impegni internazionali che incidono negativamente sull’emergenza sanitaria. In Argentina l’esercizio effettivo della sovranità è limitato dalla tutela dell’FMI.   

    Questo controllo è arcinoto però è stato relativizzato dal governo il quale presenta il Fondo come un nuovo alleato del paese. Si afferma ingenuamente che “ci ha dato ragione”, che è diventato sensibile e che contribuirà a mediare contro l’avarizia dei creditori. Tuttavia basta osservare come l’FMI ha rifiutato la richiesta venezuelana di un prestito di emergenza per far fronte alla pandemia per confermare che questa istituzione non è cambiata. Semplicemente si colloca in prima fila fra i futuri creditori ed esige il rimborso prioritario dei suoi prestiti. Per tale ragione si autoesclude dal grande sconto che propone per i fondi di investimento. L’FMI affronta attualmente una forte crisi interna per il credito concesso all’Argentina in violazione del suo statuto e teme di soffrire in prima persona gli effetti del default. Ripetendo la ricetta del 2008, l’FMI propone adesso una forte espansione internazionale della spesa pubblica. In questo modo invita ad aiutare i capitalisti minacciati dal fallimento imminente. Questa politica è presentata come un altro esempio di sintonizzazione con l’Argentina, quando in realtà il Fondo rifiuta qualsiasi sconto dei suoi crediti ai paesi debitori del Cono Sud. Nei fatti, colloca l’Argentina nel gruppo delle economie periferiche che dovrebbero aumentare i trasferimenti ai centri metropolitani del capitalismo.    

    PREZZI, RECESSIONE, INFORMALITÀ
    Le misure del governo si sintonizzano con il nuovo clima dell’economia di guerra internazionale. Il tono di Fernández è più severo quando prevede sanzioni per il rincaro o la carenza di prodotti essenziali. Il grado di conformità alle avvertenze ufficiali si vedrà nei prezzi di questi prodotti. È assolutamente inammissibile ciò che è accaduto con il disinfettante (che è scomparso dai negozi) o con l’alcol-gel (che ha raggiunto prezzi deliranti). Stabilire un tetto ai prezzi è una disposizione molto diversa dalla “Ley de Góndolas”[3] o dagli indici di riferimento che fino ad ora ha promosso la Segreteria del Commercio. Le vecchie sanzioni previste dalla legge di approvvigionamento sono già state menzionate più volte. Se in questo modo sarà possibile attenuare la carestia, tutte le assurdità neoliberali sull’inefficacia della regolamentazione e l’imprescindibile regno del libero mercato verranno definitivamente smentite. Poiché la contrazione dell’economia in Argentina non incomincia con la pandemia, il contenimento della recessione è un’altra priorità. Il terzo anno consecutivo di calo del PIL genererà gravi effetti cumulativi. Durante il primo trimestre, la riattivazione economica è stata assente come la promessa di “mettere soldi nelle tasche della gente”. Da un lato, i sussidi concessi ai settori più umili hanno avuto un impatto limitato sulla domanda e sono stati parzialmente bruciati dall’inflazione. D’altro canto, il taglio alle pensioni, l’assenza di aumenti salariali e il continuo aumento delle imposte ai lavoratori hanno impedito il rilancio dei consumi. Il nuovo scenario dissipa tutte le aspettative sull’attesa crescita. Non si discute più quando l’economia comincerà a riattivarsi, ma su come evitare un suo ulteriore declino.


    Le stime prevedono un ulteriore calo del 1% del PIL e un aumento della povertà di due o tre punti. Il governo ha cercato di percorrere un cammino intermedio tra austerità e ridistribuzione. Le sue iniziative hanno oscillato tra miglioramenti e restrizioni. Ha promulgato iniziative di assistenza sociale (aumenti dei sussidi e pensioni minime, riduzione dei tassi di interesse, congelamento delle tariffe, limitazioni al licenziamento, tessera alimentare). Ma ha anche calpestato diritti, come la sospensione dell’adeguamento automatico delle pensioni all’inflazione e il tentativo di fare lo stesso con i salari. Resta da vedere se questa linea – a metà strada fra l’austerità e la ridistribuzione – continuerà nel nuovo scenario. Per ora, è stato annunciato un altro aumento della AUH[4] e dei fondi per il programma contro la fame. È stato creato un fondo di emergenza per pensionati a basso reddito e sono state concesse licenze ai lavoratori con figli in età scolare. È stato vietato il taglio di tutti i servizi basici ed è stato imposto il rinvio del pagamento delle bollette. Allo stesso tempo però, le esenzioni ai contributi del datore di lavoro e delle società non sono state estese all’imposta sul reddito pagata dai lavoratori. I problemi più urgenti riguardano la massa di lavoratori precari e di lavoratori autonomi che devono mangiare durante la quarantena. Dipendono dal denaro guadagnato in strada alla giornata nelle attività informali. Gli ulteriori appoggi economici annunciati dal governo sono mirati a questo terzo della popolazione che non appartiene né alla fascia dei lavoratori formali né a quella degli assistiti dallo Stato. È qui che si concentrano i bisogni più urgenti del momento.

    RICONVERSIONI  
    Le misure in corso mantengono una certa continuità con il programma economico iniziale, ma ne alterano il contenuto. Adesso prevale un proposito keynesiano di utilizzare la spesa pubblica per evitare che la recessione si trasformi in depressione. A tal fine vengono ripristinati i meccanismi di sovvenzione per le imprese messi in atto durante la crisi del 2008-2009 (Repro[5]). In quel momento la domanda interna era sostenuta dalle risorse del Fondo di Garanzia per la sicurezza sociale. Ora queste risorse sono minime e le esigenze di investimento nella sanità pubblica sono enormi.

    Non è ancora noto come il governo distribuirà queste erogazioni tra compensazioni ai datori di lavoro e aiuti ai lavoratori. Cercherà sicuramente di mantenere un certo equilibrio tra sussidi ai capitalisti, sostegno dei redditi popolari e mantenimento delle opere pubbliche. Tuttavia, il suo precedente progetto sociale ha perso validità. All’inizio del primo trimestre di governo, Fernández ha cercato di negoziare con i creditori, aumentare la pressione fiscale sulla classe dominante e garantire miglioramenti al settore popolare più trascurato. Ha cercato di rafforzare un’alleanza con l’FMI a scapito dei fondi di investimento e di aumentare la riscossione delle tasse sulla élite agricola della soia favorendo l’industria e le banche. Il presidente ha anche cercato di sostenere i più poveri, senza migliorare però i salari e senza mitigare la situazione della classe media. Adesso questa complessa struttura sta vacillando. Il vortice in corso avrà un impatto anche sulla struttura industriale, che è stata segmentata tra un settore paralizzato e un altro che deve funzionare a pieno ritmo. Centri commerciali, turismo e ristoranti sono rimasti paralizzati mentre l’offerta di cibo, medicine ed energia deve essere moltiplicata. Questo rimodellamento altera il progetto precedente. Lo schema neo-desarrollista, “neo-sviluppista”, ambito da Kulfas per rilanciare l’attuale modello industriale attraverso maggiori esportazioni di soia e petrolio è stato fortemente compromesso.

    Le drastiche ristrutturazioni che altri paesi stanno prendendo in esame potrebbero essere istruttive. In Inghilterra si sta valutando la conversione dell’industria automobilistica alla produzione di respiratori. È la tipica trasformazione indotta dalle situazioni di emergenza che dovrebbe prendere in considerazione il paese. Tutto indica che sarà molto difficile tornare a produrre e vendere di nuovo un milione di veicoli. In passato alcuni sconvolgimenti internazionali hanno dato un po’ di respiro ai paesi periferici dell’economia mondiale. Tali avversità hanno indotto nel nostro Paese processi di industrializzazione ed espansione del mercato interno. Hanno facilitato la sostituzione delle importazioni che ha definito il modello industriale in vigore per diversi decenni. La percezione che “Argentina se agranda en las malas” (l’Argentina si rafforza durante le crisi) proviene da queste esperienze. Resta da vedere se il terremoto in corso genererà trasformazioni della stessa portata.

    GOVERNO, COMPORTAMENTI E VALORI
    La presidenza effettiva di Fernández inizia con l’attuale crisi. È molto probabile che la gestione di questo shock definisca il tono conservatore o progressista del quinto peronismo. Alberto proviene dal primo settore, ma si è adattato al secondo a causa della leadership preminente di Cristina Fernandez de Kirchner durante la successione a Macri. La ridefinizione in corso scuote il progetto iniziale di provare a ripetere l’equilibrio di Nestor, incorporando elementi maggiori di istituzionalità all’interno della coalizione al potere. Fernández è riuscito a rafforzare l’egemonia che ha introdotto all’inizio della sua amministrazione. Ha già ottenuto il sostegno dell’opposizione, la tregua dei media e il continuo sostegno dell’elettorato che ha scommesso sul superamento dell’incubo del macrismo. Ha anche l’approvazione del settore scientifico e sanitario, che esercita un’influenza preponderante nella situazione attuale. La destra ha perso incidenza. I suoi esponenti sono silenziosi o subordinati alle decisioni del governo. Nessuno ricorda Carrió o Michetti[6] e i media conservatori preferiscono nascondere le dichiarazioni deliranti di Macri (“il populismo è peggio del Coronavirus”). Il fallimento della serrata dei produttori agricoli conferma tale declino.

    Ma questo scenario potrebbe cambiare bruscamente se le risposte alla crisi fossero inadeguate. La popolazione valuta con grande attenzione la gestione ufficiale di questa tempesta economica e sanitaria. Il rispetto della quarantena sarà il primo test. Essa non funziona semplicemente perché è obbligatoria e implica una grande disposizione alla solidarietà per proteggere i gruppi più vulnerabili. L’uso della forza pubblica per garantire l’isolamento sociale è molto problematico. Ciò comporta un pericolo di militarizzazione e un uso reazionario dell’emergenza. Basta osservare come Piñera usa il pretesto del Coronavirus per schiacciare la ribellione popolare in Cile. In Bolivia, la dittatura sfrutta la pandemia per perpetuare la sua usurpazione. Per i movimenti popolari il nuovo scenario è molto contraddittorio. La mobilitazione nelle strade è stata disattivata in un modo impensabile, in piena preparazione di nuove dimostrazioni femministe e delle marce per il 24 di marzo[7]. Nessuno immaginava una tale smobilitazione della protesta per l’impatto di un virus. È un effetto scioccante per un paese la cui vita politica ha luogo principalmente nelle piazze. Ma emergono anche elementi positivi in ​​uno scenario che risveglia la coscienza collettiva. Già si può percepire come la popolazione premia la solidarietà, la fratellanza o l’aiuto popolare e come condanna l’egoismo e l’individualismo. Recupera significato l’esempio di solidarietà internazionalista dei medici cubani e aumenta il pubblico sensibile alle critiche al capitalismo. Ci sono nuove coordinate per agire in un contesto inedito.

    Pubblicato originariamente su www.lahaine.org/katz il 24/03/2020

    Claudio Katz è economista, ricercatore del CONICET (Argentina), professore de la Università di Buenos Aires e membro de Economistas De Izquierda. Il suo sito web è: http://www.lahaine.org/katz


    [1] Compagnia aerea low cost che opera nel paese a partire della recente liberalizzazione del settore aeronautico commerciale da parte del governo Macri.

    [2] Ospedale specializzato in malattie infettive in cui si concentrano le operazioni di supervisione dei test del COVID-19.

    [3] Esponenti ultraliberisti, Espert è stato candidato presidenziale nelle elezioni del 2019.

    [4]Si tratta di un giacimento di gas e petrolio non convenzionale (fracking) che si trova nella provincia patagonica di Neuquén e il cui sfruttamento è soggetto a dura critica a causa del pesante saldo ambientale che provoca.

    [5]L’espressione si riferisce alla grande fertilità delle coltivazioni nella regione pampeana, fonte storica di competitività delle esportazioni agricole argentine.

    [6]La “legge degli scaffali” è una politica di contenimento dei prezzi medi dei prodotti venduti nei supermercati che però non fissa prezzi massimi.

    [7]Asignación Universal por Hijo, sussidio assegnato alle famiglie più bisognose e legato al numero di bambini presenti nel nucleo familiare. 

    [8]Programma dal funzionamento simile alla cassa integrazione.

    [9] Entrambi esponenti di spicco della coalizione “Macrista”. Michetti era la vicepresidentessa di Macri.

    [10] Ogni anno si commemora il 24 di marzo del 1976, data dell’ultimo e più cruento golpe militare della storia argentina.