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  • Riflessioni dalla quarantena di un compagno isolato

    Riflessioni dalla quarantena di un compagno isolato

    di Nino Buenaventura

    Da Carmilla On Line

    [Da poco rientrato in territorio italico e al momento senza un’assemblea dove discutere]

    Dal 4 maggio siamo entrati nella fase due. Alcuni meme ironizzavano: “Sarà come la fase 1, ma con le maniche corte”. A giudicare dal meteo non tutta la penisola le ha sfoggiate e, intanto, da qualche giorno siamo entrati nella fase 2.0, un altro passo in direzione della normalità che però, ci ripetono fino alla nausea, “non sarà mai come prima”. Abbiamo finora preso atto che la pandemia da COVID-19 è un fenomeno serio, da non prendere sotto gamba e che rischia di mettere a dura prova le nostre società del capitalismo senile, ma attenzione: non possiamo credere che un virus possa dar il colpo di grazia al capitalismo e farlo crollare. Le crisi economiche, come quella che seguirà, sono sintomi delle contradizioni fondamentali, ma servono al sistema solo per riorganizzarsi e perpetrarsi. Si può riconoscere una difficoltà dei rapporti sociali di produzione capitalistici di ampliare la propria base materiale e quindi di riprodursi a un tasso sufficientemente alto da far cadere qualche briciola dal tavolo dei ricchi, ma lasciamo queste riflessioni a più validi analisti. 

    Insieme all’operaismo italiano, credo che l’unico limite al capitale è la resistenza della classe operaia, il proletariato, insomma, come scrisse Renato Panzieri nei Quaderni Rossi [1]. E allora possiamo chiederci in questa precisa contingenza: cos’è in gioco che attiene alla classe proletaria, tanto come strategia, che come tattica, in un momento in cui gli interessi del capitale mettono in pericolo la riproduzione stessa della vita, come sempre d’altronde, ma oggi con la mortalità della relazione capitale-lavoro peggiorata dal Coronavirus. Sembrerebbe che la dicotomia sia “produciamo e moriamo o conserviamoci e viviamo”. Ma a questo punto potremmo domandarci: cosa conserviamo? Cos’è la vita? Da cosa è composto il soggetto?

    Il governo, Confindustria e Confcommercio, come ha sottolineato il collettivo di scrittori Wu Ming [2], considerano la conservazione della vita secondo il trittico dei sacramenti imposti alla classe proletaria “produci-consuma-crepa (con moderazione)”. Quel “crepa con moderazione”, non significa che la classe borghese è realmente interessata alla vita del proletariato e preoccupata per chi dovrà vivere un lutto. La borghesia è preoccupata per la forza lavoro di cui noi siamo portatori e che la nostra capacità di consumo si restringa. Non pensano nemmeno per un momento di dividere valore della forza lavoro dalla capacità di consumo giacché la seconda dipende dalla prima: figuriamoci se la classe borghese può permettersi di retribuire (con salario o reddito che sia) un lavoratore al di sopra del suo valore senza tradire il suo ruolo sociale, ovvero senza ridurre il profitto grazie al quale riproduce il suo dominio sulla società. In più, “crepa con moderazione” gli è necessario a non perdere la governabilità della società che, a fronte di una selezione naturale scellerata, potrebbe richiedere la testa del Re. A tutto ciò, con l’avvicinarsi della attesissima normalità 2.0, si è aggiunta al coro delle voci bianche anche Confagricoltura che candidamente ha richiesto una legalizzazione dei braccianti agricoli migranti giacché “con il reddito molti preferiscono stare a casa” [3]. Benché la regolarizzazione dei e delle migranti sia auspicabile e terreno di lotta dal basso, Aboubakar Soumahoro (USB) ha giustamente fatto notare che “non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani. Il decreto Rilancio contiene un provvedimento di regolarizzazione delle braccia e non della salute delle persone” [4]. Come dire che, con l’obiettivo di regolarizzare la merce-forza lavoro, per paura non sia sufficiente, loro malgrado, devono regolarizzare anche i suoi possessori, ovvero i migranti.

    Mentre ammantano il decreto di lotta al caporalato agiscono con il terrore che una scarsità di forza lavoro migrante riduca l’offerta di mano d’opera e siano addirittura costretti ad aumentare i salari, tanto a quelle braccia italiane rubate all’agricoltura tornate per l’occasione, quanto, ancor più inaccettabile per la mentalità coloniale, alzare i salari anche agli stessi migranti. La regolarizzazione offerta dal decreto Rilancio, così ristretta numericamente, non è altro che uno specchietto per le allodole e una freccia in più all’arco del caporalato per attirare forza lavoro stagionale e controbilanciare il possibile squilibrio tra domanda e offerta.

    In questo momento, giacché l’alternanza tra lockdown e normalità 2.0per come è stata architettata fin ora, non salva vite, ma rallenta la morte, l’unico obiettivo che realmente ci tiene tutti sulla stessa barca è, quindi, crepare con moderazione e, dunque, vivere poco. Vivere poco in termini di restringimento della vita, nei termini di una astinenza dal piacere, dai desideri e dalla socialità, compresa la repressione del diritto politico alla comunità.

    Con l’annuncio della fase 2 è stato declamato il quarto sacramento di classe “riproduci la sacra famiglia”. Elementare, la riproduzione della forza lavoro grazie alla salvaguardia della vita biochimica dei soggetti non è comprensibile senza quella riproduzione, operata principalmente dal lavoro non retribuito delle donne, tra cui spiccano le badanti migranti anch’esse magnanimamente legalizzate con il disonesto meccanismo di cui sopra, che permette di ampliare la base della classe sfruttabile dal capitale. In che misura la possibilità di andare a trovare i famigerati congiunti serva effettivamente riprodurre la classe lavoratrice non ci interessa: è la logica sottesa che informa questi decreti adottati all’interno del sistema capitalista-patriarcale che mi sembra avvincente. Nella fase 2.0 apriranno alla possibilità di tornare a frequentare le amicizie, ma sempre senza assembramenti. Da notare come manchi, nella teleologia istituzionale, il ritorno alla possibilità di manifestare il proprio dissenso. Sembra piuttosto che l’obiettivo sia quello di mantenere la popolazione su un “chi va là” generalizzato pronti a gettare sull’indisciplinata popolazione la responsabilità di nuove chiusure delle attività non economiche. Una sorta di potere pastorale che mima “in piedi, a sedere” delle panche cattoliche.

    Tornando alla quadruplice trinità, il soggetto è preso in considerazione come contenitore biochimico di forza lavoro, da salvaguardare sotto vetro, quando non deve adempiere a uno di questi quattro sacramenti. In quel caso può rischiare, e molto, di ammalarsi. Vita (ri)produttiva si, vita improduttiva no. D’altronde l’estrazione di dati da parte delle piattaforme continua a ritmo sostenuto, con riders che pedalano, consegne a domicilio che vedono Amazon diventare sempre più grande e una intensa attività su social e su piattaforme di streaming da parte dei quarantenati. L’obiettivo della comunicazione è stato spostare la causa dell’aumento dei contagi dal frangente del tempo produttivo (andare a lavoro) a quello improduttivo, durante il quale scellerati runners si prendevano cura del proprio corpo e dei propri nervi andando a correre o, grazie a truffaldini video di Repubblica.it [5], gli incauti passeggiatori dei Navigli di Milano che, registrati con lenti che schiacciano le distanze, appaiono come un’orgia di vicinanze e birre in orario aperitivo.

    La fase due ha evidenziato che la società borghese si assume il rischio statistico di tenere aperte le infrastrutture produttive e di perpetrare il profitto, che ovviamente è di proprietà solo di alcuni, ma non concepisce il rischio-necessità di concedere spazi di riproduzione di desideri, emozioni e forze psicologiche, se non quelli minimi per non far saltare in aria la pentola a pressione.

    Sostanzialmente stare a casa, e la riduzione della vita non economica, permette di tenere aperte le fabbriche al costo del sacrificio della parte improduttiva del soggetto, quella parte fatta di desideri, socialità e affetti. Con la decretazione complessa e confusionaria, lo ha riassunto bene il fumettista ZeroCalcare nel penultimo episodio del suo volume Rebibbia Quarantine: “Non sai mai se quello che stai a fa’ lo potresti fa’ o no, così devi sta’ sempre in tensione e non te poi mai inflaccidì”. Se invece stai andando a lavoro? Quello non solo lo “puoi” fare, ma lo “devi” fare. Rischiamo, con i prossimi focolai, che renderebbero probabili nuovi lockdown, una criminalizzazione dei desideri e di appiattirci in un braccio di ferro infinito per non-lavorare, dove, ripetiamolo, l’alternativa rimarrebbe “casa o lavoro”. Per tutti e tutte quelle che sono andati a lavorare in fase 1 e in fase 2 è risultato significativo: vai a lavorare, ma poi dritto a casa. Puoi rischiare di contagiarti per il profitto, non per te stesso o per la tua comunità affettiva, almeno che essa non sia consacrata da Dio o dallo Stato.

    Se pensiamo alla cura dell’infanzia che è scaricata sulle famiglie, spesso disfunzionali, spazi di violenza di genere, insomma, insicuri non solo per l’infanzia, la cosa si fa ancor più grave. L’infanzia e l’adolescenza subiranno un duro colpo, ma ciò non è preso in considerazione, se non nella misura di permettergli di aggiungere valore alla loro forza lavoro attraverso le lezioni online. I bambini hanno necessità altre rispetto alla mera educazione ed hanno strumenti razionali meno sviluppati per poter elaborare una situazione di così grande pressione, ma chiedere al sistema politico neoliberale di una società senile di interessarsene è come chiedere mele a un pero. D’altronde i e le minorenni non votano. Un ultimo riferimento necessario è poi a chi una casa non ce l’ha e chi dalla strada tira fuori il suo sostentamento quotidiano e non è direttamente produttivo per il capitale: quella è vita contenitrice di una forza lavoro avariata, pericolosa, sprecabile. Le strade sicure le fanno le persone che le abitano e adesso, per tutti e tutte quelle che sono obbligate a starci, sono molto più pericolose che nella mal chiamata normalità. La pericolosità deriva proprio dal mancato controllo democratico dell’operato delle forze dell’ordine. Non eravamo là e forse ci saremo ancora poco, ma i poliziotti si! E senza freni, se non la loro spesso fallace coscienza.

    Di fronte a questa situazione il lockdown e i richiami alla responsabilità sembrano indiscutibili, se non per mettere in campo importantissime azioni di mutualismo e solidarietà che hanno la meravigliosa capacità di generare realmente un tessuto solidale e autonomo dal basso. Si parla, per esempio, di collette alimentari per tutti quei singoli e famiglie a cui l’emergenza e le scelte del governo, che hanno priorizzato la borghesia industriale, ha lasciato senza un ingresso sufficiente.

    Mi domando, però, che conseguenze ha non criticare e rompere questi arresti domiciliari di massa? Anche se prossimamente ci permetteranno di andare nei bar e ristoranti, ben distanziati, e vedremo i prezzi salire per assorbire la riduzione dell’offerta, dato che per decreto i ristoranti potranno servire solo un certo numero di clienti in base ai metri quadri che hanno a disposizione, sarà pur sempre un recupero della socialità mediata dal consumo. Chi potrà permettersi di andare al ristorante? Corriamo, dunque, il rischio che la socialità e quelle necessità umane non direttamente economiche saranno ancor più assoggettate, attraverso lo stretto imbuto dell’emergenza, alla sfera del consumo.

    Credo che, anche sotto la bandiera del rifiuto del lavoro, ci potrebbe essere una ricaduta nella visione lavorista della vita. Rivendicare la chiusura totale del comparto produttivo per salvaguardare prima la salute biochimica delle persone è molto più che condivisibile, ma se non è accompagnato da una rivendicazione forte dell’ampliamento della base sanitaria, così da poter permettere il godimento di tutta quella parte di vita che non è direttamente produttiva, non si rischia per caso, anche se in forma di negazione, di riaffermare la centralità dell’elemento lavoro nella concezione del soggetto? Mi spiego meglio: chiudere le fabbriche perché non vogliamo vendere la nostra forza lavoro al prezzo della possibilità di ammalarsi è una lotta fondamentale, ma da sola è un po’ come riaffermare che quel che conta è solo l’astensione dal lavoro, anche a costo di stare a casa e rinunciare alla propria vita non produttiva. Per negazione si riafferma un soggetto quasi esclusivamente portatore di forza di lavoro, affine, anche se antagonista, alla logica borghese. Niente di più lontano dall’assalto al cielo. Anche se pare, nell’euforia per l’avvicinarsi della “normalità 2.0”, che il dibattito chiuso/aperto sia stato superato, la sua logica ci accompagnerà fin quando non scopriremo cosa “non sarà più come prima” con il superamento dell’emergenza oppure in altri probabili lockdown.

    Rompere la logica del profitto e rifiutare il lavoro dovrebbe essere, in opinione mia, la rivendicazione politica della completezza del soggetto al di sopra della sua sfruttabilità, della trasformabilità della forza lavoro in merce. Stessa critica potrebbe essere mossa alla richiesta di un reddito, a meno che non sia accompagnata dalla rivendicazione di spazi e tempi per godere di quel reddito, dentro e fuori la sfera del consumo. Prendersi cura degli e delle altre, anche dal punto di vista epidemiologico, dovrebbe stare alla base di una apertura al soggetto non produttivo, e non un tendenzioso “in sicurezza e siate responsabili”. Dobbiamo dunque darci la possibilità di ripensare seriamente le nostre pratiche di cura, perché se esse venissero meno in concomitanza degli allentamenti della vigilanza dello Stato, mettendo nuovamente a rischio la comunità allargata, non sarebbe altro che la triste riprova che quella vigilanza è tuttora necessaria.

    Chi in questo periodo, tra i soggetti politici che finiscono più facilmente sotto i riflettori, ha fatto i richiami più forti ad aspetti del soggetto che non siano lavoro o non lavoro? Triste da riconoscere: la CEI, ovvero la parte reazionaria della chiesa italiana. Nel richiedere di tornare alla “santa” messa si incaricano (con il fine di alienarlo, ovviamente) dell’aspetto spirituale del soggetto. Perché stare in un edificio a pregare dovrebbe essere una richiesta comprensibile (ancorché costituzionale), mentre partecipare a un’assemblea o frequentare i propri affetti con le dovute misure sanitarie di cura, no? La società non è forse fatta di rituali (laici o religiosi) che cimentano le comunità? Non vorrei lasciare l’onere esclusivamente alla Santa Chiesa di occuparsi del lato comunitario dell’umano.

    Allora non possiamo non considerare che si sta impoverendo il soggetto fino a ridurlo ancora una volta a mero lavoratore (o non-lavoratore), commettendo il consueto errore novecentesco che, con eccezione dell’area anarchica, recentemente schifosamente repressa in via “precauzionale” a Bologna, con una sorta di profilassi sociale, consiste in dimenticarsi l’esistenza di soggetti che, vivendo al margine delle relazioni di classe, sono colpiti più violentemente dalla crisi e dallo Stato, non essendo “a pieno” portatori/portatrici di forza lavoro da mettere a produzione e che banalmente non possono astenersi dal lavoro.

    Potrebbe essere il momento di chiedere la chiusura di fabbriche e posti di lavoro, ma con il fine di diffondere una cura integrale del soggetto, ovvero liberare il tempo libero o riappropriarsi del tempo improduttivo, e dei soggetti, ovvero dare voce a tutti e tutte quelle che questa crisi, emergenza, pandemia, la soffrono più degli altri, compresa l’infanzia. Non sarebbe però un’operazione piana: smascherare la violenza insita alla trasformazione della forza lavoro in merce e combatterla è anch’esso un atto violento.

  • Campagna “No al Tren Maya!”

    Campagna “No al Tren Maya!”

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    PERCHÉ DIRE NO AL “TREN MAYA”!

    Il governo messicano vuole creare un circuito ferroviario per connettere i siti archeologici maya e i resort e centri turistici nel Messico sud-orientale.

    Le popolazioni indigene lottano da vari anni contro questo progetto mortale e sono già riuscite a sospenderlo. Oggi, 14 maggio [ieri, NdR], il Tribunale Supremo di Giustizia della Nazione Messicana comincerà a riunirsi per decidere sulla cancellazione definitiva del Tren Maya e l’operazione mineraria connessa.

    Appoggiamo la lotta dei popoli indigeni di Chiapas, Yucatán, Quintana Roo, Tabasco e Campeche e dimostriamo alla Corte Suprema e allo Stato messicano che l’opposizione al “Tren Maya” va oltre le frontiere del Messico!

    E’ mobilitandoci in tutto il mondo che sconfiggeremo questo progetto. La distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento, il saccheggio di terre e persone e la corruzione sono temi che riguardano tutti: avvengano vicino a noi o sull’altro lato dell’Atlantico.

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    Perché dire no al “Tren Maya”?

    1. E’ un ECOCIDIO: devasterebbe l’ambiente del sudest del Messico.

    2. E’ un ETNOCIDIO: interromperebbe e danneggerebbe le relazioni tra comunità indifene.

    3. E’ un progetto IMPOSTO: lo Stato messicano ha realizzato consulte con le popolazioni, ma queste sono state piene di frodi, parziali e tendenziose.

    4. E’ un SACCHEGGIO regolato per realizzare una COMMERCIALIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE E NATURALE.

    5. E’ un ATTENTATO CONTRO LA SOVRANITÀ NAZIONALE MESSICANA, in quanto beneficierà i capitalisti stranieri.

    6. Favorisce la CORRUZIONE del governo, il FURTO a beneficio dei grandi capitalisti e la VIOLENZA della criminalità organizzata, come dimostrato da altri megaprogetti di questo tipo.

    7. L’opera avrà bisogno del lavoro di migliaia di lavoratori, in barba alle misure sanitarie necessarie nell’attuale crisi del COVID-19.

    #NoAlTrenMaya #Mexique #Mexico #Messico

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    ESPAÑOL

    NO AL TREN MAYA !

    El gobierno mexicano quiere crear un circuito ferroviario para conectar los sitios arqueológicos mayas y los centros turísticos en el sureste de México.

    Las poblaciones indígenas llevan varios años luchando contra este proyecto mortal y ya han conseguido suspenderlo. Hoy, 14 de mayo, la Suprema Corte de Justicia de la Nación Mexicana debe dictaminar la cancelación definitiva del Tren Maya y de la operación minera.

    ¡Apoyemos la lucha de los indígenas de Chiapas, Yucatan, Quintana Roo, Tabasco y Campeche y demostremos a la Corte Suprema y al Estado Mexicano que la oposición al Tren Maya va más allá de las fronteras de México!

    Es movilizando a todo el mundo que haremos que este proyecto no se lleve a cabo. La destrucción del medio ambiente, la explotación, el saqueo de la tierra, de las personas, y la corrupción nos conciernen a todos y a todas: ya sea que ocurra cerca de nosotros o al otro lado del Atlántico.

    Porqué decir No al Tren Maya ?

    1. Es un ECOCIDIO: devastaría el medio ambiente del sureste de México.

    2. Es ETNOCIDA: interrumpirá y afectará las relaciones entre las comunidades indígenas.

    3. Es un proyecto IMPUESTO. El Estado mexicano realizó consultas con las poblaciones, pero fueron amañadas, parciales y sesgadas.

    4. Es un saqueo reglamentado para implementar la COMERCIALIZACIÓN DEL PATRIMONIO CULTURAL Y NATURAL.

    5. Es un ATENTADO CONTRA LA SOBERANÍA NACIONAL mexicana porque beneficiará a los capitalistas extranjeros.

    6. Favorece la CORRUPCIÓN del gobierno, el PILLAJE en beneficio de los grandes capitalistas y la VIOLENCIA del crimen organizado, como ya han demostrado otros megaproyectos.

    7. La obra movilizará a miles de trabajadoras y trabajadores a pesar de las medidas sanitarias necesarias en la actual crisis de COVID-19.

    #NoAlTrenMaya #Mexique #Mexico #Messico

    PORTUGUÊS

    NÃO AO “TREM MAYA”!

    O governo mexicano quer criar um circuito ferroviário para conectar sítios arqueológicos maias e resorts à beira-mar no leste do México.

    As populações indígenas lutam há vários anos contra esse projeto mortal e já conseguiram suspendê-lo. Hoje, 14 de maio, o Supremo Tribunal de Justiça da Nação Mexicana deve decidir sobre o cancelamento definitivo do trem maia e da operação de mineração.

    Vamos apoiar a luta dos povos indígenas de Chiapas, Yucatán, Quintana Roo, Tabasco e Campeche e mostrar à Suprema Corte e ao Estado mexicano que a oposição ao “Trem Maya” vai além das fronteiras do México!

    É mobilizando em todo o mundo que derrotaremos esse projeto. A destruição do meio ambiente, a exploração e a pilhagem de terras e pessoas e a corrupção nos interessam a todos: se ocorre perto de nós ou a milhões de quilômetros de nosso país.

    Por que dizer não ao “trem maya”?

    1. É um ECOCÍDIO: devastaria o meio ambiente do sudeste do México.

    2. É um ETNOCÍDIO: interromperá e afetará as relações entre comunidades indígenas.

    3. É um projeto IMPOSTO: O Estado mexicano realizou consultas com as populações, mas elas foram fraudadas, parciais e tendenciosas.

    4. É uma SAQUEIO regulamentado para implementar a COMERCIALIZAÇÃO DO PATRIMÔNIO CULTURAL E NATURAL.

    5. É um ATENTADO CONTRA A SOBERANIA MACIONAL MEXICANA, pois beneficiará os capitalistas estrangeiros.

    6. Favorece a CORRUPÇÃO do governo, uma PILHAGEM em benefício dos grandes capitalistas e VIOLÊNCIA do crime organizado, como outros megaprojetos já demonstraram.

    7. A obra mobilizará milhares de trabalhadores, apesar das medidas sanitárias necessárias na atual crise do COVID-19.

    #NoAlTrenMaya #Mexique #Mexico #Messico

  • Lavorare per Don Uberto. Lo strano caso di Uber a Buenos Aires

    Lavorare per Don Uberto. Lo strano caso di Uber a Buenos Aires

    Particolarità e controversie del caso Uber a Buenos Aires all’arrivo della pandemia

    Di Gianmarco Peterlongo

    Don Uberto offre un impiego a qualche migliaio di persone a Buenos Aires, anche se il numero esatto rimane del tutto incerto. Sta di fatto che grazie a un rapido sistema automatico di registrazione digitale, in molti scelgono i servizi del Don per ottenere degli ingressi e possono iniziare agilmente a guadagnare denaro in poco tempo. Apri un account virtuale, fornisci la scansione di qualche documento essenziale e in poche ore potresti già iniziare a vedere il tuo saldo virtuale incrementare di valore. Come? Portando a spasso per la città con un veicolo, di proprietà o in affitto, i clienti di Don Uberto. Moltissimi dei suoi impiegati non lo conoscono nemmeno, la maggior parte non l’ha mai incontrato né visto di persona, alcuni sostengono di aver avuto a che fare con alcuni suoi emissari personali, ma in realtà a riguardo del potente imprenditore 4.0 esistono solo leggende. Ma che importa, almeno qui, in Argentina, questo magnate ha un nome, cosa che per lo meno gli restituisce qualcosa di umano, carnale, vivente. Altrove, invece, è più comune che venga evocato in maniera molto più impersonale, ma anche molto più solenne e autorevole: Uber Technologies Inc. Sarà che a Buenos Aires l’attività di Don Uberto si sviluppa un po’ più nell’ombra rispetto ad altre città di altri paesi, visto che il governo locale non si è mai speso per favorire un processo di integrazione legale della sua azienda multimilionaria. Oppure sarà una caratteristica dei porteños dare alle cose il nome che si meritano, in maniera semplice ed efficace, ma anche velatamente ironica e ostile. Sì, Uber sarà pure una piattaforma di intermediazione digitale, una delle maggiori (ex)start-up di successo mondiale, un colosso della gig-economy, ma rimarrà pur sempre un’azienda, e ogni azienda ha il suo capo. Nel caso di Uber, l’eredità del fondatore Travis Kalanick – che ora sostiene di dedicarsi alla filantropia – è stata assunta dal nuovo CEO dell’impresa, Dara Khosrowshahi, imprenditore iraniano naturalizzato statunitense. Pochissimi dei suoi ‘collaboratori’ conoscono questo nome, ma anche se lo sapessero forse preferirebbero continuare a chiamarlo Don Uberto, per evidenti problemi dovuti a carenze fonetiche delle nostre lingue romanze. Oppure, preferiscono chiamarlo così perché quel “Don” suona per metà vezzeggiativo e per metà ingiurioso, e ricorda la riverenza di chi si rivolge a qualcuno di molto influente, che, con mezzi poco trasparenti e fini del tutto celati, è solito adottare pratiche predatorie e mafiose a favore del proprio tornaconto personale. Il tornaconto di Don Uberto è, ovviamente, il profitto. O meglio, la crescita e la conquista del settore prima e il profitto poi, come recita il noto slogan economicistico forgiato nella Silicon Valley: growth first, profits second. È il motto dell’economia snella delle piattaforme digitali che stanno trasformando il mondo del lavoro, dei servizi urbani e non solo. Uber ne è probabilmente l’esempio più dirompente, e in America Latina, dove le grandi metropoli offrono reti di trasporto pubblico inadeguate, ma anche grossi bacini di lavoratori di riserva nella ‘massa marginale’, l’azienda californiana ha trovato campo fertile per una rapida crescita.

    Gli impiegati di Don Uberto non vengono mai nominati col loro nome, lavoratori, ma sono definiti come partner, soci, collaboratori. In effetti i socios conductores, come vengono chiamati da Uber gli autisti in Argentina, non sono al pari dei lavoratori in quanto a diritti e garanzie, perché pur contraendo un rapporto che ha tutti i toni del lavoro subordinato, sono considerati come indipendenti, monotributistas, ovvero più o meno come le nostre partite IVA. La struttura organizzativa che disciplina il lavoro e la condotta dei conducenti di Uber è complessa e articolata, ma la filosofia di fondo che la anima è tuttavia abbastanza semplice e di antica memoria: il bastone e la carota. Partiamo dalla carota. I conducenti sono costantemente stimolati, incentivati a lavorare, raramente persino coccolati da Uber, e spesso, attratti da una facile possibilità di guadagno e dal mito della flessibilità proposto nelle campagne di reclutamento, si dichiarano entusiasti del proprio lavoro, principalmente perché soddisfatti della quantità di ingressi generati. Ed effettivamente l’incasso di un chofer di Uber può sfiorare i 10 mila pesos (circa 140 euro) in un solo fine-settimana, a costo di lavorare però durante tutta la notte, quando le dynamic fees (tariffe dinamiche) sono più vantaggiose e i viaggi più rapidi, vista l’assenza di traffico nelle ore notturne.

    Il peso del bastone, dall’altro lato, sembra invece molto più elevato. Innanzitutto, va tenuto presente che l’organizzazione algoritmica delle mansioni pesa come un macigno sulla testa degli autisti, costretti più o meno direttamente ad obbedire meccanicamente alle indicazioni fornite tramite la app. I conducenti sono costretti a monitorare costantemente la propria performance, i giudizi dei clienti, la percentuale di corse accettate e di quelle rifiutate, le ore lavoratore e il numero di viaggi svolti, al fine di ottenere alcuni vantaggi e bonus monetari, ma soprattutto per evitare di venire espulsi dal sistema, che penalizza i meno meritevoli semplicemente disattivando l’account a tempo indeterminato. Se Uber riesce ad attrarre e convincere un sacco di lavoratori in cerca di un impiego ricorrendo al mito del ‘lavora quando vuoi’, dall’altro lato al primo inconveniente li abbandona totalmente a sé stessi. Un incidente, una multa, un infortunio o un qualsiasi altro motivo che giustifichi un’assenza involontaria dal lavoro non vengono assolutamente remunerati o rimborsati da Uber. L’azienda californiana è stata più volte criticata e persino sanzionata proprio per la sua politica di totale deresponsabilizzazione verso i conducenti e per il comportamento vessatorio che adotta nei loro confronti per indurli al lavoro. Tali vicende hanno fatto smuovere le acque persino a San Francisco, dove un dirigente di Uber ha dovuto romanticamente ammettere alcuni sbagli nel rapporto coi lavoratori: ”We’ve underinvested in the driver experience and relationships with many drivers are frayed. We are now re-examining everything we do in order to rebuild that love[1] (Rachel Holt, ex Uber Teconologies Inc’s senior executive, 2017). Tuttavia, nulla è mai ancora davvero cambiato.

    Don Uberto contro tutti, tutti contro Don Uberto.

    Se quanto detto finora è valido all’incirca in qualsiasi paese in cui Uber operi, la particolarità del caso della capitale argentina è del tutto degna di nota. Appena sono giunto a Buenos Aires, alla prima occasione che mi è capitata di utilizzare Uber ho voluto mettere alla prova il poco di conoscenze pregresse che avevo: “mi scusi, dove devo salire?”, chiedo ingenuamente al conducente, che cortesemente mi risponde: “meglio davanti, che in centro ci sono parecchi controlli”, dando per scontato che io, palesemente straniero ed europeo, mi recassi nel cuore turistico della città. La maggior parte degli autisti di Uber a Buenos Aires preferisce di gran lunga far salire il passeggero sul sedile anteriore, cercando di dissimulare la propria attività in caso di eventuali controlli da parte della polizia, ma anche per prevenire ritorsioni da parte dei tassisti porteños, che sono in lotta contro la piattaforma californiana dal giorno in cui è approdata in città. Arrivato in Argentina dopo un soggiorno in Brasile, dove Uber è perfettamente integrato come sussidiario alla rete di trasporto pubblica e dove molti veicoli sono dotati di insegne luminescenti con la scritta “UBER” al pari di tanti altri paesi del mondo, l’impatto con la realtà porteña è stato molto differente. L’attività di Don Uberto apre i battenti a Buenos Aires nell’aprile 2016 e, come nel resto del mondo, giunge senza chiedere il permesso a nessuno. Il motto del growth first rimane valido anche per la strategia politica dell’azienda nel momento in cui decide di insediarsi in un nuovo paese. Prima si lancia il servizio, si spinge e si amplia il proprio mercato, e solo in un secondo momento, acquisita abbastanza forza e legittimazione, ci si siede ai tavoli con le autorità locali per parlare di regolazione. Il governo locale ha da subito dichiarato illegale il servizio di Uber, in quanto vìola il codice di trasporto porteño, ma l’azienda californiana continua a sostenere di assumere unicamente il ruolo di intermediario e pertanto di non dover sottostare a qualsiasi tipo di norma che regoli il trasporto locale. L’altro grande competitor latino-americano di Uber, Cabify, giunto in Argentina dopo pochi mesi, ha invece deciso di aderire alle norme locali e imposto ai suoi conducenti di adeguarsi alla legge sul trasporto pubblico con apposite licenze. Il rapporto tra Uber e l’autorità locale è stato finora sempre burrascoso, tra falliti tentativi di oscuramento del sito web, blocco dei pagamenti elettronici, perquisizioni negli uffici dell’azienda e pesantissime sanzioni ai danni degli autisti. Ad oggi non è possibile effettuare i pagamenti delle corse con carte bancarie argentine in seguito a una legge locale; e i conducenti, invece, se pizzicati a trasportare persone tramite Uber, possono rischiare una multa, il sequestro della patente e persino del veicolo, grazie a uno specifico decreto del 2018 definito dalla stampa locale proprio come ‘Legge Anti-Uber’.[2]

    Nonostante gli innumerevoli tentativi di sbarrare la strada a Uber, il servizio di trasporto privato non ha mai smesso di funzionare nella città porteña, acquisendo costantemente maggiori utenti e conducenti e allargando il proprio bacino a tutta la provincia di Buenos Aires. Nonostante i divieti, oggi Uber sembra perfettamente integrata nella cultura di trasporto urbano, tanto tra i giovani nel centro, quanto per molte famiglie del Conurbano, l’area metropolitana della città. La situazione di illegalità di Uber nella capitale argentina ovviamente da una parte espone i lavoratori ad ulteriori rischi e vulnerabilità, ma dall’altra fornisce un contesto in cui i conducenti possono, informalmente, negoziare maggiormente la propria posizione. Contro-intuitivamente, la situazione di marginalità cui Uber si vede relegata dal governo locale potrebbe finire col concedere un maggiore margine d’azione ai lavoratori, così come dare alla luce inedite sperimentazioni e attività informali legate alla piattaforma. La questione più lampante e scottante è certamente quella dei debiti dei conducenti nei confronti della piattaforma. Come già scritto, a Buenos Aires i pagamenti per le corse in Uber vengono pagati prevalentemente in denaro contante, dato il blocco dei pagamenti elettronici all’azienda che provengano da conti correnti argentini. Solo chi è in possesso di una carta bancaria straniera può quindi effettuare il pagamento elettronico. I conducenti di Uber sono formalmente obbligati settimanalmente a versare la quota di denaro che devono alla piattaforma come commissione per il servizio di intermediazione, pari a poco più del 25% delle tariffe delle corse.

    “Il tuo account è stato sospeso fino a quando pagherai il debito”

    Però, parecchi di loro hanno preferito non pagare la commissione a Uber, accumulando nel tempo debiti molto elevati con la piattaforma. Alcuni conducenti mi hanno mostrato sullo smartphone saldi negativi fino a 50 mila pesos, circa 700 euro, ben oltre un mese intero di ingressi. Se sommati i debiti tra tutti gli autisti, il buco nel ricavo di Uber nella capitale argentina potrebbe essere milionario. Il colosso californiano, d’altro lato, probabilmente non si è potuto permettere di scaricare così tanti drivers insolventi – vista anche l’avanzare della concorrenza, oltre che di Cabify, anche della neonata piattaforma Beat – e ha nel 2019 introdotto un sistema di ‘pagamento minimo’ che inducesse i conducenti a pagare settimanalmente quantomeno una piccola parte del proprio debito per poter continuare ad avere l’account attivo. Tale sistema, creato ad hoc per il caso porteño e che permette de facto di contrarre debiti con la piattaforma, funziona però in maniera del tutto arbitraria e con criteri di scelta, sia degli importi che dei conducenti insolventi, del tutto opachi. Infatti, in molti si sono trovati il profilo sospeso e hanno dovuto saldare interamente il debito per poter venir reintegrati, ricevendo messaggi minatori dall’azienda come quello qui sopra. Julian lavora da circa un anno tramite la piattaforma e mi spiega alcune tattiche che molti conducenti usano per continuare a versare a Don Uberto il meno possibile, senza incorrere in sanzioni da parte della piattaforma. Tra quelle più trasparenti, e che riportare qui non comprometterebbe i lavoratori, è comune osservare che i conducenti evitino di accettare soltanto corse in centro, perché più probabilmente saranno pagate da stranieri con carte di banche internazionali. Oppure, si può cancellare la corsa una volta saputo che l’importo verrà pagato tramite carta – ad esempio chiedendo via chat al passeggero, al momento della prenotazione del viaggio, il metodo di pagamento che intende utilizzare.

    “Eccesso di cancellazione di viaggi con carta di credito”

    Questo perché nelle corse pagate elettronicamente l’ammontare del costo viene versato direttamente dal passeggero a Uber Technologies Inc., che poi dovrebbe rigirare il 75% al conducente trattenendo il 25% di commissione. Se però l’autista risulta insolvente di un debito con la piattaforma, allora Uber conserverà l’intero importo della corsa, scalandolo dal saldo negativo del conducente. Per questo alcuni preferiscono evitare le corse con pagamento elettronico, prestando attenzione però a destare sospetti tra gli algoritmi della applicazione digitale, che rilevando un’attività ritenuta irregolare potrebbero sanzionare il lavoratore.

    In questi due screenshot il conducente riceve dalla piattaforma un ammonimento per un presunto eccesso di cancellazione di viaggi con pagamento elettronico e pertanto l’account risulta in stato di revisione. Nel primo caso, il lavoratore avrà d’ora in avanti accesso solo a viaggi con carta di credito venendo di fatto privato della liquidità di cui dispone con i viaggi pagati in contanti.

    La mail ricevuta da un conducente.

    Inoltre, entrambi i conducenti vengono minacciati di perdere definitivamente il proprio account se l’attività irregolare dovesse proseguire in mondo sistematico. Il sistema di pagamento elettronico rappresenta pur sempre per Uber Technologies la forma più semplice ed efficace per assicurarsi la commissione del 25% delle corse da parte dei drivers. Sul versante finanziario sembra proprio che Uber presti parecchia attenzione e abbia a disposizione un efficiente sistema di monitoraggio con cui disciplinare i lavoratori. D’altronde, la grande crescita delle piattaforme digitali come Uber può anche essere letta come un’espansione della finanziarizzazione in settori come i trasporti privati, le consegne, il lavoro domestico che prima erano organizzati prevalentemente a livello informale e senza transazioni elettroniche.

    Un paseo a San Justo.

    La prima volta che mi reco presso gli uffici di Uber capisco di essere capitato nel posto giusto. Davanti alla piccola porta d’ingresso senza nemmeno un’insegna c’è un folto gruppo di persone in attesa, chi con faldoni di documenti in mano, chi con una multa appena ricevuta, chi con il proprio figlio in braccio e chi scorre nervosamente lo schermo del proprio telefono. Di tanto in tanto si affaccia dal portoncino una guardia privata che consulta una lista di carta e pronuncia i nomi di chi può entrare. Per un paio d’ore ascolto e chiacchiero ininterrottamente con diversi conducenti, ognuno dei quali mi racconta la propria disavventura, mentre da dentro gli uffici la mia insistenza per incontrare qualcuno viene ricambiata con le solite e odiose risposte preimpostate. Don Uberto ha aperto da meno di un anno una sede con degli uffici nella città di Buenos Aires, nonostante la sua attività di trasporto privato fosse ancora irregolare nel territorio – invece il ramo dell’azienda che si occupa di food delivery, Uber Eats, funziona regolarmente al pari delle altre piattaforme come Glovo, Rappi e PedidosYa. Certo, non mi sarei aspettato una sede lussuosa e luccicante come quelle di New York o San Francisco, ma quella porteña è davvero sui generis. Si tratta di un piccolo e modesto edificio a due piani accanto a un kiosco che vende bibite e sigarette, una casa simile alle altre del quartiere, ricoperta di mattonelle e inferriate bianche. Sull’ingresso sorvegliato da una telecamera non c’è nulla di riconducibile a Uber, nemmeno una targa o un nome sul citofono, ma sulla porta è appeso un foglio con delle indicazioni igienico sanitarie da rispettare dentro gli uffici per prevenire il contagio del Covid-19. Dentro, mi confida un uomo sui sessant’anni che ha appena concluso il proprio colloquio con l’azienda, ci lavoreranno circa 25 impiegati. Siamo a San Justo, quartiere popolare nel distretto de La Matanza, nella periferia occidentale della città, fuori dall’area legislativa della Capitale e immersi nel primo cordone urbano della Grande Buenos Aires. A pochi isolati un grosso shopping center e una vasta area commerciale, dall’altro lato si estendono invece alcune villas, i quartieri più poveri della metropoli. La prima impressione è che Don Uberto se non proprio nascondersi, voglia per lo meno rimanere nell’ombra, lontano dai riflettori del centro della città. La maggior parte delle persone che incontro a San Justo sono lavoratori e lavoratrici che hanno bisogno di assistenza da parte di Uber in seguito a problemi riscontrati col proprio account e con il processo di iscrizione, oppure sono qui per cercare aiuto in seguito a incidenti stradali o problemi con le forze dell’ordine. Molti di loro sono arrabbiati, frustrati e disillusi, perché hanno sperimentato un senso di forte isolamento e di impotenza nel momento in cui hanno avuto degli inconvenienti che non hanno permesso di proseguire a lavorare. Don Uberto è tanto astuto a convincere ed arruolare nuove reclute nel proprio esercito di lavoratori, quanto ad abbandonarli totalmente a sé stessi al primo problema.

    Una buona porzione di tempo la passo a chiacchierare con una signora di mezza età, accompagnata dalla madre e dalla figlia. Helena lavora nella polizia della Provincia, ma da più di un anno ha aperto un account di Uber per lavorare qualche ora in più al giorno e sostenere le spese familiari che sono molto aumentate da quando le è nata la prima figlia. Un paio di mesi prima subisce un furto da un passeggero mentre lavora tramite la app, che le ruba telefono e portafoglio. Decide di sospendere per un po’ il suo secondo impiego, vista la brutta esperienza vissuta. Dopo qualche tempo si convince a riattivare l’account, che però risulta stranamente sospeso per violazione dei termini e delle condizioni.

    Il messaggio di “disattivazione” di Uber.

    Negli uffici di San Justo le spiegano che qualcuno ha utilizzato i suoi dati personali per aprire un altro profilo come conducente, presumibilmente falso, e che avendo violato i termini imposti dall’azienda l’account è stato disattivato in maniera permanente. Esce dagli uffici livida di rabbia e si lascia al conforto delle braccia della madre che la stava aspettando fuori insieme alla nipotina. Oltre al danno, la beffa: essendo il suo nome e il suo DNI associati a un’attività illecita, ha perso definitivamente la possibilità di lavorare con Uber e dagli uffici le hanno semplicemente risposto che “dispiace, ma non possono farci niente”. A molti altri conducenti è capitato di trovare l’account sospeso per supposte violazioni dei termini e delle condizioni. Tale operazione è talmente opaca e arbitraria, che spesso il lavoratore viene espulso dalla app senza nemmeno sapere la ragione.

    Comunicazione tra la piattaforma e un conducente il cui account è stato disattivato.

    Il testo del primo screenshot (sopra) rappresenta il messaggio che Don Uberto invia ai propri lavoratori nel momento in cui viene disattivato l’account per aver rilevato una violazione dei termini e delle condizioni pattuite con l’azienda. Tali norme sono rivolte a sanzionare comportamenti illeciti da parte dei conducenti, dal gonfiare le tariffe a utilizzare account falsi, ma anche azioni penalmente perseguibili come furti e violenze sessuali, tristemente abbastanza comuni nel mondo del ride hailing. Il problema è che Uber non comunica al malcapitato la ragione del licenziamento in tronco, perché è questo di cui si tratta in fin dei conti. Come nello scambio di messaggi qui accanto riportato, Uber si rifiuta sistematicamente di dare spiegazioni ai conducenti in merito alla loro disattivazione. Semplicemente, tramite il proprio profilo ufficiale Facebook, l’azienda dichiara di non essere tenuta a farlo, perché spiegare il motivo della sospensione dell’account violerebbe le norme sulla privacy: “sappiamo che desideri avere maggiori dettagli in merito, tuttavia, siamo costretti a limitazioni dalla nostra clausola di riservatezza”.  Se si tratti della privacy degli utenti o meno, non è dato a sapersi.

    Escuela para Uber.

    Il contatto di Oscar lo rimedio dal web, tramite una mail collegata ad un account di Youtube su cui vengono caricati contenuti inerenti al mondo di Uber in Argentina. É il suo canale dove carica abitualmente video con spiegazioni, informazioni, consigli e accorgimenti rivolti ai conducenti di Don Uberto a Buenos Aires; per questo ha deciso di chiamarlo “Escuela para Uber” (Scuola per Uber). Ci scambiamo una prima mail in cui spiego le mie intenzioni e il mio ruolo di ricercatore sociale, quindi l’interesse verso il suo canale. Inizialmente sembra cordiale, ma alla mail che scrivo proponendogli un incontro faccia a faccia per intervistarlo mi risponde in modo freddo e telegrafico: “meglio se mi chiedi qui cosa vuoi sapere, altrimenti via telefono”. Concordiamo un orario, scelgo l’antro adatto tra i locali di San Telmo dove appostarmi e aspetto la telefonata con il registratore in mano. Mi spiega subito che gli dispiace, ma reputa più sicuro non incontrare sconosciuti. Ha paura delle rappresaglie dei tassisti, dato che si sente particolarmente esposto per via del suo canale di Youtube. Ha il timore che qualcuno possa contattarlo e attrarlo da qualche parte con secondi fini, tanto da nemmeno fidarsi della richiesta del ricercatore universitario.

    Il canale Youtube “Escuela para Uber” è una preziosissima risorsa di informazioni per i conducenti di Uber: ci sono video che spiegano ogni aspetto del lavoro, da una guida di iscrizione alla piattaforma per i neofiti, a una spiegazione dettagliata dell’ultimo aggiornamento della app, consigli per ottenere corse più vantaggiose, su come utilizzare la funzione dei “destini gratuiti” e su come avere cura della propria valutazione. Una vera e propria enciclopedia di informazioni su come lavorare con Don Uberto che altrove sarebbero irreperibili, tanto meno sui canali ufficiali della piattaforma. Oscar mi spiega che ha avviato quel canale quasi per svago, come passatempo, ma si rende conto di offrire una risorsa utile a molti suoi colleghi. Oscar ha cominciato a lavorare per Uber quando viveva in Brasile, dove si era traferito, ma tornato in patria ha deciso di continuare con lo stesso mestiere: e così ha deciso di condividere le conoscenze che aveva accumulato sul mondo di Uber con i suoi connazionali. Uno degli ultimi contributi caricati è un video che raccomanda ai conducenti di prestare attenzione alle truffe che si possono subire nelle flotte di Uber. Nell’universo di Uber esiste la possibilità di creare delle proprie flotte di auto su cui impiegare terzi come conducenti, tramite il servizio UberFleet (UberFlotas in Argentina). In pratica, chi possiede diverse auto può metterle a profitto affittandole ad altri conducenti iscritti a Uber e limitarsi a gestire la propria flotta dal proprio smartphone tramite una apposita app: una sorta di micro-imprenditorialità di piattaforma. In questi casi il proprietario della flotta detiene una posizione di comando sui conducenti, può seguire i loro movimenti e controllarli, e inoltre è lui a versare le commissioni dei diversi conducenti a Uber. Ciò che però può accadere, come mi spiega Oscar, è che il proprietario di una flotta attiri conducenti di Uber facendoli pagare una quota di commissione a Uber inferiore al normale, diciamo del 20% invece del 25%. Ogni settimana, però, il proprietario versa all’azienda solo il “pagamento minimo” attivo per Uber Argentina e tira la corda finché il pagamento minimo consentito è conveniente, oppure fin quando la piattaforma sospende la flotta per insolvenza. In tal caso Uber sospende anche gli account dei conducenti coinvolti oltre quello del proprietario, che però nel frattempo si è intascato le commissioni dei suoi dipendenti e a cui per riavviare una nuova flotta basterà utilizzare un profilo falso oppure quello di altri, come ad esempio un familiare. Nel video Oscar mette in guardia i conducenti di Uber dagli annunci che si trovano un po’ ovunque sui gruppi social che promettono maggiori guadagni e meno costi: “smetti di pagare le commissioni, unisciti a una flotta!” è uno dei più comuni slogan con cui i piccoli imprenditori di UberFleet ingannano i conducenti malcapitati. Oscar mi spiega che in molti si lanciano nelle braccia di Don Uberto attratti dai facili guadagni e che tra questi la maggior parte non dispone di nessun tipo di informazione, avviso o consiglio per prevenire truffe, per difendersi da ritorsioni dei tassisti o per evitare multe da parte delle forze di polizia. Proprio per questo e di fronte alla brutale superficialità dell’azienda nella formazione dei conducenti, il canale Youtube “Escuela para Uber”, così come i gruppi Whatsapp e quelli di Telegram, il blog “uberizados.com” o la seguitissima pagina facebook “La Banda de Don Uberto”, forniscono delle risorse importantissime per i lavoratori, innanzitutto perché pur essendo virtuali rappresentano dei luoghi dove riconoscersi come simili e solidali, al contrario della loro quotidianità lavorativa fatta di isolamento e solitudine. Tramite queste reti digitali i conducenti condividono soprattutto esperienze, pratiche e comportamenti: cosa fare in caso di fermo di polizia, come prevenire rapine, consigli sull’uso della app e racconti di vita quotidiana. Oscar tuttavia immagina che la gran parte dei conducenti di Don Uberto sia costretta a imparare i “trucchi del mestiere” sulla propria pelle.

    “FUERA UBER”, nei pressi della stazione di Retiro, Buenos Aires. (Pic. by Verònica Gago).

    In alcuni posti della città s’impara presto a essere prudenti, a costo però di dure batoste: all’aeroporto di Ezeiza, all’Aeroparque o alla stazione ferroviaria di Retiro, ad esempio, è molto facile incorrere in controlli della polizia, ma è anche possibile imbattersi in presìdi di tassisti che possono rappresentare un pericolo per l’incolumità dei drivers di Uber.

    Don Uberto versus Covid-19: chi avrà la meglio?

    Sono i giorni pre-lockdown in Argentina, e l’autista di Don Uberto che mi accompagna ha installato nella sua auto un telo di plastica trasparente che a partire dal tettuccio isola la sua parte dell’abitacolo, una sorta di paratia anti-contagio che separa il conducente dai passeggeri. Dagli uffici di San Justo, dove è insediata la filiale di Uber, è partita una semplice mail che invita i conducenti ad osservare alcuni accorgimenti in tema di igiene per prevenirsi dal contagio: gel disinfettante, guanti di plastica e mascherina, lavarsi spesso le mani, disinfettare l’abitacolo e non toccare i passeggeri. Per il resto si continui a lavorare senza problemi. I giorni passano e sui gruppi social di choferes alcuni raccontano di rifiutarsi di compiere viaggi all’aeroporto internazionale di Ezeiza, con il terrore di ricevere qualche europeo contagiato nel proprio veicolo. Intanto molti porteños, almeno nel centro città, iniziano a chiudere le proprie attività; il 18 marzo San Telmo è semi-deserta e a La Boca smettono di arrivare i consueti pulmini di turisti: un conducente di Uber mi confida di non aver mai ricevuto così poche corse come quel giorno.

    Poi arriva la dichiarazione di lockdown del presidente Alberto Fernàndez e il 20 marzo la nazione si chiude in casa. I servizi di trasporto privato possono continuare ad essere attivi, visto il carattere essenziale del servizio che offrono. A differenza di Cabify, i cui conducenti possono proseguire a lavorare senza problemi, Uber è però illegale in città, per cui i suoi ‘soci’ rischierebbero sanzioni pesantissime per aver violato illegittimamente la quarantena. Ed ecco l’idea geniale di Uber: una mail in cui si spiega che, per il bene dei conducenti, il servizio viene sospeso a tempo indeterminato. Sembrano preoccuparsi dei propri lavoratori, “meglio tardi che mai” direbbe qualcuno. Stando all’azienda californiana, fino a ieri bastava un po’ di gel, da oggi però è necessario starsene tassativamente tutti a casa. Questo perché, probabilmente, Uber decide tempestivamente di smarcarsi da un problema che avrebbe portato l’azienda a sobbarcarsi di pesanti cause legali contro gli autisti sanzionati durante la quarantena a Buenos Aires. Infatti, gli unici casi in cui Uber spende il proprio denaro e impiega i propri avvocati sono quelli in cui al conducente vengono applicate sanzioni solo e soltanto in quanto operatori della piattaforma. In tali casi, ad esempio il ritiro della patente o il sequestro del mezzo di un Uber da parte degli Agentes de Trànsito, come hanno testimoniato alcuni lavoratori, l’ufficio legale dell’azienda si preoccupa di contestare l’infrazione o si sobbarca il costo della multa. Fatto sta che nel primo periodo di quarantena a Buenos Aires l’azienda di Don Uberto ha pressocché dovuto chiudere i battenti nel settore del trasporto privato, mentre gli autisti di Cabify, se muniti di un ulteriore permesso speciale e in possesso degli adeguati DPI, hanno proseguite a lavorare. Il servizio di Uber Eats, invece, ha continuato a funzionare regolarmente: anche a Buenos Aires, come in molte altre città del mondo, i primi giorni di lockdown erano soprattutto l’immagine di strade vuote abitate solo da riders. Con il passare delle settimane e con il graduale allentamento delle misure restrittive, infine, i conducenti hanno potuto parzialmente riprendere a lavorare, dato che tramite l’aggiornamento della app con UberEssential è possibile trasportare coloro i quali sono in possesso di un permesso speciale o sono impiegati nei settori produttivi essenziali – tuttavia i conducenti restano sempre esposti ai rischi dovuti all’illegalità di Uber nella capitale, sia ben chiaro.

    Uber, tutto sommato, ha risposto abbastanza tempestivamente al repentino rovesciamento della situazione a causa dell’emergenza Covid-19. Da San Francisco hanno prontamente dichiarato di istituire un fondo per un sostegno economico ai lavoratori a cui fosse diagnosticato il virus – solo a quelli effettivamente positivi, sia ben chiaro -, oltre a suggerire le norme igieniche consigliate dall’OMS e ad applicare, per Uber Eats, un protocollo di consegna senza contatto tra le persone. A metà aprile, ai conducenti di Uber Argentina, finalmente, arriva anche un messaggio in cui l’azienda si impegna a rimborsare il materiale sanitario ai conducenti, previa presentazione delle ricevute fiscali e delle foto dei beni acquistati. Ciò che però richiama particolarmente l’attenzione è la rapidità con cui l’azienda lancia il nuovo servizio Uber Flash per fronteggiare la pandemia. Tra la fine di marzo e la prima metà di aprile, in quasi tutta l’America Latina, dal Messico all’Argentina, l’azienda californiana inaugura un servizio di consegna tramite la stessa app dei conducenti che permette di inviare oggetti e beni di qualsiasi tipo tra privati senza dover lasciare la propria casa. Lo stesso fanno anche Cabify e Beat, la neonata piattaforma in concorrenza con Uber, che lanciano un proprio servizio di consegna, trasformando temporaneamente i propri conducenti in fattorini a domicilio. Al pari di altre piattaforme che operano nel settore dell’everything delivery, come Glovo, tramite Uber Flash è possibile mandare il conducente a ritirare un pacco o un ordine da un negoziante, o scambiare del cibo o altri beni con un proprio familiare senza dover ‘rischiare’ di incontrarlo personalmente e senza violare le restrizioni della quarantena. Inoltre, come dichiara la responsabile della comunicazione di Uber Centroamerica: “mettere a disposizione UberFlash significa dare un’opzione in più ai nostri soci collaboratori in questo momento, così che possano generare dei guadagni[3]. Ovviamente ingressi per le famiglie degli autisti fermi causa lockdown, ma anche per la piattaforma che non vuole rinunciare ai propri profitti nemmeno durante l’emergenza sanitaria globale. Inoltre, sembra che Uber voglia approfittare delle criticità del momento storico dell’emergenza pandemica per imprimere un’accelerazione al processo di finanziarizzazione, ovvero di inclusione finanziaria e monitoraggio fiscale dei conducenti. Infatti, diversi autisti di Uber porteños hanno annunciato di aver ricevuto un messaggio ufficiale in cui l’azienda propone di ridurre una più o meno consistente parte del debito con la piattaforma a condizione che il conducente compia il procedimento di registrazione del proprio profilo fiscale, che consente alla app di emettere automaticamente le fatture di ogni corsa.  Intanto però, alcuni conducenti di Buenos Aires denunciano che la piattaforma ha iniziato in sordina ad aumentare la commissione di intermediazione oltre il 25% e a non rimborsare agli autisti la tassa argentina del 30% alle transazioni internazionali,[4] come prima era solita fare. Nelle ultime settimane, è stato intensamente condiviso in rete un video de La Banda de Don Uberto, in cui si dimostra che la piattaforma ha effettivamente incrementato il prelievo con le commissioni.

    La pandemia globale ha sollevato molti interrogativi e scoperchiato molte contraddizioni nel mondo delle piattaforme della gig-economy. Il nuovo proletariato digitale dei servizi urbani, come l’ha definito il sociologo brasiliano Ricardo Antunes, sembra condannato a essere particolarmente esposto alla diffusione del virus e privato delle pur poche tutele che sono state rivolte ad altri settori produttivi. Troppo poco hanno per ora fatto le aziende proprietarie delle piattaforme digitali per proteggere i propri lavoratori dal contagio, mentre le autorità politiche locali nella maggior parte dei casi non se ne sono minimamente interessate. La pandemia ha cinicamente diviso il mondo del lavoro tra chi può permettersi di evitare l’esposizione al contagio e lavorare da casa, e chi è costretto a scegliere tra il rischio per la salute, di sé stessi e dei propri cari, o il collasso dell’economia domestica e la fame: i lavoratori informali come i drivers di Uber, i fattorini del delivery come gli operai dell’industria della lavorazione della carne negli USA, settore produttivo colpito dal contagio in maniera particolarmente intensa. Se la scelta tra salute e reddito, purtroppo, non è affatto un nuovo interrogativo per vecchi e nuovi sfruttati, del tutto inedite sono le domande che la pandemia apre sul futuro del mondo dei servizi urbani. Il “mondo a domicilio” ha trovato un incredibile modello di sperimentazione inedito ed inaspettato con l’avanzare del virus e con più di metà del pianeta costretta al lockdown. Aziende come Amazon, Netflix, Microsoft, Activision Blizzard[5] o Zoom, intanto, hanno accresciuto i propri mercati e notevolmente aumentato il proprio valore in borsa a partire da febbraio e marzo del 2020, fino quasi a diventare le uniche infrastrutture di una monotona quotidianità passata tra una videoconferenza su Zoom, un altro libro acquistato sul Kindle Store e una nuova imperdibile serie di Netflix – per inciso, tutte piattaforme con politiche particolarmente estrattive sui dati personali e sul lavoro digitale.

    Invece, le strade e le piazze delle nostre città in tempi di quarantena, svuotate del loro significato sociale, politico ed economico, hanno conservato unicamente la funzione di infrastrutture materiali e sono state abitate quasi esclusivamente dai corrieri della logistica e dai fattorini delle piattaforme di delivery. Il settore delle piattaforme di ride hiling ha ovviamente subito una brusca frenata a causa delle restrizioni alla mobilità nei centri urbani, tuttavia il futuro potrebbe riservare delle sorprese. Un’importante società internazionale di ricerca e consulenze ha recentemente pubblicato uno studio ripreso anche da testate giornalistiche italiane in cui si stima una crescita della mobilità tramite automobili private e una drastica riduzione dell’uso dei trasporti pubblici nel periodo post-pandemia. Lo studio di Ipsos (2020) dedicato agli impatti della pandemia sulla vendita di auto in Cina ha mostrato, se pur sulla base di un campione piuttosto contenuto, che a causa del Covid aumenterà notevolmente la percentuale di persone che preferiranno utilizzare il trasporto privato a quello pubblico, soprattutto per motivi igienici. E con questo, aumenterebbe drasticamente anche traffico e inquinamento delle città, ora fragilmente sospesi dalle politiche restrittive. Cosa succederà alla mobilità urbana e come si comporteranno le piattaforme di ride hiling nel periodo post-pandemia sono alcune domande da iniziare a porsi. Chi crede che le tecnologie digitali avranno un ruolo messianico nel salvarci dalla catastrofe climatica o nel liberarci dal lavoro manuale, non considera che queste sono spesso non solo socialmente, ma anche ambientalmente dannose. È ormai assodato che Uber contribuisca ad aumentare la congestione di traffico nelle aree centrali delle città, aumentando le emissioni di sostanze inquinanti, e che promuova un modello di mobilità urbana del tutto insostenibile. L’azienda sostiene, invece, di offrire un servizio sostenibile in quanto permette di condividere l’auto e offre la possibilità di raggiungere luoghi scarsamente collegati, risolvendo a dir loro il cosiddetto last mile problem: in realtà sono numerose le ricerche che dimostrano come Uber non risolva affatto le carenze della rete di trasporto nelle aree periferiche, ma anzi concentri la maggior parte della flotta in zone urbane centrali, contribuendo notevolmente ad accrescere la presenza di sostanze inquinanti nelle città. A San Francisco, dove Uber è nata, uno studio commissionato dall’Autorità dei Trasporti statunitense ha stimato che a fronte di un aumento di più del 50% delle congestioni stradali tra il 2010 e il 2016, le piattaforme di trasporto come Uber e Lyft ne sono responsabili per più della metà. Tuttavia, la piattaforma di Don Uberto continua a negare la possibilità che il suo settore possa essere dannoso per le città. “Penso che in tutto il mondo sono sempre più quelli convinti che Uber sia una cosa buona per i paesi, così come per le città”, ha affermato qualche mese fa il CEO di Uber Dara Khosrowshahi, tralasciando la marea di critiche e opposizioni che arrivano da istituzioni cittadine in molte parti del mondo. L’unica alternativa per la mobilità urbana di domani è quella banale, ma indispensabile, di rispondere con delle politiche pubbliche che implementino delle adeguate e capillari reti di trasporto urbane gratuite, sicure, accessibili ed ecologiche. Altrimenti le nostre città potrebbero facilmente diventare ancora più invivibili rispetto a come le abbiamo lasciate prima della pandemia.

    Nota dell’autore: il testo rappresenta un estratto del lavoro di campo per una ricerca di dottorato in Sociologia. I nomi qui riportati degli intervistati sono di fantasia, per rispetto della privacy dei soggetti. Mille grazie a Mateo per avermi aperto molte porte del mondo di Uber a Buenos Aires.


    [1] Dal sito ufficiale di Uber.

    [2] La legge Anti-Uber sui giornali locali.

    [3] Il lancio di Uber Flash su un quotidiano costaricano.

    [4]Impuesto PAIS” è una tassa di emergenza introdotta dal neo-governo di Alberto Fernàndez che prevede un’aliquota del 30% sulle transazioni internazionali e sull’acquisto di moneta estera. Pertanto, si applica anche ai pagamenti che i conducenti argentini versano a Uber Technologies Inc.

    [5] Importante azienda statunitense del settore dei videogiochi, tra le firmatarie della campagna di sensibilizzazione #PlayApartTogether promossa dall’OMS – la stessa OMS che meno di un anno fa aveva introdotto la dipendenza dai videogiochi come una malattia, ora ne promuove la diffusione.

  • Femminismo ai tempi del Coronavirus in Argentina

    Femminismo ai tempi del Coronavirus in Argentina

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    di Susanna De Guio

    Il primo caso di Covid-19 in Argentina è stato registrato il 3 marzo, e già a partire dal 20 marzo il presidente Alberto Fernandez ha dichiarato la quarantena totale obbligatoria su scala nazionale. L’isolamento dura ormai da un mese e mezzo e già dalla prima settimana ha messo in luce una serie di gravi problemi per la popolazione argentina, che ricadono in maniera più pesante sulle donne e le dissidenze sessuali. Il movimento Ni Una Menos, insieme a molte altre organizzazioni femministe, ha cominciato fin da subito a denunciare che la campagna “io resto a casa” suonava come una sentenza di morte per migliaia di persone che soffrono violenza di genere, in un paese dove avviene un femminicidio ogni 23 ore. L’Osservatorio sulla Violenza di Genere ha provato che sul totale dei femminicidi del 2019, il 63% è avvenuto in casa della vittima.

    Il 30 marzo è stata convocata una manifestazione, dai balconi e dalle finestre, per denunciare gli 11 femminicidi avvenuti nei primi 10 giorni di quarantena. Al 5 di maggio le morti violente sono salite a 45 e dall’inizio dell’anno sono già 108. Questo dimostra che le poche iniziative prese dal ministero delle Donne, del genere e della Diversità all’inizio dell’isolamento non sono né sufficienti né efficaci. La campagna della “mascherina rossa” lanciata a fine marzo, sull’esempio di quanto fatto in Spagna, è una misura che abilita le farmacie a chiamare il numero 144 delle emergenze per violenza di genere se una persona si presenta chiedendo appunto, una mascherina rossa.

    Diverse referenti di organizzazioni sociali hanno denunciato che questa iniziativa mostra la poca conoscenza del paese reale che hanno i funzionari e le funzionarie dello stato: i gruppi che lavorano con la violenza di genere agiscono infatti in altro modo, attivando protocolli immediati di fronte alle situazioni di rischio, ma attraverso reti di solidarietà che si costruiscono nel tempo, con la presenza sul territorio e la fiducia. Quel che dovrebbe invece fare lo stato per affrontare l’emergenza è investire fondi in politiche pubbliche integrali: le persone che rispondono al centralino del 144 hanno denunciato di essere troppo poche e in condizioni di lavoro precarie, e dall’inizio della quarantena sono state inondate dalle denunce, con un aumento del 25% secondo i dati riportati dalla stessa ministra Elizabeth Gómez Alcorta. Un’altra misura urgente sarebbe quella di abilitare luoghi (come case rifugio, o alberghi) per ospitare le persone che devono potersi allontanare rapidamente dalle loro case, dove sono costantemente a contatto con la persona violenta.

    All’agghiacciante frequenza dei femminicidi, si sommano altre problematiche segnalate dalle organizzazioni femministe su tutto il territorio argentino: il primo maggio è stato l’occasione per evidenziare come la gestione della pandemia impatta in modo particolarmente forte sull’economia delle donne. Secondo un rapporto dell’organizzazione Internazionale del Lavoro sono le più colpite, insieme ai lavoratori informali e autonomi, perché compiono sempre anche un altro lavoro nelle case, il lavoro domestico e di cura tanto dei figli come degli anziani. Inoltre sono sovra-rappresentate nei settori d’impiego più penalizzati dalla crisi: quelli che hanno dovuto fermare le attività come il commercio, il turismo, la ristorazione, ma anche quelli esposti al contagio come il settore della salute, negli ospedali, dove le donne sono il 59% del totale, mentre nei lavori a domicilio sono il 95% così come nei lavori autonomi inerenti la salute e l’educazione, cioè psicologhe, terapeute, formatrici.

    Una situazione drammatica sta vivendo anche la comunità trans e travestita, che esercita nella sua maggioranza il lavoro sessuale, spesso per mancanza di alternative, e che con la quarantena è rimasta senza reddito, per cui sta faticando a pagare l’affitto o anche solo un pasto giornaliero, e questo si somma alla violenza e alla discriminazione che le dissidenze sessuali subiscono costantemente al di là dell’emergenza causata dal coronavirus: tra gennaio e aprile sono state uccise 21 persone transessuali o travestite.

    campaña-300x300Nelle ultime settimane è emersa con forza anche l’emergenza nelle carceri legata al diffondersi del virus, che sta esplodendo in diversi paesi, e non solo in America Latina. In particolare, in Argentina, la popolazione carceraria è cresciuta negli ultimi quattro anni dalle 72mila persone del 2015 alle più di 100mila attuali. Siamo dunque in un contesto di evidente sovrappopolazione, dove mancano le misure minime di protezione dal contagio, mentre si sta diffondendo una campagna contro la possibilità di scarcerazione e accesso ai domiciliari per una parte dei e delle detenute.

    Si tratta di uno spauracchio mediatico, se si pensa che nella provincia di Buenos Aires il 48% delle persone detenute è in carcere preventivo, cioè senza condanna definitiva, e la maggior parte dei delitti sono legati alla sopravvivenza; a trovarsi in questa condizione sono soprattutto le donne, il 70% dei casi, e la prima causa di detenzione è il trasporto o la vendita al dettaglio di stupefacenti, cioè un’attività di sussistenza comune per le donne dei settori popolari che sono espulse o mantenute ai margini nel mercato del lavoro.

    Durante questa emergenza sanitaria, il femminismo in Argentina sta mostrando la sua capacità di reagire rapidamente e attivarsi davanti al nuovo contesto: è presente nelle commissioni di genere delle organizzazioni sociali, in reti di autodifesa contro la violenza, in coordinamenti e campagne permanenti che promuovono diritti e ne denunciano le violazioni, è un corpo collettivo e sfaccettato

    che risponde in modo quotidiano e capillare alle singole richieste d’aiuto nei quartieri, e insieme dà vita alle strutture ampie e trasversali come il NiUnaMenos che coordina gli appelli a mobilitarsi e dialoga a livello internazionale. Forse non è un caso che l’ultima manifestazione massiva prima del lockdown sia stata proprio quella dell’8 marzo, dove si rafforzava il legame con le compagne cilene, al centro di una rivolta che già contava diversi mesi di agitazione permanente, e tornava a mettere al centro dell’agenda femminista l’aborto legale, sicuro e gratuito.

    Infine, il femminismo che attraversa per sua natura le frontiere nazionali, è già da anni il principale promotore di una proposta di società differente da quella capitalista, che con l’esplosione della pandemìa sta mostrando in maniera esacerbata le sue contraddizioni strutturali e la sua insostenibilità per la maggioranza della popolazione mondiale.

    Nel documento femminista transnazionale che è stato pubblicato per il primo maggio si legge: “La pandemia mondiale del Covid19 ha evidenziato non solo la crisi capitalista patriarcale, ma anche l’urgenza di trasformare la società e le diseguaglianze nel loro insieme. […] la crisi pandemica mostra chiaramente che i lavori necessari per la riproduzione sociale sono i più sfruttati, femminizzati, razializzati e precari. […] Ci neghiamo a che il futuro assomigli a questo presente e a tornare a una normalità neoliberale la cui insostenibilità si rivela in maniera inappellabile in questa crisi. Lottiamo per mettere fine all’estrattivismo e all’allevamento industriale a grande scala, che subordina tutte le specie viventi e la terra ai profitti del capitale. […] Lottiamo oggi per sopravvivere nel mezzo di una pandemia, però allo stesso tempo ci organizziamo per affrontare le conseguenze di lungo respiro che questo avrà sulle condizioni economiche e di vita di milioni di persone nel mondo.”

    Questo testo è la base dell’intervento andato in onda su Radio CiRoma il 13.05.2020 insieme ad altri tre interventi sul femminismo ai tempi del coronavirus: Caterina Morbiato dal Messico, Alessandra Cristina dal Cile, e Fiammetta Bonfigli dal Brasile. Qui il link per ascoltare la trasmissione.

  • Ley de Búsqueda de Personas Desaparecidas y Ley de Víctimas en Guanajuato: ¿Qué falta?

    Ley de Búsqueda de Personas Desaparecidas y Ley de Víctimas en Guanajuato: ¿Qué falta?

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    de Fabrizio Lorusso y Raymundo Sandoval

    Esta nota, escrita en el contexto de la discusión y próxima aprobación de las Leyes de Víctimas y de Búsqueda de Personas Desaparecidas en el estado mexicano de Guanajuato, sistematiza la información sobre las principales áreas de oportunidad relativas a la versión más reciente de las normas. Su discusión y aprobación en el Congreso estaría llegando a su recta final en este mes de mayo, probablemente esta misma semana, junto con otra Ley importantísima: la de Víctimas. Se trata de Leyes estatales que, con varios años de retraso respecto de lo que mandatan las respectivas Leyes Generales, crearán por fin, en este 2020, la Comisión de Búsqueda de Personas, por un lado, y la Comisión de Atención a Víctimas, por otro, así como los correspondientes Sistemas Estatales (de Búsqueda y de Atención a Víctimas), dentro del marco normativo e institucional guanajuatense.

    (altro…)

  • Voci dal Brasile

    Voci dal Brasile

    Di Alessandro Peregalli da Lo Stroligh

    Una nuova testimonianza audio: il Brasile di Bolsonaro ai tempi del coronavirus. I risvolti sociali, politici ed economici, di una società già in forte crisi sulla quale è piombata una nuova minaccia: il covid-19.

    Qui l’audio.

    Qui un precedente contributo di un nostro compagno dal Messico.

  • Coronavirus e invisibilizzazione nell’Amazzonia peruviana

    Coronavirus e invisibilizzazione nell’Amazzonia peruviana

    di Isabel María Álvarez da Alterativa.com

    traduzione di Alice Fanti

    Questo articolo descrive la situazione che le popolazioni indigene dell’Amazzonia peruviana stanno vivendo durante l’epidemia mondiale da Covid-19, tuttavia riteniamo che sia una fotografia rappresentativa delle condizioni di vita dei popoli indigeni di tutti i paesi dell’America Latina. Il processo di invisibilizzazione delle comunità ancestrali era in corso da ben prima della diffusione del Covid-19, la pandemia ha soltanto messo in luce con maggiore forza l’esclusione crescente di queste persone dai processi decisionali e dall’accesso ai diritti basici. Per questo riteniamo importante dare loro voce e visibilità. [NdR]

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    Nel paese “di tutte le stirpi”[1] sognato dall’etnologo e scrittore José María Arguedas, l’emergenza è scattata. Il contagio da Coronavirus sta aumentando in modo eccezionale in Perù e, come nel resto dei paesi della regione, a correre il rischio maggiore sono i gruppi più vulnerabili: le popolazioni indigene in generale, e, nello specifico, le centinaia di comunità che abitano l’Amazzonia, la regione con la maggiore biodiversità del paese e che produce il 20% dell’ossigeno mondiale. La prospettiva è cupa. Sembra che ancora non si sia colto il fatto che a rischio c’è il binomio esistenza fisica/dimensione culturale; ciò che la letteratura antropologica chiama “etnocidio” e che Pierre Clastres definisce “la morte dell’anima di un popolo”.

    Dall’arrivo in America dei primi virus generati dall’invasione europea del continente, fino all’avvento dell’attuale pandemia mondiale da Covid-19, passando per altri virus sociali quali il colonialismo, il razzismo, la schiavitù e la discriminazione, solo per citarne alcuni, i popoli indigeni hanno dato prova di resilienza, spirito di sopravvivenza, resistenza e perseveranza, elementi che hanno garantito la loro continuità storica sino ad oggi.

    Le popolazioni indigene non sono mai state la causa della diffusione delle malattie: vaiolo, peste bubbonica, tifo, lebbra, paludismo, febbre gialla, morbillo e influenza sono stati importati dall’Europa. Tuttavia, hanno dovuto subirne l’impatto brutale in condizioni di estrema fragilità e privi di qualsivoglia difesa.

    Oggi, lo scenario drammatico e dinamico imposto dal Covid-19 mette in luce non solo la debolezza degli Stati in materia di capacità di risposta dei loro sistemi sanitari, ma anche l’assenza di politiche pubbliche con approccio interculturale destinate a questi popoli che, di fronte alla pressione della modernità, non hanno rinunciato alle loro identità culturali. È importante sottolineare che, attualmente, questi gruppi umani si confrontano con il violento sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori, perpetrato dalle imprese multinazionali, soprattutto estrattive, che, con la strizzatina d’occhio dei poteri vigenti, infrangono le leggi a proprio beneficio e a discapito delle comunità e della biodiversità degli ecosistemi.

    È per questo che, in questa fase del XXI secolo e nell’attuale contesto di incertezza, possiamo parlare di un virus che si aggiunge al Covid-19 e che sta minacciando i popoli indigeni: il virus dell’invisibilizzazione.

    Di fronte alla pigrizia e all’abbandono, e al fine di evitare la crescita della pandemia, gli accademici della Facoltà di Antropologia dell’Università di San Marcos hanno pubblicato un comunicato congiunto diretto alle autorità governative, esortandole ad adottare misure urgenti compatibili con la realtà di queste popolazioni, il cui accesso ai servizi di base quali acqua potabile, telefonia e assistenza sanitaria è molto limitato o nullo. Non va dimenticato che il 60% delle comunità dell’Amazzonia peruviana non ha ambulatori e che quelli esistenti sono sguarniti e spesso sprovvisti di protocolli e di piani di emergenza.

    L’isolamento dato dalla distanza, sia delle comunità amazzoniche che delle comunità alto andine, è notevole, eppure oggi non rappresenta una barriera. L’interazione con le città più vicine è cresciuta, dal momento che molte persone si spostano per vendere i propri prodotti agricoli e artigianali. Nel caso della selva, la sola via di spostamento è quella fluviale, che è tuttora fruibile: le imbarcazioni vanno e vengono incuranti dei divieti di spostamento decretati dal governo. Lungo il fiume circolano le persone e le informazioni transitano, ma, in questo momento, anche il virus.

    Negli ultimi giorni, molti membri delle comunità che lavorano in città, avendo la certezza di essere entrati in contatto con abitanti infetti, evitano di tornare a casa per non diffondere il virus. Si pensi che Loreto, per esempio, porta dell’Amazzonia e regione più estesa del paese, con un totale di 1.207 comunità riconosciute, occupa il secondo posto, dopo Lima, per numero di contagiati in Perù, con epicentro la città di Iquitos che, in analogia con la sua omologa brasiliana Manaos, registra, secondo quanto riporta oggi il giornale La Repubblica, il numero più alto di contagi.

    I docenti della San Marcos evidenziano alcuni punti utili per favorire un approccio interculturale alla questione delle comunità, tra cui:

    – il rischio che comporta per le famiglie delle comunità doversi spostare in città nel caso in cui siano beneficiarie del bonus d’emergenza promesso per le popolazioni più povere (qualcosa che, secondo fonti consultate, sembra essere limitato alla popolazione urbana)

    – l’importanza di rafforzare le pratiche agricole comunitarie per garantire la sostenibilità alimentare

    – il riconoscimento educativo degli anziani come guardiani che trasmettono il patrimonio culturale, linguistico ed etico dei loro popoli. Riguardo a ciò, è utile menzionare a titolo di esempio che nella Provincia di Chubut (Argentina) i saggi anziani del popolo mapuche (kimche, in lingua mapuzungun) sono integrati nel sistema educativo alla stregua del resto degli insegnanti

    – la partecipazione dei meccanismi di autodifesa comunitaria, quali le ronde

    – la diffusione nelle lingue ancestrali dell’informazione relativa alla prevenzione. In questo senso, vale la pena menzionare che il materiale informativo sulla prevenzione del Covid-19 è stato elaborato in 21 lingue autoctone e nelle loro varietà dialettali, ma la mera traduzione è insufficiente e la sua efficacia in termini di diffusione è messa in crisi dalla carenza di stazioni radio. I dirigenti indigeni insistono sull’esistenza di una grave disinformazione.

    Sulla stessa linea, l’Associazione Interetnica dell’Amazzonia Peruviana (AIDESEP) ha rilasciato una dichiarazione in cui ha denunciato i secoli di ingiustizia e l’abbandono da parte di uno Stato che, al di là delle leggi, dei progetti e delle promesse, volta loro le spalle.

    Concretamente, il punto nodale è la co-partecipazione e il rispetto del principio di consultazione fortemente proclamato dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per garantire i Diritti dei Popoli Indigeni e Tribali. Soltanto un lavoro concertato e collettivo può evitare una catastrofe senza precedenti.

    Attraverso i social network, le diverse organizzazioni stanno chiedendo l’appoggio internazionale per sensibilizzare sul tema dell’urgente protezione di queste comunità che fanno fronte all’emergenza sanitaria nella solitudine più assoluta.

    Sappiamo che al termine della pandemia tutti avranno perso qualcosa. Speriamo che il Perù non perda la componente più preziosa del suo patrimonio: la ricchezza della sua diversità etnoculturale. I saperi di questi popoli saranno essenziali per la ricostruzione di un mondo che, certamente, non sarà più lo stesso.

    Playa Unión – Provincia di Chubut – Patagonia Argentina, 11 aprile 2020

    [1] Si fa riferimento all’opera del 1964 dell’autore peruviano José María Arguedas dal titolo originale “Todas las sangres”, tradotta in italiano da Umberto Bonetti e pubblicata in Italia da Einaudi nel 1974.

  • Operazione Gideon: storia breve di un fallimento annunciato

    Operazione Gideon: storia breve di un fallimento annunciato

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    Maduro mostra i passaporti dei due cittadini statunitensi arrestati. AFP

    L’ultimo, maldestro tentativo di colpo di stato contro Maduro sembra il manuale di come non andrebbe condotto un colpo di stato.

    Di Marco Dalla Stella

    Nel bel mezzo della crisi sanitaria che sta investendo il Paese, lunedì 4 maggio il Presidente del Venezuela, Nicolàs Maduro, si è rivolto alla nazione per annunciare il fallimento di un tentativo di colpo di stato condotto dall’opposizione venezuelana assieme a operativi statunitensi. Con il carisma tipico dei caudillos sudamericani, Maduro ha posto l’enfasi sul ruolo di Donald Trump, accusandolo di essere il vero mandante dell’operazione, che si è interrotta ancor prima che avesse davvero inizio.

    Sia Washington che l’autoproclamatosi Presidente del Venezuela, Juan Guaidó, si sono affrettati a smentire ogni coinvolgimento con il tentato golpe. Le testimonianze degli ex militari venezuelani e statunitensi che vi hanno preso parte però, seppur date in condizione di privazione della libertà e per questo soggette a possibile manipolazione, suggeriscono il contrario.

    La storia dell’operazione Gideon, ricostruita da inchieste del Washington Post e AP, inizia a febbraio 2019 con il concerto in supporto a Guaidó organizzato al confine colombiano dal miliardario britannico Richard Branson. La gestione della sicurezza del concerto viene affidata a un’impresa privata statunitense, la Silvercorp USA, fondata nel 2018 dall’ex Berretto Verde Jordan Goudreau.

    Goudreau, che ha servito 15 anni nell’esercito statunitense con operazioni in Iraq e Afghanistan, matura in quell’occasione l’idea di vendere all’opposizione venezuelana i servizi della sua impresa – che nel suo sito propone servizi di “unconventional planning” e “special projects”. A questo scopo entra in contatto con Cliver Alcalá, ex generale venezuelano che all’epoca stava cercando di riorganizzare i disertori dell’esercito per conformare una milizia capace di rovesciare il regime di Maduro. All’interno dell’hotel JW Marriott di Bogotà, Goudreau e Alcalá iniziano così a mettere a punto l’idea di rapire Nicolás Maduro.

    Nel frattempo, il fallimento del tentativo di golpe di inizio 2019 aveva convinto Juan Guaidó a sondare nuove possibilità per prendere il potere, in attesa che si presentasse il momento più opportuno. A questo scopo viene creato un apposito “comitato strategico” in cui entra lo stratega politico J. J. Rendón, esule venezuelano basato in Florida.

    L’ex berretto verde riesce a presentare la sua proposta e Rendón il 7 settembre durante incontro nella casa di Rendóna Miami. Per la cifra di 212,9 milioni di dollari, Silvercorp USA avrebbe messo a disposizione addestramento, materiali e 800 uomini in grado di entrare in territorio venezuelano, creare cellule operative di reclutamento e fomentare una sommossa popolare che avrebbe spianato la strada alla salita al potere di Guaidó.

    La proposta attira l’attenzione dei collaboratori di Guaidó, che prima di Goudreau avevano incontrato altre imprese che avevano avanzato richieste fino a 500 milioni di dollari. Il 16 ottobre a Washington il contratto viene quindi formalizzato.

    (Il testo del contratto e dei suoi allegati è stato diffuso per intero dal Washington Post, ed è possibile scaricarlo in calce al presente articolo.)

    Riguardo quello che avviene successivamente alla firma del contratto non c’è  però ancora chiarezza. Secondo quanto dichiarato da Rendón, Goudreau non avrebbe dato prova di essere in grado di rispettare gli accordi presi, non potendo contare sul supporto logistico ed economico del governo statunitense, cercato invano tramite colloqui con Keith Schift, storico collaboratore di Donald Trump.

    Da parte sua Goudreau dice di sentirsi tradito dai collaboratori di Guaidó, e chiede che gli sia pagato l’anticipo concordato di un milione e mezzo di dollari. Stando a quanto dice, i fondi che gli spettano sarebbero già negli Stati Uniti, in un conto di Citgo, l’impresa petrolifera statunitense che opera all’interno della venezuelana PDVSA. La divulgazione del contratto e la sua loquacità con i media sarebbe un mezzo per fare pressione su Guaidó.

    Una svolta arriva a marzo 2020, quando le autorità colombiane fermano un camion che trasporta armi e equipaggiamento tattico militare per un valore di circa 150.000 dollari e che include visori notturni, walkie-talkie, 26 fucili d’assalto di produzione statunitense con i numeri seriali cancellati e 15 caschi protettivi prodotti da High-End Defense Solutions, un venditore di equipaggiamenti militari di Miami di proprietà di una famiglia di emigrati venezuelani visitata da Goudreau a fine 2019.

    Il sequestro dell’equipaggiamento militare, direttamente riconducibile ad Alcalà, potrebbe dimostrare l’intenzione delle autorità colombiane di ostacolare l’operazione Gideon, forse in ritorsione allo stesso Alcalà che avrebbe tentato di ottenere il supporto di Bogotà presentando Goudreau come agente della CIA.

    Le cose per Alcalà però stanno per mettersi peggio. Il 26 marzo il Dipartimento di Stato mette una taglia di 50 milioni di dollari su Nicolas Maduro e una decina di altre persone fra cui suoi collaboratori, ex guerriglieri delle Farc e membri dell’esercito coinvolti nel traffico di droga. Fra questi compare anche Alcalà, accusato di aver fornito alla guerriglia colombiana missili terra-aria in cambio di cocaina che sarebbe stata esportata negli Stati Uniti. Oggi Alcalà si trova a New York dove attende di essere processato.

    Nonostante i presupposti avversi, e forse alimentata dai milioni di ricompensa offerti dal governo USA, l’operazione Gideon prosegue e domenica 3 maggio Goudreau ne annuncia l’avvio con un video nel quale viene introdotto come “membro delle Forze Speciali Statunitensi” da Javier Nieto Quintero, ex militare venezuelano e oppositore di Maduro. In quello che era probabilmente l’ultimo, disperato tentativo di convincere i venezuelani che il regime di Maduro si trova prossimo alla fine e portare una situazione di caos simile a quella dei primi mesi del 2019.

    In quel momento tuttavia l’operazione era già largamente compromessa. Caracas da tempo era al corrente della sua esistenza, e non potendo contare sul supporto di Washington e Bogotà i “bastardi senza gloria” di Goudreau sono caduti nelle mani dei venezuelani. Forse il peggior tentativo di golpe mai organizzato.

  • Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Bolivia, Perù e Colombia

    Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Bolivia, Perù e Colombia
    AME9481. LIMA (PERÚ), 01/04/2020.- Pacientes con síntomas del COVID-19 esperan a ser atendidos este miércoles, en una carpa instalada en los exteriores del hospital de emergencias “Casimiro Ulloa”, en Lima (Perú). El presidente Martín Vizcarra confirmó que se elevó a 1,323 los casos de coronavirus en el país, de los cuales, 198 pacientes están hospitalizados, y de ellos, 56 se encuentran en la Unidad de Cuidados Intensivos (UCI) con ventilación mecánica. EFE/ Paolo Aguilar

    di Alessandro Peregalli, Gianpaolo Contestabile, Caterina Rondoni, Susanna De Guio

    Ciascuno di questi tre paesi presenta una situazione differente e specifica in termini di forze politiche al governo, conflitti sociali pregressi alla crisi pandemica e varietà dei territori che raccoglie, tuttavia possono leggersi anche alcuni elementi comuni. Nei contesti nazionali che descriviamo in questo articolo si osserva la difficoltà crescente della maggioranza della popolazione nel far fronte alle necessità primarie della sopravvivenza, mentre la gestione statale si rivela insufficiente, oppure addirittura colpevolmente negligente, davanti all’emergenza sanitaria, economica e sociale che l’espansione del coronavirus sta acutizzando.

    Bolivia: razzismo e repressione di fronte alla pandemia*

    Il coronavirus in Bolivia si diffonde in un contesto politico fortemente polarizzato e caratterizzato da un processo autoritario iniziato nell’autunno del 2019 con il colpo di Stato ai danni di Evo Morales e l’auto-proclamazione di Jeanine Añez alla presidenza. Domenica 3 maggio si sarebbero dovute tenere le prime elezioni dopo il golpe, che sono state invece rimandate a causa della pandemia. Mentre l’obiettivo della Añez sarebbe quello di utilizzare il coronavirus come scusa per rimandare le elezioni in maniera indefinita, sabato 2 maggio il Congresso, ancora guidato da una maggioranza del Movimiento Al Socialismo (MAS), ha sottolineato che la Costituzione boliviana impone di svolgere l’appuntamento elettorale non oltre 90 giorni dalla data precedente, quindi entro inizio agosto.

    Foto: Xinhua

    Dopo i primi due casi di contagio a inizio marzo, il governo guidato da Añez ha decretato la quarantena obbligatoria, che è iniziata con un divieto di uscire prima di mezzogiorno ed è diventata via via sempre più severa fino ad oggi, per cui le famiglie possono mandare una sola persona a fare la spesa una volta alla settimana, con multe per la violazione che vanno da 1000 a 2000 pesos boliviani (133 e 266 euro secondo il cambio attuale). Il sistema sanitario boliviano viene considerato uno dei peggiori del mondo e dispone di appena 35 posti di terapia intensiva a fronte di 11 milioni di abitanti. Sebbene con il governo di Morales sia stata introdotta un’assicurazione medica universale, il sistema di salute pubblico è estremamente precario. Il comparto sanitario privato è molto più efficiente ma è anche uno specchio delle diseguaglianze del paese; non è un caso che il primo morto per coronavirus in Bolivia sia deceduto nel tragitto da una clinica privata, dove si erano rifiutati di curarlo, a un ospedale pubblico.

    Fortunatamente il contagio non ha seguito una curva esponenziale, finora ci sono stati 1.802 contagi e 86 morti (dati del 5 maggio) e si è quindi evitato il collasso di un sistema sanitario praticamente inesistente. Tuttavia, lo scorso weekend, i nuovi contagi hanno registrato un aumento di 241 casi  in 24 ore, mostrando un’impennata che ha destato non poca preoccupazione. Non si sono messe in campo reali politiche sanitarie per rifornire gli ospedali delle attrezzature mancanti. I medici sono costretti a comprarsi i dispositivi di protezione personale, situazione per cui hanno minacciato scioperi e hanno denunciato la mancanza di strumenti e infrastrutture. Sono stati registrati vari casi di Covid-19 tra il personale medico e due infermiere, che non disponevano di misure di biosicurezza, sono morte per via del coronavirus. In generale, i morti sono soprattutto anziani e gran parte di essi sono deceduti senza essere nemmeno arrivati a un respiratore. Così come in molti altri paesi, anche in Bolivia non ci sono abbastanza tamponi per pianificare una somministrazione di massa per cui accedono al test soltanto le persone che presentano sintomi del Covid-19. Di conseguenza, si ipotizza che il reale numero di contagi sia molto maggiore rispetto a quello ufficiale. La sinergia tra i centri di salute comunitaria, privi di risorse basiche, e i municipi locali non sta ancora funzionando ma potrebbe essere una strategia vincente per proteggere una popolazione per la maggior parte indigena e legata a modelli di vita e di cura comunitari.

    Dal punto di vista economico sono stati distribuiti dei bonus per le famiglie svantaggiate tramite un credito di 327 milioni di dollari appena approvato dal governo con l’FMI, a cui si aggiungono altri crediti richiesti alla Banca Interamericana per lo Sviluppo (BID per la sua sigla in spagnolo) e alla Corporación Andina de Fomento (CAF), per un totale di 1 miliardo di dollari, che è stato quindi la scusa per riportare il paese sotto il ricatto delle istituzioni finanziarie internazionali, e quindi con forti rischi di imposizioni di politiche di austerità e nuove privatizzazioni in futuro. La situazione economica, che aveva registrato i maggiori tassi di crescita sotto il governo di Morales, è oggi a rischio tracollo, dato che si basa soprattutto sull’estrazione e l’esportazione di idrocarburi, il cui prezzo in queste settimane è crollato in modo vertiginoso. Si preannuncia quindi una grave crisi economica che colpirà la società boliviana durante l’estate. Nel frattempo nelle zone di El Alto, dove più del 70% della popolazione vive del commercio al dettaglio, le famiglie fanno fatica a pagare l’affitto, ci sono stati suicidi dettati dalla fame e dalla povertà nella città di Montero (nel dipartimento di Santa Cruz de la Sierra), mentre a Cochabamba diverse famiglie sono rimaste senz’acqua.

    Foto: El Pais

    Il governo di Añez sta portando avanti un discorso militarista di guerra al virus e a chi non rispetta le misure della quarantena. Da questo punto di vista, è evidente che le politiche del governo si siano focalizzate più sulla repressione del dissenso che sul garantire la salute dei cittadini. Con la scusa del controllo della quarantena è aumentata la repressione verso quei settori che avevano mostrato maggior resistenza al golpe di novembre. In zone come la città di El Alto, storico epicentro di lotta indigena, ma anche nella zona cocalera del Chapare, si è inasprita la militarizzazione, con pattugliamento costante dei carri armati e controllo cibernetico  totale. Numerose persone sono state arrestate, 80 sono state processate in direttissima e sono state condannate da 3 a 10 anni di carcere per delitti come rompere la quarantena, attentato alla salute e sedizione. In alcuni di questi casi il crimine è consistito nell’aver diffuso informazioni contro il governo sui social network o aver promosso virtualmente cacerolazos (proteste rumorose con battitura di pentole) da casa. Gli episodi di repressione del dissenso si sono mescolati in molti casi a forme di vero e proprio razzismo: di fatto, dal golpe di novembre il discorso razzista di criminalizzazione del commercio informale, principale pratica di sussistenza della popolazione indigena urbana, è aumentato enormemente, e in questa fase si salda con il clima di guerra alla pandemia, per cui la popolazione più povera viene colpevolizzata perché non può permettersi di seguire le norme della quarantena, In questo senso, un episodio particolarmente grave è avvenuto nel dipartimento di Beni, nell’Oriente del paese, dove il 31 marzo delle donne che hanno convocato una manifestazione contro la fame sono state arrestate e minacciate di condanne fino a 10 anni di prigione: l’iniziativa è stata organizzata per gettare luce sulle condizioni di estrema miseria in cui versa la gran parte delle donne boliviane, che vive di commercio informale. Un altro episodio rilevante è stato il caso dei più di mille migranti boliviani rimasti bloccati alla frontiera, dal lato del Cile, dove erano andati per svolgere lavori di raccolta stagionali. Il governo li ha accusati di essere sabotatori del Movimiento Al Socialismo (MAS, partito di Evo Morales) o turisti usciti dal paese per fare le vacanze. Dall’altro lato della polarizzazione, non sono mancati tentativi di manipolazione politica da parte di alcuni esponenti del MAS che hanno negato la pericolosità della pandemia e definito il virus come un’invenzione di Añez.

    In questa situazione di forte scontro sociale e repressione politica, un problema ulteriore è la diffusione del virus tra le forze dell’ordine, che sono gli attori principali incaricati dal governo per far mantenere la quarantena, e che rappresentano circa il 10% dei contagi. Questo espone al pericolo in primo luogo gli stessi poliziotti, che non godono di nessuna misura di biosicurezza, ma anche delle persone che sono in contatto con loro, ossia i gruppi sociali più perseguitati. La popolazione vive quindi uno stato costante di paura, dove la minaccia epidemiologica si somma a, e a sua volta rafforza, quella politica della repressione. Le comunità e le organizzazioni sociali stanno provando a organizzare la resistenza, rigettando il discorso militarista del governo e proponendo iniziative dal basso. Si sono diffuse per esempio le ollas comunitarias (distribuzione di pasti solidali) per le persone più in difficoltà a cui si aggiungono le collette alimentari. Dove il governo ha cercato di colpevolizzare, tramite la geo-localizzazione, le zone più afflitte dai contagi, le persone hanno risposto organizzandosi per disinfettare le strade e diffondere le norme di salute pubblica in lingua aymara invece che invocare l’aiuto dei militari. I cocaleros del Tropico di Cochabamba hanno inviato alimenti a vari luoghi del paese, e soprattutto ai familiari delle vittime dei massacri di Sacaba e Senkata dello scorso novembre, ma anche in questo caso molti autisti dei camion con cui si stavano organizzando le spedizioni sono stati arrestati.

    Foto: periodico Notas

    Nel frattempo, il governo fa di tutto per proteggere gli interessi economici del grande capitale: sono state disposte agevolazioni alle banche, mentre lo sfruttamento delle materie prime, che è sempre stato l’aspetto centrale dello sviluppo capitalista in Bolivia, e che è stato fortemente accelerato sotto il governo di Evo Morales, non si sta fermando nemmeno con il governo Añez, anzi viene rilanciato con incentivi per l’industria della soia e i progetti di fracking. Il governo ha infatti siglato nuovi contratti con le imprese estrattive di gas e sta obbligando i lavoratori di queste aziende a continuare a lavorare a dispetto della quarantena. Lo stesso avviene nei giacimenti di litio, il cui controllo è stato oggetto di una lunga disputa geopolitica che ha avuto un ruolo non indifferente negli eventi che hanno portato al colpo di Stato. Come ormai è noto, l’espansione della frontiera estrattivista e dell’agrobusiness è una delle cause del diffondersi di questa pandemia e delle altre che hanno colpito il mondo in anni recenti. Proprio in Bolivia un’altra epidemia, del cosiddetto arena-virus, si era già diffusa a causa della distruzione degli ecosistemi nella zona nord del paese.

    * Si ringraziano Feminismo Comunitario Antipatriarcal e Chaski Clandestina per aver condiviso informazioni e riflessioni sulla situazione

    Perù: la risposta rapida al virus non è sufficiente

    Il Perù si considera il paese in America Latina che più rapidamente e con più decisione ha affrontato l’emergenza sanitaria Covid-19. Con una serie di decreti d’urgenza l’apparato esecutivo statale ha prontamente reagito alla pandemia mettendo a punto una serie di misure tecniche  volte a supportare i cittadini nel loro compito di arginare la diffusione del virus. Ma l’emergenza ha evidenziato i problemi strutturali che minano alla base la compagine sociale peruviana.

    Foto: Xinhua

    Sembra inevitabile che in epoca di crisi la risposta efficiente dello stato venga relazionata alla frequenza dei discorsi che i presidenti in carica rivolgono alla Nazione. In questo momento, ad accomunare tutto il mondo non è solo il virus SARS-CoV2 ma anche la sensazione di sospensione e attesa che scatena la dicitura “in diretta” abbinata, su uno schermo, all’immagine del capo del governo. È come se ogni popolazione trattenesse il fiato in attesa di conoscere il suo destino. Dalla sua prima apparizione live, avvenuta il 6 marzo in concomitanza con la scoperta del primo caso positivo, il presidente in carica Martín Vizcarra ha comunicato direttamente con i suoi cittadini per ben 34 volte, informandoli sullo sviluppo della pandemia e delle decisioni del governo. La curva dell’intensità delle sue raccomandazioni è andata crescendo insieme a quella dei casi positivi al virus. Dopo nemmeno 10 giorni dall’apparizione del primo caso, e con un totale di 117 contagi accertati, il 15 marzo, il presidente Vizcarra ha comunicato a tutti i peruviani le misure che sarebbero state adottate con il nuovo decreto di emergenza: chiusura delle frontiere e inizio del lockdown. Misure che sono state di giorno in giorno rafforzate da provvedimenti come la quarantena obbligatoria o il coprifuoco; di fatto dal 19 marzo ai peruviani è stato impedito di uscire nelle ore notturne. Per un periodo si è addirittura arrivati a chiedere ai cittadini di recarsi a svolgere le attività di estrema necessità a giorni alterni in base al sesso: lunedì, mercoledì e venerdì solo gli uomini potevano uscire di casa; mentre il martedì, giovedì e sabato solo le donne; la domenica, giorno del signore, tutti a riposo. Questa misura, oltre a essere discriminatoria verso le persone trans, è stata ritirata in quanto inefficace, dato che non teneva conto del carico disuguale del lavoro domestico che ricade principalmente sulle donne, le quali si sono ritrovate in grossi assembramenti fuori dai negozi nei giorni in cui potevano uscire per fare la spesa. Nonostante il tono rassicurante del presidente nei suoi interventi televisivi, il Congresso ha approvato in piena crisi sanitaria una legge che deresponsabilizza l’uso della forza da parte della polizia e che è stata segnalata con allarme da diversi organismi internazionali per i diritti umani. 

    Al 5 maggio, giorno 52 dello stato d’emergenza, i casi positivi accertati erano 51.189 e i morti 1.444, dati che posizionano il paese al secondo posto in America Latina per numero di contagi. Per quel che riguarda la distribuzione dei malati, non stupisce che nella capitale sia stato rilevato il 65% dei casi positivi,  Lima è infatti residenza di un terzo della popolazione totale, mentre altri dipartimenti duramente colpiti sono Loreto, regione totalmente immersa nella selva amazzonica, Lambayeque e Piura, situati nella costa nord. Dato più grave, quello del divario nella mortalità relativa ai quattro dipartimenti più colpiti: 1.79% Lima, 4.72% Loreto; 9.92% Lambayeque e 11.27% Piura. Una discrepanza che riflette la disuguaglianza tra centro e periferia nell’efficienza delle strutture sanitarie.

    AME9481. LIMA (PERÚ), 01/04/2020.- Pacientes con síntomas del COVID-19 esperan a ser atendidos este miércoles, en una carpa instalada en los exteriores del hospital de emergencias “Casimiro Ulloa”, en Lima (Perú). El presidente Martín Vizcarra confirmó que se elevó a 1,323 los casos de coronavirus en el país, de los cuales, 198 pacientes están hospitalizados, y de ellos, 56 se encuentran en la Unidad de Cuidados Intensivos (UCI) con ventilación mecánica. EFE/ Paolo Aguilar

    Nonostante la quantità di misure messe in campo dallo Stato peruviano per combattere il virus SARS-CoV2, i deficit strutturali del sistema sanitario statale rendono l’epidemia estremamente difficile da gestire. Tra gli impegni positivi presi dal governo ci sono: il grande aumento di posti letto in terapia intensiva, che sono passati da poco più di 100 a quasi 800 a fine aprile, l’acquisizione di attrezzature e materiale sanitario e la collaborazione del settore pubblico con quello privato. Non possiamo tuttavia dimenticare il tremendo stato di abbandono in cui versano gli ospedali provinciali che non solo non disponevano di spazi adeguati ma nemmeno di sufficiente personale per fronteggiare il lavoro di tutti i giorni, nemmeno prima della pandemia. A peggiorare notevolmente la situazione sono state infatti anche le crisi sanitarie pregresse come quella dell’epidemia di dengue che tra febbraio ed aprile aveva colpito il dipartimento di Loreto. A fronte di queste evidenti difficoltà, molti professionisti della sanità ed epidemiologi hanno applaudito la scelta radicale di un lockdown ferreo. Ma cosa succede se al quadro sanitario descritto fino ad ora si aggiunge l’alto tasso di occupazione informale del paese?

    In Perù il 72,6% (INEI, 2019) della popolazione lavora nel settore informale, il che significa che a fronte dei 4,6 milioni di lavoratori che possiedono un contratto di lavoro e determinati diritti e benefici, 12 milioni non lo possiedono. Per quella gente che tutti i giorni scendeva in strada per guadagnarsi il pasto del giorno dopo, la quarantena significa semplicemente la fame. Molte sono state le persone che hanno perso il lavoro e che hanno quindi deciso di tornare in provincia, iniziando una lunga marcia che avrebbe portato loro, e probabilmente il virus, a casa. Il Perù è un paese “megadiverso”, non solo per quel che riguarda il clima e gli ecosistemi, ma anche per la sua popolazione. Gli abitanti della costa, della sierra (Ande) e della selva (foresta amazzonica) vivono condizioni di vita differenti, e spesso, lo stato non riesce ad adeguare le sue politiche secondo queste diversità. Il caso del Covid-19 non ha fatto eccezione, e nel disegnare le misure di aiuto alle famiglie in difficoltà sono stati utilizzati i criteri urbani della capitale, ignorando i bisogni dei contadini nelle zone rurali e delle comunità indigene.

    Una delle misure emergenziali emessa dal governo centrale è stata quella della distribuzione di beni di prima necessità che però è avvenuta in assenza di misure rigorose che evitassero il contagio o linee guida da adottarsi nei contesti indigeni. Così si è assistito alla sfilata dei delegati dei comuni che entravano nelle comunità indigene, fino a quel momento risparmiate dal contagio, senza meccanismi di protezione. L’agire irresponsabile dei funzionari è aggravato dal fatto che in seguito all’invio da parte delle organizzazioni indigene di proposte chiare e concrete riguardanti i protocolli d’azione, tali suggerimenti sono stati completamente ignorati mettendo a rischio intere comunità.

    Foto: EFE

    Nel caso del Bono Familiar Universal, a venire alla luce sono di nuovo i problemi strutturali. Si tratta di una misura d’emergenza che prevede la distribuzione di 760 soles a circa 6 milioni di famiglie (pari al 75% della popolazione) come sostegno economico durante la quarantena. Purtroppo, ad oggi, i dati a disposizione del governo per identificare gli aventi diritto sono alquanto lacunosi e spesso non rappresentano la reale situazione del paese, tagliando fuori dagli aiuti molte delle famiglie più indigenti che vivono in zone difficilmente raggiungibili. Per sopperire a questa mancanza il governo ha previsto un lavoro di coordinazione tra diversi ministeri affinché questo sussidio possa raggiungere tutte le persone in difficoltà ma le lacune causeranno ritardi consistenti. Il problema non è la maggiore vulnerabilità delle popolazioni indigene della sierra o della selva, ma la mancanza di infrastrutture, l’eccessiva centralizzazione e la scarsa sensibilità verso le differenze culturali da parte del governo. Uno dei messaggi più importanti e reiterati che il presidente Vizcarra ha rivolto alla popolazione durante le sue 34 conferenze è stato “la necessità di cambiare le abitudini” come unico mezzo per il successo della battaglia contro il virus. Sebbene il messaggio sia rivolto ai cittadini, questo cambiamento è un requisito altrettanto o più decisivo per le “abitudini” delle istituzioni pubbliche.

    Colombia: la persecuzione politica uccide più del virus

    L’arrivo del virus Covid-19 in Colombia si inserisce nel clima politico esplosivo degli scioperi generali che hanno fatto tremare il governo alla fine del 2019 e che sono rimasti senza risposte. Inoltre, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le denunce di corruzione ai membri del governo, sono aumentati in modo drammatico gli omicidi di leader sociali ed ex guerriglieri mentre la frontiera con il Venezuela si fa incandescente. A questo si aggiungono le insufficienze del sistema sanitario e una gestione del tutto inadeguata della crisi pandemica che sta producendo emergenza alimentare, rivolte nelle carceri e reclami da parte delle comunità indigene e contadine.

    Quando il ministero della Salute e Previdenza Sociale ha annunciato il primo caso di Covid-19 in Colombia, lo scorso 6 marzo, il presidente Ivan Duque aveva già cominciato da settimane a rilasciare dichiarazioni in cui sosteneva che lo Stato era preparato ad affrontare il virus. Tuttavia, una delle prime misure messe in campo dal governo, dopo i primi 16 contagi nel paese, è stata la chiusura della frontiera con il Venezuela, che registrava solo due casi, mentre restava aperto il confine con l’Ecuador, con 26 persone positive e un morto. La vicepresidente venezuelana ha definito la decisione di Duque come un atto di “irresponsabilità grottesca”, perché significava lasciare la frontiera nelle mani dei paramilitari colombiani. La tensione lungo il confine con il Venezuela è cresciuta esponenzialmente nelle settimane seguenti e si continuano a denunciare tentativi di destabilizzazione del governo di Maduro da parte di gruppi paramilitari con base in Colombia, appoggiati dagli Stati Uniti. Nemmeno il dialogo diplomatico è stato adottato come atto responsabile per far fronte all’emergenza, e il presidente Duque ha rifiutato gli aiuti da parte del governo venezuelano che offriva due macchinari cinesi per il test del coronavirus.

    Nel frattempo, il 17 marzo il presidente Duque ha dichiarato lo Stato d’Emergenza a causa della pandemia, mentre la Commissione d’Indagine e Accusa della Camera dei Rappresentanti ha aperto un’indagine parlamentare contro di lui per frode elettorale. L’ipotesi di un accordo per benefici in cambio di voti emerge da alcune intercettazioni di José Guillermo Hernández Aponte, conosciuto como El Ñeñe, ucciso nel 2019 in Brasile, in un regolamento di conti tra narcotrafficanti. La vicinanza del Ñeñe con Alvaro Uribe, padrino politico di Duque ed ex presidente colombiano, aggiunge elementi allo scandalo che ha preso il nome di “ñeñepolítica” e che ha danneggiato ulteriormente il consenso a Duque, già molto basso a partire dagli scioperi e le proteste di novembre e dicembre scorsi, e che a fine febbraio toccava il 73% di disapprovazione.

    Foto: Archivo CEET

    Tra marzo e aprile sono emerse altre prove che rafforzano l’ipotesi di brogli elettorali e legami dell’attuale classe politica con il narcotraffico, tuttavia il crescere dei contagi e delle emergenze correlate hanno in parte spostato l’attenzione politica e mediatica dalle accuse contro Duque, il quale  ha riguadagnato terreno nei sondaggi nonostante la pessima gestione dell’espansione del virus. Un esempio della gestione ambigua dell’emergenza è il decreto 418, emesso il 18 marzo, che concentra nelle mani dello stato nazionale la gestione dell’ordine pubblico, come misura volta a contenere l’espansione del Covid-19. Tra la confusione generata dal decreto nazionale nelle diverse regioni colombiane, che ha messo in dubbio e costretto a modificare le direttive già attivate dalle singole autorità locali, si è imposta con forza la voce di Claudia Lopez, sindaca di Bogotà. La sua iniziativa di applicare all’intera capitale un “simulacro di quarantena” della durata di tre giorni, dal 21 al 23 marzo, ha generato una pressione politica tale da costringere Duque all’istituzione del lockdown nazionale a partire dal 24 marzo. Durante il primo giorno di quarantena centinaia di persone sono scese in strada a Suba, nel nord-ovest di Bogotá, sfidando l’obbligo di restare in casa e protestando per la scarsità di risorse e alimenti per affrontare l’emergenza che ha lasciato senza un ingresso economico l’intero settore dei lavoratori informali, venditori ambulanti e impiegati nel settore delle costruzioni. 

    Altrettanto polemico è stato il decreto 444, che centralizza in un Fondo di Mitigazione dell’Emergenza (Fome) risorse delle regioni e del sistema pensionistico per far fronte all’emergenza Covid-19. Claudia Lopez ha puntato nuovamente il dito contro Duque dichiarando che il governo intendeva utilizzare i soldi degli enti territoriali per garantire liquidità a banche e imprese. Diversi sindaci del paese hanno denunciato che questa misura ridurrà le risorse di cui dispongono le amministrazioni locali per garantire rifornimento di alimenti, accesso ai medicinali e funzionamento dei servizi di salute durante la quarantena. 

    Non è un dato minore che nelle elezioni di comuni e dipartimenti dello scorso 27 ottobre sia uscito sconfitto il Centro Democratico, il partito di Uribe che era riuscito a imporre Duque come presidente nel 2018. Lo scacchiere politico nazionale ha subito una torsione che ora, con la gestione della pandemia, mostra tutti gli attriti tra governo nazionale e poteri locali. 

    Ad aggravare la situazione, anche il programma di aiuti economici messo in atto dal governo è stato oggetto di uno scandalo a inizio aprile, quando diversi cittadini hanno cominciato a denunciare sui social le irregolarità nell’assegnazione dei sussidi attraverso la piattaforma web dedicata, che accettava come beneficiari identità di persone inesistenti o scomparse. Inoltre la Procura Generale ha aperto un fascicolo sul ministro dell’Agricoltura Rodolfo Zea, per presunta corruzione nell’assegnazione di fondi destinati a garantire la produzione agricola durante la pandemia. In questo contesto, la Colombia ha richiesto e ottenuto dal Fondo Monetario Internazionale un credito di circa 10.800 milioni di dollari per far fronte alla diffusione del Covid-19.

    A partire da metà aprile si sono svolte nuove manifestazioni in diversi punti del paese nonostante la quarantena, in alcuni casi con blocchi stradali e requisizione di autobus, per reclamare gli aiuti promessi dalle autorità di fronte alla crisi e mai arrivati, e denunciare come le condizioni di sopravvivenza senza un reddito si stiano facendo insostenibili per una gran parte della popolazione urbana del paese. La prima risposta è stata autoritaria e in molti dipartimenti a disperdere le manifestazioni sono intervenuti gli squadroni dell’Esmad, forza di polizia già duramente contestata per il suo agire violento durante le proteste di novembre e dicembre scorsi.

    In parte diversa è la situazione delle zone rurali e della selva, tanto nel nord come nella zona del Cauca e nel sud-est del paese, dove le organizzazioni indigene e contadine hanno preso tempestivamente decisioni autonome rispetto alle direttive del governo per far fronte all’espansione dei contagi, chiudendo l’accesso alle comunità e preoccupandosi dell’autosufficienza alimentare, oltre a implementare protocolli di sicurezza sanitaria e cercare di arginare la presenza di gruppi armati. Ciononostante lo sviluppo del contagio sta mettendo in difficoltà anche le comunità, che a più riprese sono intervenute pubblicamente reclamando allo stato le misure minime necessarie per affrontare la crisi.

    Foto: AP NewsRoom

    Un altro settore fortemente colpito dall’incapacità del governo di gestire la pandemia è quello della sanità, dove medici e infermieri stanno lavorando senza la strumentazione minima necessaria per il trattamento dei pazienti contagiati. Il 9 aprile hanno rinunciato al loro incarico 22 medici della clinica San José de Torices a Cartagena denunciando l’impossibilità di svolgere il loro lavoro nel pieno della pandemia, seguiti il 20 aprile da un’altra trentina di medici dell’ospedale San Rafael nel dipartimento di Amazonas. La risposta del governo, il 13 aprile, è stata il decreto 538, che ha scatenato le proteste di 35 organizzazioni sindacali nel paese: la direttiva obbliga lavoratori della salute e studenti dell’ultimo anno a compiere le loro funzioni durante la crisi epidemica, senza però garantire loro gli elementi di protezione contro il virus.

    Le proteste si sono concentrate con forza anche nelle carceri di tutto il paese. Già a partire dal 15 marzo tra i detenuti così come da parte delle organizzazioni dei diritti umani si è reclamato l’intervento dello stato per prevenire il contagio di Covid-19 nei centri di reclusione, dove non sono state distribuite né mascherine, né guanti o sapone, mentre in alcuni centri è insufficiente anche la somministrazione dell’acqua. In particolare il carcere di Villavicencio presenta un livello di sovraffollamento del 101,9% che ha permesso al contagio di diffondersi esponenzialmente: attualmente il centro supera i 400 casi e sono già morte 3 persone. L’apice delle proteste è avvenuto la notte del 21 marzo quando, nel carcere La Modelo di Bogotá, la rivolta è stata repressa con una violenza spropositata che ha lasciato 23 morti e 83 feriti. Il governo ha emesso il 14 aprile il Decreto 546 per la scarcerazione di alcune categorie di detenuti che però risulta del tutto insufficiente (coinvolge il 5% della popolazione carceraria) e discriminatorio (per i criteri di selezione dei beneficiari), tanto che anche la Corte Costituzionale è intervenuta indagando il rispetto dei diritti umani nel testo del decreto, mentre sarebbe sufficiente l’applicazione del codice penale per migliorare le condizioni inumane di sovraffollamento in cui le carceri vengono mantenute da anni, nonostante i costanti reclami.

    Foto: ContagioRadio

    Attualmente in Colombia si sono registrati 378 morti e 8.613 contagi, di cui 6.222 sono attualmente attivi, e la percentuale di 7 vittime per milione di abitanti è piuttosto bassa, soprattutto se confrontata con la situazione di altri paesi del continente. Allo stesso tempo però è cresciuto il numero di morti per omicidio tra i leader sociali e tra gli ex-guerriglieri, questo è forse il più grave tra i problemi che sta affrontando il paese durante la pandemia, e che non si è placato ma anzi si è aggravato con l’isolamento obbligatorio della popolazione in casa. L’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), gruppo guerrigliero ancora in azione sul territorio, ha dichiarato un cessate al fuoco durante il mese di aprile come gesto umanitario a causa della pandemia che già a fine marzo investiva il paese, e invitava al dialogo il governo di Duque per gestire l’emergenza. La violenza però non è diminuita e si sono moltiplicati gli appelli di organismi internazionali come l’ONU per garantire protezione a ex-guerriglieri e leader contadini che vengono uccisi nelle loro case, aumentando la violenza di un massacro che il paese registra almeno dal 2016, quando sono stati firmati gli accordi di pace con le FARC. Molti istituti di difesa dei diritti umani hanno richiamato il governo colombiano a garantire l’incolumità di tutte le persone impegnate nella costruzione del processo di pace e delle loro famiglie, e hanno preteso che si faccia chiarezza negli oltre 70 omicidi perpetrati dall’inizio del 2020. “In Colombia il virus più pericoloso è la guerra” si legge nella campagna di denuncia lanciata dall’Associazione Censat – Agua Viva nel paese in cui gli omicidi che ostacolano il processo di pace sono il doppio dei morti per coronavirus.

  • “El Precio del Oro”: documentario di Raúl Zecca Castel in anteprima

    “El Precio del Oro”: documentario di Raúl Zecca Castel in anteprima

    In Repubblica Dominicana, le famiglie vicine a una delle più grandi miniere d’oro al mondo, la “Barrick Gold Pueblo Viejo”, si dividono tra chi l’accusa di contaminare l’ambiente rendendo impossibile la vita e chi la difende per lo sviluppo economico che ha portato.

    Il documentario etnografico che vi presentiamo in anteprima, girato dall’antropologo e ricercatore Raúl Zecca Castel – nostro collaboratore – ha la virtù di mostrare quella realtà conflittuale attraverso la testimonianza diretta degli abitanti delle comunità vicine alla miniera, oltre che quella della presidente della stessa multinazionale estrattivista e del ministro di Energia e Miniere della Repubblica Dominicana.

    Resta allo spettatore, dunque, il compito di interpretare ed elaborare un proprio giudizio su ciò che accade in quei luoghi, dove certamente il “prezzo dell’oro” si misura in qualcosa più che in semplici once.

    Per ulteriori approfondimenti, si legga il reportage che lo stesso autore pubblicò su alle pagine di ElPaís: El dios de Pueblo Viejo: un monstruo de doble cara, un reportaje de Raúl Zecca Caste, El Pais/Planeta Futuro.