Archivi tag: romina vinci

Le Macerie di Haiti @Bucanero Radio Popolare-Intervista a R. Vinci

Presentazione del libro Venerdì 14 dicembre a Roma: leggi dettagli QUI.

Macerie di Haiti presentazione2

 

Presentazione de Le Macerie di Haiti – Venerdì 14 dicembre – Roma (Radio Wuonz Live Club)

 

Macerie di Haiti presentazione2

  • Presentazione del libro

    LE MACERIE DI HAITI
    di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci

    ne discutono con l‘autrice

    il giornalista Pierluigi Grimaldi
    e Gabriella Pierre Louis, membro dell’Associazione Fraternità Haitiana

    Letture di Carmen Maffione,
    Enrico Pittari e Simona Lacapruccia

    VENERDI’ 14 DICEMBRE 2012, ore 21

    presso il locale Radio Wuonz Live Club
    Via Nemorense 145, Roma.

Evento Facebook.

 

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 al Circolo stampa di Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo è qui).

Le macerie di Haiti – Prima presentazione del libro a Roma!

L’Erudita è lieta di invitarvi

Martedì 4 dicembre 2012 alle ore 11

presso la sala “Paola Angelici” – Associazione Stampa Romana

Piazza della Torretta 36, Roma

alla presentazione del libro

Le macerie di Haiti

Fabrizio Lorusso e Romina Vinci

Intervengono:

Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti

Nadia Angelucci, giornalista, curatrice della trasmissione “Bucanero. Tracce e paesaggi dal continente latinoamericano” di Radio Popolare Roma

Beatrice Curci, direttore dell’Associazione Stampa Romana

Sarà presente uno gli autori, Romina Vinci

In collegamento da Città del Messico, Fabrizio Lorusso

 Saranno letti brani del libro da  Enrico Pittari e Carmen Maffione.

(Link Libro Qui)

 DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, 

PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI

NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta.

Un mucchio di macerie fatte di uomini.

Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A quasi tre anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento dellalinguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, ha viaggiato – e scritto – negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti.

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

Facebook L’erudita

Le macerie di Haiti (5/5)

di Romina Vinci  Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.

Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.

Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.

Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.

Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.

Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.

Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.

E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.

Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.

Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.

Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.

Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.

Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.

Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.

Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.

A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.

IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.

Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.

Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.

Puntate precedenti qui su Carmilla-Osservatorio America Latina o:
http://rominavinci.wordpress.com/

Le macerie di Haiti (3/5)

di Romina Vinci – Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio. L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano. Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”. Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

PRIMO ADDIO

Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé. Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta. E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada. Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

THE WORKERS

Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare. Si trattava di vigilantes e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.

RICH DISTRICT

Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato. Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino. Dopo ho visto i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.

Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde. Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli. Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio. Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.
Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale. E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

IL SEGRETO DELL’ACQUA

Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno. Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

NEXT STEP

Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano. Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista. Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.
Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava.

All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale, ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta e mi immergo nel nuovo contesto. Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”. E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo. Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa. Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia, però, e la dottoressa è già scomparsa.

Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono dei grossi tegami, mi spiega che viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30. Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo). Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così parliamo tutti e tre in spagnolo.

PADRE RICK

E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica. Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti. E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre vent’anni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della Onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava, nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.

“Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano ci si possa trovare di fronte, la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio. Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico. Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare. Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa. Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

CENTO YOGURT

Ci mettiamo a contare i letti con le persone ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt, bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica. Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro. C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati, è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato. A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio…
Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.

Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale e loro non hanno soldi per fargli il funerale. Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma. Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.
E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza. Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri. Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione. Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

KENSCOFF

Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto. Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo. La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro. Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato. Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.
Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori. Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”. Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola. Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto. Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista. Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno. Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque e difficilmente tornerò indietro. E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile: c’è una realtà parziale e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.

Prima puntata QUI
Seconda puntata QUI