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Il nostro Messico dopo il 15 settembre e la sparatoria nella metropolitana

 19/09/2009  Di: 
Foto: http://www.flickr.com/photos/14647865@N04/

Riporto il botta e risposta tra me e Jacopo che ha commentato un pagina di questo e merita di essere letto come post! Includo alcune esperienze proprio di ieri notte vagando per le strade improbabili del Distrito Federal con la poderosa. Qué Viva México (?) dice il grito. A 362 giorni dal bicentenario dell’indipendenza: 16 settembre 1810 – 1910.
IL NOSTRO MESSICO E…
Autore: Jacopo // 16 Settembre 2009 a 11:19 | Replica (modifica)
MEXICO
Quando si dice Messico si pensa subito al sole, a spiagge bianche e incontaminate, alla rivoluzione e viva Zapata, al cibo piccante e alle sterminate pianure dei deserti settentrionali ad un passo dal confine, diviso per volere dell’uomo dalla barda fronteriza. Eppure, a guardar meglio e ben oltre vecchi e stantii luoghi comuni, il vero Messico è un altro. Lo trovai in un primo volo partito da New York, fatto nell’agosto del 1996, che rasentando casine basse dai tiepidi colori pastello atterrò nella capitale tra le ultime luci rossicce del pomeriggio inoltrato. Ancora oggi mi chiedo quale fu l’incantesimo che avvenne tra me, passeggero della classe economica proveniente dal vecchio mondo e quella città così strana, così diversa da quelle viste fino allora. Sebbene continui a chiedermelo, non mi son dato risposta. Città del Messico non può considerarsi bella a prima vista. Non è certo dall’alto che si può giudicarla, seduti sul sellino di un aereo in discesa d’atterraggio, mentre si scorgono le prime luci fioche di un gigante che sta lì, con la sua schiena pigra adagiata sopra un antico lago, il Texcoco. Eppure, nonostante tutto ciò che si possa dire o trovare nelle pagine di una guida, solo piene di inutili consigli e liste d’alberghi, l’incantesimo ti prende e non ti lascia più. Lo spettro del sovrano Moctezuma s’impadronisce della nostra anima per non abbandonarla più. Ed è lì che inizia il viaggio.
Caotica, selvaggia, dolce e spietata, soffocante per la contaminazione, ma se soffia el norte, il vento nella piovosa valle dell’Anahuac si respira e la si perdona. Piena di gente per le strade del centro e nelle periferie, al punto da farti dubitare se anche tu conquisterai un pezzetto di marciapiedi per ammirarla quando sventola la bandiera messicana nel Zócalo capitolino, e una folla spontanea si radunerà silenziosa e composta intorno a quel plotone di soldatini ubbidienti che, ripiegando il simbolo patrio, se ne andranno marciando attraverso una piccola porta del vicino Palacio de Gobierno da dove all’alba erano sbucati per issare la gigantesca e maestosa bandiera, in un solenne rito all’inverso che si compie ogni giorno da centonovantanove anni.
Non saprò mai, eppure me lo chiedo da molti anni, il perché di una certa visibile commozione che mi prende ogni volta e l’imbarazzo nel sentire il richiamo sopito della patria in terra straniera. Eppure Città del Messico è anche questo. Con i suoi minuscoli autobus, la sua incredibile e capillare metro stile francese, che conta oltre 200 chilometri di strada ferrata. Le sopravvissute chinampas e la fiera gente di Xochimilco. Con i suoi mille odori tutti diversi e tutti uguali, che aggredisce le narici per strapazzarle prima con il tanfo sulfureo di diavoli marci, che salgono dai tombini giganti della rete fognaria, poi con il forte e pungente odore delle gorditas, dei tlacoyos, delle tlayudas, o con il delicato profumo dei vaporosi tamales. E se le vostre narici saranno in grado di attraversare la jungla di odori che si sovrapporranno gli uni agli altri lottando lungo tutto il vostro cammino, vi resteranno come ospiti inattesi, anche quando sarete tornati a più consuete longitudini e scoprirete che il vostro olfatto è cambiato per sempre. Città del Messico ha il suo ventaglio di odori, inconfondibili accenti sopra giorni e pagine stanche, dove passerete da soleggiati mezzodì a gelide serate, dove il crepuscolo prenderà il posto di accecanti bollenti giornate di sole e il vostro cammino errante di viaggiatore si rintanerà soddisfatto tra le lenzuola di un letto d’albergo. La pioggia di Tlalolc vi sembrerà un gigante dispettoso e i vetri del vostro rifugio ad ore si riempiranno di minute gocce che rifletteranno la magia lucente e suggestiva di centinaia di collinette edificate, un presepe vivente di umanità nella urbe più grande del mondo. Siete a Città del Messico, culla di civiltà precolombiane e terra di grandi leggende e surrealismo. Un posto che lascerete tra dieci giorni, un mese o un anno, buttando nell’ultimo cestino dell’aeroporto quel velo di snobbante spaesato sconcerto, quel volto scorbutico e stanco di quando compilaste (sbuffando) la forma migratoria.
Soltanto ora, lasciando la sottile area doganale che divide il ponte ipotetico tra due mondi, avrete quella strana nota di malinconia, quella straziante virgola di tristezza che precede il ritorno.
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LA SPARATORIA NELLA METROPOLITANA…
Fabrizio // 19 Settembre 2009 a 19:08 | Replica (modifica)
Ciao Jacopo,
grazie! Il tuo racconto mi ha stupito, interessato e appassionato. Vivo qui da 8 anni, ma ogni tanto, sai, si perde la magia delle cose dopo un po’ e bisogna imparare da altri occhi e parole (come dice il blog!) come recuperarla.
Vorrei aggiungere un post al blog a tuo nome con queste impressioni che hai scritto perché valgono proprio la pena!
Ho riprovato la magia inquietante di cui parli, nei suoi aspetti forse più torbidi e oscuri, vagando come un matto ieri sera a bordo della mia ammiraglia o poderosa, una Suzuki GN125, perso completamente nelle strade deserte e immense del nord inifinito della Città…Non avevo mai sentito parlare dell’Eje 6 Nord (e non è nemmeno segnato così sulla cartina visto che ufficialmente c’è solo l’Eje 5).
E’ una delle strade parallele che fanno a fette la urbe ed ecco che sbuca lì e mi fa girare per vari chilometri alla ricerca di un riferimento per tornare a sud. Sembra facile, ma ti giuro che non lo è stato e pensare che sono pure un appassionato delle mappe geografiche del DF. Comunque siccome vivo all’altezza dell’Eje 10 Sud, c’erano ben 16 ejes di distanza (forse una trentina di chilometri).
Nada, ho vagato immensamente e mi son sentito un novizio della città e alla fine son riuscito a scoprire dei cartelli con riferimenti più o meno noti. Freddo, strade bucate più della luna e solitudine: il nord del DF è affascinante, pericoloso e inutile così come le sue avenidas di dimensione autostradale spoglie di case e di vita, infestate da pantegane, negozietti 24 ore come oasi nel deserto, enormi cartelli, impianti industriali e zone militari.
Ci tornerò presto. Anche il centro atorico ha il suo fascino sottile che pare venir su dalle strade, dalle case misere a est del zocalo e dai palazzi di tezontle e cantera che Cortès regalava ai suoi luogotenenti. Il nord cittadino non ha nemmeno questo sapore antico impregnato di storia tragica ed è quindi un mistero urbano, grigio e post-industriale ancora prima che l’industria vera vi arrivi e si sviluppi. Nasce già morto.
A proposito di zone militari e stato di guerra. Tanto per rendere più interessante il giro in moto, ieri avevano anche bloccato completamente la circolazione in un quadrato di 5 macro-isolati verso il centro e il Metro Balderas perché un folle s’è messo a sparare alla fermata del metro mentre arrivava il treno uccidendo due persone e ferendone altre otto. Così, gridava slogan politici e frasi incazzate e hanno cercato di fermarlo mentre scriveva su un muro con un pennarello.
Quindi il tipo è esploso, ha tirato fuori la pistola e ha freddato un agente della sicurezza con un colpo alla testa. Anche un muratore che ha provato a fermarlo ha avuto la peggio (alcuni dicono che era un poliziotto in borghese ma poco importa). C’è il video su youtube e all’inizio del post, quindi non continuo con la cronaca io.
Fuori, senza che nessuno sapesse nulla, alcune decine di soldati e poliziotti avevano già costruito delle barriere con sacchi di terra e vi stavano appostati dietro coi fucili e i mitra puntati senza troppa convinzione in direzione del centro della strada (el Eje Central Lazaro cardenas per chi lo conosce) e delle auto (nel mio caso, la moto) che passavano di là.
Alcuni camion deviavano il traffico verso la peggiore colonia o barrio del centro sud, la rinomata doctores.
Seratina!
Ciao, Fabrizio

Di:  In Categoria: America Latina, Español

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