¡Hasta siempre, siglo xx! – Giorno 1 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

¡Hasta siempre, siglo xx! – Giorno 1 – Primo atto del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, a poche ore dalla morte di Fidel Castro. I tre autori di questo diario progressivo sono freelance latinoamericanisti già da tempo irretiti dalla gran Città del Messico. Per via dell’impermanenza sono ora sull’isola dei Caraibi a raccontare giornate di vita, memoria, incontri e divagazioni. Continua… LamericaLatina

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Venerdì scorso, circa 8 della sera, zocalo (=piazza centrale) di Cittá del Messico.

Ci ritroviamo in un po’ di amici e conoscenti disparati, al termine della manifestazione Ni Una Menos, contro la violenza sulle donne. La piazza si svuota poco a poco, i discorsi sul palco si avviano alla conclusione.

Che facciamo? Che domande, andiamo a bere a San Jeronimo! Ci mettiamo poco a metterci d’accordo sulla proposta, la più banale e allo stesso tempo la più irrifiutabile.

San Jeronimo è una viuzza centralissima di Cittá del Messico, a pochi isolati dal Zocalo e un po’ più dal famoso teatro Bellas Artes, ed è piena di locali, tra cui il nostro preferito: un posto di cui non ricordiamo nemmeno il nome, che si distingue dai vicini bar hipster per essere un posto clandestino, dove quando entri sei in un negozietto che vende patatine e bibite, poi vai nel retro è pieno di gente che socializza, che beve litri di birra, che fa a gara a chi mette le canzoni più svariate dal reggaeton alla cumbia, dalla ranchera al punk e perfino alla Banda Bassotti!

E così, dopo due ore di chiacchiere animate e discussioni più o meno accese, al quinto giro di birra e al primo di mezcal, Gimmi d’improvviso ci raggela: “raga, è morto Fidel Castro!”.

“Ma smettila – gli fa Perez -, è da anni che Fidel muore ogni sei mesi, a quel che dicono, e poi non muore mai”. Controlliamo.

“Merda, è morto davvero”.

“Cazzo raga, andiamo a Cuba!”. “En serio guey?”.

Un secondo giro di mezcal ci porta consiglio.

Il giorno dopo non è che un interminabile scambio di chat e sms:

Nino lancia l’idea: “andiamo a Veracruz, e da lì ci imbarchiamo in una nave merci”. Idea suggestiva: è da lì che, nel lontano 1956, partì il Granma, la nave di Fidel, il Che e il mitico Gino Donà, unico italiano della spedizione, che naufragò nei pressi della Sierra Maestra. Iniziava in quel momento nel peggiore dei modi l’avventura rivoluzionaria che avrebbe poi portato, meno di 3 anni dopo, all’entrata trionfale a L’Avana e alla liberazione dell’isola dal tiranno Batista.

Idea affascinante quindi, ma anche idea economica, almeno così ci sembra prima di informarci un po’ e di scoprire che i viaggi nelle navi merci sono diventati niente meno che vere proprie alternative turistiche cool al volo d’aereo.

E poi dobbiamo arrivare lunedì, perché martedì c’è la grande despedida, l’addio di Fidel da L’Avana a plaza de la Revolución, prima che le sue ceneri viaggino per tutta l’isola fino al funerale del 4 dicembre a Santiago, facendo un tragitto inverso a quello dei barbudos nella spedizione di liberazione dell’isola.

E quindi, complici contrattempi vari e di ogni tipo, arriviamo a domenica, quando compriamo un volo per L’Avana per il giorno dopo alle 15.25. Siamo Perez, Gimmi e Nino. Passaparola e anche Lucas, un amico brasiliano, si convince e compra l’ultimo sedile disponibile nell’aereo.

Ormai si parte: giro di messaggi e email a tutti i contatti possibili e immaginabili per avere agganci a Cuba, sale la frenesia, l’entusiasmo è una forza che scorre contagiosa, irrefrenabile.

Andiamo un po’ a vedere come finisce questo ‘900!

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Oggi, lunedì 28 novembre. Ci si alza presto, perfino prima della sveglia. L’emozione non si concilia col sonno, e poi dobbiamo andare al mercato della Merced a fare compere: cose per la famiglia di un’amica, accessori vari, del tabacco, l’immancabile mezcal.

Nel frattempo stampiamo e plastifichiamo dei perfetti tesserini fake da giornalisti, per poi venire a sapere che Cuba emette un visto apposta per cui non c’è tesserino che tenga. Dovremo cavarcela da soli, ma vi assicuriamo che Maradona lo intervisteremo!

La corsa all’aeroporto è trafelata, arriviamo tutti con il consueto quasi ritardo, e due cubani in coda al check in ci propongono di portare mercanzie e cellulari, ossia di portare il capitalismo a Cuba, in cambio di dollari. Accettiamo prima di renderci conto della questione, un po’ per ingenuità e un po’ perché le nostre tasche languono. Insomma il primo contatto con la realtà cubana è il mercato nero, l’atra faccia dell’embargo e del comunismo in un solo paese.

Ci danno 170 dollari e mannaggia a noi che gli abbiamo pure fatto lo sconto…

E così arriviamo a La Habana ben carichi di sensi di colpa. Là, in attesa dei nostri bagagli “speciali”, abbiamo modo di conoscere Marcelo, cameraman argentino che vive in Messico da 36 anni, che ha fatto il cronista nelle guerre civili di Nicaragua e Salvador, che ha avuto modo di conoscere e intervistare più volte Castro (“gran hombre y gran hijo de puta”) e che ci ha ulteriormente messo in guardia dal fingerci giornalisti: “Guardate che Cuba è piccola e i servizi segreti sanno tutto, ma proprio tutto; altro che CIA o KBG! Se vi vedono fare riprese vi rimettono immediatamente su un volo, ma non per Città del Messico, per Roma Fiumicino”. Quando però si rende conto del livello più che amatoriale della nostra “attrezzatura” (due computer, due registratori, una telecamerina portatile e una macchina fotografica) ci rassicura: “ma io un giro al CPI (Centro de Prensa Internacional) per farmi dare un permesso lo farei comunque…”.

Arrivano finalmente i bagagli. Riscuotiamo, ci mettiamo una vita a cambiare i soldi in moneta nazionale (a Cuba vige un sistema di doppia moneta: CUC, equivalenti al dollaro, per i turisti, e pesos per i cubani), saliamo su un taxi illegale che nemmeno parte e che viene subito fermato dalla polizia, e poi su un altro a cui strappiamo un ottimo prezzo di 10 CUC.

Si parte, direzione L’Avana.

Il tassista, ce ne rendiamo conto subito, ne sa un sacco. Ci snocciola i nomi dei presidenti o ex presidenti che sono arrivati o stanno arrivando sull’isola, alcuni dei quali, come Putin o Peña Nieto, ci fanno letteralmente rabbrividire. Ma a noi, tanto lo avrete capito, di vip ce ne interessa solo uno: Diego Armando Maradona, presente a Cuba per dare l’ultimo saluto al suo “secondo padre”. Il taxista ne sa anche di economia, ci racconta il sistema produttivo cubano, la linea politica del partito, i limiti dell’economia centralizzata, i retroscena.

E’ quasi l’una di notte quando entriamo in Plaza de la Revolución. L’enorme piazza dove svetta il memoriale dedicato all’eroe nazionale José Martí è pressoché deserta, il silenzio è interrotto solo dall’echeggiare delle prove audio dell’impianto da cui il giorno dopo parleranno rappresentanti istituzionali e capi di Stato in omaggio del líder máximo. Una distesa di sedie preannuncia “l’evento di massa” con cui martedì 29 L’Avana saluterà il suo comandante. Ci avviciniamo al memoriale in cui è allestita la sala dove per tutta la giornata di oggi e domani (martedì 30 novembre) i cubani passano silenziosamente in fila per salutare il proprio comandante. E’ tardi, ma una ventina di persone aspettano ancora per accedere alla sala commemorativa; dapprima i militari di guardia sembrano reticenti alle richieste di entrare, dando l’ennesimo esempio di come l’iper-burocratizzazione sia la fase sclerotica del socialismo poi, assecondando finalmente l’insistenza dei presenti, ci lasciano passare: le parole di una madre probabilmente colgono nel segno: “Siamo in pochi e con bambini e anziani, in televisione han detto che avrebbero tenuto aperto finché ci fosse stato anche un solo cubano. Per favore lasciateci salutare il nostro Fidel!”.

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Ci sentiamo profondamente privilegiati: per tutto il giorno gli abitanti dell’isola hanno sofferto ore di coda e afa per avere solo qualche decina di secondi davanti all’immagine omaggio del proprio líder, e noi ora possiamo fermarci con calma, osservare, domandare, condividere insieme a una manciata di persone. Ci avviciniamo a un’anziana signora, si capisce da come si muove nella sala e da come si rivolge ai militari che gode di estrema autorevolezza. Ha conosciuto Castro di persona: “Era un uomo di un’intelligenza eccezionale: ne sapeva di medicina, ne sapeva di biologia, se veniva qualcuno da un altro paese, lui di quel paese gli poteva parlare di tutto. E poi era un visionario: prima che tutti ne parlassero, aveva previsto la tragedia del debito estero dei paesi del Terzo Mondo”.

Ci racconta di un popolo unito in lutto per la scomparsa della propria guida, ci spiega i dettagli delle celebrazioni che si terranno per tutta la settimana in tutta l’isola. Ha in mano dei fogli, lettere, foto e messaggi, che i cubani hanno lasciato al memoriale rivolgendosi direttamente a Fidel. Una foto ritrae un giovane Castro con in braccio uno dei suoi figli, dietro una dedica scritta accuratamente a penna: “No te preocupes Fidel, seguiremos adelante con la Revolución!” (“Non ti preoccupare Fidel, andremo avanti noi con la rivoluzione”). Le tremano le mani nel leggerlo, e fa fatica a trattenere i singhiozzii di un pianto estremamente commosso, dignitoso, “de corazón”. Ci lascia quasi senza parole nel salutarci, abbracciandoci e ringraziandoci di cuore di essere lì a omaggiare il gigante cubano.

Dopo un giro rapido sul malecón nella brezza notturna (quasi fredda a dire il vero: il socialismo non è riuscito del tutto a sconfiggere l’inverno), torniamo sfiancati alla casa particular dove alloggiamo, di proprietà dei genitori di una nostra amica dell’università.

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