¡Hasta siempre, siglo xx! – Parte 2 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

Seconda puntata del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, seguendo il cammino delle spoglie di Fidel Castro. Leggi qui la prima parte del diario-reportage da Cuba: LINK   E poi continua…

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Lunedì 29 novembre.

Prima premessa: sospiro di sollievo, Putin non c`era (ma altri personaggi imbarazzanti non sono di certo mancati).

Seconda premessa: internet in questo paese è un fenomeno sociale assai particolare: funziona cinque minuti sì, dieci no e venti forse, in piccole isole della città dove la gente si raggruppa e, tutti insieme ma ognuno per conto proprio, litiga con la tecnologia e gode i suoi momenti di alienazione capitalista quotidiana. A vederla in maniera storicista si potrebbero fare tre valutazioni: sembra una versione individualista della televisione italiana negli anni ’50; sembra che ancora si debba percorre un abisso tra gli spot di connessione internet e i pokestop di pokemon go; fare questo diario di viaggio è un gran casino.

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Quindi eccoci qua.

Ricapitolando: tentativo di sveglia relativamente presto, così da iniziare ad accumulare un certo ritardo di sonno. Programma della mattina: fare un giretto a La Habana vieja e nel frattempo comprare la tesserina per internet, e poi andare nel quartiere Vedado (zona gangster della Cuba pre-rivoluzionaria, piena di alberghi-grattacieli come “l’Habana libre”, dove soleva alloggiare Lucky Luciano, e diventata poi quartier generale dei barbudos) a farsi dare il permesso da giornalisti.

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Il programma procede più o meno a tentoni, ci perdiamo nella bellezza del centro città, tanto vitale nelle strade da sembrare una Napoli nei suoi quartieri più galeotti, e si arriva nella città vecchia, misto tra architettura coloniale sublime e turismo di massa irritante (anche noi siamo turisti, ma lo negeremmo fino alla morte, anche sotto tortura!).

La conoscenza con un giornalista messicano, nel frattempo, ci fa desistere dalla vecchia idea del permesso giornalistico: sembra ci siano da fare 20 ore di coda. Pensavamo che la “motorizzazione nostrana fosse la porta dell’inferno”, ma la burocrazia sovietica in salsa caraibica può molto, ma molto di più.

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E poi all’improvviso si sono fatte le sei di sera. Ci avviamo verso Plaza de la Revolución dove già stanno arrivando fiumi di persone. L’elettricità tra la gente ci appare palpabile, le persone si avviano verso la piazza dove parleranno delegati istituzionali e capi di stato dei paesi che storicamente hanno intrattenuto relazioni con Cuba.  La gente intorno a noi ha tre tipi di atteggiamento: un po’ sembrano in attesa che Mike Jagger salga di nuovo sul palco cantando la sua simpatia per il diavolo; un po’ aspettano l’apparizione dell’ottavo miracolo di Fatima; un po’ sono solo compagni, compagni veri e commossi. E noi, cosa siamo? Tutte e tre le cose ovviamente, e aspettiamo con ansia che si palesi il sol dell’avvenire.

Piccolo affresco del nuovo socialismo reale (dopo la lettura di ogni nome si prega di applaudire): L’uomo dalla volontà di ferro… Alexis Tsipras! Il Kompagno presidente della Duma russa Viacheslav Volodin e il suo sodale delegato bielorusso (i rossobruni non ce ne vogliano)! Il catto-sandinista, nonché repressore dei diritti delle donne, e reduce da una credibilissima vittoria elettorale dell’80%… Daniel Ortega! Il suo “padrone” nonché finanziatore del megaprogetto faraonico del canale transoceanico nicaraguense… il vice presidente della comunistissima Repubblica Popolare Cinese Li Yuanchao! Sua petro-Eminenza Reale… il sultano del Qatar! Il paladino dei diritti civili, il vice presidente iraniano Majid Ansari… Ma soprattutto, il nostro presidente adottivo, nonché corruttore, mandante della strage di Ayotzinapa, responsabile politico e morale del dramma della spossessione delle terre e delle sparizioni forzate, l’utile idiota amico di Trump e il più potente analfabeta del mondo, il capo di stato della narco-Repubblica Federale Messicana Enrique Peña Nieto! Povera Repubblica di Cuba, così forte e tenace, così mal accompagnata.

In tutto questo, una spruzzatina di progressismo declinante latinoamericano rende la nostra partecipazione all’evento un po’ più piacevole.

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A parte le facili ironie, dovute a un nostro sincero imbarazzo, come si può intuire, “el acto masivo” è stato un momento unico ed emozionante. La piazza gremitissima, circa un milione di persone, di tutte le età, tante bandiere di tanti paesi, volti commossi, spesso in lacrime, sguardi fieri e orgogliosi di trovarsi insieme a brindare alla cubanità salutando per l’ultima volta il proprio Comandante.

Incuriositi dalle bandiere, ci avviciniamo a un gruppo di giovani angolani e uno di giovani palestinesi, entrambi composti da studenti dell’Universidad de La Habana. Una maniera del governo cubano di aiutare le popolazioni oppresse è, infatti, quella di garantire diverse borse di studio alle loro gioventù. Se nel caso della Palestina il riferimento è immediato, in quello dell’Angola va ricordato che negli anni ’70 Cuba e Fidel Castro hanno garantito un appoggio militare costante nella guerra di liberazione dal Portogallo, come fatto anche in altri paesi africani tra i quali Namibia, Sudafrica ed Etiopia.

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Ad aprire le danze del mega-comizio è Rafael Correa, presidente dell’Equador che, accolto da un’ovazione, ricorda come Fidel lasci orgogliosamente una Cuba che vanta un tasso di mortalità infantile pari a zero, indici di alfabetizzazione e scolarizzazione unici in tutto il continente e un sistema di salute completamente gratuito tra i migliori al mondo.  Tra gli altri interventi più applauditi quello di Hage Geingob, presidente della Namibia, che, oltre ad annunciare che nel suo paese sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale per la morte di Fidel, ricorda come “il sangue versato sul suolo africano dai soldati cubani sia stato il fertilizzante che ha permesso l’indipendenza di diversi stati dell’Africa australe”. Per concludere poi ringrazia la piazza con queste parole: “i cubani vennero per aiutare a liberare un popolo; non si portarono via oro o diamanti, ma solo i resti dei propri compagni caduti”.

Il difficile momento che vivono le sinistre latinoamericane (non senza, a dire il vero, colpe e responsabilità proprie non indifferenti) è ben evidenziato dal discorso del presidente boliviano Evo Morales, a cui a un certo punto scappa un “Fidel, ora che non ci sei, chi ci proteggerà, chi mi proteggerà?”.

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Chiude la “maratona” il presidente venezuelano Nicolás Maduro, l’uomo più applaudito e più di tutti sotto i riflettori in questo momento per il difficilissimo momento che vive il suo paese, con tanto di guerra a bassa intensità condotta dagli Stati Uniti. Il suo ricordo al defunto presidente Chavez, un gigante al pari di Fidel della sinistra del continente, è commovente. E altrettanto forte il suo saluto finale al líder máximo: “misión cumplida, Comandante Fidel!”.

A dare il congedo alla piazza, il presidente cubano Raùl Castro annuncia la partenza della carovana commemorativa verso Santiago de Cuba, dove sabato 3 dicembre darà al fratello il proprio saluto finale.

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