CompArte: dal Cideci a Oventik. L’estetica della reiterazione.

Proponiamo qua una riflessione sull’estetica che si è espressa durante la seconda edizione del CompArte, festival zapatista di arti. La riflessione ci è sembrata particolarmente interessante in quanto mette in discussione la concezione occidentale di espressione artistica e di genio creativo.

Articolo tratto da Regeneración Radio di Francesca Gargallo, Carlos Ogaz y Helena Scully, tradotto da Nino Buenaventura.

CompARTE-0Per due giorni, all’incirca 250 rappresentazioni teatrali, poetiche, balli, musica e performance delle diverse regioni e comunità dei cinque caracol zapatisti hanno coronato, accompagnati dalla sala istallata nel Auditorio Emiliano Zapata di Oventik in cui sono state esposte opere pittoriche e scultoriche, il CompArte per l’umanità nella sua seconda edizione; un festival e una assemblea per condividere, ovvero vivere e dialogare prospettive a proposito dell’arte come linguaggio estetico. Tutte le rappresentazioni sono state il frutto dell’educazione artistica zapatista e della libertà di espressione che ha risvegliato il sentire delle generazioni zapatiste dopo l’insurrezione del 1994.


Canzone “La hidra capitalista” de Los Originales de San Andrés junto a Lengualerta, Mexican Sound System y Van T en vivo en la Clausura del CompARte 2017 desde el Caracol II de Oventik, Chiapas.


L’efficacia della parola delle bambine e bambini più piccoli, all’incirca di cinque anni, che hanno partecipato con poesia, musica e teatro rivela l’importanza della reiterazione nell’estetica zapatista. Bambine e bambini che non hanno vissuto la schiavitù grazie alla liberazione delle comunità autonome del Chiapas, ma che la hanno conosciuta attraverso la parola delle generazioni immediatamente anteriori, la narrano trasmettendo la forza del continuare a camminare, non arrendersi e perseverare nella creazione di orizzonti di vita dignitosa.



La reiterazione implica lanciare un messaggio attraverso l’articolazione di vari linguaggi differenti; così facendo, attraverso le varie forme che essi possono assumere, si afferma un’idea centrale: il movimento delle mani e del corpo durante una recitazione poetica ribadisce che il periodo di schiavitù è esistito e che loro, coloro che lo hanno vissuto per quasi 500 anni sulla loro pelle, lo hanno rotto. Il teatro, con la musica che sottolinea il palcoscenico, e la coreografia che accompagna le parole, insiste ancora su come quella schiavitù continua oggi in forme differenti dalle precedenti, quelle del patriarcato e lo sfruttamento del sistema economico capitalista; come le comunità continuano ad essere colpite da progetti controinsurrezionali e programmi di governo, gruppi d’assalto armati (paramilitari e non), e da alcolismo e tossicodipendenza nelle comunità; e come le e gli zapatisti continuino elaborando costantemente forme sociali e politiche non statali di resistenza ai modelli schiavizzanti.

Nei due giorni nei quali il CompArte si è spostato dal Centro Integral de Capacitación Indígena (CIDECI) di San Cristóbal, al Caracol II di Oventik le espressioni artistiche ed emotive hanno mutato nel loro intento: dalla ricerca di colpire con messaggi e forme libertarie proprie delle organizzazioni che camminano insieme al zapatismo, con una forte incidenza di idee personali e scommesse di originalità creativa, al totale realismo. La metafora più evidente del teatro zapatista è l’urgenza di realtà, un teatro che riproduce successi immediati del cammino indigeno in Messico. Nella opera “Mujer, mujer, mujer” (Donne, donne, donne) del Caracol Roberto Barrios è stato rappresentato con professionalità (le attrici e gli attori non si sono mossi dal palcoscenico nonostante la pioggia che ha iniziato a cadere con forza), passo a passo, il processo di organizzazione del Congreso Nacional Indígena (CNI). Numerosi attori, quasi tutti gli artisti delle comunità, hanno rappresentato lo scontro con la barbarie quotidiana del Messico inscenando i popoli e la loro partecipazione nell’organizzazione dal basso, attraverso della figura reale e simbolica della portavoce indigena, donna, che comanda obbedendo.



L’estetica zapatista rivela, ancora una volta, che l’imposizione, durante cinque secoli, dell’originalità come espressione unica del genio creatore non è necessaria affinché esista una espressione artistica. Come in quasi tutte le arti non capitaliste, o non statali moderne, c’è un riconoscimento estetico, emotivo, didattico e ricreativo della reiterazione, così come la libertà del diritto a copiare, ripetere, rielaborare, insistere su quello che appare necessario esprimere. A che serve essere originali, se l’emozione si trova in quello che tutte e tutti condividiamo? Rabbia, allegria per un risultato comune, memoria di quanto vissuto e saputo, ma nascosto dalla storia e l’arte ufficiale, piaceri e messaggi si sommano una e un’altra volta nelle forme artistiche delle comunità dei caracoles zapatisti che si sono incontrati per esprimersi.

Fare breccia nei muri è, alcune volte, reiterare la bellezza del farlo, l’urgenza di continuare e le difficoltà che si incontrano e che devono essere comprese nel percorso.

Una risposta a “CompArte: dal Cideci a Oventik. L’estetica della reiterazione.

  1. Venga Nino! Vi ringrazzio a tutti per questa
    Bella divulgazione.

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