Messico: il Giorno dei 200mila Morti

Catrina2[Di Fabrizio Lorusso da L’Espresso-Blog Rio Bravo] 66 morti ammazzati al giorno. Omicidi dolosi, l’incubo del Messico. Almeno il 70% di questi – ma sono solo stime – sono dovuti alla cosiddetta narcoguerra, un conflitto armato interno che dura da 11 anni. Nata come una strategia di lotta militarizzata ai cartelli della droga nel dicembre 2006, primo mese di governo dell’ex presidente Felipe Calderón, questa “politica pubblica” basata sulla mano dura è diventata strutturale, così come la violenza estrema nel Paese. Ad oggi sono oltre 200.000 i morti per omicidio, 33.000 i desaparecidos e 310.000 i rifugiati interni.

Che poi, a dire il vero, chi stia lottando esattamente contro chi resta in molti casi un mistero, nel senso che più della metà delle forze dell’ordine locali sono infiltrate dalla delinquenza organizzata, settori significativi del mondo politico sono finanziati dal narcotraffico, o cedono all’imposizione di candidati che sopravvivono grazie a patti d’impunità mafioso-giudiziari. Infine anche le forze armate e la polizia federale, largamente impiegate in questa guerra, sono in certi territori i gestori o supervisori dei traffici illeciti e hanno funzionato da contenimento per gli oltre 250 conflitti sociali aperti nel paese. 

L’organizzazione civile Semaforo Delictivo (Semaforo Criminale), usando dati ufficiali, ha calcolato 18.505 assassinii da gennaio a settembre 2017 (+23% rispetto al 2016) e stima che la cifra superi i 24.000 per fine anno. I numeri sono pesanti e s’avvicinano al picco di violenza raggiunto nel 2011, anno più sanguinoso della narcoguerra di Calderón, con 27.199 omicidi e un tasso di circa 24 ogni 100.000 abitanti.

Muertos GTO newsweek“La cosa grave non sono solo i numeri. Mi preoccupa molto di più che il Messico si trovi immobile dinanzi al fallimento rotondo della strategia di sicurezza”, ha detto Santiago Roel, direttore di Semaforo Delictivo. E in effetti, da quando il presidente Peña Nieto, a fine 2012, è subentrato a Calderón, la situazione non è cambiata, anzi. Dopo un paio d’anni di diminuzione relativa del tasso di omicidi, è scoppiato il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire, e tuttora desaparecidos, dalla polizia di Iguala la notte del 26 settembre del 2014 con la partecipazione della polizia statale, della federale, dell’esercito e di narcotrafficanti. Era solo la punta di un iceberg: i desaparecidos in Messico sono raddoppiati negli anni di Peña e sono oltre 33.000.

Dal 2015 gli omicidi hanno ripreso a salire e hanno sforato quota 23.000 nel 2016, dato che nessuna delle condizioni strutturali che li provocavano è stata rimossa o almeno messa sotto controllo: le disuguaglianze sono ai massimi storici, i poveri sono 53 milioni e mezzo e gli uomini della Marina e dell’Esercito continuano a svolgere funzioni di polizia senza essere preparati, il che ha portato alla moltiplicazione dei casi di violazioni gravi ai diritti umani come le esecuzioni extragiudiziarie e la tortura.

Inoltre il traffico di droga nel Messico e dal Messico agli USA non è affatto rallentato, s’è piuttosto spostato dalla marijuana e la coca alle metanfentamine e l’eroina bianca.

E non sono state eliminate le principali organizzazioni criminali storiche come il cartello di Sinaloa, gli Zetas, i cartelli di Juárez, di Tijuana e del Golfo. Piuttosto c’è stata la frammentazione di tante strutture, bracci armati dei cartelli o loro operatori resisi autonomi, che si sono riorganizzate in cellule criminali in lotta costante per la sopravvivenza, per la plaza, il mercato locale, o gli snodi di frontiera. Ed è cresciuto anche il traffico di combustibile: la vacca da mungere è Pemex, la compagnia petrolifera statale che, smantellata pezzo per pezzo dagli ultimi governi, vive una delle peggiori crisi della sua storia e fornisce a gruppi criminali locali la linfa vitale per diversificare le attività e comprare armi di alto calibro in arrivo dagli Stati Uniti.

La violenza resta tremenda, fissa, in certe zone, come il meridionale Guerrero, mentre in altre va e viene, come un pendolo della morte.

Lo stato in cui abito, il turistico Guanajuato, culla dell’indipendenza messicana, ha meritato questa settimana la copertina di Newsweek in spagnolo: “I morti di Guanajuato, lo stato più violento del paese”. Qui il relativo equilibrio raggiunto tra le mafie dei Caballeros Templarios e gli Zetasper molti anni è stato sostituito da una guerra aperta tra l’emergente organizzazione nazionale e internazionale del Cartello Jalisco Nueva Generación, vari gruppi locali come il famigerato cartello di Santa Rosa, irrobustito dal business del furto di combustibile, e quel che resta degli Zetas.

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Pochi giorni fa quelli del Santa Rosa hanno rivendicato con un video la difesa dei loro territoridagli invasori foranei, cioè da quelli del vicino stato del Jalisco che arrivano nel Guanajuato. Lo stesso cartello Jalisco Nueva Generación nel 2011 aveva fatto irruzione sulla scena pubblica lasciando 35 cadaveri su una strada di una zona altolocata di Veracruz e con un narco-messaggio su Youtube in cui dichiaravano di essere “gli ammazza-Zetas” e di voler riportare l’ordine nella zona. E’ un canovaccio tipico dei gruppi criminali che, così, mandano messaggi all’opinione pubblica ma soprattutto alle autorità e alle polizie locali, affinché decidano da che parte stare.

In questi giorni il Messico si distrae con gli altari colorati, le figure della catrina, le parate per le strade (come quella di Spectre che prima non esisteva ma dopo l’uscita del film viene riprodotta ogni anno quasi uguale a Città del Messico), i teschi di zucchero e le feste nei cimiteri per la celebrazione tradizionale del Día de Muertos che l’Unesco ha incoronato Patrimonio Immateriale dell’Umanità, ma il campanello d’allarme lanciato da Newsweek e Semaforo Delictivo irrompe rumoroso nella festa e prova a spezzare il silenzio e l’inerzia ufficiali sul problema della violenza.

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