“Contro estrattivismo e repressione, la lotta è indigena e globale”

Guatemala. Intervista all’attivista guatemalteca Lolita Chávez, portavoce del popolo Maya Ki’che: «Multinazionali difese da esercito e gang. La cosmovisione Maya Ki’che è anti-capitalista e anti-patriarcale. Non è compatibile con i modelli di sviluppo dominanti»

di Susanna De Guio e Gianpa L.

da Il Manifesto

IMG_6439

Aura Lolita Chávez Ixcaquic, foto di Gianpa L.

Per comprendere il contesto in cui si muove la società guatemalteca alla vigilia della seconda tornata elettorale, il prossimo 11 di agosto, è necessario ampliare lo sguardo ben oltre il meccanismo parlamentare e riconoscere che i processi di trasformazione della realtà politica e sociale in Guatemala avvengono altrove, nel lavoro quotidiano delle organizzazioni indigene e contadine, dei coordinamenti in difesa dei diritti umani, che si battono contro l’estrattivismo, proteggono il territorio e rivendicano il riconoscimento e il rispetto delle popolazioni indigene che costituiscono la maggioranza del paese, in un contesto di violenza politica allarmante, che non entra nell’agenda dei candidati al governo.

Nella storia di Aura Lolita Chávez Ixcaquic, portavoce del Consiglio delle Popolazioni Ki’che (CPK), si riflette la realtà di numerose leader indigene che ogni anno vengono assassinate e perseguitate per il loro impegno politico.

Dedicare la sua vita alla difesa del territorio e la comunità a cui appartiene ha significato per Lolita Chávez affrontare nel tempo una crescente minaccia alla sua incolumità fisica. In sei occasioni distinte ha subito attentati destinati a ucciderla, è scampata alle pallottole quando hanno sparato al suo mezzo di trasporto o all’attacco della sua delegazione con machete, coltelli e bastoni. Rappresentante del “Consiglio dei Popoli Ki’ches, in difesa della vita, della natura, della madre terra e del territorio”, Lolita è uno dei volti noti dell’organo di autogoverno che le comunità del millenario popolo Maya Ki’che si sono date  per frenare lo sfruttamento del suolo da parte di diverse imprese transnazionali.

Lolita ha ottenuto la protezione della Commissione Interamericana dei Diritti Umani e attualmente sta vivendo in Europa, dove continua il suo incessante lavoro di portavoce che, negli ultimi mesi, l’ha portata in diverse città italiane, per condividere le ragioni del conflitto che coinvolge il suo popolo e tessere relazioni con altre comunità in lotta.

L’abbiamo incontrata a Milano, in una delle tappe del suo viaggio in Italia, e abbiamo colto l’occasione per porle alcune domande sulla situazione che si sta vivendo in Guatemala alla vigilia delle elezioni e sulle sfide che devono affrontare le popolazioni originarie per difendere le loro comunità.

Come intervengono le multinazionali nei territori del popolo Ki’che

Le multinazionali, le imprese che estraggono materie prime sono arrivate in Guatemala attraverso accordi bilaterali con lo stato, e contrattati internazionali, come il Trattato di Libero Commercio, che impongono il diritto economico delle multinazionali sulla legislazione nazionale.

Per esempio, si sono installate la coltivazione forestale intensiva, la mono-coltivazione della palma africana e l’estrazione del petrolio. Le imprese che estraggono minerali hanno generalmente la loro sede in Canada, se sono industrie idroelettriche sono vincolate con l’Europa, per esempio una di queste è Enel.

Si tratta di un’impresa molto violenta e per questo diciamo che Enel ha le mani sporche di sangue. Enel ha generato molta violenza ed è riuscita a dividere le comunità alimentando un clima di odio contro chi difende i nostri territori.

La conseguenza è che  si permette qualsiasi tipo di violenza contro i popoli come i Maya Ki’che. In Guatemala ci sono stati più di 36 anni di guerra, alimentati attraverso l’odio contro i popoli originari che, durante il conflitto, venivano chiamati “il nemico interno”. I massacri che vennero commessi si stanno verificando di nuovo; se nelle nostre comunità non lasciamo entrare le imprese arriva la repressione, scatta il coprifuoco o lo ‘stato d’assedio’ e si vive con la presenza dei distaccamenti militari. I giovani vengono arruolati dai militari o da organizzazioni criminali, come le pandillas o le maras, le quali vengono utilizzate per reprimere. Le maras sono vincolate anche con le attività dei narcos e con gruppi sanguinari  addestrati nelle Escuelas de las Americas dagli Stati Uniti. Quindi tutta questa violenza si ripercuote nei nostri territori.

Come si organizzano i popoli che stanno lottando contro le multinazionali e per la difesa dei loro territori? Come vengono elette le portavoce come te?

Io sono stata eletta all’interno del “Consiglio dei Popoli Ki’che in difesa della vita, di madre natura, terra e territorio”. Il consiglio include 87 comunità e la difesa del territorio è il nostro mandato. Mi hanno eletta grazie a un processo assembleare che funziona in modo partecipativo, libero e autonomo, non ha relazione con lo stato, non è coinvolto nelle nostre decisioni. Anzi, noi abbiamo presentato denunce contro lo stato del Guatemala davanti ad organismi internazionali, per esempio contro la legge che regola l’estrazione mineraria. Tra i miei compiti di portavoce c’è quello di comunicare e diffondere le strategie, gli obiettivi e le decisioni assembleari. Non parlo solo a nome di me stessa ma per dare voce alla coscienza collettiva che generiamo durante i processi di consultazione, in cui ricerchiamo un consenso che viene costruito attraverso la partecipazione.

Durante i tuoi incontri pubblici parli di femminismo comunitario: cosa significa l’aggettivo comunitario accanto alla parola femminismo?

Crediamo che ci sia bisogno di lottare contro il patriarcato, perchè abbiamo vissuto la violenza e la tortura che vengono applicate ai popoli originari e anche ai nostri corpi, quindi diciamo che il nostro corpo è il nostro primo territorio da difendere. Però, allo stesso tempo, non possiamo rimanere ancorate solamente al corpo, o nell’individualismo, e non possiamo rimanere zitte davanti all’avanzare del modello extractivista. Perchè in quel caso sarebbe un tradimento a un popolo millenario che durante la sua storia ha sempre lottato per l’esistenza di tutti gli esseri viventi. È molto importante lottare contro le multiple oppressioni.

Per esempio, i femminismi separatisti generano molte divisioni e molta debolezza nei territori, dove noi dobbiamo generare la forza collettiva che si costruisce necessariamente in comunità. E la comunità si costruisce con la partecipazione dei bambini, delle bambine, degli uomini, delle donne, degli anziani e delle anziane.

Noi lo definiamo un impegno cosmico politico intergenerazionale nella rete della vita. La rete della vita non è composta solo dagli umani, parliamo anche di comunità di montagne per esempio, di bio-diversità, quindi di tutto ciò che ha vita, e tutto ciò che ha vita crea relazioni a livello individuale e collettivo.

10est2-guatemala-340-o

Qual è il ruolo della cosmovisione del popolo Maya Ki’che nella lotta che pórtate avanti? 

Noi diciamo che la cosmovisione Maya Ki’che è anti-neoliberale, anti-capitalista, anti-razzista e anti-patriarcale. Come ci hanno insegnato gli antenati, parliamo di ‘cosmoscimiento’, dove la conoscenza è legata alla vita, non solo quella umana ma quella dell’universo. Non c’è nessuna esistenza che valga più di un’altra, il micro si relaziona con il macro, e viceversa. Abbiamo sempre bisogno di prenderci cura gli uni degli altri affinché ci sia equilibrio e armonia nel nostro camminare, nella rete della vita. Per questo l’America Latina si chiama in realtà Abya Yala, che vuol dire sangue che corre libero. O che cammina libero. Facciamo un’analisi cosmogonica del tempo. Il calendario Maya è formato da 20 nahuales. I nahuales ci connettono con la vita, ogni giorno. Abbiamo un vincolo profondo con i quattro punti cardinali che si legano con gli elementi della vita come l’acqua, l’aria e il sole, la luna, la madre terra, il cuore del cielo e il cuore della terra. Ogni elemento ha la sua relazione con tutti gli altri. Abbiamo principi e valori propri, per esempio, il nostro sistema di giustizia ci insegna che quando tu commetti un errore, non è il castigo l’importante ma ricreare l’armonia e riequilibrare il tuo essere.

Quando parliamo di territorio, noi non difendiamo la madre terra solo in quanto tale, ma anche per la sua storia. La mia cosmovisione è vincolata con la storia, la memoria, il sangue e il ventre, i quali si intrecciano tra il presente, il passato e il futuro. Parliamo di mondo, inframondo e sopra-mondo, perché consideriamo anche le nostre connessioni cosmiche. Il nostro tempo si relaziona anche con il tempo cosmogonico. La nostra è una cosmovisione molto profonda, che però non è compatibile con i modelli di sviluppo che dominano il mondo, come il modello capitalista, perché per noi le relazioni non si basano sul denaro ma sulla vita, nel senso che ciascuno esiste in quanto vive, non dipendendo da quanto denaro ha.

Perché è importante un lavoro di portavoce internazionale come il tuo? A chi si rivolge?

Quando abbiamo iniziato a conoscere altre lotte, per esempio quella del popolo Lenca, del popolo Bribrí, del popolo Mapuche e abbiamo iniziato a vedere che abbiamo affinità anche a proposito della cosmovisione, abbiamo creato dei legami. Ma siamo in contatto anche con popoli che non sono pre-coloniali, come noi, però lottano contro l’estrattivismo. Non creiamo relazioni solo tra popoli originari, e per questo in Europa collaboriamo con le popolazioni locali che stanno recuperando il loro territorio, come per esempio quelle che vengono chiamate occupazioni.

Se l’Europa ci considera come degli ingenui si sbaglia di grosso, e se le imprese pensano che ci sconfiggeranno anche loro si stanno sbagliando perché le abbiamo studiate e mappate.

Per esempio qui in Italia ci siamo uniti con l’attivismo in solidarietà al popolo Mapuche e contro Benetton, e lottiamo anche con gli argentini perché Benetton è un’impresa sanguinaria, è un’espressione di morte, di distruzione nei territori dei popoli originari. Ci siamo uniti anche con altri popoli, in questo periodo stiamo lottando contro Red Mas, un progetto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite che hanno cercato di scavalcare e ingannare le nostre comunità dicendo che avrebbero generato ossigeno tramite grandi piantagioni di alberi che però sono invasivi e infestanti per i nostri terreni, come il pino, il cipresso, l’eucalipto. Queste sono politiche neoliberali di greenwashing. È tutto un inganno.

Perché ci uniamo? Perché riconosciamo che le imprese che estraggono materie prime sono le stesse in tutto il mondo. Mi sono indignata quando ho visitato imprese produttrici di acciaio o armi, che stanno generando molte malattie e costringono le persone ad andarsene, e questo succede proprio qui in Italia. Mi hanno raccontato di un quartiere di Taranto dove ogni quattro bambini che nascono uno muore, questo significa che viene ucciso, e le donne stanno prendendo la decisione di non avere più figli per colpa dei veleni delle imprese. A partire da questo ci uniamo ad altre popolazioni, con ogni popolazione che lotta per la difesa della madre terra e per una vita degna, noi ci uniamo.

Per qualche ragione noi popoli camminiamo, gli uomini, le donne, i bambini e le bambine siamo in movimento. È una menzogna quando si dice che un popolo è statico, che non cammina. Se l’Europa non riconosce che ha camminato, ignora la sua storia e tradisce il suo sangue e la sua memoria. Noi, come popoli, stiamo sempre camminando uno accanto all’altro.

 

 

 

 

2 risposte a ““Contro estrattivismo e repressione, la lotta è indigena e globale”

  1. Molto interessante l’aggancio che fanno in Sinistrainrete, nell’articolo ‘Mestruazione: liberazione’, con l’essenza dell’etica di questa straordinaria Lolita. I movimenti dei popoli originari di vari continenti stanno toccando, nel fondo, questioni sempre più essenziali – anche, proprio, come propone Raveli, appunto – nella stessa linea della nuova gioventù ribelle, radicale e liberatrice che ci offre così tanta speranza a tutti, sull’esempio della magnifica Greta.

  2. Molto interessante il riferimento. Dell’autore di ‘Mestruazione: liberazione’, Karlo Raveli, ho trovato delle piste veramente interessanti proprio sulla questione dei popoli originari, della lotta indigena GLOBALE, delle migliaia di lingue culturalmente ricchissime ignorate, colonizzate e sopraffatte dai capitalismi imperiali Usa, europeo, cinese, ecc.
    Per esempio qui in Indymedia:
    http://barcelona.indymedia.org/newswire/display/496458

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...