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In memoria di Rubén Collío

La morte di Ruben Collío in un incidente stradale nella giornata di ieri, 16 febbraio 2022, ha colto di sorpresa e ammutolito tutto il mondo vicino alla causa del popolo mapuche. Non gli ha permesso di giungere a ottenere giustizia per la sua compagna Macarena Valdés, uccisa nel 2016 a causa della lotta che portava avanti contro la costruzione di una idroelettrica sul fiume Tranguil, lascia orfani quattro figli e un vuoto enorme nel cammino verso la costruzione dell’autonomia territoriale del popolo nazione mapuche.
Lo ricordiamo con la sua estrema coerenza e chiarezza di pensiero, in un’intervista del dicembre 2019 in cui abbiamo conversato sulle caratteristiche della rivolta cilena in corso in quel momento.
Amulepe taiñ weichan!
La lotta Mapuche nell’insurrezione cilena – Intervista a Rubén Collío
Gianpaolo Contestabile. e Susanna De Guio da DesdeAbajo
Sono passati più di quaranta giorni consecutivi di proteste in Cile, e la mobilitazione non accenna a scemare. Iniziata con il reclamo degli studenti per l’ennesimo aumento del biglietto della metro a Santiago, dal 18 ottobre si è estesa a tutto il territorio nazionale, moltiplicando le rivendicazioni e portando in piazza ampi settori della società.

Fin dall’inizio delle proteste, in tutte le manifestazioni sventolano numerose le bandiere del popolo nazione mapuche; sui muri le invettive contro la polizia e i politici si mescolano alle frasi in mapudungun [lingua mapuche].
Allo stesso tempo, fin dai primi giorni di mobilitazione, da diversi punti del Wallmapu – il territorio mapuche, che si estende verso sud tra Argentina e Cile – sono partiti messaggi di solidarietà alle proteste del popolo cileno.
Che cosa significa per il popolo mapuche la rivolta cilena dell’ultimo mese l’abbiamo chiesto a Rubén Collío, rappresentante della comunità mapuche di Tranguil e compagno di Macarena Valdés, attivista mapuche uccisa nel 2016 nella lotta contro l’installazione di una centrale idroelettrica sul fiume Tranguil.
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A un anno dalla morte di Emilia Bau, uccisa in difesa del territorio mapuche


di Susanna De Guio per la Rete Internazionale in Difesa del Popolo Mapuche
È passato un anno dall’omicidio di Emilia Bau Herrera Obrecht, ai margini del lago Riñihue, in territorio mapuche, e la giustizia cilena non ha ancora fissato nemmeno una data per processare chi l’ha uccisa. “Erano sicari contrattati dal condominio Riñimapu, che aveva privatizzato l’accesso al lago” spiega la madre di Bau, Denise Obrecht, che in questi giorni sta incontrando diversi gruppi legati a sua figlia e segue le attività in sua memoria in tutto il Cile e anche, a distanza, in Italia.
La morte della giovane ragazza trans sessuale che accompagnava la lotta per il territorio della comunità Llazkawe si inscrive all’interno di un conflitto che ha radici profonde nella storia del popolo mapuche, in resistenza contro le ingerenze e la repressione dello stato cileno da quasi due secoli, in difesa della terra contro l’usurpazione da parte delle grandi imprese private che sfruttano le risorse di uno dei territori più ricchi di acqua, boschi nativi e grandi riserve naturali del Cile, nelle regioni del sud, il Wallmapu.
Non è un caso che il gerente generale del complesso di villeggiatura Riñimapu, da dove sono arrivati gli spari che hanno ucciso Bau, sia Fernando Puga Matte, imprenditore vicino alla famiglia Chadwick, vincolato con l’agroindustria, il settore immobiliare e minerario, oltre che fondatore di uno dei primi dannosi allevamenti di salmoni in Cile. Matte è a sua volta una potente famiglia cilena, proprietaria dell’impresa forestale Mininco, responsabile della devastazione di ampi settori di bosco nativo, convertiti a piantagioni di pino ed eucalipto per la vendita ed esportazione di legname. Il nome Matte è legato a diversi crimini nel Wallmapu, come nel caso del weichafe Pablo Marchant, ucciso lo scorso luglio da Carabineros all’interno di uno dei latifondi amministrati proprio da Mininco, o come la storia di Alex Lemún, ucciso nel 2002 da Carabineros a soli 17 e oggi uno dei simboli della lotta mapuche per il recupero del territorio.
Il Gruppo Matte è infine anche proprietario di Colbún S.A., una delle principali holding del Paese, che da anni cerca di installare una idroelettrica sul fiume San Pedro che si origina dal lago Riñihue, progetto che inonderebbe la zona circostante e causerebbe un grave impatto ambientale segnalato tanto dalle organizzazioni ambientaliste e dalle comunità come nel processo di valutazione ambientale tuttora in corso.
È in questo contesto che il Lof Llazkawe comunica ufficialmente l’inizio del proprio processo di restituzione territoriale, il 23 novembre del 2020. L’amministrazione del complesso turistico Riñimapu aveva chiuso un accesso pubblico al lago per vendere “a un selezionato gruppo di nuovi proprietari” le 35 case distribuite su oltre 19 ettari con una porzione di “costa esclusiva di fiume e lago”. Qualche settimana più tardi la comunità annuncia le prime attività volte a togliere il recinto che impediva il libero accesso alla spiaggia. Il conflitto si acuisce e mentre le autorità regionali e locali non rispondono agli appelli del vicinato che chiede mediazione e dialogo, la proprietà del complesso di case vacanze si arma di sicurezza privata per proteggere i suoi confini, però la presenta come personale addetto al giardinaggio dell’area residenziale.
La notte del 16 gennaio 2021 Bau stava camminando insieme ad alcuni compagni del Lof Llazkawe lungo il lago, andavano a prestare aiuto a dei turisti con la tenda sulla spiaggia che i guardiani del condominio privato volevano allontanare. Uno di loro spara e colpisce Bau, che muore poco dopo nell’ospedale di Valdivia. Vengono intercettate sette persone che si allontanavano dal complesso turistico a bordo di una camionetta, tutte presentavano antecedenti penali e solo due di loro si trovano attualmente in carcere preventivo: Francisco Jara Jarpa, che sparò a Bau, e Carlos López, che lo incitò a farlo.
“Non sappiamo ancora nulla di quando sarà il processo” spiega la mamma di Emilia Bau, Denise Obrecht. “Ovviamente le persone che hanno contrattato ai sicari, che in realtà sono i veri colpevoli, loro non sono stati imputati, perché sono impresari, persone che hanno denaro e l’appoggio dei Carabineros” continua con amarezza.
Oltre alle irregolarità nel percorso giudiziario, come l’udienza di ricostruzione dei fatti, avvenuta senza convocare l’avvocata di Denise, la comunità ha subito intimidazioni e la presenza costante delle forze di polizia nei mesi seguenti all’omicidio, diversi membri sono stati filmati, mentre il piccolo altare costruito dove è stata colpita Bau, con una foto e dei fiori, è stato distrutto dalle ruspe del condominio che volevano fare posto a un muro di cinta, che alla fine è stato proibito.
“Bau si è sempre battuta per il rispetto della natura, per le cause animaliste, aveva una grande sensibilità e la sua continua ricerca l’ha portata a vivere nel Wallmapu e unirsi alla causa mapuche” racconta Denise ricordando sua figlia. “È stata sempre una persona meravigliosa, fin da quando era bambino ha sempre detto quel che pensava, ha fatto la sua transizione mentre viveva in Argentina e io l’ho accettata anche all’inizio se mi costava chiamarlo al femminile” sorride.
Bau, abbreviativo di Baucis, è il nome che aveva scelto per sé quando cambiò genere, si può tradurre come “colei che trascenderà nelle piante”. Ha difeso la natura e la terra con il suo corpo, e ha difeso la libertà dei corpi oltre le barriere imposte dal genere, questa è la sua eredità, presente nelle manifestazioni e negli incontri che l’hanno ricordata in questo primo anniversario dalla sua morte e che chiedono giustizia per lei e per il Wallmapu.
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Il Perù e la sua crisi politica e ambientale
A sei mesi del suo insediamento, il presidente del Perù ha già cambiato 4 volte il capo gabinetto e deve far fronte ad un disastro ecologico provocato da Repsol. Ci colleghiamo con Lima per parlare con Daniele Ingratoci, rappresentante nel paese dell’associazione di cooperazione internazionale COPI. Dall’altra parte, mentre il mondo guarda il conflitto tra l’Ucraina e la Russia, quest’ultimo fa valere i suoi interessi anche in America Latina, aumentando così la tensione con gli Stati Uniti. Al microfono il presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale (ICEI), Alfredo Luis Somoza.
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Un brutto inizio
La Colombia ha iniziato il 2022 con una scia di violenza contro i difensori di diritti umani e leader sociali. Ci colleghiamo con la zona rurale di San José di Apartadó per parlare con l’attivista della comunità di pace Papa Giovanni XXIII, Monica Puto. Poi ci colleghiamo con Buenos Aires per capire l’accordo Argentina – FMI e raccontare una storia di droga adulterata che ha ucciso diversi dipendenti di cocaina. A raccontarlo lo storico corrispondente dell’ANSA Maurizio Salvi.
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Il Messico non è un paese per giornalisti
Il Messico ha iniziato il 2022 con 2 giornalisti uccisi, confermandosi come uno dei paesi più pericolosi al mondo per i cronisti. Abbiamo analizzato approfonditamente il fenomeno collegandoci con Messico DF per farci raccontare la situazione dalla giornalista indipendente Caterina Morbiato. Abbiamo pure ricordato il caso del cooperante napoletano Mario Paciolla, morto un anno e mezzo fa in Colombia, in compagnia del ricercatore Gianpaolo Contestabile, che sin dall’inizio sta seguendo questo caso. Abbiamo fatto un riepilogo di cosa sono stati questi 18 mesi.
https://open.spotify.com/episode/2XMUKSP11zcssNqPrn03kn?si=aGcvtvl3QTS6V9r4fFoQDw
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Así te buscaré: canzone delle cercatrici di desaparecidos in Messico su Esteri Radio Popolare


💿Así Te Buscaré (Così ti cercherò) è il titolo della canzone uscita il 30 agosto scorso, Giornata mondiale delle vittime di sparizioni forzate, su tutte le principali piattaforme di streaming, e dedicata alle cercatrici, che in maggioranza sono donne, di persone scomparse, cioè degli oltre 96 mila desaparecidxs del Messico. La canzone nasce dalla collaborazione tra il collettivo Buscadoras Guanajuato, l’artvista guatemalteca Rebeca Lane e il ricercatore della Universidad Iberoamericana León (Messico), Fabrizio Lorusso.
💠Ne ha parlato Fabrizio Lorusso, coautore della canzone, su Esteri di Radio Popolare con Chawki Senouci, in onda il 14 gennaio 2022.
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Canzone su Spotify 👉 https://tinyurl.com/4yc38ct4
Canzone su YouTube 👉 https://www.youtube.com/watch?v=WeCFAV3giQQ
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Intervista👇
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Guantánamo 20 anni dopo
A 20 anni dell’arrivo dei primi prigionieri a Guantánamo, la sede militare statunitense a Cuba continua ad essere in funzione e marca una sconfitta per quanto riguarda i valori difesi in teoria dall’occidente. Ne parliamo con la giornalista Laura Silvia Battaglia, autrice di “Lettere da Guantánamo. Dall’inferno al limbo, dove sono i detenuti del 9/11” (Castelvecchi editore) e con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Infine abbiamo dedicato uno spazio alle elezione perse del governo di Nicolás Maduro nella regione di Barinas, dove nacque Hugo Chávez. Al microfono l’italo-venezuelano Edgar Serrano.
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Il terremoto senza fine ed il bilancio del 2021
Haiti ha iniziato l’anno con un attentato contro il primo ministro Henry. Intanto la Repubblica Dominicana prende misure rigide contro le migranti incinta che vogliono passare dall’altra parte dell’isola caraibica; il tutto a 12 anni da un terremoto che fece più di 200 mila morti. Ne abbiamo parlato con l’antropologo che ha scritto libri e fatto ricerca sul campo Raúl Zecca Castel. Abbiamo poi interpellato Lucia Capuzzi del quotidiano “Avvenire”, per fare un bilancio di quello che c’è stato in l’America Latina nel 2021, fermandoci in diversi paesi, e provando a fare alcune previsioni, di quello che potrebbe capitare nell’anno appena iniziato.
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Una chitarra sotto l’albero
Le feste sono anche momenti di musica molto particolari, la quale, nel caso dell’America Latina, ha un storia assai interessante da raccontare. Lo abbiamo fatto in questa puntata, grazie alle parole, ma anche le interpretazione del chitarrista, compositore e direttore d’orchestra di origine messicane José Angel Ramírez Ragoitia.
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Migrar no es un delito. Ceremonia sin fronteras en el tramo de la masacre

El pasado miércoles 29 de diciembre defensoras y defensores comunitarios provenientes de Oaxaca se movilizaron en la carretera entre Tuxtla Gutiérrez y Chiapa de Corzo, en el tramo donde hace 20 días volcó el camión que transportaba decenas de personas migrantes dejando 56 muertos. El colectivo de defensoras organizó una “Ceremonia sin fronteras” bloqueando la viabilidad para armar una ofrenda en memoria de las personas en camino que perdieron la vida el 9 de diciembre, en la que se nombra como una masacre. Una integrante del colectivo denuncia: “se nos olvida que la migración ha sido un producto de un sistema de explotación capitalista y patriarcal… por eso venimos a hacer este recordatorio a 20 días de la masacre y de la colusión de todos los gobiernos de Estados Unidos, de México y de Guatemala”. Durante la ceremonia se utilizaron sahumerio, velas, tlamanalli, tambores, batacas y bajo el mandato “migrar no es un delito” se pidió el esclarecimiento de las dinámicas del accidente, la identificación y restitución a los familiares de todos los cuerpos y el fin de la violencia de la represión fronteriza. Después de la movilización del pasado 12 de diciembre en frente del Instituto Nacional de Migración de la Ciudad de México, cuando colectivos de migrantes y solidarios fueron glaseados y reprimidos por la fuerza pública, sigue viva la lucha en defensa de las personas que transitan por México y para denunciar el aumento de la violencia contra la población migrante. La acción política que se organizó en Chiapas ha sido una iniciativa comunitaria organizada por los pueblos en lucha para recordar a los “hermanos migrantes” fallecidos, entre los cuales la mayoría pertenecían al pueblo maya Ki’che’, y para sanar a través de las prácticas ancestrales la memoria de las comunidades que resisten y se mueven cruzando las fronteras y atravesando los territorios.