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La frontiera macchiata di rosso


Il racconto in presa diretta dalla carovana di migranti haitiani attraverso il Messico durante la quale un camion si è ribaltato e sono rimaste a terra 55 persone
Di Anna Mary Garrapa, da Jacobin Italia
opo aver percorso più di mille chilometri, la «carovana migrante» partita da Tapachula il 23 ottobre, in Chiapas, arriva finalmente a Città del Messico. È il 12 dicembre, giorno della Vergine di Guadalupe secondo la tradizione cattolica. L’intenzione delle persone migranti, in gran parte famiglie di origine centroamericana, è quindi quella di giungere fino alla Basilica di Guadalupe durante la notte stessa, in modo da ringraziare la Vergine per essere arrivate vive e in buone condizioni, nonostante le infinite avversità affrontate nel tragitto. Dopo cinquanta giorni di cammino sotto il sole cocente e la pioggia battente, sfidando posti di blocco e operazioni di contenimento da parte delle autorità federali, Istituto Nazionale di Migrazione (Inm) e Guardia Nazionale (Gn), le persone migranti vengono ricevute con manganellate e lacrimogeni dalla polizia di Città del Messico in assetto antisommossa.
Sono trascorsi solo tre giorni da quando un camion che trasportava 159 persone migranti stipate nel rimorchio, per lo più guatemalteche originarie del Dipartimento del Quiché, si é ribaltato in una curva sull’autostrada Chiapa de Corzo-Tuxtla Gutiérrez, in Chiapas: 55 persone sono morte e 104 sono sopravvissute, riportando lesioni multiple e gravi. Di fronte allo sgomento di una parte della comunità nazionale e all’attenzione dei media internazionali, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador esprime il suo dolore per quanto accaduto e rivolge un fraterno abbraccio ai parenti di coloro che hanno perso la vita nell’incidente, assicurando: «questo è l’aspetto principale, è molto doloroso quando si verificano questi casi». Ma «questi casi» sono accaduti e continueranno a verificarsi, replicano le organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani, proprio a seguito della militarizzazione della politica migratoria messicana, che ha costretto le persone migranti a percorrere rotte sempre più pericolose e controllate da trafficanti di esseri umani che agiscono in collusione con le autorità corrotte.
Entrambi gli eventi derivano infatti da un graduale processo di esternalizzazione dei controlli di frontiera, dal sud statunitense al sud del Messico e ai paesi dell’America Centrale, sotto la pressione del governo degli Stati uniti e con l’obiettivo principale di scoraggiare le domande di asilo nel paese di destinazione; similmente a quanto è accaduto in Europa, con il subappalto della gestione dei confini a diversi paesi dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Europa dell’Est, come Turchia, Libia, Niger e Bielorussia. Il governo repressivo delle migrazioni agisce contemporaneamente in diverse aree del mondo.
L’inizio di questo processo risale alle iniziative di sorveglianza della frontiera e di contenimento dell’immigrazione che gli Stati uniti hanno messo in atto a partire dagli anni Ottanta e Novanta del Novecento. La nuova dottrina di Sicurezza Nazionale si è diffusa in Messico a partire dagli anni Duemila, attraverso una serie di misure legislative e programmi per l’implementazione di aiuti economici, assistenza tecnica in attività d’intelligence, presenza militare e di polizia: il Plan Sur (2001), la Legge sulla Sicurezza Nazionale (2005), l’accordo che ha riconosciuto l’Istituto Nazionale di Migrazione come istanza di Sicurezza Nazionale (2005), l’Iniziativa Merida (2008), il Programma Nazionale di Sicurezza Pubblica (2014-2018), il Programma Frontera Sur (2014). Inoltre, a partire dal 2019, il governo messicano si è impegnato nella riduzione dell’immigrazione irregolare disponendo 21 mila agenti della Guardia Nazionale a difesa delle frontiere nord e sud, con l’intenzione di scongiurare la minaccia del presidente Donald Trump d’imporre dazi doganali del 25% sulle importazioni messicane nel caso in cui non venisse contenuto l’ingresso irregolare di persone migranti. Questo lungo processo di chiusura e indurimento della politica migratoria messicana si è definitivamente consolidato grazie alle misure di controllo sanitario e le limitazioni imposte al traffico terrestre considerato non essenziale, attraverso la frontiera sud e nord, in linea con le misure internazionali per il contenimento della diffusione del Covid-19.
L’imponente dispiegamento di militari della Guardia Nazionale, che intervengono in coordinamento con gli agenti di Migrazione, ha fatto sì che il Messico non sia più un paese di transito per le persone migranti, ma sia divenuto bensì un muro di contenzione, un paese di attesa forzata e deportazione. La città di Tapachula, che costituisce la principale porta d’accesso da cui intraprendere la rotta costiera che dal confine con il Guatemala conduce al nord del Paese, attualmente assume le sembianze di una città carceraria. Conformemente si restringe la possibilità di procedere in grandi gruppi, così come di ricorrere a strumenti istituzionali di regolarizzazione, i flussi migratori si spostano dalla costa verso rotte più interne e pericolose.
La carovana partita il 23 ottobre da Tapachula è riuscita ad avanzare verso Città del Messico dopo una serie di tentativi di carovane precedenti, violentemente represse e dissolte nei limiti dello stato del Chiapas da parte di agenti dell’Inm e Gn. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, migliaia di persone haitiane hanno cercato di fuggire dalla paralisi di Tapachula, dove erano rimaste forzosamente bloccate per mesi. Qui hanno vissuto nell’interminabile attesa di ottenere un appuntamento presso la Commissione Messicana in Aiuto a Rifugiati (Comar) o di ricevere un permesso di soggiorno per motivi umanitari dall’Inm, in totale assenza di informazione. Hanno sofferto quotidianamente gli effetti di un razzismo sistemico, affrontato il rischio di cadere vittima delle frequenti retate degli agenti di Migrazione e quindi di essere deportati, hanno disperato per la difficoltà di trovare un lavoro formale e dover pagare affitti elevati seppur in condizioni di sovraffollamento.
Le operazioni messe in piedi per reprimere e dissolvere queste carovane haitiane sono state di una durezza straordinaria, con cariche estremamente violente, rastrellamenti a tappeto tra piantagioni di banane e irruzioni senza mandato nelle case della popolazione locale, abbondante uso di strategia a tecnologia militare. Sono emerse numerose testimonianze a carico di agenti dell’Inm che hanno strappato o sequestrato risoluzioni positive di rifugio e permessi umanitari vigenti, nella più totale e smascherata violazione del diritto nazionale oltreché internazionale. Contemporaneamente i media filo governativi hanno sostenuto la campagna presidenziale di criminalizzazione delle stesse persone migranti, delle organizzazioni coinvolte nel monitoraggio del rispetto dei diritti umani e dei giornalisti impegnati sul campo in reportage di denuncia. Questi ultimi infatti hanno potuto documentare l’uso di droni e accerchiamenti massivi di agenti della Gn dotati di armi lunghe, minori separati con la forza dai genitori come strategia di dissuasione a procedere, deportazione e detenzione di persone rifugiate e dotate di regolare permesso di soggiorno, abbandono forzato delle persone migranti in aree remote e selvagge della frontiera sud o direttamente in Guatemala.
Attualmente Tapachula continua a essere una prigione a cielo aperto, dove il fallimento umano di una politica di contenimento forzato è stato semplicemente occultato tramite lo spostamento della popolazione migrante dal centro storico verso la periferia della città. Ancora oggi circa tremila persone haitiane, tra cui molte famiglie con minori, si trovano abbandonate tra cumuli d’immondizia sul piazzale dello Stadio Olimpico, senza informazioni né accesso ai servizi basici, come acqua potabile, cibo e cure mediche. Altre centinaia di persone dormono poco distante sul ciglio di una strada a lunga percorrenza, che occupano frequentemente come forma di protesta per l’interminabile attesa degli autobus gestiti dall’Inm, che arrivano sporadicamente per trasferirle in diversi stati del paese. In alcuni casi autisti e popolazione locale tentano autonomamente di sgomberare la strada dai picchetti, ma i migranti hanno imparato a difendersi a tutti i costi. Inoltre non esiste comunicazione ufficiale della destinazione di questi viaggi e, solo grazie alle testimonianze dirette delle stesse persone migranti e di alcune organizzazioni della società civile, emerge un panorama di totale abbandono delle persone nelle strade di diverse città o presso installazioni periferiche, nella più completa incertezza e mancanza di attenzione da parte delle istituzioni responsabili, come nel caso del Centro sportivo Xonaca a Puebla.
La militarizzazione di Tapachula ha reso praticamente impossibile intraprendere la via costiera del Chiapas, cui si accede attraversando il fiume Suchiate. Per proseguire sul percorso che dal confine con il Guatemala porta al centro e al nord del Messico esistono altre due alternative principali, più interne e insicure, controllate da cartelli e gruppi criminali organizzati nel traffico di esseri umani in connivenza con funzionari corrotti. Il secondo cammino è quello della foresta, che dal passo di frontiera del Ceibo attraversa Tenosique e Palenque. Il terzo è il cosiddetto corridoio centrale, a cui è possibile accedere tramite vari passi che conducono alla zona montagnosa tra Comitán de Domínguez e San Cristóbal de las Casas. Dalle case di sicurezza dove vengono rinchiusi i migranti lungo queste rotte, il viaggio prosegue verso diversi punti del confine settentrionale.
È proprio lungo la rotta centrale che, il 9 dicembre, si è ribaltato il camion a rimorchio, lasciando sulla strada un centinaio di feriti e 55 storie di vita spezzate, famiglie, amici e comunità colpite duramente e per sempre. Secondo Rubén Figueroa, membro del Movimiento Migrante Mesoamericano, «il prezzo pagato per ogni posto in un camion oscilla intorno ai 5 mila dollari, il camion che si è ribaltato trasportava circa 160 persone migranti, il che equivale a circa 800 mila dollari di profitti per il cartello che traffica esseri umani». Il traffico di persone migranti stipate nei camion è una realtà molto diffusa in Chiapas, insieme agli autobus e alle carovane di auto che quotidianamente lasciano il sud del paese in direzione della frontiera con gli Stati uniti.
Al di là delle complesse stime sui profitti milionari dei cartelli, è evidente che la militarizzazione delle frontiere e la dissoluzione violenta delle carovane migranti, che assicurano una certa protezione alle persone che avanzano collettivamente, ampliano i margini di azione delle reti di traffico e tratta, in collusione con le autorità di diversi livelli di governo. In concreto le politiche migratorie applicate nel corridoio Centro America-Messico-Stati uniti privilegiano le azioni di contenimento delle migrazioni piuttosto che combattere le organizzazioni che commettono crimini contro le persone migranti. Emerge quindi una contraddizione fondamentale tra, da un lato, il discorso in difesa dei diritti umani enunciato dal presidente messicano di fronte alla comunità nazionale e nei fori internazionali, dall’altro lato, il dispositivo di sicurezza nazionale che assicura l’attrazione di risorse da parte del governo statunitense e alimenta il mercato di vari tipi di trafficanti e funzionari conniventi.
Finalmente le 55 persone migranti guatemalteche hanno ricevuto un vero abbraccio in un commosso e sincero addio. Nel pomeriggio del 14 dicembre, l’instancabile carovana, arrivata due giorni prima a Città del Messico, si è nuovamente incamminata dal Rifugio del Pellegrino, decisa a occupare le strade della capitale per portare la propria voce fin sotto agli uffici dell’Inm e denunciare pubblicamente l’assassinio di persone migranti in cerca di un vita migliore. Più di 300 persone degne, capaci di infrangere la contenzione di Tapachula camminando per 50 giorni come una sola famiglia, hanno marciato per le strade del lussuoso quartiere di Polanco, per gridare la loro rabbia e dare l’addio ai compagni e alle compagne migranti tra danze, canti, cori, preghiere, fiori e candele, promettendo con orgoglio e determinazione che la loro lotta per la libertà continuerà.
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A lo Vásquez: apuntes de una peregrinación en bicicleta


8 diciembre 2021, Santuario de la Virgen de lo Vásquez (José Aguilera Lagos) Hace decadas que el 8 de diciembre en Chile se celebra la Inmaculada Concepción de la Virgen María en la capilla de Los Vásquez, una localidad a 32 kilometros al sureste de Valparaiso. Esa peregrinación mariana es actualmente la más importante del país. El año pasado, entre las restricciones debidas a la pandemia de Covid-19, se prohibió la celebración y este año el gobierno dió las mismas indicaciones, pero ya con los contagios más bajos con respecto a 2020, la gente salió para caminar hacia la capilla de los Vásquez.
por José Aguilera Lagos

Desde la antigüedad la peregrinación es una expresión de ofrenda y sacrificio. El rito de viajar con poco o nada y sin un fin tangible, es una necesidad biológica para el crecimiento y fortalecimiento del ser. En este viaje de tránsito uno se conecta con el presente y se olvida de la muerte. A la suerte del camino.
En tiempos de la desaparición de los ritos es fundamental apropiarnos de cada fecha sagrada y resignificarla en el andar colectivo.
Rompiendo el paradigma del motor, nos hemos puesto a pedalear rumbo a la costa. Son 180 kilómetros y más de 10 horas de pedaleo desde Santiago hacía los Vásquez.
Esta ruta de tránsito y conexión es antigua, pues ha vinculado económicamente el océano y el valle de Santiago. La Iglesia católica se apropió de ese descanso obligado que se hacía antes de subir la interminable cuesta cordillerana con la construcción en 1913 de una pequeña capilla a la orilla del camino. La imagen de la Inmaculada Concepción, instalada en el predio de Don Vásquez, le da el nombre a la peregrinación.
A veces uno cree que las tradiciones son mucho más antiguas y tiende a romantizarlas, con esto solo pretendo dejar sobre la carretera la idea de poder construir ritos fuera de la instituciones, que tengan la magia de converger en un momento y espacio como lo son los carnavales de cada barrio que hoy agarran cada vez más fuerza.
Hasta ese momento, lo más cerca que estuve de la capilla fue desde la ventana del bus a 100 km por hora y ahora por fin iba a poder conocer desde mi pasión por la filosofía práctica de la bicicleta. Le debemos al poder de las piernas el desarrollo de la humanidad, sin nuestra autonomía y movilidad la evolución humana no hubiese ocurrido.
En la noche del día anterior al 8 de diciembre, me tocó escuchar al Padre del santuario pidiendo a los feligreses que no fueran a visitar a la Virgen ese día, que las puertas del templo estaban abiertas todo el año para ir a visitar, desacrilizando la fecha y el acto de viajar juntos en un rito colectivo, ese rito que mantiene la esperanza y comunión. Por su parte el patético gobierno en su afán de prohíbir toda organización social con fines lúdicos, religiosos o politicos, anunció en tono de amenaza que no iba a cerrar la carretera 68 que cada año facilita la peregrinación a pie, poniendo a miles de feligreses en peligro, yno faltaron quienes les creyeron. Me pareció insólito que en plena crisis de feligreses la iglesia católica busque desmovilizar, más que captar y fortalecer este tipo de ritos que rompen con la vida cotidiana y ayudan a las personas a encontrar fuerzas para solucionar problemas, conflictos, asumir realidades, abrir puertas y caminos.

Quisiera dejar en claro que no pretendo hacer una crítica a la peregrinación religiosa, si no más bien sumarme a ella desde lo que me hace participar de estás expresiones colectivas que peregrinan.
Hoy, a dos años de la rebelión que llenó de vida las calles de Chile, intento entender este fenómeno de tránsito y conexión, de moverse juntos y conocernos en el camino. Y aplaudo cada toma de calle que hace de nuestras vidas algo mejor, y que nos ayuda a darle sentido a la vida comunitaria, así como a la organización y solidaridad que se dan en estos ritos tan importantes de resaltar en tiempos digitales.
Peregrinación ciclista y de patinadores, pedaleando contra el facismo!

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Boric: la visione di una ex esiliata
La vittoria di Gabriel Boric su chi inneggiava Augusto Pinochet è frutto soprattutto del voto delle donne e dei giovani, ma abbiamo potuto analizzare anche importanti differenze fra i diversi territori. Ci siamo collegati con i presi di Santiago per parlare con l’ex esiliata politica Victoria Sáez, la quale fa un analisi a 360 gradi di una elezione che segna l’intera regione.
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Deportazioni illegali di donne haitiane incinte nella Repubblica Dominicana


[Articolo originariamente apparso su IlManifesto]
In coda all’articolo trovate anche un’intervista rilasciata ai microfoni di Radiopopolare per la trasmissione “Esteri”, curata da Chawki Senouci.
Mentre lungo la frontiera che separa Haiti dalla Repubblica Dominicana sono iniziati i lavori per la costruzione di un muro che, secondo quanto dichiarato dal nuovo presidente dominicano Luis Abinader, sarà dotato di sensori di movimento, telecamere biometriche, radar e sistemi a raggi infrarossi, da metà novembre il governo ha lanciato una massiccia campagna di detenzione ed espulsione di migranti irregolari che è sfociata nella deportazione di centinaia di donne haitiane gravide, in travaglio, o persino puerpere, con irruzioni degli agenti della Dirección General de Migración (DGM) nei principali ospedali del paese.
Le operazioni di rimpatrio, che proseguono giorno dopo giorno, fanno seguito a nuove misure restrittive disposte dal Ministero degli Interni tese a contenere gli ingenti flussi migratori provenienti da Haiti, in continuo aumento per via della forte crisi sociopolitica che ha investito il paese più povero del continente, soprattutto dopo l’uccisione del presidente Moïse nello scorso luglio. Ad inizio novembre, il Governo dominicano, aveva così annunciato la volontà di sospendere l’accesso ai servizi di salute pubblica agli haitiani irregolari e, in particolare, alle donne partorienti, ritenute responsabili di gravare in modo insostenibile sulle casse dello Stato. Allo stesso fine, era anche stato disposto il divieto di entrata nel paese a donne oltre il sesto mese di gravidanza. “Stiamo solo rispettando la legge sull’immigrazione”, aveva dichiarato pubblicamente Abinader in risposta alle prime critiche, trovando tuttavia la tenace – ma soprattutto etica – opposizione del Colegio Médico Dominicano (CDM), l’Ordine dei medici dominicani, che ha deciso di proseguire ad assistere le pazienti a prescindere dal loro status migratorio, affermando che “siamo medici, non agenti di polizia”. Di qui il cospicuo dispiegamento delle forze della Direzione Generale dell’Immigrazione e le incursioni negli ospedali pubblici per prelevare con la forza le donne haitiane, tradotte in un centro di detenzione alla periferia di Santo Domingo, talvolta insieme ai loro figli, e infine deportate oltre confine.
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Boric vince le presidenziali: “Il Cile ha sconfitto la paura”


Santiago de Chile, 19 dicembre 2021 (Carlos Guerra) di Susanna De Guio da Valigia Blu
La Alameda si è riempita di decine di migliaia di persone già dal pomeriggio di domenica quando, con lo scrutinio ancora in corso, era ormai chiaro che aveva vinto Gabriel Boric, e il suo avversario José Antonio Kast ammetteva la sconfitta.
Non solo a Santiago, ma in moltissime città cilene dal nord all’estremo sud, questo 19 dicembre è stato di festa nelle piazze e nelle strade dove sventolavano le bandiere della campagna per Boric, ma anche molte del popolo nazione mapuche e quelle arcobaleno della comunità LGBTIQ+.
Con il voto si sceglieva il prossimo presidente, ma in gioco c’era il futuro del paese, si sono scontrate due visioni politiche e ideologiche opposte, due maniere radicalmente distanti di pensare il governo, e la campagna elettorale aveva chiarito che con Kast i diritti delle donne rischiavano di retrocedere, che non ci sarebbe stato posto per le dissidenze né per i migranti.
Lo scorso 21 novembre, al primo turno, il candidato di sinistra, ex dirigente del movimento studentesco nel 2011 e oggi presidente, si era posizionato secondo, a soli due punti di distanza da José Antonio Kast, che rappresenta l’estrema destra cristiana e conservatrice, antiabortista e dichiaratamente pinochetista.
È la prima volta nella storia democratica cilena che due candidati alla presidenza arrivano al ballottaggio con così poco margine nelle preferenze ed è la prima volta che il risultato si inverte rispetto al primo turno. Con i suoi 35 anni, Boric è anche il più giovane tra i presidenti eletti in Cile, e quello che assume l’incarico con il maggior numero di voti, 4 milioni 600mila (55,87%), contro i 3 milioni 600mila di Kast (44,13%). Gli 11 punti di distacco tra i due candidati esprimono chiaramente qual è il cammino scelto dai cileni con il voto, ma il numero più rilevante in questa elezione epica e tesissima è stato forse quello dell’affluenza alle urne, storicamente sotto la metà degli aventi diritto, e che domenica ha raggiunto il 55,65% sommando oltre un milione 200mila persone rispetto al primo turno di novembre (47,33%) e superando perfino la percentuale del 51% raggiunta con la storica votazione dell’Apruebo del 2020, dove si decideva se cambiare o no la Costituzione di Pinochet del 1980.
Il plebiscito del 1989 che permise il ritorno alla democrazia non portò con sé un processo di riparazione storica, fondato sulla verità e la giustizia attorno ai crimini commessi durante la dittatura. Tornare a votare in Cile non ha significato poter ridiscutere la matrice neoliberale del sistema economico, importata con i Chicago Boys e implementata da Pinochet, né promuovere uno Stato sociale che garantisca salute pubblica, accesso all’educazione, pensioni dignitose. La rivolta scoppiata nell’ottobre del 2019 mostrava il punto limite di sopportazione di un popolo che, a trent’anni dalla fine del regime militare, vive condizioni di diseguaglianza tra le più esacerbate dell’America Latina e dei paesi OCDE.
In questa cornice si possono leggere i festeggiamenti che hanno seguito la morte di Lucia Hiriart, vedova di Pinochet e figura politica chiave durante la dittatura, che è deceduta giovedì scorso all’età di 99 anni nella tranquillità della sua casa senza aver subito nemmeno un processo, ma in un momento chiaramente simbolico, tre giorni prima delle elezioni in cui la minaccia del ritorno dell’ideologia del regime militare era più concreta che mai.
Il processo politico che si è originato quando “il Cile si è svegliato”, come ripetevano le piazze durante i mesi delle proteste nel 2019, è ancora in corso e con le diverse votazioni a cui la popolazione è stata chiamata negli ultimi due anni, sta esprimendo la necessità di cambiamenti profondi e radicali, che superano di gran lunga le proposte del moderato programma di governo di Gabriel Boric, più vicino a un orizzonte social-democratico che a un progetto di stampo comunista, sebbene il vecchio fantasma del comunismo sia stato utilizzato a fondo da Kast durante tutta la campagna di queste settimane.
Tra le enormi difficoltà che dovrà affrontare il prossimo governo c’è inoltre la composizione politica delle due Camere del Congresso, dove Apruebo Dignidad, la coalizione di Boric, dovrà cercare grandi alleanze per poter governare, e dove la destra post-fascista di Kast ha guadagnato 14 seggi e continuerà ad essere una forza politica di grande rilievo, soprattutto al Senato.
Analizzando la distribuzione del voto, le vittorie più eclatanti del candidato amico di Bolsonaro e di Vox in Spagna si osservano nelle regioni rurali centrali del paese e nell’Araucania, territorio ancestrale mapuche dove Kast ha preso il 60% dei voti e rappresenta gli interessi delle grandi imprese forestali che storicamente hanno usurpato e devastato la terra delle comunità, con il sostegno di Carabineros e delle forze armate, come dimostra attualmente la forte presenza militare che ha accompagnato l’intero periodo elettorale, permessa dallo Stato d’Eccezione dichiarato da Piñera il 12 ottobre e tutt’ora vigente.
Nel nord del paese invece, al primo turno aveva sorpreso l’ottimo risultato di Parisi, candidato di un giovanissimo Partido de la Gente con proposte populiste anti-casta e ricette di libero mercato, che rispondeva alle difficoltà economiche acuite dalla pandemia e dal rincaro della benzina, così come al sentimento anti-migratorio sviluppato nelle zone di frontiera. Se era evidente che gli elettori di Parisi avevano la capacità di muovere l’ago della bilancia in questa elezione fortemente polarizzata, il risultato dice che non hanno seguito le indicazioni del loro rappresentante, che dopo settimane di strategie politiche e mediatiche ha infine dato il suo appoggio a Kast.
Boric ha dimostrato di saper raccogliere il malcontento delle regioni più periferiche dopo la campagna elettorale del primo turno, che si rivolgeva soprattutto alla capitale e a un pubblico di già convinti, grazie soprattutto all’entrata in campo della presidente dell’Ordine dei Medici, Izkia Siches, che ha raggiunto una certa visibilità nell’ultimo anno interpellando e discutendo le scelte sanitarie del governo di fronte all’emergenza della pandemia, e che ha rinunciato al suo incarico per assumere la dirigenza della campagna elettorale di Boric, girando il paese da nord a sud con la figlia di otto mesi al seno e una narrazione capace di entusiasmare gli indecisi.
Ma il milione e 200mila nuovi voti raccontano anche di una fetta di popolazione che ha scelto di recarsi alle urne contro la minaccia fascista rappresentata da Kast più che per adesione al progetto politico di Boric, e quella sinistra che mantiene una posizione critica nei confronti del nuovo presidente avrà anche la responsabilità di mettere pressione al governo mobilitandosi nelle piazze per dare continuità alle rivendicazioni espresse durante i mesi della rivolta. Non è un caso che durante le celebrazioni per il sollievo che la vittoria di Boric rappresenta in Cile, uno degli slogan più ripetuti sia stato quello che chiede libertà per i prigionieri politici di quella stessa rivolta che è la base comune dell’identità politica del popolo cileno, che ha spaventato le destre, e che spinge per un cambiamento sostanziale della matrice neoliberale del paese.
Per questa ragione, riveste una rilevanza fondamentale il destino della Convenzione Costituzionale, che il governo di Boric si è già impegnato a difendere e che deve riuscire, nel corso del prossimo anno, a smantellare le fondamenta del progetto di paese costruito dalla Costituzione di Jaime Guzmán, che permettono di convertire qualsiasi bene comune in una merce soggetta alle leggi del profitto, come è accaduto perfino con l’acqua.
Nel suo discorso inaugurale, Boric ha dichiarato che alla Moneda insieme a lui entrerà la gente, che “la speranza ha vinto sulla paura” e che si impegna ad “avanzare con responsabilità nei cambiamenti strutturali che il Cile sta chiedendo, senza lasciare indietro nessuno”.
Schivato il pericolo di replicare ancora una volta in America Latina il modello di Trump e Bolsonaro, comincia ora un cammino irto di ostacoli ma estremamente simbolico e pieno di scommesse di enorme portata.
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Storica vittoria della sinistra in Cile, Boric è presidente


Foto di Carlos Guerra, Santiago de Chile, 19 dicembre 2021
Il trionfo di Gabriel Boric di domenica segna un punto importante nella storia del Cile. Ancora una volta, in continuità con l’estallido social e dopo la Costituente, il popolo cileno ha deciso di continuare a scrivere la propria storia.
Non si ricorda un altro momento della recente storia cilena in cui ci sia stata così tanta allegria dopo un’elezione presidenziale. Domenica scorsa, migliaia di persone sono scese nelle piazze principali delle città del paese per festeggiare questo trionfo che appartiene al popolo. La cosa certa è che il popolo cileno è più abituato alle sconfitte piuttosto che alle vittorie e questa in particolare è stata significativa per molti motivi.
Domenica è stata una giornata storica per quel che c’era in gioco, per i risultati e anche per il modo in cui si è vissuta. Mentre la destra nascondeva il trasporto pubblico per non permettere alle persone delle zone più umili di andare a votare, centinaia di automobilisti hanno offerto il loro aiuto in modo spontaneo e solidale, per portare soprattutto i vicini di casa più anziani ai seggi.
Il trionfo di Gabriel Boric di domenica segna un punto importante nella storia di un Cile molto scosso a livello politico. La crisi del sistema dei partiti si è convertita in un importante cambio generazionale nelle cariche del potere dello Stato.
La vittoria di Boric fa parte di questo fenomeno, dato che ha iniziato la sua carriera politica come dirigente studentesco durante le proteste per l’educazione gratuita e di qualità del 2011, per poi essere eletto deputato qualche anno dopo insieme ad altri dirigenti studenteschi di quel periodo, come Giorgio Jackson (Revolución Democrática), Camila Vallejo (PC) e Karol Cariola (PC), che l’hanno accompagnato durante tutta la campagna e che molto probabilmente faranno parte del suo governo.
Potrebbe quasi sembrare contraddittorio il fatto che, dopo una profonda crisi politica in cui la delegittimazione delle diverse istituzioni dello stato si è acutizzata con il passare del tempo, il popolo sia andato a votare come non era mai successo prima nella storia di questo paese.
La gioventù e le donne sono stati senza dubbio tra i protagonisti indiscussi, dato che hanno risposto massicciamente alla chiamata, stravolgendo l’elezione a favore del candidato di sinistra.
Da questo punto di vista, è stato importantissimo il ruolo di tutte le numerose organizzazioni territoriali, femministe, ambientaliste e delle singole persone che non militano in nessuna organizzazione, che si sono sentiti chiamati a votare contro la minaccia pinochettista, pur di non retrocedere e di continuare un progetto politico fatto di tante lotte, che si uniscono per costruire un paese più equo e con più giustizia sociale. L’esempio più significativo di tutto questo è stato il viaggio che ha fatto Izkia Siches, presidentessa del comitato elettorale di Boric, che ha percorso tutto il paese per parlare con gli elettori, allattando in braccio sua figlia.
Come in altri paesi della regione, il potere in Cile è sempre stato ripartito tra due fazioni, entrambe neoliberiste, che non solo hanno eluso le richieste popolari, ma che hanno anche escluso il popolo dal potere decisionale. È per questo che domenica abbiamo assistito a un nuovo fenomeno, perché la recente esperienza elettorale cilena ha dato un nuovo significato al valore del voto.
È dal plebiscito per scrivere la nuova Costituzione a ottobre dell’anno scorso che la sinistra e il progressismo stanno trionfando nelle urne. Sembra che l’importanza del voto sia tornata a essere un punto centrale nella società cilena, soprattutto nelle nuove generazioni che lo stanno incorporando nella loro cultura politica.
In un paese in cui il potere si è concentrato nelle mani di poche persone per così tanto tempo, ha fatto irruzione nella scena politica, la nuova coalizione di governo Apruebo Dignidad, occupando gli spazi di potere della vecchia politica e dei vecchi politici del centro sinistra. La capitalizzazione politica non è da meno, il comitato di Boric ha guidato la campagna contro il candidato della dittatura militare.
In una campagna elettorale estremamente sporca, che si basava sulla paura e il terrore come principale argomento, con i grandi mezzi di comunicazione contro e pieni di notizie false, Boric e il suo comitato sono riusciti a unificare un settore molto ampio che non aveva votato per loro al primo turno. Con un 1.8 milioni di voti al primo turno e 4.6 milioni al ballottaggio, Boric ha conquistato più del 250% di voti in poco meno di un mese, con 1 milione di voti in più rispetto all’estrema destra.
Nonostante tutto, è chiaro che questo grandissimo trionfo è uno scenario più apparente che reale. Gran parte dell’elettorato che ha votato per il candidato del Frente Amplio, non l’ha fatto per lui come personaggio politico o per il suo programma, ma per frenare il candidato pinochettista.
Quello di domenica, per un ampio settore ideologico, prima di tutto è stato un voto antifascista. Questa situazione mette in risalto un problema reale: la futura governabilità dipenderà dal ruolo di Gabriel Boric come dirigente quando dovrà mobilitare la diversità dei settori, tanto quelli che hanno votato per lui come quelli che non l’hanno fatto. Boric lo sa e l’ha ricordato nel discorso che ha pronunciato dopo che sono usciti i risultati che l’hanno proclamato futuro presidente della nazione.
La correlazione di forza nello scenario politico è complessa perché c’è un parlamento profondamente diviso, una destra forte al Senato, una convenzione costituente colpita dai monopoli della comunicazione e la già conosciutissima intransigenza da parte dei settori imprenditoriali.
A tutto questo si somma il difficile compito della riattivazione economica post pandemia ed è per questi motivi che il nuovo governo dovrà affrontare una grandissima sfida quando, una volta istituito a marzo, dovrà cercare di plasmare i cambiamenti proposti durante la campagna. Contemporaneamente, dovrà anche fare i conti con un popolo in attesa di trasformazioni sociali profonde, disposto a guidare e difendere i processi, prendendo l’iniziativa di organizzarsi e agire.In questo senso, è importante ricordare che tanto la scrittura popolare di una nuova Costituzione, come l’elezione presidenziale di Gabriel Boric sono state il prodotto della grande mobilitazione di massa del 2019, il cosiddetto estallido social. La frase “Chile despertó” è molto più che un semplice slogan.
Le stesse persone che oggi reclamano per la libertà senza condizioni dei prigionieri politici della rivolta, tutti coloro che sono scesi a manifestare da ottobre 2019, che appoggiano la causa del popolo Mapuche e che vogliono un Cile più equo dove i diritti umani vengano rispettati, così come coloro che volontariamente sono andati nei quartieri a bussare alle porte e parlare con i vicini per vincere contro l’estrema destra, non permetteranno né al nuovo governo di Boric né alla nuova costituzione né a nessuno di defraudarli, perché una delle vittorie più grandi dell’ estallido è aver reso cosciente questo popolo del proprio potere.
Articolo pubblicato anche su http://www.dinamopress.it
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Rappresentanti di Juntos Somos Río Negro hanno denunciato Jones Huala per istigazione alla violenza


I reati che vengono contestati sono istigazione alla violenza collettiva e alla coercizione su base ideologica, facendo riferimento all’ultima lettera pubblica del lonco1 mapuche che ha invitato a “vendicare” la morte di Elías Garay
da Rete Internazionale in Difesa del Popolo Mapuche
Rappresentanti di Juntos Somos Río Negro hanno denunciato il lonco mapuche detenuto in Chile, Facundo Jones Huala, per istigazione alla violenza collettiva e alla coercizione su base ideologica, dopo la sua lettera nella quale ha invitato a “vendicare” la morte di Elías Garay, il giovane assassinato a Cuesta del Ternero qualche settimana fa.
I rappresentanti hanno chiesto che si indaghi sui “presunti reati pubblici, previsti dagli articoli 212 e 213 del codice penale argentino, i cui autori risultano essere Jones Huala e altri ancora sconosciuti, membri del gruppo lof Quemquemtreu”, cita il testo sottoscritto dall’avvocato della Procura dello Stato, Leandro Lescano, e dal delegato di Juntos, Damián Torres.
La denuncia è stata presentata presso la Giustizia Federale e promossa dai rappresentanti Bruno Pogliano (El Bolsón), Gustavo Gennuso (Bariloche), Mónica Balseiro, Diego Jesús Ramello (Choele Choel), Mariano Lavin (Fernandez Oro), Robin Del Río (Luis Beltran), Silvina Frias (Maquinchao), Gustavo San Roman, Nestor Ayulef (Pincaniyeu), Raúl Hermosilla (Comallo), Mabel Yahuar (Los Menucos), Adrián Casadei (San Antonio), Pedro Pesatti (Viedma), Claudio Di Tella (Cipolletti), Hector Fabián Galli (Contralmirante Cordero), Liliana Martín (Allen), Viviana Germanier (Catriel) e Roberto Orazi (Villa Regina).
Nella presentazione dell’istanza viene citata proprio la lettera pubblica scritta da Jones Huala dal carcere di Temuco nella quale, secondo quanto indicano i rappresentanti, “tra altri punti che appaiono fortemente preoccupanti, invita la sua organizzazione a ‘vendicare’ i caduti, a ‘lottare contro lo stato’.”
Precisano che tali esternazioni pubbliche sono successive ai fatti del 21 novembre di Cuesta del Ternero, quando fu assassinato il giovane mapuche Elías Garay e ferito a colpi di arma da fuoco Gonzalo Cabrera.
La denuncia fa riferimento alle espressioni usate da Jones Huala nella missiva. “Questi messaggi incitano chiaramente i suoi seguaci a commettere reati, con tutto ciò che questo implica”, hanno affermato i leader comunali nell’istanza, in cui aggiungono che negli ultimi tempi “sono stati perpetrati attacchi e danni a diversi beni, sia privati che pubblici, in maniera continuativa, non isolata, dando prova di organizzazione e violenza”.
Secondo la denuncia, la lettera ha come destinatario il “gruppo violento identificato come RAM, organizzazione che non rispetta le autorità costituite, non riconosce lo stato e che utilizza la violenza come segno distintivo.”
I rappresentanti attribuiscono alla RAM l’attacco incendiario all’ufficio del turismo di El Bolsón e la sede della Viabilità Provinciale a Bariloche. Tuttavia, l’organizzazione ha rivendicato pubblicamente solo il secondo dei due fatti.
1 Con Lonco o Lonko si fa riferimento al ruolo di leader della comunità mapuche [NdT]
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Schiavi 2.0
In Ecuador c’è il caso di una multinazionale che oggi porta avanti una pratica di semi schiavitù con più di 1200 schiavi. Lo racconta dalla regione di Manabì il sociologo Francesco Maniglio. Poi vediamo con quale panorama il Cile andrà alle elezioni questa domenica. Al microfono Camillo Robertini, dell’Università di Santiago.
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Manchada de rojo está la frontera


Por Marina Libera, publicado en Desinformemonos
Después de haber recorrido más de mil kilómetros llega a la Ciudad de México la caravana migrante que salió de Tapachula, Chiapas, el pasado 23 de octubre. Es el 12 de diciembre, Día de la Virgen de Guadalupe según la tradición católica. La intención de las personas migrantes, en buena medida familias centroamericanas, es llegar esa misma noche a la Basílica de Guadalupe para agradecer haber llegado vivas y en buen estado a pesar de las interminables dificultades enfrentadas. Tras 50 días de camino bajo el sol y la lluvia, a través de retenes y operativos de contención por parte de las autoridades federales, Instituto Nacional de Migración y Guardia Nacional, las personas migrantes son recibidas con golpes y gases lacrimógenos por policías antimotines de la Ciudad de México.
Han pasado sólo tres días desde que un tráiler con 159 personas migrantes, por la mayoría guatemaltecas del Quiché, se ha volcado en una curva en la autopista Chiapa de Corzo–Tuxtla Gutiérrez, Chiapas: 55 personas han muerto y 104 han sobrevivido, reportando heridas múltiples y graves. Frente a la conmoción de una parte de la comunidad nacional y a la atención de la prensa internacional, el presidente AMLO expresa su dolor por los hechos y envía un abrazo fraterno a los familiares de los que perdieron la vida en el accidente, asegurando: “eso es lo principal, duele mucho cuando se dan estos casos”. Pero “estos casos” se han dado y seguirán ocurriendo, replican las organizaciones de la sociedad civil involucradas en la defensa de los derechos humanos, justo en consecuencia de la militarización de la política migratoria mexicana que ha obligado a las personas migrantes a tomar opciones y rutas cada vez más peligrosas y controladas por traficantes de personas que actúan en complicidad con autoridades corruptas.
De hecho, ambos eventos derivan de un proceso gradual de externalización fronteriza, desde el sur estadounidense hacia el sur de México y los países de Centroamérica, bajo la presión del gobierno de Estados Unidos y con el principal objetivo de desalentar las solicitudes de asilo en el país de destino. Tal y como ha ocurrido con las fronteras europeas, con la subcontratación de los controles fronterizos a varios países de África y Medio Oriente y el Este de Europa, como Turquía, Libia, Níger y Bielorrusia. El gobierno represivo de las migraciones se replica de manera parecida en diferentes áreas del mundo.
El comienzo de este proceso en el corredor Centroamérica-México-Estados Unidos remonta a las medidas de vigilancia fronteriza y contención migratoria que Estados Unidos puso en marcha desde los años ochenta y noventa del siglo XX. La nueva doctrina de “seguridad nacional” se difundió en México a partir de los años 2000, a través de dispositivos legales para la implementación de apoyo económico, asistencia técnica en inteligencia, presencia militar y policiaca, tales como: el Plan Sur (2001), la Ley de Seguridad Nacional (2005), el acuerdo por el que se reconoció al Instituto Nacional de Migración como instancia de seguridad nacional (2005), la Iniciativa Mérida (2008), el Programa Nacional de Seguridad Pública (2014-2018), el Programa Frontera Sur (2014).

Además, a partir del 2019, frente a las amenazas del presidente Trump de imponer 25 por ciento de aranceles a las importaciones mexicanas si no se contenía la migración irregular, el gobierno mexicano se comprometió a reducir los flujos migratorios mediante el despliegue de 21 mil elementos de la Guardia Nacional a resguardo de las fronteras norte y sur. Este largo proceso de cierre fronterizo se ha consolidado definitivamente con las medidas de control sanitario y las restricciones que el gobierno ha establecido para al tránsito terrestre no esencial, tanto en la frontera norte como sur, en línea con medidas internacionales de contención de la propagación del Covid-19.
La presencia imponente de militares que operan en conjunto con los agentes de Migración ha hecho que México pasara de ser un país de tránsito para las personas migrantes, a ser un muro de contención, un país de espera forzada y deportación. La ciudad fronteriza de Tapachula, puerta de ingreso principal para recorrer la ruta costera desde la frontera con Guatemala hacia el norte del país, se ha recientemente convertido en una ciudad cárcel y, conforme se restringe la posibilidad de avanzar en grandes grupos como de recurrir a vías de regularización, los flujos migratorios se desplazan desde la costa hasta rutas más internas e inseguras.
La caravana que partió de Tapachula el 23 de octubre es la primera que ha logrado avanzar hasta la Ciudad de México, después de una serie de intentos reprimidos violentamente dentro del límite del estado de Chiapas, por agentes del INM y GN. Entre finales de agosto y el inicio de septiembre, miles de haitianos intentaron irrumpir el cerco de Tapachula, donde se encontraban atorados hace meses y semanas. Aquí vivían en esperas interminables por conseguir una cita en la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (COMAR) o por una resolución a su trámite como visitante por razones humanitarias ante el INM, en condiciones de falta de información y racismo sistémico, en constante riesgo de deportación por las frecuentes redadas de las autoridades migratorias, además de la dificultad de encontrar trabajo, retirar dinero y tener que pagar elevadas rentas aun en condición de hacinamiento. La disolución de estas “caravanas haitianas” ha sido extremadamente impactante por la dureza de la represión, el uso de estrategia de persecución y tecnología militar, la más descarada violación del derecho tanto nacional como internacional, la criminalización de observadores de derechos humanos y periodistas. Estos últimos han testimoniado el uso de drones y cercamiento masivo de la GN con armas largas, niños y niñas separados con la fuerza de sus padres, capilares cacerías de migrantes en fincas y casas privadas, deportación y detención de personas refugiadas y en poseso de tarjetas humanitarias, abandono forzoso de personas migrantes en zonas fronterizas alejadas y silvestres.
Actualmente Tapachula sigue siendo una cárcel a cielo abierto, en la que se ha ocultado el fracaso humano de una política de contención forzosa mediante el desplazamiento de la población migrante desde el centro histórico hasta la periferia de la ciudad. Todavía el 11 de diciembre aproximadamente 3 mil personas haitianas, entre ellas muchas familias con menores, se encontraban hacinadas y abandonadas entre cúmulos de basura en la explanada del Estadio Olímpico, sin información ni acceso a servicios básicos, como agua potable, comida y servicios médicos. Otras personas más dormían en una carretera cercana, en la interminable espera de autobuses gestionados por el INM que, a cuentagotas, las trasladaba en diferentes estados del país. Todavía no existe comunicación oficial del destino de estos viajes y, solo gracias a testimonios directos de las mismas personas migrantes y de algunas organizaciones de la sociedad civil que han empezado a denunciar, surge un panorama de abandono total de las personas en las calles de diferentes ciudades o en instalaciones periféricas en completa incertidumbre y falta de atención, como es el caso del Polideportivo de Xonaca en Puebla1.

La militarización de Tapachula hizo prácticamente imposible emprender la ruta costera, a la que se accede cruzando el rio Suchiate. Para seguir el camino que desde la frontera con Guatemala lleva hacia el centro y norte de México quedan otras dos rutas principales, más internas, controladas por carteles y grupos delincuentes organizados en tráfico de personas en acuerdo con funcionarios corruptos. La segunda ruta es el corredor de la selva, que desde la frontera del Ceibo atraviesa Tenosique y Palenque. La tercera es el corredor central, que desde varios puntos fronterizos lleva a la zona de la sierra entre Comitán de Domínguez y San Cristóbal de las Casas. Desde las casas de seguridad donde son hacinadas las personas migrantes en estas rutas, el viaje sigue hacia diferentes puntos de la frontera norte.
Es justo en el corredor central que, el 9 de diciembre, se volcó el tráiler dejando ciento de personas heridas y 55 historias de vida cortadas, familias, amistades y comunidades duramente golpeadas. Según Rubén Figueroa, integrante del Movimiento Migrante Mesoamericano, “el costo que cobran los Carteles del Trafico de Personas, por cada espacio en un tráiler oscila en 5 mil dólares aproximadamente, en el tráiler accidentado trasportaban alrededor de 160 personas migrantes, lo que equivale a 800 mil dólares aproximadamente de ganancias al cartel”. El tráfico de personas en tráileres de carga es una realidad muy común en Chiapas, junto a los autobuses y la serie de autos que a diario salen del sur del país hacia la frontera con Estados Unidos.
Mas allá de las complejas estimaciones de lucros millonarios, es evidente que la militarización fronteriza y la disolución forzosa de las caravanas migrantes, que aseguran cierta protección a las personas que avanzan colectivamente, fortalece la actuación de redes de tráfico y trata en connivencia con autoridades de distintos niveles de gobierno. En efecto, las políticas migratorias aplicadas en el corredor Centroamérica-México-Estados Unidos privilegian la contención de la migración y no el combate a los grupos que cometen delitos contra los migrantes. Surge entonces una contradicción fundamental entre el discurso de los derechos humanos del presidente mexicano, que busca construir legitimidad en la sociedad nacional y foros internacionales, y el dispositivo de seguridad nacional, que asegura la atracción de recursos provenientes del gobierno estadounidense y alimenta el mercado de varios tipos de traficantes.
Finalmente, las y los 55 migrantes guatemaltecos han recibido un verdadero abrazo en una emotiva y sincera despedida. Desde el albergue del Peregrino, en la tarde del 14 de diciembre, salió la incansable caravana llegada dos días antes a la Ciudad de México, determinada a ocupar las calles de la capital para llevar su voz hasta las instalaciones del INM y denunciar públicamente el asesinato de migrantes en búsqueda de una vida mejor. Mas de 300 personas dignas, capaces de romper el cerco de Tapachula caminando desde 50 días como una única familia, ha marchado por las vías del lujoso barrio de Polanco para gritar su rabia frente a las oficinas de Migración, despedir sus compañeros y compañeras entre bailes, cantos, rezos, flores y velas, y finalmente prometer que su lucha va a seguir.
1 https://www.somoselmedio.com/2021/12/11/insiymexico-varadas-en-deportivo-de-puebla/
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Chile despertó: storia e prospettive di un’insurrezione popolare


Plaza Dignidad, Santiago del Cile, gennaio 2020 (Susanna De Guio) Domenica prossima, il 19 dicembre, il Cile decide il suo futuro: i due candidati al ballottaggio in queste elezioni politiche si contendono infatti non solo la presidenza ma un modello di Paese e di governo. Gabriel Boric e José Antonio Kast, rappresentano i due estremi della politica istituzionale cilena, la traiettoria del primo viene dal movimento studentesco e si consolida con la creazione del Frente Amplio, il secondo si definisce pinochetista e raccoglie i consensi dell’ala più conservatrice e nelle zone rurali. La polarizzazione politica non potrebbe essere più marcata, ma diversi segnali dicono che non lo è altrettanto al livello della società civile, che continua a partecipare poco alle urne (meno del 50% al primo turno) e non ha mostrato un alto livello di interesse per queste presidenziali. Che cosa sta succedendo in Cile? Che cosa è rimasto del profondo movimento di rivolta che ha scosso il Paese intero per mesi dopo il 18 ottobre 2019, in che clima politico si muoverà il lavoro della Convenzione Costituzionale nei prossimi mesi, come si stanno riorganizzando le forze sociali e politiche di fronte al nuovo mandato presidenziale?
Per leggere lo scenario attuale e poter interpretare in profondità il risultato che uscirà dalle urne domenica, proponiamo un testo di approfondimento sulle ragioni storiche e le caratteristiche della enorme rivolta sociale emersa tra ottobre 2019 e marzo 2020. Confidiamo che quest’analisi interpretativa, scritta un anno fa, sia ancora attuale per comprendere i fattori dell’incredibile laboratorio sociale che continua ad essere il Cile contemporaneo (Susanna De Guio e Alessandro Peregalli).Di Alessandro Peregalli e Susanna De Guio, da Guerra Civile Globale. Fratture sociali del terzo millennio (a cura di Sandro Moiso)
Dopo un anno di intense proteste, attraversato dalla pandemia del Covid-19, il 25 ottobre 2020 la popolazione cilena ha deciso via plebiscito di smantellare la Costituzione nazionale, approvata nel 1980 durante la dittatura di Pinochet e pilastro fondamentale del primo e più feroce laboratorio neoliberista al mondo. La votazione prevedeva due quesiti: nel primo, riguardante la volontà o meno di cambiare la Costituzione vigente, ha vinto il sì con il 78,3% dei voti, superando le già alte aspettative date dai sondaggi. Il secondo determinava il tipo di organismo deputato a redigere la nuova Costituzione: la scelta era tra una “costituente mista” eletta per metà dalla cittadinanza e per l’altra metà dal parlamento tra i suoi membri, e una “convenzione costituente” composta interamente da rappresentanti della società civile. Questa seconda opzione ha vinto con il 78.9% dei voti, a conferma della completa sfiducia nella classe politica che si è espressa nelle piazze di tutto il Cile nell’ultimo anno.
La schiacciante vittoria del voto “apruebo”, che dice sì al cambio costituzionale, mostra la vitalità di un movimento che ha rivendicato come una conquista propria il plebiscito, nonostante i numerosi campanelli d’allarme che ha suscitato la sua gestazione, attraverso la firma dell’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione, il 15 novembre 2019. In quel momento, pur avendo strappato al governo la possibilità di riscrivere la carta costituzionale da zero, lasciava l’amaro in bocca l’evidente tentativo dell’esecutivo e della borghesian di adottare il cammino costituente per incatenare la protesta sociale a un’agenda e un calendario istituzionali. Allo stesso tempo, è innegabile che la fine della Costituzione di Pinochet segni un passo in avanti formidabile nella lotta di classe, femminista e anticoloniale del popolo cileno, un passo che sarebbe stato impensabile senza la straordinaria ribellione sociale scoppiata il 18 ottobre del 2019 e che nei giorni e mesi successivi, al costo di decine di morti, centinaia di mutilati e migliaia di prigionieri politici, ha gettato nel panico le classi dominanti cilene.
Una caratteristica che salta all’occhio di questa rivolta è la capacità da parte di un corpo collettivo estremamente eterogeneo e storicamente sfibrato da decenni di esperimento sociale neoliberale di politicizzare la carica rivendicativa dispersa e di ricomporre il mosaico delle frustrazioni sociali intorno a un unico obiettivo: il capitalismo, e il suo correlato neoliberale.
“Non sono 30 pesos, sono 30 anni”, è stato uno dei primi slogan apparsi nelle piazze, che puntava il dito contro una democrazia falsa, sequestrata dall’esercito e da un’oligarchia economica cresciuta sotto Pinochet e consolidata a partire dal 1990, in un regime formalmente democratico. “Non sono sono 30 pesos, sono 500 anni”, hanno rilanciato dal popolo mapuche alludendo alla “lunga notte” del dominio e della sopraffazione coloniale, capitalista e patriarcale.
In pochissimi giorni, dopo l’incendio di Santiago del 18 ottobre, la rivolta si è estesa a tutto il territorio nazionale con un’intensità e una partecipazione inedita. Alle lotte già presenti nel paese da oltre un decennio si è unita la rabbia e la frustrazione di un’ampia fetta della popolazione non attivista, ma che ha sperimentato per anni sulla propria pelle la necessità di cambiare tutto il sistema economico e politico per poter migliorare la propria condizione, e che è scesa in piazza con la precisa determinazione di distruggere il Cile neoliberale per poterlo sostituire con un altro modello di società. Non è casuale che il primo obiettivo di questa soggettività ancora in formazione sia stato la richiesta di una nuova assemblea costituente che rifondasse il paese. Perché la Costituzione cilena del 1980 non solo rappresenta il caso, piuttosto anomalo, di una carta promossa da una dittatura genocida e trapassata senza colpo ferire al simulacro di democrazia che le è seguito, ma mostra anche il tentativo cosciente e ambizioso di creare le condizioni e le costrizioni legali per la formazione di una società neoliberale a 360 gradi. È per questo che è necessario, per comprendere il Cile di oggi, tornare a Pinochet, alla repressionegenocida del suo regime dittatoriale e al laboratorio sociale estremo dei suoi diciassette anni di governo.
La dittatura alla base del modello
Quando l’11 settembre 1973 l’aviazione cilena bombardò il palazzo presidenziale della Moneda non venne solo inaugurata l’ennesima dittatura militare in America Latina; cominciò un laboratorio sociale chirurgico, volto a estirpare lo spettro della “via cilena al socialismo”. Nei tre anni precedenti, infatti, il paese aveva vissuto un inedito esperimento di trasformazione socialista a partire da un “doppio potere”. Il primo era costituito dal governo dell’Unidad Popular, che sotto la guida del socialista Salvador Allende in tre anni aveva nazionalizzato senza indennizzo le riserve di rame, ferro, salnitro e carbone detenute da imprese statunitensi, portato sotto il controllo statale le banche e il commercio estero oltre a progettare la nazionalizzazione di un ampio ventaglio di altri settori strategici, radicalizzare la riforma agraria del governo precedente con la redistribuzione di più di 6 milioni di ettari di terra e mettere in campo avanzate politiche sociali e di aumento salariale. Dall’altro lato, una spinta in avanti formidabile veniva dai movimenti popolari, sia quelli aderenti alla piattaforma governativa sia quelli indipendenti o critici, com’era il caso del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), che radicalizzavano enormemente le conquiste sociali, promuovendo ulteriori occupazioni di terre e di fabbriche (i cosiddetti “cordoni industriali”), l’autogestione produttiva, l’istituzione di consigli comunali e contadini e la distribuzione auto-organizzata di alimenti contro il lungo lockdown del patronato e delle imprese di trasporto realizzato per sabotare il governo. Debellare dalla memoria collettiva di un intero popolo una tale esperienza di potere popolare richiedeva in primo luogo un’operazione emblematica di terrorismo di Stato, una terapia dello shock, per riprendere l’espressione di Naomi Klein.
Nei giorni successivi al colpo di Stato, la neo-insediata giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet lanciò una carovana della morte, in cui l’esercito percorse il paese assassinando militanti di sinistra schedati nelle sue liste di proscrizione. Senza considerare la scrupolosa macchina di terrore e morte progettata dal governo militare, senza rendere conto della tabula rasa di migliaia di soggettività ribelli e in forte slancio emancipatorio di colpo psicologicamente annichilite o fisicamente massacrate dalle guardie di Pinochet, non si può comprendere appieno il successo dell’esperimento “biopolitico” dei suoi 17 anni di governo e dei 30 successivi, che hanno portato alla creazione del più ambizioso progetto di società neoliberale.1
Il programma di governo che Pinochet adottò a partire dal 1975 era stato elaborato da un gruppo di giovani economisti conosciuti come “Chicago Boys”, formatisi presso la facoltà di Economia dell’università di Chicago, sotto la supervisione di Milton Friedman. Il loro Programma di Sviluppo Economico (detto El Ladrillo, per la forma del libretto che ricordava quella di una mattonella), era stato proposto già nel 1969 al candidato del Partido Nacional Jorge Alessandri. Esso prevedeva misure drastiche e immediate come l’apertura totale del mercato dei capitali e l’annullamento della riforma agraria. Dopo che Alessandri venne sconfitto da Allende alle elezioni del 1970, il programma del Ladrillo fu inizialmente abbandonato, ma a inizio 1973ricominciò a circolare tra i politici di opposizione. Quando l’Unidad Popular tornò a vincere alle elezioni parlamentari, al nucleo del Ladrillo, che già stringeva vincoli con le Forze Armate, si unì un gruppo di economisti democristiani ordoliberali che arricchirono il programma con le proposte di politiche sociali compensative in linea con la cosiddetta “economia sociale di mercato”.2 Ne risultò un progetto da realizzare in due tappe. Nella prima era necessario distruggere il modello economico precedente basato sulla creazione di un’industria nazionale e sull’estensione di diritti sociali universali, in nome di una matrice economica dipendente dall’esportazione di prodotti naturali, in primo luogo il rame ma anche oro, salmone, frutta e legname. Nella seconda bisognava porre le basi per la costruzione di un nuovo Stato, nient’affatto “minimo”, come vorrebbe la vulgata sul neoliberismo, ma fortemente attivo e “sussidiario”, al servizio del capitale, diretto a favorire l’apertura dei mercati e l’accumulazione privata. Poste le basi per questo Stato sussidiario, e incardinata la sua struttura normativa a un rigido quadro costituzionale, la funzione storica della dittatura poteva darsi per terminata e una nuova democrazia “ristretta” poteva raccoglierne l’eredità.
Un primo drastico ambito di intervento legislativo del regime di Pinochet fu la contro-riforma agraria, il cui obiettivo non era restituire le terre agli antichi latifondisti ma creare le condizioni per lo sviluppo di una nuova classe capitalista agricola orientata all’esportazione. Contemporaneamente, gli incentivi pubblici all’esportazione e la fine della politica di protezione della produzione e della domanda interna provocarono una drastica riduzione della capacità industriale del paese, che crollò del 25% nei primi dieci anni di dittatura, con la chiusura di 5.000 fabbriche e la perdita di 150.000 posti di lavoro.3 La classe operaia venne poi attaccata con una nuova riforma lavorativa, il cosiddetto Código Laboral, che consentì i licenziamenti senza giusta causa, inaugurò modalità contrattuali flessibili e precarie, proibì gli scioperi nel servizio pubblico, la creazione di sindacati di categoria e le forme di negoziato collettive e consentì l’assunzione di nuovi lavoratori per sostituire chi scioperava. Il Código mise anche fine alla giustizia del lavoro: da allora in poi si iniziarono a considerare i conflitti legali sul lavoro come conflitti non tra impresa e lavoratore ma tra individui eguali, in base alla teoria neoliberale del capitale umano secondo la quale ogni cittadino è, in quanto tale, un’impresa. Da un punto di vista macroeconomico, venne imposta l’autonomia della banca centrale, la completa liberalizzazione dei tassi di cambio e dei prezzi e un’apertura generalizzata al capitale straniero, ma non vennero privatizzati i settori strategici, primo tra i quali il rame, che rimase in mano alla compagnia statale CODELCO, che destinò un 10% dei propri ricavi alle Forze Armate. Vennero invece privatizzate le risorse idriche, attraverso una legislazione presente ancora oggi e che non è mai stata eguagliata in termini di mercantilizzazione di un bene comune fondamentale come l’acqua. In Cile infatti il Código de Agua del 1981 non solo consente la privatizzazione della fornitura di servizi idrici, ma ha distribuito gratuitamente diritti di sfruttamento di fonti d’acqua a beneficio di privati.4
Questo ampio sistema di riforme venne incardinato alla nuova carta costituzionale, approvata nel 1980. In essa vennero anche poste le basi del cosiddetto “Stato sussidiario”, che delegava la gestione del welfare ai grandi monopoli privati, assumendosi tuttavia i costi sociali attraverso sussidi a questi ultimi e politiche assistenziali minime per la popolazione più povera. Il principio-guida era che l’individuo potesse decidere liberamente a quali servizi di welfare accedere, anche se ovviamente tale “libertà” era condizionata alla possibilità di pagarli. La sanità pubblica venne in parte privatizzata e in parte resa a pagamento e messa in competizione con il settore privato, sussidiato dallo Stato. Lo stesso avvenne nell’istruzione: sia le scuole pubbliche che quelle private ricevono infatti dallo Stato un finanziamento per numero di alunni, il che stimola la competizione tra le scuole per l’attrazione di studenti, in modo da garantirsi maggiori profitti. Anche la costruzione di case popolari venne promossa attraverso questa logica: la costruzione è affidata alle imprese immobiliari private e lo Stato è incaricato di fornire credito agli inquilini.5
Ma il fiore all’occhiello dello Stato sussidiario cileno è il sistema pensionistico: la dittatura stabilì il prelievo fiscale del 10% dei redditi di tutti i cittadini, ad eccezione di carabineros e Forze Armate, e lo passò in gestione a fondi pensioni privati chiamati AFP (Administradoras de Fundos de Pensión). Di norma, a fine carriera questi fondi forniscono pensioni inferiori al salario minimo, mentre lo Stato completa con introiti, comunque insufficienti, solo le pensioni più basse.
Questa Costituzione cilena pionieristica in termini di privatizzazione dei diritti e di incatenamento della logica statale all’accumulazione di capitale fu elaborata dal braccio destro di Pinochet, Jaime Guzmán. Forse un po’ in ritardo, la Storia ricompensò Guzmán dei suoi servigi il 1° aprile del 1991, a transizione democratica già formalmente avvenuta, quando due membri del Frente Patriótico Manuel Rodríguez (FPMR) lo giustiziarono fuori dall’Università Pontificia di Santiago.
La combinazione di queste trasformazioni economiche con la paura costante del dispotismo militare ebbero effetti devastanti sulla società cilena, generando una dispersione di quello spirito comunitario così vivace ai tempi dell’Unidad Popular, che venne sempre più sostituito dall’individualismo competitivo, dall’ossessione consumista e dalla depoliticizzazione, aspetti che si rafforzarono con il ritorno alla democrazia.
Quando nel 1982, in seguito alle politiche monetariste di Thatcher e Reagan e all’aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve, scoppiò il default messicano e la crisi del debito pubblico in molti paesi del Terzo Mondo, l’economia cilena, ormai totalmente esposta alle scosse speculative nei mercati finanziari, subì un crollo. Il regime di Pinochet reagì con l’istituzione di una serie di sussidi sociali e assistenziali per attenuare la morsa della povertà, mostrando come anche nel più duro esperimento sociale neoliberale non mancano elementi redistributivi, a patto che siano vincolati all’espansione del consumo, del principio dell’auto-imprenditorialità e dello Stato sussidiario.
Nel cuore della crisi degli anni ‘80, vecchi e nuovi movimenti guerriglieri come il MIR, l’FPMR (emanazione del partito comunista poi resosi indipendente) e le Forze Ribelli e Popolari Lautaro (FRPL), di matrice libertaria, iniziarono un’attività di lotta armata, mentre poco a poco alcuni settori della società iniziarono a sfidare il terrorismo di Stato con manifestazioni di piazza per chiedere la fine della dittatura. Di fronte a uno scenario di estrema polarizzazione sociale, e in un contesto in cui altri paesi della regione come Argentina, Uruguay e Brasile già avevano iniziato un percorso di ritorno alla democrazia, il Partito Socialista (PS) abiurò l’esperienza politica di governo dell’Unidad Popular e iniziò un dialogo con la Democrazia Cristiana, che portò alla creazione dell’alleanza politica Concertación. Con il beneplacito degli Stati Uniti e l’intercessione della Chiesa Cattolica di papa Wojtyla vennero iniziate trattative con il regime per una transizione democratica che, con il plebiscito del 1988, decretò la fine della dittatura di Pinochet.
La transizione democratica e il risveglio delle lotte
La prospettiva che si delineò era quella di una transizione alla democrazia più tenue possibile, per offrire garanzie all’élite economica e all’esercito che nulla di sostanziale sarebbe cambiato. La stessa campagna elettorale, all’insegna dello slogan“La alegría ya viene”, prometteva un futuro più roseo per tutti, un futuro però di cui non si specificava alcun contenuto, né si rivendicava nessun tipo di riparazione delle brutali violazioni dei diritti umani commesse dalla dittatura. Prima di lasciare, non senza certe resistenze, la presidenza, Pinochet si assicurò che qualunque cambiamento alla Costituzione potesse essere realizzato solo con i due terzi dei voti in parlamento e che si stabilisse una legge elettorale iper-maggioritaria per rendere di fatto impossibile sfidare il duopolio tra la Concertación e la destra pinochetista verniciata di democratico, di cui l’attuale presidente Piñera è oggi il maggior rappresentante.
Nei quasi 30 anni che separano l’inizio dei governi “democratici” dalla ribellione di fine 2019, l’ingegneria sociale neoliberista cilena, e con essa la frontiera dello spossessamento, la mercantilizzazione dei diritti fondamentali e lo Stato sussidiario raggiunsero livelli molto più avanzati che in epoca di dittatura. Una realtà ancora più drammatica se si pensa che a portare avanti molte di queste politiche è stato lo stesso partito un tempo guidato da Allende. In alleanza con la Democrazia Cristiana, il Partito Radicale e altri partiti minori, il PS ha infatti governato ininterrottamente il Cile dal 1990 al 2010, e poi di nuovo dal 2014 al 2018 in una coalizione allargata ai comunisti.
Favorita dal contemporaneo crollo del socialismo reale, come in altre parti del mondo anche in Cile la sinistra socialdemocratica si pose negli anni ‘90 all’avanguardia del neoliberalismo. Le sue critiche alla dittatura furono sempre più ristrette agli aspetti repressivi di quest’ultima, mentre sempre più generalizzata era la convinzione che le ricette economiche di Pinochet fossero sostanzialmente giuste. Quest’idea venne rafforzata dalla percezione comune, tra le élite politico-economiche latinoamericane, che quello cileno fosse il “modello” da seguire, come dimostrano le politiche realizzate in quegli anni dai governi di Carlos Menem in Argentina, Carlos Salinas de Gortari in Messico e Fernando Henrique Cardoso in Brasile.
La fortissima attrazione di investimenti esteri in Cile e l’ondata di privatizzazioni, soprattutto in settori strategici come miniere e porti, permisero una prolungata stabilità macroeconomica, che nascondeva tuttavia una sempre maggiore dipendenza dalla vendita di materie prime, soprattutto rame, e un enorme indebitamento privato delle famiglie cilene. La combinazione dei buoni indici di crescita economica con la memoria recente della politica del terrore e la fabbricazione di una soggettività neoliberale lasciate dalla dittatura, la svolta neoliberista dei partiti progressisti e la promessa di “alegría” portata dal ritorno alla democrazia portarono ai livelli più bassi la spinta alla conflittualità sociale, con l’eccezione del popolo mapuche, che dalla fine degli anni ‘90, anche sulla spinta delle nuove ondate di ribellione indigene che accompagnarono e seguirono il levantamiento zapatista in Messico, cominciò una lotta di resistenza per rivendicare la propria identità culturale e l’autodeterminazione sui propri territori ancestrali. Contro di loro il governo della Concertación non esitò a realizzare e applicare una normativa antiterrorismo, allo stesso tempo in cui si impegnava internazionalmente per la liberazione di Pinochet, arrestato a Londra nel ‘98 dall’Interpol per ordine del giudice spagnolo Baltasar Garzón, che lo accusava di genocidio, terrorismo e tortura.
Negli anni Duemila la guida della Concertación passò dai democristiani, che avevano governato negli anni ‘90, ai socialisti, con l’elezione a presidente di Ricardo Lagos. Lungi dall’imprimere una seppur tiepida svolta a sinistra, quest’ultimo firmò i trattati di libero commercio con Stati Uniti e Unione Europea e rafforzò i principi dello Stato sussidiario con la finanziarizzazione del sistema universitario. Sostenendo il principio dell’ampliamento dell’accesso all’università, il governo si rifiutò di investire nell’università pubblica, ma finanziò il 25% della retta universitaria degli studenti che frequentavano le università private. Queste ultime, controllate fondamentalmente da quattro grandi gruppi economici, si espansero a dismisura, arrivando a raddoppiare il numero di matricole tra il 2005 e il 2016, facendo oltretutto la fortuna delle banche dalla cui emissione di credito dipende il “diritto” allo studio della gioventù cilena. Secondo l’OCSE, in termini comparativi il Cile è il paese con l’istruzione superiore più cara al mondo, che si sostiene solo attraverso l’accesso ai prestiti bancari. Un dramma, quello del debito privato, che raggiunge l’80% dei cittadini, mentre il 38% dei bilanci familiari sono destinati al pagamento di debiti e interessi, quasi un quarto della popolazione è insolvente e una porzione simile vive al di sotto della soglia di povertà. È in questo contesto di fondamentalismo neoliberale, di disuguaglianze profonde e di regime politico bloccato che la gioventù cilena ha portato avanti in anni recenti un ciclo di lotte inedito, al quale si sono uniti sempre più vasti settori sociali.
L’esplosione improvvisa della rivolta popolare nell’ottobre del 2019, infatti, a partire dalla protesta degli studenti per il rincaro del biglietto della metropolitana, e la sua immediata estensione ad altri settori sociali, così come la forza e la radicalità delle rivendicazioni, hanno colto di sorpresa la classe dirigente cilena, come un fulmine a ciel sereno arrivato a sconvolgere una società passiva e individualista, storicamente abituata a vivere all’interno delle strutture del modello liberale. Tuttavia, sebbene la forza e l’imprevedibilità della ribellione siano stata enorme, le sue avvisaglie si possono rintracciare nei 10-15 anni precedenti, che hanno visto un lento risveglio del movimento popolare.
Il settore sociale che più si è mobilitato è stato quello studentesco, che ha conosciuto una prima ondata nel 2006 con il movimento cosiddetto dei “pinguini”, chiamati così per via dell’aspetto dell’uniforme scolastica cilena. Iniziato contro l’aumento del costo della prova di accesso all’università e per richiedere la gratuità dei trasporti pubblici agli studenti, questo movimento ha presto messo in questione l’intera struttura dell’istruzione pubblica e privata cilena, registrando un’adesione di più di 600.000 studenti e portando all’occupazione di un centinaio di scuole. Nonostante alcune concessioni parziali, i pinguini non sono riusciti a intaccare il modello educativo del paese e hanno subito piuttosto una dura repressione da parte del governo socialista, il primo di Michelle Bachelet. Ma il movimento studentesco si è ripresentato in maniera ancor piú massiva nel 2011, questa volta con la partecipazione delle studentesse e degli studenti universitari e in breve di altri settori della società cilena. In quest’occasione le critiche e le rivendicazioni riguardavano fin dall’inizio il sistema educativo nel suo complesso, per il quale si chiedeva una completa gratuità, oltre che domande più generali come la fine dello Stato sussidiario e una nuova Costituzione. In quel momento il presidente era, come oggi, il leader conservatore Sebastián Piñera. La proposta di gratuità totale di istruzione e università è stata così inserita nel programma elettorale del centrosinistra per le elezioni successive, e la garanzia di una sua applicazione doveva essere l’inclusione nel patto di governo dell’ex Concertación, chiamata ora Nueva Mayoría, del Partito Comunista (PC), i cui quadri giovanili avevano avuto un ruolo importante nelle lotte.
Alle elezioni del 2013 la nuova coalizione progressista si è imposta di larga misura, riportando alla presidenza Bachelet, mentre un grande movimento di opinione ha spinto migliaia di cittadini a scrivere sulla scheda elettorale AC, iniziali di “Asamblea Constituyente”. Il governo Bachelet, tuttavia, ha ancora una volta frustrato le aspettative evitando qualsiasi tentativo di riforma costituzionale, realizzando riforme palliative piuttosto che politiche di riforma integrale del sistema educativo. Sul piano politico-elettorale immediato, il movimento del 2011 e il tradimento del governo Bachelet hanno portato alla creazione di un terzo polo elettorale alla sinistra dello spettro politico e, in qualche misura, dello stesso PC: il Frente Amplio (FA), nato dall’unione di una serie di nuovi partiti e movimenti nati dalle lotte universitarie e che alle elezioni del 2017 per un pugno di voti ha mancato il ballottaggio. Ma al di là dei cambiamenti sul piano elettorale, rivelatisi poi completamente insufficienti di fronte al collaborazionismo di pezzi del FA col governo nell’ambito della rivolta attuale, su un piano politico più generale i movimenti del 2006 e del 2011 hanno portato a un cambiamento profondo: la perdita della paura, utilizzata come modus governandi fin dal regime di Pinochet e la messa in questione dell’ordine neoliberale e dei suoi principi di fondo incardinati alla Costituzione.
Perdere la paura e mettere in discussione l’intero modello neoliberale sono stati ingredienti centrali anche di altre lotte nate parallelamente o sulla scia dei movimenti studenteschi. In primo luogo il movimento femminista, che dagli anni della transizione alla democrazia era indebolito e frammentato in un filone più filo-istituzionale e uno che più autonomo. La riconfigurazione profonda delle posizioni e dei repertori d’azione che ha attraversato il dibattito femminista negli anni seguenti, ha preso forza a partire dalla generazione più giovane, in consonanza con il movimento pinguino del 2006. Nel ciclo di lotte successivo, uno stimolo importante è stata l’esplosione femminista nel paese vicino: dal 2015 in Argentina è cresciuta una nuova ondata di proteste riunita sotto il nome di NiUnaMenos, che si è rapidamente resa internazionale dando inizio a un ciclo di lotte che si trova attualmente in pieno sviluppo. Lo sciopero internazionale delle donne del 19 ottobre 2016 è stato replicato in Cile con il coinvolgimento di più di 80.000 persone. Il 2017 è stato attraversato dal dibattito sul progetto di legge per la depenalizzazione dell’aborto in tre casi specifici, infine approvato il 23 settembre di quell’anno. Nel maggio 2018 il femminismo ha continuato a crescere, conquistando forte protagonismo con l’occupazione di 30 università in tutto il paese per esigere un’educazione non sessista e un protocollo per far fronte ai casi di abuso sessuale nelle istituzioni ed è arrivato all’8 marzo 2019 con un’inedita presenza nelle piazze di tutto il paese.
Tra le lotte storiche, che hanno continuato a riprodursi negli ultimi vent’anni, bisogna riconoscere un ruolo di particolare rilievo ai movimenti ecologistie per la difesa del territorio. Come in altri paesi dell’America Latina, infatti, negli anni Duemila e fino al 2014-15 il Cile è stato investito dal cosiddetto boom delle commodities, un periodo di straordinario aumento dei prezzi internazionali delle materie prime minerarie e di idrocarburi e dei principali prodotti agro-industriali d’esportazione che ha determinato un violentissimo attacco ai territori, in molti casi indigeni, in tutti i paesi dell’America Latina, anche in quelli in cui, nello stesso periodo, erano sorti governi di sinistra o progressisti. Saldato con un regime economico basato da decenni sull’esportazione mineraria, sulla contro-riforma agraria e sulla privatizzazione dei beni comuni, oltre che su una guerra secolare e coloniale dello Stato cileno contro le rivendicazioni di indipendenza e di autogoverno del popolo mapuche nella regione meridionale dell’Araucanía, l’estrattivismo e la cosiddetta “accumulazione per spossessamento”6 si sono espansi in Cile con una voracità estrema. Oltre all’intensificazione dell’attività mineraria (vincolata non solo al rame, ma sempre piú, soprattutto nel nord del paese, al litio, minerale fondamentale per il settore dell’high tech), in Cile di particolare importanza sono le opere di infrastruttura legate all’esportazione via Pacifico di prodotti provenienti da altri paesi del Sudamerica, il che ha comportato l’ampliamento dei porti e la progettazione di infrastrutture logistiche intermodali trans-andine legate al piano di integrazione IIRSA (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana), come il tunnel di Agua Negra tra la città argentina di San Juan e quella cilena di Coquimbo.
Tra i principali conflitti socio-ambientali degli ultimi decenni in Cile bisogna citare innanzitutto quello legati alle centrali idroelettriche, che si sono installate spesso sui territori ancestrali delle comunità mapuche. A partire dalla metà degli anni Novanta con la costruzione della centrale Pangue, e negli anni Duemila con l’imponente diga di Ralco, nell’Alto Bío-Bío, i movimenti in difesa dell’acqua e del territorio hanno acquisito grande forza sensibilizzando ampi settori della società civile sullo sfruttamento della natura a fini commerciali. Una storica vittoria dei movimenti ambientalisti è quella che ha impedito l’insediamento del mega progetto idroelettrico HidroAysén, che prevedeva la costruzione di tre centrali con un investimento di 3000 milioni di dollari. Tra le numerose lotte per l’acqua ancora in corso, una delle più resistenti è quella del No Alto Maipo, che continua a organizzarsi nonostante non sia riuscita a impedire l’inizio della costruzione di una grande diga sul fiume Maipo che scende dalla Cordigliera all’altezza di Santiago. Uno dei reclami storici dei movimenti in difesa del territorio è la deroga del Código de Aguas che, oltre a privatizzare l’uso delle fonti idriche, favorendo le grandi imprese che hanno investito nell’energia idroelettrica e nelle coltivazioni intensive, slega la proprietà dell’acqua da quella della terra circostante, togliendo ai contadini l’accesso ai corsi d’acqua presenti sui propri terreni per l’irrigazione, elemento che ha potenziato enormemente la costante crisi di siccità dell’ultimo decennio, la più violenta della storia del Cile.
Altri conflitti socio-ambientali presenti nel Cile attuale sono quello nel comune di Petorca, nella regione di Valparaíso, contro il business dell’avocado, che monopolizza la proprietà e il consumo di acqua generando una situazione di siccità e una crisi dei piccoli agricoltori locali, e la lotta contro la miniera di oro di Pascua Lama della corporation canadese Barrick Gold, in provincia di Coquimbo, che nel settembre scorso è stata costretta a chiudere da una sentenza del Primo Tribunale Ambientale per via delle dispersioni di cianuro nei corsi d’acqua della zona e altre conseguenze sanitarie e ambientali. Un altro conflitto rilevante è quello che ha avuto luogo negli ultimi anni nei comuni di Puchuncavi e Quintero, in provincia di Valparaíso, trasformati in vere e proprie “zone di sacrificio” per le conseguenze inquinanti dell’attività delle centrali termoelettriche a carbone e delle fonderie del Complesso Industriale di Ventanas.7 Nel sud del paese, nella Regione dei Laghi, uno dei conflitti presenti è causato dalle industrie che praticano l’allevamento intensivo di salmoni in gabbie immerse nel mare. Le uova di salmone vengono importate e i pesci nutriti con antibiotici che causano il diffondersi di nuove malattie batteriche e danneggiano l’ecosistema marino. In parte relazionato a questo sfruttamento a grande scala del mare è il fenomeno della “marea rossa”, che ha colpito la costa cilena negli ultimi anni. La proliferazione eccessiva di alghe tossiche che colora il mare di rosso ha tra le sue cause il riscaldamento globale e l’intensificarsi del fenomeno climatico de El Niño, che si manifesta ciclicamente con piogge e vento caldi che alzano le temperature del Pacifico.
Un capitolo a parte meriterebbe la lunga traiettoria di lotta del popolo mapuche, che vede intrecciarsi la resistenza contro le imprese forestali e le idroelettriche nel Wallmapu con il recupero dei territori ancestrali, usurpati dallo stato cileno a partire dalla campagna militare di occupazione dell’Araucania a metà dell’Ottocento. La lotta mapuche ha subito negli ultimi decenni le dosi maggiori di repressione statale, portando a enormi violazioni dei diritti umani, un alto numero di prigionieri politici e omicidi da parte dei carabineros, com’è accaduto, nel novembre del 2018, nel caso giovane comunero Camillo Catrillanca, assassinato alle spalle nella sua comunità nell’ambito dell’operazione anti-terrorismo Plan Auraucanía, avvenimento che ha suscitato una forte risposta di piazza in tutto il Cile, con giornate di riot urbani a Santiago. Criminalizzare i referenti politici e spirituali del popolo mapuche è una strategia di lunga data che lo Stato cileno utilizza per proteggere gli interessi delle grandi imprese in Wallmapu, attaccando le comunità e costruendo la retorica del nemico interno. Un caso esemplare di questa persecuzione è rappresentato dall’Operazione Huracan, un’indagine dell’intelligence dei carabineros realizzata nel 2017 che accusava otto integranti mapuche di fare parte di una rete terroristica, ma di cui è stato possibile provare che si trattava di una montatura.
In anni più recenti, il reclamo contro il sistema di pensioni privato ha creato un nuovo ciclo di proteste che, nel 2016, è riuscito a portare in piazza due milioni di persone. Nato nel 2013 dall’unione di diversi sindacati, il coordinamento nazionale No+AFP si è posto l’obiettivo di smantellare il sistema pensionistico inaugurato nel 1981, responsabile delle misere pensioni che in Cile restano ben al di sotto del salario minimo e rendono difficile anche solo comprare le medicine che possono essere necessarie per affrontare la vecchiaia.
Infine, altre lotte cresciute esponenzialmente negli ultimi anni sono state quelle sul lavoro. Nonostante l’incorporazione nella Costituzione di un Código laboral che non riconosce diritti alla classe operaia organizzata, e nonostante il ruolo storico della Central Unitaria de Trabajadores (CUT) di contenere, più che favorire, le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dal 2006 ad oggi gli scioperi, soprattutto quelli illegali, sono costantemente aumentati. Tra i settori più coinvolti ci sono quelli che hanno dovuto sostenere, con tassi di sfruttamento enormi, l’iniquo modello cileno di esportazione primaria: i minatori e soprattutto i portuali. Questi settori sono stati investiti non solo da un enorme aumento delle attività, ma anche da costanti innovazioni tecnologiche sul piano dell’automazione, che hanno di volta in volta permesso di ridurre il lavoro vivo licenziando un gran numero di lavoratori e aumentando il precariato. In questo contesto, riforme legislative come la legge 20.773 sul lavoro portuario hanno permesso contratti di 8 ore rinnovati giorno per giorno. La situazione di precarizzazione estrema ha visto nascere cicli di scioperi del lavoro portuale, come quelli del 2013 nei porti della regione di Antofagasta e quello di fine 2018 a Valparaíso. In entrambi i casi, i forti impedimenti legali e la ricattabilità dei lavoratori con contratti più stabili hanno spinto i precari ad attaccare le stesse strutture logistiche del loro lavoro con blocchi e sabotaggi, portando a forme ibride di sciopero e riot che si sono rivelate poi un ingranaggio importante anche nella rivolta del 2019.
È importante considerare che il ciclo di lotte sorto in Cile a partire dal 2006 ha dimostrato una forte insoddisfazione sociale verso un modello economico profondamente diseguale nonostante ritmi di crescita superiore alla media della regione. Con l’eccezione del 2009, in cui l’economia cilena è andata in recessione per via del contraccolpo immediato della crisi finanziaria globale, gli indici del PIL dal 2000 al 2013 hanno registrato un aumento medio del 5% all’anno. Successivamente, a causa della crisi dei prezzi internazionali delle commodities che ha colpito tutta l’America Latina, la crescita del PIL è scesa a meno del 2%, per crollare a 1.05% nel 2019. L’arrivo della crisi economica ha probabilmente giocato un ruolo importante nell’avvicinare tra loro queste lotte, nel momento in cui l’aumento della povertà e la stagnazione dei salari rendevano ancora più difficili le condizioni di vita della maggioranza della popolazione. Oggi il Cile è infatti uno dei 15 paesi più diseguali al mondo, in cui i beni di prima necessità costano come in Europa occidentale mentre il salario minimo è di 300 euro al mese, l’1% della popolazione possiede quasi il 30% della ricchezza e di questo, il 10,1% è concentrato nelle mani di 543 famiglie. È in questo contesto di enorme disuguaglianza e di inizio di una crisi economica che nel paese non si vedeva dagli anni ‘80, che prende fuoco l’insurrezione cilena, mentre anche in altri paesi della regione come Ecuador, Haiti e Colombia le profonde crisi politiche e sociali fanno esplodere proteste di grandi dimensioni.
Fotografia della ribellione cilena
La scintilla che ha fatto esplodere l’enorme rivolta popolare cilena nell’ultimo anno è giunta dalle rivendicazione contro l’aumento del biglietto della metropolitana a Santiago all’inizio di ottobre del 2019 da parte dei collettivi delle scuole superiori. Come già nei precedenti cicli di lotta studenteschi in Cile, e anche nelle manifestazioni del movimento Passe Livre in Brasile nel 2013, ancora una volta il diritto ai trasporti nelle megalopoli è diventato la leva per mettere in discussione la negligenza dell’intero Stato sociale e l’assenza di politiche pubbliche in tutti i settori. La pratica dell’evasione del ticket e del salto dei tornelli di ingresso alla metro, che è stata prontamente repressa dai carabineros, ha generato indignazione e generalizzato la protesta, che il 18 ottobre si è tradotta in manifestazioni di piazza spontanee in tutta la capitale e ha immediatamente esteso le rivendicazioni: già non si trattava più solo del rincaro del biglietto, ma del costo della vita e dell’indebitamento delle famiglie, dell’assenza di politiche pubbliche e di ammortizzatori sociali, della privatizzazione di sanità, educazione, sistema pensionistico e beni comuni come l’acqua, la profonda diseguaglianza raggiunta in quarant’anni di modello neoliberale protetto e favorito dalla classe politica.
Il 19 ottobre le contestazioni hanno raggiunto le principali città del paese con enormi mobilitazioni, barricate, incendi e attacchi ai luoghi simbolici del potere. Il dissenso verso il governo non ha fatto che crescere quando il presidente Piñera ha dichiarato che il Cile era in guerra e ha dato il via libera alla repressione, decretando lo Stato d’Emergenza e imponendo il coprifuoco. Queste misure sono state ritirate solo il 28 ottobre, quando l’intervento di forze di polizia e militari nelle strade aveva già causato 20 morti e 1.200 feriti, e dopo l’immensa manifestazione del 25 di ottobre, celebrata sui social network come “il corteo più grande del Cile”, che ha espresso con estrema chiarezza l’indignazione e il ripudio verso i massacri, gli abusi e l’impunità delle forze di polizia.
Lo scandalo generato dall’escalation repressiva e dalle gravi violazioni dei diritti umani, con il dispiego dell’apparato militare che evocava inevitabilmente il ricordo della dittatura, ha portato soprattutto le generazioni più giovani a sfidare il coprifuoco e ha mantenuto alto il livello delle mobilitazioni. Tra i primi tentativi del governo di placare la ribellione c’è stato il ritiro dell’aumento tariffario sui trasporti, mentre all’inizio di novembre la Camera dei Deputati approvava un progetto di legge per ridurre la settimana lavorativa da 45 a 40 ore e Piñera cercava di recuperare consenso con un ricambio interno dei suoi principali ministri. Tuttavia il ritmo delle manifestazioni non si è fermato, al contrario le piazze hanno cominciato a sentire di avere in mano il potere di negoziare e hanno continuato ad alzare la posta in gioco.
Una delle caratteristiche di questo movimento è proprio la straordinaria tenacia e capacità di organizzazione in risposta alla violenza delle forze di polizia, che ha continuato a mietere vittime durante le proteste. L’ultimo rapporto dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (INDH), che ha registrato le denunce avvenute tra il 17 ottobre 2019 e il 18 marzo 2020, segnala che si tratta del periodo di più gravi violazioni dei diritti umani in Cile dal ritorno della democrazia, mentre il Pubblico Ministero ha raccolto dati per 8.575 casi. A un anno dall’inizio della rivolta si contano 45 omicidi da parte delle forze repressive, mentre l’INDH segnala altri 34 tentati omicidi fino a marzo 2020. Le denunce hanno segnalato inoltre 1.082 atti di “tortura e trattamento crudele, inumano e degradante”, 282 violenze sessuali e 460 sono le persone hanno subito lesioni oculari a causa dei proiettili sparati deliberatamente per colpire la visione. La gran parte delle violenze sono a carico dei carabineros (92%), concentrate nel periodo di eccezionalità costituzionale tra il 19 e il 28 ottobre e poi a inizio marzo 2020.8 Nonostante ci siano in totale 2.349 querele aperte direttamente contro i carabineros, finora sono solo 72 gli agenti imputati. La brutalità e l’impunità con cui hanno continuato ad agire le forze dell’ordine d’altro canto non è una novità in Cile, si tratta di un corpo dello Stato che non è mai stato riformato dopo la dittatura, che funziona con un regime giudiziario in parte autonomo e che gode di privilegi salariali e benefici rispetto al resto della popolazione. Gli abusi di potere, i casi di corruzione all’interno delle forze di sicurezza così come il controllo e lo spionaggio degli attivisti non sono episodi isolati e sono stati denunciati in diversi scandali negli ultimi anni. L’ultima prova è stata fornita dai ripetuti attacchi hacker che alla fine di ottobre 2019 hanno reso disponibili diversi archivi del dipartimento di intelligence dei carabineros, comunemente detti “pacos” dai manifestanti, e che per questo ha preso il nome di “Pacoleaks”.
Molte delle pratiche di violenza sistematica che sono state implementate contro il popolo cileno durante le proteste iniziate nell’ottobre 2019 erano già la norma da anni per le e i comuneros mapuche. Non è un caso che la solidarietà con i popoli originari sia cresciuta durante le mobilitazioni e che la Wenufoye (la bandiera della nazione mapuche) si sia convertita in un simbolo di resistenza contro la repressione poliziesca e militare.
La pratica sistematica della repressione si è applicata anche alle manifestazioni studentesche durante gli ultimi cicli di lotte e ha portato i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori ad acquisire esperienza e strumenti nell’affrontare la violenza delle forze di polizia, gli arresti, i lacrimogeni e gli idranti. I montaggi per dividere e screditare il movimento studentesco e la retorica della divisione tra violenti e manifestanti pacifici hanno perso la capacità di convincere una popolazione che, di fronte agli ennesimi soprusi dei carabineros sugli studenti, dal 18 ottobre 2019 ha cominciato a scendere in piazza con un livello inedito di solidarietà tra generazioni e tra diverse pratiche di lotta. La radicalità delle contestazioni e la violenza con cui si sono espresse, dapprima appiccando fuoco ai mezzi di trasporto e bloccando la circolazione stradale con le barricate, poi attaccando edifici statali, chiese e sedi di partiti politici, e infine anche abbattendo le statue dei conquistadores come è avvenuto a Concepción, è stata legittimata da ampi settori cittadini.
La partecipazione massiva alle mobilitazioni autoconvocate ha mostrato un’estensione del malcontento che andava ormai ben oltre l’attivismo dei settori organizzati e i movimenti sociali, includeva strati sociali che scendevano in piazza per la prima volta e i settori popolari delle periferie che non solo protestavano nei loro quartieri ma andavano a occupare lo spazio pubblico nel centro cittadino e nei quartieri alti della borghesia, concentrati nei comuni a nord di Santiago. Questo estendersi delle mobilitazioni ha creato anche una sorta di divisione del lavoro nei momenti di maggiore visibilità del movimento, cioè durante le occupazioni settimanali delle piazze nelle principali città. È diventata un esempio internazionale la rapida e spontanea organizzazione che, dopo le prime settimane di scontri, ha conformato la primera linea, composta perlopiù da ragazzi e ragazze giovanissimi, disposti a mettere in gioco il corpo e la propria incolumità per detenere o sviare i blindati dei carabineros e garantire il pacifico svolgimento delle manifestazioni, sempre accompagnate da musica, slogan e performances. Accanto a loro, gli addetti a spegnere o rilanciare i lacrimogeni, i gruppi dedicati a spaccare i marciapiedi per ricavarne pietre da tirare con le fionde contro i carri idranti (i cosiddetti guanacos), e poi le brigate di medici e infermieri, organizzati con stazioni mobili di primo soccorso ai margini delle piazze, e infine la gran presenza di reporters con macchine fotografiche e cellulari per riprendere le proteste e soprattutto l’agire della polizia, registrando prove delle violazioni e degli arresti, che sono poi state preziose per denunciare gli abusi e in alcuni casi per accusare direttamente gli agenti responsabili.
A queste caratteristiche si aggiunge la mancanza di una guida politica del movimento, che per tutto l’anno hanno continuato a svolgersi senza l’egemonia di nessuna organizzazione o attore politico sugli altri. Le uniche bandiere che hanno continuato a sventolare nelle manifestazioni, oltre a quelle del mapuche, sono state quelle del Cile su sfondo nero, a indicare il lutto della democrazia nazionale. Allo stesso modo, l’unico rappresentante ufficialmente riconosciuto della ribellione popolare, con grande ironia è il Negro Matapacos, un cane nero che ha accompagnato le manifestazioni studentesche a Santiago per diversi anni, proteggendo i manifestanti e attaccando i carabineros, i cosiddetti pacos.
Le strutture che si è data l’eterogenea popolazione della rivolta cilena sono frutto dell’urgenza di rispondere alla violenza poliziesca però allo stesso tempo parlano di pratiche di lotta già sperimentate e di rivendicazioni maturate nell’ultimo decennio, che hanno continuato a lavorare sotto la superficie e che con l’innesco delle proteste per il rincaro della metropolitana sono tornate a manifestarsi tutte insieme. Un fattore che ha sicuramente influito nella rapidità con cui le mobilitazioni hanno raggiunto massività può essere individuato nella diffusione dei social media, in particolare Instagram, che è stato fin dall’inizio fondamentale veicolo di informazione e denuncia, strumento per le convocazioni e flusso costante di creatività popolare. Meme, canzoni e forme d’arte tra le più svariate si sono poi riversate sui muri, negli slogan e nelle performance di piazza con una allegria sfacciata, ironica e necessaria per affrontare il rischio connesso al solo andare a manifestare e smontare così il meccanismo della paura, a ritmo di trombe e tamburi, con stencil, foto e scritte di protesta su ogni superficie disponibile nello spazio pubblico, da “Piñera rinuncia” a “pacos culiaos”, che corrisponde, anche se non letteralmente, a “sbirri di merda”.
L’accumulazione di forze rappresentata dai precedenti cicli di mobilitazioni può essere individuata tra le ragioni dell’articolazione tra diversi settori sociali nella ribellione di ottobre. Così si spiega in parte anche il convergere della gran quantità di reclami concreti e puntuali su due questioni centrali e condivise: la rinuncia del presidente Piñera e l’esigenza di una nuova Costituzione nazionale, identificata come la base giuridica che ha permesso il fiorire senza ostacoli del neoliberismo cileno.
La prima risposta da parte della politica istituzionale alle mobilitazioni, che da metà ottobre continuavano a ritmo sostenuto, è arrivata il 7 novembre da parte dell’Associazione Cilena dei Comuni con la proposta di una consulta nazionale sulla necessità di una nuova Costituzione e su temi sociali emersi nelle manifestazioni come pensioni, salute, salari, che si è poi svolta il 7 dicembre. Nel frattempo, il 10 novembre anche il governo lanciava una proposta, in cui al parlamento sarebbe stato assegnato il compito di realizzare un Congresso Costituente per redigere una nuova Carta Magna, a cui è seguito, il 12 novembre, uno storico sciopero generale in tutto il Paese per esigere un’Assemblea Costituente eletta dal popolo. Convocato dal tavolo di Unidad Social -che raccoglie diversi sindacati e organizzazioni come No+AFP e il Movimiento de Defensa por el acceso al Agua, la Tierra y la Protección del Medioambiente (MODATIMA)- lo sciopero si è esteso ai funzionari pubblici, ai settori di sanità, educazione, trasporti, banche e commercio, e un’incidenza particolare l’hanno avuta i lavoratori delle miniere, delle costruzioni e soprattutto i portuali, riempiendo le piazze di tutto il paese da Antofagasta e Valparaíso a Concepción, Valdivia, Osorno e Puerto Montt.
Nella notte tra il 14 e il 15 novembre, con la protesta al suo auge e il moltiplicarsi delle denunce per le violazioni dei diritti umani, i partiti rappresentati in parlamento hanno firmato l’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione dopo ore di estenuanti negoziazioni trasmesse in diretta televisiva. Immediatamente sono arrivate numerose critiche da parte delle diverse voci del movimento, tanto in merito alla forma che ai contenuti dell’accordo. In primo luogo perché si trattava di un patto raggiunto a porte chiuse dagli esponenti di una classe politica completamente screditata e che toglieva ancora una volta sovranità al popolo mobilitato da settimane e forniva al governo –e in particolare al presidente Piñera– una via d’uscita per non dimettersi, come gli slogan, gli appelli e le scritte sui muri di tutte le città del paese chiedevano a gran voce. In effetti, già a partire dal suo nome, l’Accordo per la Pace richiamava la necessità di riportare l’ordine sociale in Cile a cambio della promessa di un processo costituente, da svolgersi comunque secondo le regole decise dalla classe politica. In secondo luogo, le organizzazioni sociali hanno denunciato che sottoscrivere un accordo senza pretendere la sanzione per le violazioni ai diritti umani commesse dalle diverse forze di polizia statali significava in qualche modo avallare l’impunità dei responsabili, carta politica giocata dal governo nonostante le denunce internazionali. Inoltre, andare al plebiscito senza risolvere la questione di fondo della repressione significava anche togliere il diritto di voto alle migliaia di persone incarcerate durante le manifestazioni e in attesa di giudizio, e infine negava la possibilità di esprimersi alla popolazione studentesca minorenne, che però è stata una protagonista indiscussa della rivolta.
Nonostante le dure critiche all’accordo sorte dalle organizzazioni, dai movimenti e dalle assemblee autoconvocate che stavano cominciando a formarsi nei quartieri urbani, il plebiscito, inizialmente previsto per il 26 aprile 2020, è entrato a far parte dell’agenda del movimento popolare, senza però generare un riflusso delle manifestazioni di piazza, che hanno continuato a essere il termometro della lotta politica in corso. Nel frattempo, le ripercussioni delle proteste in corso cominciavano a vedersi anche su scala internazionale. In novembre il governo è stato costretto a sospendere l’organizzazione del Forum di Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) e la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambio Climatico (COP 25) che si sarebbero dovute realizzare in Cile. Allo stesso modo, la finale della Copa Libertadores, che si doveva disputare a Santiago, è stata trasferita a Lima, in Perù, e le manifestazioni non si sono interrotte nemmeno con l’arrivo delle festività natalizie.
Il 2020 è stato inaugurato dall’offensiva lanciata dagli studenti e studentesse, ancora una volta avanguardia del movimento, in pieno periodo estivo. Il 6 e 7 gennaio l’Assemblea di Coordinamento degli Studenti Superiori (ACES, in spagnolo) ha chiamato al boicottaggio delle prove di selezione universitaria (PSU). Il test, introdotto nel 2004 e ribattezzato “prova di segregazione universitaria”, è conosciuto per l’iniquità del meccanismo selettivo di accesso, sia per via del costo quanto per il tipo di preparazione che richiede, ed era stato al centro delle lotte studentesche già a partire dal 2006. Il successo del boicottaggio alla PSU, che è riuscito in due giornate di mobilitazione a invalidare la prova di Storia a livello nazionale e a bloccare l’esame di decine di migliaia di studenti, ha portato la ministra dell’Istruzione Marcela Cubillos a minacciare direttamente i rappresentanti della ACES, salvo poi dimettersi il 28 febbraio, alle porte di un anno scolastico che si prometteva incandescente.
Qualcosa di simile è accaduto con la ministra della Donna e dell’Equità di Genere, Isabel Plá, che si è dimessa il 13 marzo dopo la strabordante manifestazione femminista dell’8 (e lo sciopero generale femminista del giorno successivo), l’ultimo grande momento di piazza prima dell’isolamento causato dalla pandemia, in cui hanno partecipato oltre due milioni di persone in tutto il paese. A confermare lo sbandamento di un governo ormai completamente sulla difensiva e incapace di governare, anche la ministra entrante, Macarena Santelices, ha rinunciato all’incarico dopo solo un mese. La doppia capitolazione in un ministero chiave per i tentativi di legittimazione liberal dello Stato cileno dimostra la forza e il radicamento popolare e di classe del movimento femminista. Allo scoppio della rivolta, la prospettiva femminista attraversava tutti gli ambiti di dibattito ed era presente nelle assemblee che cominciavano rapidamente ad auto organizzarsi sul territorio. Il 25 novembre 2019, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, il collettivo Las Tesis ha lanciato da Valparaiso la performance “Un violador en tu camino” destinata a diventare un inno di protesta non solo in Cile ma in diversi luoghi del mondo. Il movimento femminista in Cile ha ottenuto altre due importanti vittorie sul piano istituzionale durante i mesi di mobilitazione: la prima è la Legge Gabriela, che amplia la tipologia di femminicidio riconosciuta nel paese, grazie alla pressione esercitata dopo l’assassinio di Gabriela Alcaíno e di sua madre da parte dell’ex fidanzato; la seconda è l’introduzione della parità di genere nel processo costituente. Nell’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione firmato dai partiti non era contemplata l’equità tra uomini e donne nell’elezione dei e delle rappresentanti che scriveranno la nuova Costituzione, ma la norma è stata introdotta 4 giorni prima della straordinaria giornata di mobilitazione dell’8 marzo. Se la performance de Las Tesis interpellava direttamente lo Stato e il presidente Piñera, da parte del movimento è emersa chiara la postura contro il sistema capitalista, strettamente legato a quello patriarcale, e lo sguardo intersezionale che porta le femministe a definirsi antirazziste, dissidenti, plurinazionali e intergenerazionali, decoloniali, internazionaliste e anticarcerarie, come è emerso dal secondo “incontro plurinazionale di quelle che lottano”, che si è svolto a gennaio 2020 a Santiago, convocato dalla Coordinadora 8 de Marzo.
Accanto al movimento femminista hanno trovato posto nell’immaginario del nuovo Cile, risvegliato dall’incubo neoliberale, tutti i movimenti che si sono installati nell’ultimo decennio, ma la capacità di convocazione è andata ben oltre, coinvolgendo i quartieri delle periferie urbane ed è giunta fino agli stadi, che hanno risposto all’ondata di mobilitazioni politicizzando le tifoserie e partecipando alle manifestazioni in maniera organizzata e solidale. Uno dei risultati più interessanti dell’imponente ritorno della politica nello spazio pubblico è la Costituzione di cabildos aperti e assemblee spontanee di cittadini in tutto il territorio nazionale, che hanno cominciato a ragionare collettivamente attorno alle necessità della popolazione e alle azioni prioritarie per cambiare alla radice il modello di paese. A gennaio 2020 questa rete di esperienze era già in grado di riunirsi in un Coordinamento di Assemblee Autoconvocate (CAT), organizzare un incontro regionale a Santiago e produrre un documento comune fondato su quattro assi di discussione: la nuova Costituzione, l’agenda sociale da imporre al governo, la rivendicazione dei diritti umani e la costruzione del potere autonomo territoriale. Tuttavia, la quarantena decretata a periodi alterni nelle diverse regioni del paese ha indebolito i legami costruiti a livello di quartiere e fondati sulla periodicità dell’assemblea e l’organizzazione di attività nello spazio pubblico. Questi fattori, insieme ai dibattiti scatenati attorno alle caratteristiche del processo costituente, hanno indebolito la capacità di coordinamento di queste strutture autoconvocate, che resta però una necessità urgente per la sua incidenza politica nello scenario aperto dal plebiscito.
Il movimento popolare affronta la pandemia
Se i mesi estivi di gennaio e febbraio non erano riusciti a diluire la potenza delle proteste, la diffusione del Covid-19 in tutto il continente americano a metà marzo ha costretto la popolazione a modificare radicalmente le pratiche di lotta sperimentate fino a quel momento, oltre a stravolgere tutti gli aspetti della vita nel rispondere all’emergenza sanitaria ed economica con un governo negligente quando non apertamente criminale.
Di fronte all’arrivo della pandemia, la popolazione ha agito rapidamente, forte dell’esperienza dei cinque mesi in cui i legami sociali si sono riallacciati nei quartieri, nelle assemblee e nella solidarietà data dal condividere la lotta. Il mese di marzo, che si preparava come il ritorno di una massiccia presenza nelle piazze insieme al rientro sui luoghi di lavoro e nelle scuole, si è trasformato in un appello ad abbandonare temporaneamente gli assembramenti come misura di prevenzione; le manifestazioni di piazza si sono riconvertite in reti di mutuo soccorso e di denuncia delle azioni del governo. Di fronte ai primi contagi da Covid-19 in Cile, Piñera ha adottato la stessa strategia di ottobre, ha parlato di un “nemico potente, che non rispetta niente e nessuno” usando le stesse identiche parole per parlare del Coronavirus e del suo popolo in rivolta, e ha dichiarato lo Stato di Catastrofe, che ha permesso un’altra volta il ritorno dei militari in strada e il coprifuoco, come se queste misure potessero dare risposta a un’emergenza legata in prima istanza ai rischi del contagio virale. Nel frattempo, il 30 gennaio era entrata in vigore la legge anti saccheggio e anti barricate, che amplia la categoria dei delitti ascrivibili alle proteste ed estende le pene. Già a novembre era passata al Senato la anti capucha (che, se promulgata, proibirà di mascherarsi il volto nelle manifestazioni)e a metà dicembre 2019 era entrato in discussione un progetto di legge di modifica del codice penale per rafforzare le forze dell’ordine, senza contare i progetti rivolti a migliorare e modernizzare i servizi di intelligence e vigilanza aerea, che andrebbero a coinvolgere le Forze Armate in pratiche di controllo sociale. A più riprese, durante l’ultimo anno, il governo di Piñera ha cercato di apportare modifiche al sistema giuridico che garantiscano maggiore libertà d’azione e impunità alle forze repressive, in un contesto di applicazione della Dottrina di Sicurezza Nazionale, dove le organizzazioni sociali e il movimento popolare sono considerati il “nemico interno”, equiparati ai gruppi narcotrafficanti o alla criminalità organizzata.
Le misure repressive, le violazioni dei diritti umani e la mancanza di risposte alle rivendicazioni popolari che hanno dato inizio alla contestazione, avevano portato Piñera al 6% di approvazione nei sondaggi a gennaio, il più basso che un presidente abbia mai avuto nella storia del Cile. Per queste ragioni l’esecutivo ha cercato nella crisi sanitaria un sollievo alla crisi politica. Davanti al clima di panico, il governo ha tentato di approfittare dell’opportunità per lavare la propria immagine e mostrarsi come la salvezza dalla pandemia: a poche ore dalla dichiarazione dell’emergenza nazionale, il primo gesto della municipalità di Providencia, a Santiago, è stato ripulire dai graffiti la statua del generale Baquedano, al centro di plaza Italia, ribattezzata “piazza della Dignità”, che negli ultimi 5 mesi ha ospitato quotidianamente le manifestazioni della capitale, e il plebiscito per modificare la Costituzione, previsto per il 26 aprile, è stato prontamente spostato al 25 ottobre.
In Cile si sono fermate le scuole il 15 marzo, su pressione della comunità educativa, e poi le frontiere il 18 marzo, ma non sono stati cancellati i voli provenienti dai paesi critici -come è avvenuto nel resto del Sudamerica- e solo il 26 marzo è stata decretata una quarantena parziale, in alcune zone del paese. In diverse aziende sono cominciate manifestazioni e scioperi spontanei che chiedevano la sospensione delle attività e l’implementazione delle misure di protezione sui trasporti pubblici. Il governo ha risposto con azioni insufficienti, come la chiusura delle imprese un paio d’ore prima del normale. Nei centri commerciali le prolungate contestazioni e i cacerolazos di lavoratori e lavoratrici sono riusciti ad ottenerne la chiusura definitiva. Nella provincia di Arauco, nella regione del Bío-Bío, le proteste sono state di massa, così come i blocchi stradali del personale impiegato nelle costruzioni degli impianti forestali MAPA, dove lavorano 8.200 persone, che dopo giorni di mobilitazione hanno fermato la produzione.
Le precarie condizioni del sistema di salute pubblico, la mancanza di strumenti di protezione contro il contagio per la gran parte del personale sanitario, le scarse misure di sostegno al reddito e il via libera ai licenziamenti, sommate alle imbarazzanti dichiarazioni del ministro alla Salute Mañalich sul possibile “buon comportamento” del Covid-19, compongono il quadro di preoccupazione in cui la popolazione ha iniziato, già dalle prime settimane di marzo, a lanciare campagne per la quarantena volontaria, la responsabilità collettiva e la solidarietà autogestita, mentre si rendeva virale lo slogan “solo il popolo aiuta il popolo”.
Nel corso dei mesi si è organizzata la distribuzione di pasti comunitari nei quartieri popolari delle principali città, le forme di solidarietà da parte delle assemblee autoconvocate si sono adattate al nuovo contesto senza interrompersi, i media indipendenti che avevano registrato le mobilitazioni hanno cominciato a far circolare produzioni audiovisive più complete e di analisi del processo in corso, mentre si sono moltiplicate le riunioni e i dibattiti virtuali, anche con altri movimenti e lotte a livello internazionale. A partire da marzo si sono moltiplicate anche le iniziative del Coordinamento per la Libertà dei Detenuti Politici della Rivolta 18 Ottobre, che già dopo le prime settimane di contestazione si era conformato sulla base dell’urgenza di rispondere in maniera organizzata all’ondata di arresti e violenze perpetrate dai carabineros. Il 19 marzo è avvenuta la prima insubordinazione nel carcere di Santiago, e nel corso del mese si sono scatenate proteste in diversi penitenziari per il riscontro dei primi casi di Coronavirus, in un contesto di sovraffollamento e carenza di norme igieniche di base. Il Coordinamento, insieme ad altre organizzazioni di familiari e amici dei detenuti, ha continuato senza sosta a lavorare sul piano giudiziario, della mobilitazione e della solidarietà internazionale per liberare le migliaia di persone detenute, molte giovanissime e in diversi casi minorenni. Secondo un comunicato ufficiale della Procura pubblicato il 16 ottobre 2020, il pubblico ministero ha detenuto 5.084 persone di cui solo 725 hanno ricevuto una condanna.9 Le cause delle detenzioni, spesso deboli o inesistenti al momento probatorio, insieme alle lunghe attese in carcere preventivo in attesa del processo, fanno pensare a un meccanismo punitivo della libertà d’espressione in piazza, che va a braccetto con i progetti di legge rivolti ad aggravare le pene legate alle mobilitazioni. Per queste ragioni il coordinamento, composto da familiari, amici e organizzazioni anti carcerarie, ha rivendicato fin dall’inizio come prigionieri politici della rivolta i detenuti, e ha denunciato che dallo scorso ottobre sono oltre 11.300 le persone arrestate.
Durante i mesi dell’emergenza sanitaria per Covid-19, il governo ha proposto una legge di indulto commutativo affinché i detenuti con più di 75 anni, le donne in gravidanza e le madri con figli minori di due anni scontassero la pena agli arresti domiciliari. Tuttavia il Congresso ha bloccato la legge perché non includeva i detenuti per crimini di lesa umanità della dittatura, mentre il governo portava avanti in parallelo la discussione di un’altra legge, detta “umanitaria”, in cui a tutti i detenuti in età avanzata sarebbero garantiti gli arresti domiciliari indipendentemente dal tipo di crimine commesso.
Dal punto di vista della conflittualità sociale durante i mesi della pandemia, il maggior momento di tensione si è verificato di fronte allo sciopero della fame condotto da 27 detenuti mapuche nelle carceri di Angol, Lebu e Temuco, nell’Araucania. Il machi (autorità spirituale) Celestino Cordova ha iniziato la protesta in maggio, seguito da altri compagni di carcere. Condannato a 18 anni di carcere nel 2014 per l’incendio che provocò la morte della coppia di proprietari terrieri Luchsinger e Mackay, dopo un processo controverso e poco trasparente, Cordova ha adottato lo sciopero della fame come strumento politico per chiedere di poter scontare la pena fuori dal carcere, come prevede il Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro riguardo ai popoli indigeni, sottoscritto dal Cile nel 2008. L’iniziativa del machi e dei suoi compagni è giunta in un contesto di elevato rischio di contagio per Covid-19 nelle carceri, e dopo che il governo aveva già permesso a un terzo della popolazione carceraria di uscire per decomprimere la drammatica situazione sanitaria e aveva concesso i domiciliari anche a due condannati del carcere di Punta Peuco per violazioni ai diritti umani durante la dittatura.
La protesta nelle carceri è stata accompagnata nei territori delle comunità mapuche con manifestazioni e con l’occupazione di cinque municipi nell’Araucania. Questo ha scatenato la violenza di gruppi suprematisti bianchi della zona che si sono riuniti per malmenare i comuneros mapuche con la protezione delle forze di polizia, che hanno poi sgomberato le occupazioni municipali. Questi sgomberi sono stati condotti da Victor Pérez, neo ministero degli Interni dopo la rinuncia di Gonzalo Blumel. Vincolato alla dittatura di Pinochet e rappresentante dell’ala dura del partito di destra UDI, Pérez ha affermato provocatoriamente che “in Cile non ci sono prigionieri politici” durante una visita nell’Araucania, infiammando la tensione già alta e dando legittimità agli episodi di violenza razzista del 3 agosto. Dopo l’accordo firmato dal machi Cordova, lo sciopero della fame degli altri prigionieri si è prolungato fino a 123 giorni, senza che si aprisse un reale tavolo di negoziazione con il governo. Durante le ultime tesissime settimane è invece entrato in scena lo storico sindacato reazionario dei camionisti, la Confederación Nacional del Transporte de Carga (CNTC), per denunciare attentati incendiari ai propri mezzi di trasporto nella stessa regione. Ricevuto prontamente alla Moneda, la CNTC chiedeva leggi più dure contro gli attacchi subiti dai camionisti e ha iniziato uno sciopero nazionale il 23 agosto, bloccando le arterie di comunicazione in diversi punti del paese per alcuni giorni, fino a raggiungere un accordo con l’esecutivo. Lo scenario di profonda disuguaglianza di trattamento del governo nei confronti di uno dei sindacati storicamente più corporativi e alleati della destra e verso i prigionieri mapuche ha scatenato nella popolazione cilena un’altra ondata di profonda indignazione e denuncia.
Questi episodi di altissima tensione sociale, insieme alla cattiva gestione sanitaria della pandemia e alle misure di stampo imprenditoriale del governo hanno alimentato nuovamente lo scontento e la critica, le pentole hanno ricominciato a suonare in segno di protesta, dapprima dai balconi e poi, un poco alla volta, di nuovo nelle strade.
Tra gli scioperi dei medici e infermieri della sanità pubblica, che denunciavano di non avere le condizioni minime necessarie per poter lavorare, e l’opportunismo delle cliniche private che facevano crescere i prezzi del test per il Covid-19, il picco di contagi è stato manovrato a livello mediatico più che sanitario. Il 13 giugno ha rinunciato si è dimesso il ministro alla Salute Mañalich dopo la pubblicazione di uno studio in cui si dimostrava che il ministero forniva dati differenti alla cittadinanza e alla OMS sui morti per Covid-19. Gli ammortizzatori sociali messi in campo dal governo si sono rivelati del tutto insufficienti, mentre sono mancate concrete misure di sostegno al reddito e di protezione sociale. Al contrario, già il 26 marzo veniva emesso un decreto per cui, in caso di quarantena o di applicazione del cordone sanitario, i datori di lavoro non sarebbero stati obbligati a pagare lo stipendio ai lavoratori. Durante il 2020 in Cile sono stati persi un milione e 800.000 posti di lavoro, la povertà assoluta è aumentata del 4%,10 mentre il 40% della popolazione si trova in una fascia vulnerabile, indebitata e con un lavoro precario o informale che si è visto minacciato o è venuto meno con la crisi pandemica, a cui si sommano i contagi, la degenza o la morte di un familiare, che rendono più complicato il quadro. L’aggravarsi delle condizioni sociali del paese ha costretto infine il governo a cedere sul fronte delle contestate istituzioni private Amministratrici dei Fondi Pensione (AFP), approvando una riforma costituzionale che ha permesso ai lavoratori il ritiro del 10% dei propri fondi pensionistici a fine luglio. Già da marzo, i contributi previsionali che le AFP usano come strumento finanziario, avevano subito un tracollo delle quotazioni, portando i risparmi per la pensione dei lavoratori a perdite fino al 16% e il Coordinamento No+AFP aveva messo in allerta circa la crisi finanziaria in arrivo. Anche il piano proposto in agosto dal governo per la riattivazione economica aveva le stesse debolezze di tutte le iniziative precedenti: mancava una diagnosi della situazione reale del paese né delle misure di contenimento dei contagi, non mostrava alcun tipo di pianificazione degli interventi proposti e si limitava a improvvisare sul piano comunicativo.
È in questo contesto che, a un anno dall’inizio della ribellione, a Santiago e nelle zone del paese in cui è stata tolta la quarantena obbligatoria la popolazione è tornata in strada in maniera massiva a denunciare le stesse disuguaglianze di un anno fa, peggiorate dalla crisi sanitaria prodotta dal Covid-19, e si è preparata per affrontare il voto al plebiscito dello scorso 25 ottobre.
Le nuove sfide della rivolta cilena
Nell’accordo firmato a proposito del processo costituente è previsto che la nuova Carta Magna venga redatta su un foglio in bianco, non si tratta quindi di una sovrapposizione e modifica di quella del 1980. Tuttavia, il quorum necessario per definire gli articoli della nuova Costituzione è fissato ai due terzi dei membri dell’organo costituente, stesso principio presente nella Costituzione di Pinochet e che ha reso particolarmente difficile riformarla nel corso degli anni democratici. Sebbene sia aperta l’opportunità di rifondare interamente i capisaldi della democrazia cilena a partire dal testo costituzionale, in realtà solo i temi su cui sarà possibile raggiungere larghe intese andranno a far parte della Costituzione mentre tutte le materie oggetto di divergenze saranno regolamentate da altre leggi dello Stato.
Al termine del lavoro dell’organo costituente sarà riproposta un’altra consulta popolare, dove sarà di nuovo il popolo a decidere se ratificare o rifiutare la nuova carta costituente proposta dai suoi rappresentanti. La scelta sovrana dei cittadini sui contenuti del testo costituzionale è un fatto inedito in Cile, caratterizzato da una democrazia rappresentativa con ristretti margini di partecipazione, in cui le costituzioni sono sempre state scritte da uomini bianchi appartenenti all’élite, senza nessun tipo di consulta cittadina o processo democratico. La potenza dell’occasione che il processo costituente dischiude per la società cilena è innegabile e allo stesso tempo si tratta di un compito estremamente complesso e non esente dal pericolo di ritornare a chiudere il conflitto sociale dentro i margini imposti dalla legalità democratica e dentro i binari imposti dall’oligarchia nazionale, che cercherà di porre il veto su qualsiasi cambiamento strutturale in cui siano colpiti i suoi interessi di classe.
Tra gli ostacoli già posti sul cammino di una reale rappresentatività popolare, il primo è che i candidati della convenzione saranno scelti con lo stesso sistema elettorale che si usa per le votazioni nazionali, cosa che renderà difficile la partecipazione di soggetti politici considerati importanti nella rivolta, come le assemblee territoriali, che non sono supportati da partiti o strutture politiche abbastanza robuste e in grado di sostenere una campagna elettorale. A questo si aggiunge il fatto che la votazione per i candidati alla costituente avverrà l’11 aprile 2021 assieme alle elezioni comunali e regionali, aspetto destinato a generare confusione, elevando il rischio di riportare il processo sotto il controllo dei partiti.
La nuova Costituzione non potrà nemmeno intervenire sugli accordi internazionali già firmati dal Cile, tra cui una trentina di trattati di libero scambio firmati con i più diversi paesi che condizionano fortemente il modello produttivo cileno vincolato all’esportazione di materie prime. Questo aspetto non solo comporta una protezione ai capitali stranieri, ma afferma anche l’inviolabilità di temi che dovrebbero invece essere sottoposti alla deliberazione sovrana popolare.
Ulteriori criticità sono emerse per la mancanza di meccanismi che garantiscano seggi riservati ai popoli originari, sebbene il tema della plurinazionalità sarà un asse di discussione importante nel lavoro della costituente. Nell’accordo, come abbiamo visto, inizialmente non era garantita nemmeno la presenza delle donne all’interno dell’organo redattore, aspetto che è stato incluso successivamente attraverso una legge in parlamento su pressione del movimento femminista e che farà della nuova Costituzione cilena la prima redatta con parità di genere a livello mondiale.
L’accordo del 15 novembre 2019 sul processo costituente ha generato un riposizionamento anche all’interno della politica istituzionale: all’interno del Frente Amplio si sono create spaccature e diversi partiti sono usciti dalla coalizione, mentre il PC, che non ha firmato l’accordo, è oggi uno dei favoriti per le elezioni presidenziali del 2021, con l’alta popolarità conquistata da Sergio Jadue, per le sue politiche redistributive come sindaco di Recoleta, comune della cintura di Santiago.
La schiacciante sconfitta per il presidente rappresentata dal voto referendario è l’ennesimo colpo inflitto a un governo che deve ancora fare i conti con le numerose denunce, nazionali e internazionali, per le violazioni ai diritti umani commesse durante i mesi di proteste, a cui si somma la cattiva gestione della pandemia, i continui cambi dei ministri nella sua instabile squadra di governo e un futuro economico complesso per il paese. Se Piñera si mantiene ancora al governo, nonostante abbia perso le redini della gestione politica e sia ormai ripiegato su un arroccamento difensivo, è perché l’arco politico rappresentato in parlamento ha salvaguardato l’istituzionalità che rappresenta con la firma dell’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione.
Questa lettura del patto politico su cui si fonda l’apertura del processo costituente è comune tra tutti i settori organizzati che hanno partecipato alle mobilitazioni nell’ultimo anno. La proposta della formula per una nuova Costituzione, “cucinata” dai partiti a porte chiuse all’interno del parlamento, è stata l’ultima carta che potevano giocare per ricondurre la protesta dentro il binario istituzionale e mantenere una governabilità messa a dura prova dalla rivolta. Tuttavia, la base politica del movimento ha mantenuto alto il livello critico e anche nel festeggiare il risultato del voto ha ricordato l’impunità che continua a proteggere carabineros, gendarmeria e militari di fronte alle 44 vittime uccise durante le mobilitazioni, le oltre 400 persone che hanno subito lesioni oculari e le oltre 3000 che attendono un processo in carcere, le violenze sessuali dentro le caserme e le vessazioni contro il popolo mapuche. È diffusa trasversalmente tra le diverse componenti del movimento cileno la coscienza che un reale processo di cambiamento, attraverso una nuova carta costituzionale, sia possibile solo se non si abbandona la piazza e la mobilitazione, l’unico strumento che finora si è rivelato efficace per fare pressione sulla politica istituzionale e scardinarne le logiche corporative interne. Tuttavia le strategie e le priorità assegnate da ciascuno dei numerosi attori sociali che sono stati protagonisti della ribellione popolare sono diverse. La necessità di rafforzare i percorsi di autonomia e autogestione che sono fioriti a livello territoriale durante l’ultimo anno ha portato le componenti libertarie a mettere in guardia dal processo elettorale costituente, osservato come una camicia di forza del sistema, un meccanismo che finirà per tradire l’essenza dell’insurrezione popolare e soffocare il potenziale sovversivo di una reale trasformazione sociale dal basso, capace di discutere alla radice le regole della democrazia borghese neoliberale. Altri settori sono più fiduciosi sulla possibilità di assediare, superare e “debordare” la camicia di forza del processo costituente, e hanno fatto campagna con forza per votare “apruebo” e “convención constituyente”. Altri ancora individuano invece i rischi connessi alla mancanza di una struttura politica in grado di competere sul piano istituzionale, che lascerebbe le rivendicazioni emerse nelle proteste acefale e incapaci di superare il momento destituente, come avvenne in Argentina al termine del ciclo di lotte 2001-2003, quando il kirchnerismo raccolse le domande sociali presenti nelle lotte organizzate sul territorio per ricondurre il conflitto dentro i canali della gestione statale.11
Nell’ampio ventaglio di posizioni politiche in gioco e di proposte per affrontare le nuove scommesse aperte dal plebiscito, risulta chiaro quali sono i nodi da sciogliere per garantire un futuro al movimento costruito nell’ultimo anno: come continuare a costruire potere territoriale e allo stesso tempo incidere nel processo costituente? Come determinare la ridefinizione delle regole del gioco politico senza farsi cooptare dalle vecchie dirigenze, preoccupate di rinnovare la loro immagine per darsi una nuova legittimità? Come allacciare le forme della protesta ai settori produttivi e come coordinare il potere orizzontale e decentralizzato delle assemblee? Come rispondere alla militarizzazione e alla repressione costante senza sfiancare la rivolta e pagare l’altissimo prezzo che ha finora imposto la necropolitica di Piñera? Le domande aperte sono molte, e altrettanti gli scenari possibili. Quel che è certo è che il Cile non tornerà ad essere il paese che era prima del 18 ottobre 2019 e se il processo costituente non sarà in grado di aprire spazi di partecipazione reale per dare risposta alle domande sociali ancora in attesa di una soluzione di fondo, la crisi politica aperta dalla rivolta è destinata a crescere.
Secondo il politologo latinoamericanista Frank Gaudichaud,12 la ribellione cilena ha prodotto una “crisi organica” del capitalismo cileno e della sua classe dominante, una crisi che tuttavia non si è trasformata in “crisi egemonica” in quanto, a differenza di altre rivolte e crisi sociali e politiche recenti, come quelle che a inizio secolo hanno investito paesi come Bolivia, Argentina ed Ecuador, non è riuscita a far cadere il presidente in carica. A tal proposito, il sociologo boliviano René Zavaleta Mercado13 soleva dire che, mentre in Bolivia e in Argentina lo Stato era profondamente debole e la società molto forte, in Cile (dove fino al golpe del ‘73 vigeva la liberal-democrazia più solida dell’America Latina) si dava una situazione inversa, con uno Stato e un’istituzionalità molto robusti e in qualche modo impermeabili agli scossoni della società o perfettamente preparati a reprimerli.
Ma il paragone con i paesi vicini ha suscitato in America Latina anche un dibattito intorno alla natura e alle possibilità attuali del processo costituente cileno. In paesi come Venezuela, Bolivia ed Ecuador, infatti, l’ascesa di governiprogressisti come quelli di Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa, ha determinato la convocazione di nuove assemblee costituenti che in qualche modo sono servite a legittimare il nuovo corso politico e i nuovi leader populisti. Sebbene soprattutto in Bolivia ed Ecuador questi processi siano stati preceduti da grandi rotture destituenti di piazza e da un enorme ciclo di lotte indigene e popolari, la vittoria elettorale di leader progressisti permise in qualche modo di “sequestrare” il processo costituente successivo e sacrificare le spinte movimentiste più radicali sull’altare di una nuova conciliazione di classe e di un’alleanza con il grande capitale locale e transnazionale del petrolio, del gas, dei minerali e dell’agribusiness. In questo senso, il sociologo italiano Massimo Modonesi ha recuperato il concetto gramsciano di “rivoluzioni passive” per descrivere questi processi.14 In Cile, tuttavia, si sta dando il caso atipico di una rivolta che è riuscita a imporre l’apertura di un nuovo processo costituente ma non la capitolazione del governo. Da un certo punto di vista, questo aspetto è visto come un grande limite del processo attuale in Cile, in quanto il governo di destra che riesce a mantenersi al potere è visto come garanzia della continuità degli interessi neoliberali e della repressione di Stato nella stessa fase costituente. Tuttavia, questa situazione può aprire anche opportunità inaspettate, come la permanenza di una posizione autonoma e in costante mobilitazione della classe lavoratrice e delle istanze popolari, femministe e anticoloniali lungo tutta la fase costituente.
La centralità del percorso costituzionale rispetto a quello politico governativo è ancora una volta lo specchio del discredito che ha investito l’intera classe politica in Cile: nelle emozionate testimonianze raccolte fuori dai seggi elettorali, c’era la sensazione di aver espresso un voto politico e non per un politico, un voto per la prima volta di convinzione e non la scelta per un candidato “meno peggio”. Questa spiccata caratteristica della ribellione cilena potrà essere forse l’antidoto contro l’insorgere di figure carismatiche e conciliatrici, capaci di smobilitare e catturare le lotte organizzate, come furono in qualche modo Morales e Correa.
Questo parallelismo tra il momento di rottura che diede inizio al cosiddetto “ciclo progressista” sudamericano e le rivolte scoppiate nel 2019 in Ecuador, Cile e Colombia suggerisce tuttavia anche un altro tipo di problematica. Sorti in un contesto di crescita dei prezzi delle materie prime, i governi progressisti degli anni Duemila trassero vantaggio da questa situazione, che generò bilance commerciali favorevoli, per portare avanti una politica di parziale redistribuzione della ricchezza senza dover per questo toccare gli interessi del grande capitale nazionale e transnazionale, che anzi vide i propri profitti aumentare in modo esponenziale. Questo rafforzò di conseguenza quella trasformazione produttiva già in corso nei decenni precedenti, ancorata alla crescita dei settori primari-esportatori, alla perdita di capacità industriale e all’aumento della dipendenza commerciale e finanziaria nei confronti del mercato mondiale, e in modo particolare di quello a trazione cinese. Fu in seguito alla caduta dei prezzi delle commodities tra 2014 e 2015 (a sua volta effetto indiretto e ritardato della crisi globale del 2008) che la maggior parte dei governi progressisti entrarono in crisi, stretti nella morsa tra nuove lotte dal basso e le pressioni del grande capitale per politiche di austerità fiscale e ulteriori privatizzazioni che compensassero la caduta tendenziale del saggio di profitto.
Oggi la regione latinoamericana è più periferica e più dipendente di 20 anni fa, con un tessuto sociale fortemente lacerato dal combinato disposto di “neoliberismo dal basso”15 e un’espansione senza freni del fascismo, del paramilitarismo e del fondamentalismo religioso, soprattutto neo-pentecostale, come dispositivi autoritari e repressivi di disciplinamento sociale. Allo stesso tempo, lungi dal subire una battuta d’arresto, l’estrattivismo tende a compensare la caduta dei prezzi con un’espansione produttiva, aumentando enormemente la propria pressione su biomi fondamentali per il futuro del pianeta come l’Amazzonia. Infine, lo stesso capitalismo globale, oggi alle prese con la crisi pandemica e con la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, si trova in una crisi sistemica dalla quale non si intravede una via d’uscita nel medio periodo, uno scenario tetro per una regione come quella latinoamericana, che rischia di trasformarsi velocemente in un’enorme “zona di sacrificio”. Questo è il contesto geopolitico in cui si colloca la rivolta cilena. Un contesto che difficilmente produrrà margini di compromesso sociale simili a quelli di cui godettero i governi progressisti. Non sembra esserci molto spazio per mezzi termini: stretto tra la controffensiva delle forze conservatrici, in agguato nelle pieghe del processo costituente, e il fantasma di una conciliazione di classe che non appare nell’agenda e nelle possibilità del grande capitale nazionale e internazionale, il movimento popolare dovrà raddoppiare la posta in gioco e costruire, aprire o possibilmente inventare un nuovo cammino rivoluzionario.
1 Il concetto di “tabula rasa” operato dal fascismo di Pinochet come premessa per la costruzione di una governamentalità e una soggettività neoliberali è ripreso dall’ultimo libro di Maurizio Lazzarato: Lazzarato, M. Il capitalismo odia tutti. Fascismo o rivoluzione, Roma: DeriveApprodi, 2019.
2 Un’analisi interessante del programma del Ladrillo e delle influenze dell’ordoliberalismo tedesco e del neoliberalismo americano nel progetto economico cileno è presente in Stolowicz, B. El misterio del posneoliberalismo. La estrategia para América Latina, Bogotá: Espacio crítico Ediciones, 2016.
3 Faletto, E. “De la teoría de la dependencia al proyecto neoliberal: el caso chileno”, in Faletto, E. Dimensiones sociales, políticas y culturales del desarrollo, Santiago: FLACSO, 2007.
4 Panez, A. “Agua-Territorio en América Latina: Contribuciones a partir del análisis de estudios sobre conflictos hídricos en Chile”, en Revista Rupturas, 8, n. 1, Costa Rica, Enero-Junio 2018.
5 Molte delle informazioni riportate qui e in altre parti del testo sono tratte da Barbosa dos Santos, F. L. Uma história da onda progressista sul-americana (1998-2016), São Paulo: Elefante, 2018, pp. 328-371.
6 Questa categoria, molto utile per leggere i processi sociali profondi degli ultimi decenni in America Latina, prodotti dalla proliferazione di un vasto ed eterogeneo spettro di politiche estrattive, la riprendiamo da Harvey, D. La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Milano: Il Saggiatore, 2006.
7 Un approfondimento sul tema è stato pubblicato nel portale Infoaut, il 23 ottobre 2020: https://www.infoaut.org/no-tavbeni-comuni/cile-vivere-e-resistere-in-una-zona-di-sacrificio
8 INDH, Reporte general de datos sobre violaciones a los derechos humanos. INDHwww.indh.cl › uploads › 2020/04.
9 Cristian González Farfán, Chile, a un año del estallido: los presos de la revuelta https://correspondenciadeprensa.com/?p=14686.
10 Dato CEPAL https://www.uchile.cl/noticias/166320/pandemia-y-pobreza-el-castillo-de-naipes-era-el-modelo).
11 Tra i documenti che testimoniano le distinte posizioni politiche attorno al processo costituente è possibile consultare: l’analisi dell’Asamblea Anarquista del Bío-Bío https://biobioanarquista.org/2020/10/23/revuelta-popular-y-plebiscito-constituyente-en-chile-analisis-de-coyuntura-de-la-asamblea-anarquista-del-biobio/; il contributo anticapitalista e autonomo del collettivo Hacia La Vida https://hacialavida.noblogs.org/revista-la-democracia-es-el-orden-del-capital-apuntes-contra-la-trampa-constituyente-n-especial-ya-no-hay-vuelta-atras-octubre-2020/; la presa di posizione del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR): https://www.resumenlatinoamericano.org/2020/10/18/363989/; la posizione ufficiale del Movimiento por el Agua y el Territorio (MAT) https://oplas.org/sitio/2020/10/21/movimiento-por-el-agua-y-los-territorios-mat-acuerda-llamar-a-votar-apruebo-en-chile/; il comunicato della Coordinadora 8M https://cf8m.cl/aprobamos-convencion-constitucional/; il comunicato del movimento Convergencia 2 de Abril: https://www.convergenciamedios.cl/2020/09/ante-el-momento-constituyente-y-la-necesidad-de-claridad-programatica-la-c2a-declara/.
12 https://www.youtube.com/watch?v=dZ7nbbuxiwI
13 Zavaleta Mercado, R. “El Estado en América Latina, en Ensayos, 1, Ciudad de México, UNAM, 1984, pp. 59-78. http://biblioteca.clacso.edu.ar/clacso/se/20160314050938/15estado.pdf.
14 Modonesi, M. Revoluciones pasivas en América Latina, Ciudad de México, UAM, 2017.
15 Riprendiamo questo concetto dalla sociologa argentina Verónica Gago. In Gago, V. La razón neoliberal: economías barrocas y pragmática popular, Buenos Aires: Tinta Limón Ediciones, 2014.