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  • Latinoamericando: Perù e Bolivia in parallelo

    Latinoamericando: Perù e Bolivia in parallelo

    Protesta in Perù, Lima, nov. 2020 (TomateColectivo)

    In Bolivia il colpo di Stato risale a un anno fa, quando Evo Morales è stato costretto a dimettersi su pressione della destra conservatrice di Camacho, dopo settimane di proteste in seguito al risultato elettorale. La seconda parte della puntata di Latinoamericando racconta il rientro di Morales in Bolivia, dopo l’insediamento del nuovo presidente eletto Luis Arce, attraverso le parole del prof. Juan Mirko Rodríguez Franco.

  • Cancún, la polizia spara sulla protesta delle donne

    Cancún, la polizia spara sulla protesta delle donne
    Cancún, Messico. La mobilitazione delle donne l’8 novembre dopo l’ennesimo omicidio di una ragazza

    Di Alessandro Bricco da Il Manifesto del 13/11/2020

    Messico. La sera dell’ 8 novembre i resti di Bianca Alexis sono stati ritrovati in una busta della spazzatura. Aveva 20 anni. Qualche giorno prima una bambina di 14 anni è stata violentata, una ragazza è stata trovata assassinata dentro a un edificio abbandonato e dieci donne sono riuscite a scappare mentre due uomini incappucciati cercavano di farle salire a forza su un camion.
    È il resoconto dell’ultima settimana a Cancún, paradiso del turismo internazionale nello stato messicano di Quintana Roo. Dove sono state uccise 62 donne dall’inizio dell’anno, mentre le vittime in tutta la federazione messicana, dove si calcola che circa 10 donne al giorno rimangono vittime di femminicidio, sono 2.854.

    La manifestazione delle donne a Cancún. LaPresse

    IL 9 NOVEMBRE, 500 PERSONE si sono ritrovate nella strada principale di Cancún, e si sono dirette verso il palazzo municipale al grido di «Non una di Meno», «Giustizia per Alexis» e «Quintana Roo femminicida». A un certo punto i manifestanti assembrati intorno al palazzo hanno sentito gridare da uno dei balconi pesanti insulti indirizzati alle donne e 50 agenti della polizia sono apparsi ai lati dell’edificio in assetto anti sommossa. Durante la prima carica gli agenti hanno cominciato a sparare in aria e ad altezza uomo con pistole e fucili mitragliatori. Mentre la maggior parte dei manifestanti fuggiva in preda allo shock, numerose persone hanno cominciato a trasmettere attraverso le reti sociali quello che stava accadendo.
    Nel frattempo il governatore dello Stato, la sindaca e il direttore della polizia statale si rimbalzavano la responsabilità, negando di aver dato alcun ordine per reprimere la manifestazione. Condannavano il vandalismo delle manifestanti e allo stesso tempo promettevano indagini interne.
    LA SINDACA MARIA LAZAMA, di Morena, il partito del presidente López Obrador (Amlo), si é spinta oltre, dicendo che non avrebbe mai potuto ordinare di reprimere una manifestazion a favore dei diritti delle donne che, a livello personale, appoggia completamente. A quel punto in molti attraverso le reti sociali hanno cominciato a chiedersi: «Chi comanada in Quintan Roo?».
    Alle 22:00 la Guardia Nacional, ha formato un cordone difensivo insieme alla polizia municipale intorno all’edificio comunale. A conclusione di una giornata durante la quale una giornalista e un giornalista sono rimasti feriti da colpi di arma da fuoco mentre altri due sono stati pestati mentre provavano a difendere la loro attrezzatura dalla polizia. Sono state arrestate 8 persone e i feriti tra i manifestanti non si contano.

    Un Gruppo anarco-femminista nella manifestazione di cancún. LaPresse

    LA PRIMA VERSIONE della polizia affermava che i colpi erano a salve e che nessuno era stato arrestato, ma la smentita è arrivata dalle foto dei bossoli e dalla Commissione per i diritti umani
    (Cndh) che si trovava sul posto, oltre che dalle testimonianze dei presentui e delle vittime che hanno sporto denuncia presso la Fiscalía General del Estado.
    La mattina successiva il presidente Amlo ha annunciato che quel tipo di repressione appartiene ai governi passati e ha promesso un’indagine. Qualche ora dopo il capo della polizia di Cancún, Eduardo Santamaria, è stato incriminato e sollevato dal suo incarico. Al tempo stesso sono sparite la maggior parte delle foto e dei video che documentavano l’accaduto.

  • Un Guatemala violento

    Un Guatemala violento
    in Nebaj-cemetary with civil war victims-another History lesson from Jorge

    di Jane Duran da Monthly Review

    Traduzione di Manuela Loi, Alice Fanti e Daniele Benzi

    Sono pochi i disastri etnici degli ultimi decenni che possono essere paragonati, per gravità o per diffusione mediatica, a quelli che hanno coinvolto le popolazioni indigene del Guatemala[i]. La struttura sociale della nazione- la sua gerarchia, guidata da una popolazione dalla pelle chiara, per la maggior parte appartenente al gruppo etnico mestizo che però non si identifica con gli indigeni – la sua storia e le sue piccole dimensioni, lo rendono un luogo di grande importanza per la documentazione e la segnalazione di contrasti e differenze etniche.

    Nonostante il Guatemala ricordi apparentemente il suo vicino settentrionale, il Messico, i due paesi non hanno così tanto in comune come si potrebbe facilmente pensare. Si ritiene che la popolazione nativa messicana senza commistioni europee non superi il 10 percento di quella totale. Per contro, in Guatemala, si stima che la popolazione indigena superi il 50 percento. La capacità di parlare spagnolo è attualmente un simbolo di status in Guatemala, mentre in Messico il numero di persone che parlano una lingua nativa è considerevolmente minore.

    A causa del suo isolamento, è possibile riscontrare uno scarso sviluppo al di fuori delle due maggiori città, Città del Guatemala e Antigua, e nemmeno qui il livello delle infrastrutture si avvicina, per esempio, alle zone più ricche di molti paesi latinoamericani. La storia degli indigeni del Guatemala è significativa, gli ultimi decenni meritano di esseri raccontati per fare luce sulla violazione internazionale dei diritti e altrettante vergognose costruzioni sociali.

    I

    Gli indigeni del Guatamela sono stati oggetto di continui attacchi da parte del governo durante la lunga guerra civile del Paese, il cui inizio alcuni fanno risalire agli anni 60 e che si è conclusa appena nel 1996[ii]. Come scrive Brigittine French: “[il dittatore guatemalteco] José Efrain Rios Montt è stato complice di atti di genocidio contro la popolazione Maya durante La Violencia, quando più di 200.000 mila persone sono state uccise dalle forze militari guatemalteche”[iii]. Ciò che rende la situazione guatemalteca insolita, persino se si parla di catastrofi del ventesimo secolo, è la violenza pura e semplice usata nei confronti di donne e bambini, il grado di distruzione di villaggi e territori e la demonizzazione della popolazione aggredita come gente ineducabile e indegna. Sebbene lo status dei nativi in America centrale abbia occupato storicamente il gradino più basso della scala sociale, in Guatemala essi costituiscono da molto tempo la maggioranza della popolazione e sono di gran lunga i più numerosi tra gli abitanti della nazione. Al contrario, come già detto, gli individui di origine europea o di origine mista sono un gruppo molto esiguo in Guatemala.

    Così, più che prendere come capro espiatorio una minoranza per i propri fini, il governo del Guatemala ha colpito spietatamente quei gruppi che, presi nell’insieme, costituivano la maggioranza della popolazione. Come sottolinea French: “Rios Montt ha cercato di eliminare dall’organizzazione politica della nazione [gli indigeni] attraverso atroci genocidi per i quali non è ancora stata fatta giustizia nell’era del post-conflitto[iv]”.

    Lo stupro e la violenza sessuale sono state le principali forme di tortura impiegate contro la popolazione indigena. In questo contesto, i nativi sono stati femminilizzati mentre l’urbanizzazione e l’eurocentrismo – associati all’uso della lingua spagnola – sono stati categorizzati come maschili. Questo fattore, di per sé, costituisce una caratteristica rilevante in tutti i resoconti sulla violazione dei diritti umani e i fallimenti che si sono verificati. Irene Matthews, così come altri commentatori, indica che i crimini sessuali commessi contro i coniugi delle donne prese di mira siano più elevati in Guatemala che in altri paesi o regioni. L’autrice sostiene quanto sia importante capire questo costrutto nei termini de “La Violencia”: “La violenza specificamente diretta contro le donne sembra (ad alcuni) avere una scarsa rilevanza politica in questo clima di controllo pressoché totale. Ancora una volta, tuttavia, vorrei unirmi all’interpretazione secondo cui lo stupro diffuso rappresenta un segnale”[v].

    La storia del Guatemala e dell’America Latina si prestano, purtroppo, a questo tipo di oppressione, ma il Guatemala sembra per molti versi un caso speciale. Il livello di violenza, la sua durata e i deboli tentativi da parte della comunità internazionale di opporsi a questo stato di cose contrastano con l’idea che si sia trattato semplicemente di un altro crimine nel vasto catalogo dei mali umani.

    Molti commentatori nativi hanno tentato di fornire ai non addetti ai lavori un resoconto completo delle varie vicissitudini vissute dai diritti indigeni e della loro violazione. Parte del contesto che ha permesso di sostenere un attacco così duraturo contro le popolazioni riguarda la costruzione sociale dei ladinos, la loro storia e varie tematiche trasversali nelle Americhe. Enrique Sam Colop ha segnalato che: “La mistificazione e le opinioni razziste sono presentate persino nelle università e nelle scuole. Gli attuali Maya e tutto ciò che è Maya sono associati al “passato” e all’“arretratezza”[vi].

    É molto marcata la tendenza da parte della popolazione più industrializzata e urbanizzata a prendere posizione su tematiche che denigrano la vita e il passato delle popolazioni indigene ed è da attribuirsi alla sequenza di eventi che si sono verificati. Per usare un’espressione alla moda, è come se l’iscrizione di un corpo (inscribing the body, NdT) significasse, nel caso del Guatemala, che tutto ciò che è nativo sia privo di merito, mentre tutto ciò che è europeo sia di grande valore. Anche se si potrebbe essere tentati di dire che questo pensiero affonda le sue radici nella Conquista (e molti sarebbero pronti a rivendicare questa affermazione), ciò che è degno di nota è la lunghissima cronologia durante la quale i modelli di pensiero “dell’epoca della Conquista” siano rimasti persistenti in questa regione dell’America Centrale. Ed è per queste ragioni, secondo Colop e altri, che si sono verificati gli abusi de “La Violencia”, anche perché molti osservatori stranieri non hanno fatto pressoché nulla per fermarla o mitigare i mali sociali che l’hanno preceduta. Un sorta di romanticizzazione degli spagnoli e del loro lascito sono lo scenario indelebile della storia del Guatemala.

    II

    Sembra esserci un consenso generale tra coloro che seguono la politica guatemalteca sul fatto che l’iniqua distribuzione delle terre e le condizioni generali di salute e di istruzione ne facciano una delle zone più povere e degradate dell’America Latina, ponendola più precisamente alla pari di altri paesi in altri continenti. Nel saggio Guatemala: False Hopes, False Freedom, James Painter scrive che “la risposta dell’Esercito [agli attivisti di sinistra] è stata lanciare una campagna di terrore che non ha eguali per crudeltà (e mancanza di divulgazione) nella storia dell’America Latina”[vii].

    Painter ritiene che il numero totale tra morti e desaparecidos si aggiri intorno alle decine di migliaia, se non oltre, e, come altri osservatori, è colpito dalla facilità con cui la costruzione sociale sugli indigeni venga accolta. Sostenendo che i nativi americani fanno “parte della natura”, sono simili a “piante e animali”, i ladinos che forniscono le informazioni agli osservatori stranieri non sembrano in grado di capire che le popolazioni indigene sono costituite da esseri umani cui vanno garantiti dei diritti[viii]. A quanto pare, buona parte delle ragioni che motivano la distruzione e la conseguente espropriazione è da ricercarsi nella giustificazione ad hoc secondo la quale gli indigeni non hanno bisogno o non meritano le loro vite o le loro proprietà. Oltre alla caratterizzazione generale de “La Violencia” da parte degli osservatori esterni, durante questo periodo il Guatemala ha anche conquistato il dubbio primato di aver realizzato, come indica Painter, una sorta di “falsa democrazia”, che la maggior parte dei critici hanno considerato una perfetta messinscena.

    L’attuale struttura del paese, descritta in termini geografici, è costituita da grandi proprietà terriere, chiamate latifundios, lavorate dai nativi americani ma sotto il controllo da quello che può essere meglio definito un governo centrale. Molti di coloro che vivono nelle regioni montane raramente si sono allontanati dalla zona in cui abitano e sono pochi i centri urbani. Nel 1992, l’interprete culturale W. George Lovell ha riferito che intere aree del paese erano sottopopolate e sottosviluppate[ix].

    Per questo motivo, in aggiunta al razzismo verso la popolazione indigena, si sono verificate gravi violazioni secondo modalità che non sarebbero state possibili in società più industrializzate, o in nazioni con una diversa conformazione geografica. È come se gli indigeni fossero invisibili e, non appena ci si accorge della loro presenza, le loro vite venissero rubate e i loro villaggi distrutti. Gli informatori riferiscono che, nel caso del Guatemala, la migrazione verso le città, altra costante della vita latinoamericana, si è tradotta in sacche di povertà così estreme come in nessun’altra parte del pianeta. Come ha recentemente sottolineato Susanne Jonas, rispetto alle condizioni di sviluppo di qualche decennio fa, “la migrazione verso Città del Guatemala iniziava a ingrossare le barrancas, le baraccopoli dei canali fangosi della capitale[x]”. Chi non le conosce direttamente, può solo immaginare come sia l’aspetto di una tipica barranca in un canale fangoso.

    I commentatori notano come sia una caratteristica della vita nei villaggi il fatto che si mantengano aspetti chiave della cultura maya, eppure sembra che questo renda i nativi americani ancor più vulnerabili. La loro cultura si basa sul concetto di fertilità e di ciclicità: molti hanno notato che una parte fondamentale del loro sistema di credenze si basa sull’idea che il “primo padre” e la “prima madre” fossero fatti di pasta di farina di mais[xi]. La vulnerabilità agli attacchi della cultura maya come gruppo, assieme al loro legame verso la terra, sembra solo fomentare ulteriormente coloro che li sfruttano.

    Susanne Jonas è probabilmente una delle migliori e complete autrici che ha scritto sull’importanza degli eventi degli anni ‘70 e gli ‘80 e sull’ineguagliabile livello di violenza raggiunto in Guatemala. Scrive: “Non esiste capitolo più doloroso nella storia del Guatemala moderno degli episodi del 1980-1983. A livello umano, ci troviamo di fronte a una carneficina di massa e a un genocidio perpetrato dai nuovi squadroni della morte. Il fatto che questo olocausto sia pressoché sconosciuto e inimmaginabile per la maggior parte dei paesi occidentali, certamente negli Stati Uniti, è una testimonianza dell’“assordante silenzio” sul Guatemala…forse perché si tratta di vittime in gran parte indigene”[xii].

    Jonas prosegue osservando che più di 440 villaggi sono stati distrutti e più di 100.000 persone sono state uccise o sono state vittime di sparizione forzata[xiii]. Qualunque sia la fonte delle statistiche -per quanto accurate o imprecise possano essere- una cosa è certa: la violenza in Guatemala sembra essere un caso particolare di rabbia genocida contro la popolazione indigena, con alcune caratteristiche che sembrano essere uniche. La costruzione degli indigeni come subumani non è nuova; ciò che è nuovo è la costruzione sociale combinata con la capacità tecnologica di causare danni irreparabili; in altri casi simili, o l’interpretazione della cultura era in qualche modo differente, o mancava la capacità tecnologica, almeno nel suo senso attuale.

    III

    Si potrebbe essere tentati di confrontare la situazione in Guatemala con altre situazioni conosciute a livello internazionale negli ultimi decenni, come ad esempio quella del Bangladesh, quando nei primi anni ‘70 stava cercando di rendersi uno Stato-nazione indipendente dal Pakistan. Sappiamo, per esempio, che i punjabi della regione occidentale del Pakistan disprezzavano i bengalesi, e sappiamo anche di molti casi di stupro, di umiliazione delle donne della regione orientale e via dicendo. A causa della brutalità dell’esercito, guidato dall’allora Generale Yahya Khan, si potrebbe voler paragonare l’insieme delle circostanze in Guatemala con l’insieme delle circostanze in Bangladesh. Come ha osservato il giornalista pakistano Akbar Ahmed, la guerra “ha alimentato l’immagine internazionale del Pakistan come una brutale potenza militare che opprime il proprio popolo…Si è creata una solidarietà globale per la causa bengalese”[xiv].

    Anche se esistono margini di somiglianza tra questi due avvenimenti, ci sono anche importanti differenze. La violenza in Bangladesh era dovuta in gran parte al tentativo dei bengalesi di creare il proprio Stato-nazione -infatti la guerra può essere probabilmente descritta come una guerra civile portata avanti da un movimento indipendentista. La repressione in Guatemala ha avuto a che fare soprattutto con il timore del governo e della classe dominante che gli indigeni fossero pericolosi e potessero diventare simpatizzanti di sinistra. Sebbene in Bangladesh la distruzione e l’umiliazione della popolazione femminile siano state al centro di molti commenti internazionali (vi alludeva anche, per esempio, Benazir Bhutto prima della sua morte, nonostante lei stessa appartenesse a un contesto punjabi), il livello di distruzione del Guatemala è stato ancora più intenso, comprendendo individui di tutti i generi e di diverse fasce d’età.

    In un volume dedicato alle questioni delle violazioni internazionali dei diritti umani, James Waller osserva che “oltre il 60 percento della popolazione guatemalteca vive in comunità rurali disperse con popolazione inferiore ai 2000 abitanti. Nella maggior parte di queste comunità, i servizi sanitari ed educativi sono quasi inesistenti. Complessivamente, il 45 percento della popolazione non dispone dei servizi sanitari minimi e il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni era di 67 su 1000 nati vivi nel 1995 -uno dei più alti del mondo industrializzato[xv].” Qui possiamo vedere, afferma James Waller, ciò che causa l’impoverimento della vita degli indigeni del Guatemala: essi sono privi di servizi sociali e di infrastrutture funzionanti, a differenza delle classi medie e medio-alte del paese, composte da individui di diversa estrazione sociale. 

    IV

    Gli abusi contro gli indigeni del Guatemala sono particolarmente importanti da raccontare poiché sono esemplificativi del forte eurocentrismo che ha guidato il colonialismo in gran parte della sua storia[xvi]. Da questo punto di vista, le persone che non hanno origini europee non godono di diritti nel significato stretto del termine e il progetto dell’Illuminismo, nonostante i suoi vari proclami, non si applica in modo significativo a chi vive in altri continenti. La costruzione dell’idea degli indigeni come dei bambini, incapaci di apprendere, “arretrati” e non educabili non solo mette in dubbio le motivazioni di coloro che occupano posizioni di leadership in molti dei governi centroamericani, ma in un senso più ampio possiede un potere esplicativo rispetto a gran parte di ciò che è accaduto altrove.

    Anche se si potrebbe voler affermare, per esempio, che i diritti delle donne in altre zone hanno poco a che vedere con questa serie di difficoltà, un esame più attento dimostrerà che non è così. In generale, qualsiasi sistema di abusi contro un gruppo etnico si basa solitamente sulla costruzione di quel gruppo etnico all’interno di una cultura più ampia e, in molti casi, esiste qualche presunto legame (almeno simbolico) tra il gruppo e il genere. Così, molti gruppi che sono stati vittime del tipo di abusi commessi in Guatemala sono stati classificati come femminili e gli indigeni del Guatemala non fanno eccezione. In questo modo, si può stabilire un legame tra il maltrattamento delle donne e il maltrattamento di alcuni gruppi etnici.

    Inoltre, come già detto, è importante rilevare che i crimini perpetrati contro i nativi americani del Guatemala sono stati commessi in una nazione delle Americhe situata molto vicina agli Stati Uniti. Invece di affermare che questi abusi hanno avuto luogo in un altro continente, chiunque sia interessato ad approfondire la questione può rendersi conto che, in termini di miglia o chilometri, gli abusi si sono verificati molto vicino al Messico e in una sfera di autoproclamata distanza dal Paese capitalista egemone. Questi crimini, che si verificano in questo modo e all’interno di questa sfera geografica, potrebbero far riflettere più attentamente su come si costruiscono le categorie degli abusi e sul perché siamo troppo spesso tentati di pensare a tali episodi di umiliazione come il prodotto di società e culture lontane.

    I crimini del Guatemala sono stati argomento di numerosi libri, articoli e istanze presentate a organi civili e giudiziari. Il pensiero illuminista del XVII secolo, sebbene sancito e promulgato dalle organizzazioni internazionali e dai codici civili, è sembrato incapace di fermare il massacro massivo degli indigeni del Guatemala solo qualche decennio fa. Forse la lezione da trarre dal caso del Guatemala è che gli abusi sono molto più vicini di quanto si pensi. Il recente arresto dell’ex-presidente, Otto Pérez Molina, accusato di corruzione, non fa altro che mettere in luce, ancora una volta, la natura catastrofica del passato e del presente del Guatemala.


    [i] Infatti è in parte grazie alla segnalazione di questi problemi che è stata rivolta attenzione al lavoro di Rigoberta Menchú, alla quale è stato conferito il Premio Nobel nel 1994.

    [ii] Diane M. Nelson, Reckoning (Durham: Duke University Press), xiii–xiv.

    [iii] Brigitte French, Maya Ethnolinguistic Identity (Tucson: University of Arizona Press), 2.

    [iv] French, Maya Ethnolinguistic Identity, 2

    [v] Irene Matthews, “Torture as Text,” in The Women and War Reader, ed. Lois Ann Lorentzen and Jennifer Turpin (New York: New York University Press, 1996), 190.

    [vi] Enrique Sam Colop, “The Discourse of Concealment and 1991,” in Maya Cultural Activism in Guatemala, ed. Edward Fischer and R. McKenna Brown (Boulder: Westview, 1996), 111–12.

    [vii] James Painter, Guatemala: False Hopes, False Freedom (New York: Crossroad, 1986), xiv.

    [viii] Painter, Guatemala, xiv–xv.

    [ix] George Lovell, Conquest and Survival in Colonial Guatemala (Montreal: McGill-Queens’ University Press, 1992), 37.

    [x] Susanne Jonas, The Battle for Guatemala (Boulder: Westview, 1999), 65.

    [xi] Lovell, Conquest and Survival in Colonial Guatemala, 34.

    [xii] Jonas, The Battle for Guatemala, 146.

    [xiii] Jonas, The Battle for Guatemala, 149.

    [xiv] Akbar S. Ahmed, Jinnah, Pakistan and Islamic Identity (New York: Routledge, 1997), 238.

    [xv] James Waller, Becoming Evil (Oxford: Oxford University Press, 2007), 190.

    [xvi] Edward Said’s Orientalismo, di Edward Said, è un lavoro che si propone di rendere trasparente gran parte di questo progetto. (Edward Said, Orientalism [New York: Vintage, 1978]. Edizione italiana: Orientalismo, Bollati e Boringhieri, 1991).

  • Carta de amor a una persona trans. Reflexiones amorosas sobre la ética del romanticismo radical

    Carta de amor a una persona trans. Reflexiones amorosas sobre la ética del romanticismo radical

    Dedicado a todxs ustedes que se aman e intentan amarse y a todxs nosotrxs que ya lxs amamos y lo seguiremos haciendo

    de Ludovico Virtú

    traducción e introducción de Roberta Granelli

    En estos tiempos de rupturas adentro del movimiento feminista a través de prácticas violentas, como la señalación, la invalidación de vidas y de existencias, la reivindicación de derechos sin reconocer deseos ni cuerpos, quisiera dedicar esta traducción a quien se siente cercanx, empáticx o identificadx con ella. Es en este contexto que surge esta carta de amor: la escribe un compañero de Italia y nace como respuesta a varios debates en las redes sociales, a los que desde hace tiempo nos han acostumbrados algunos grupos LG y otros abiertamente transfóbicos en los que destacaron declaraciones como “nunca estaría con una persona trans”. La publicación de la misma carta, desafortunadamente, se realiza en ocasión de un feminicidio con causas transfóbicas que dejó como víctima a una chica cis, Maria Paola de 18 años, cuyo hermano decidió quitarle la vida porque no aceptaba su relación con Ciro, un chico trans. En estos tiempos de feminicidios y transfeminicidios en México, necesitamos reconocer que negar ciertas existencias no es una herramienta para validar o visibilizar a otras. En estos tiempos, a pesar de la distancia pandémica, necesitamos acuerparnos y hablar de amor. Hablar del amor, como en esta carta, desde el romanticismo radical que pone en duda las normatividades del deseo, desde la ternura radical. Hablar del amor como esta práctica afectiva que se extiende más allá de la piel, como diría Lía García [1]. 

    Dedicado a todxs ustedes que se aman e intentan amarse
    y a todxs nosotrxs que ya lxs amamos y lo seguiremos haciendo.

    [El siguiente texto fue inspirado por las reflexiones teóricas y las perspectivas trans-disciplinarias de la filósofa Mijke van der Drift, en particular por su artículo Radical romanticism, violent cuteness, and the destruction of the world, Journal of Aesthetics& Culture 10.3 (2018)]

    Querida persona trans, te escribo porque ya está en todos los periódicos: hay personas que nunca soñarían poder estar contigo. Ahora, es inútil que te diga que no se puede opinar sobre el deseo ajeno, que es un deseo subjetivo. Y esto tú lo sabes perfectamente. Lo que no sabes, porque nunca logré decírtelo, es que tú me gustas. Sí, persona trans, me gustas. Siento algo por ti. Algo inexplicable, hace mucho tiempo que no me pasaba. De ti me gusta todo, me gusta tu cabello, tu sonrisa, tus ojos, tus hombros. Me gustan tus ideas. Me gusta esa forma tan tuya de ser ¿sabes? Esa forma de alborotarlo todo, de desordenarlo. Incluso cuando no estás.
    Creo que eres una persona fuera de lo común, una que siempre hace revoluciones. A los ojos de quien dice no poder amarte, tú no tienes género, no tienes cuerpo, no tienes orientación sexual, no tienes linaje, no tienes piel, no tienes tiempo, no tienes fronteras, no tienes límites. Muchos intentaron definirte, pero yo no quiero definirte, tú para mí eres única.

    Según yo eres algo desconfiada. Piensas que no te quieren porque te ven como un vago concepto genital, a través de lentes pertenecientes a un imaginario anatómico del deseo cis-normativo –me encanta cuando pronuncias esta palabra, es un destello erótico, quisiera poder estar en cualquier lugar donde tú estés en este momento.
    No estarían nunca contigo porque no saben si tienes una vagina, un pene, gónadas, ovarios, tetas naturales, tetas desnaturalizadas, pecho sucio, pecho cicatrizado. Si alguna vez tuviste todo, si todavía no tienes nada. Tal vez, probablemente también se pregunten como los tienes, pero no creo que su fantasía llegue tan lejos. O tal vez te quisieran con los rasgos de una diferente combinación de órganos: tetas sin vagina, vagina sin tetas, pene con tetas, un poco más femenina, un poco más masculina, un poco menos masculina, un poco menos femenina, un poquito más pasable. No te consideran una persona lo suficientemente verdadera. Quisieran lo que no eres. En cambio yo te encuentro única, y así de auténtica. Tú eres genérica, imprecisa, abstracta, estás más allá, en conclusión: eres persona.

    A veces eres justamente el espejo de las percepciones ajenas, eres así de verdadera que la gente tiene crisis de identidad. Tu identidad pone todo en duda, excepto mi deseo hacia ti.
    Y es por esto que yo creo amarte. No te amo por tus genitales, no me importan, no sé ni siquiera que genitales tienes y sepas que tus genitales no me interesarán, cuando te vea. Yo te amo porque eres la vergüenza de las familias, la escoria, la ingrata, la aprovechadora. Y aun así sabes amar y sabes todavía odiar.
    Te amo porque eres la mujer que vive en su piel la violencia del patriarcado y la transfobia, cada día, con o sin labial. Aun así cada día vuelves a escribir la filosofía de una ética encarnada que nos haga a todos amantes mejores, aunque tengas problemas de pareja. Te amo porque eres el hombre que vio el privilegio moverse hacia él y apoderarse de su masculinidad cuando su presencia infunde miedo en las calles y quien antes te deseaba, ahora no te reconoce. Aun así cada día reflexionas acerca del sentido de la intimidad, pero no abiertamente.
    Te amo porque tienes una identidad no binaria y por tanto terminas sin existir. Aun así cada día construyes una nueva forma de relacionarte, fuera de la norma, y a veces no aguantas más. Te amo porque, persona trans, estás llena de contradicciones, de facetas, de perspectivas. A veces también te la crees mucho. Pero para mí todas estas cosas al final no tienen importancia, podrías ser miles y aun así para mí solo eres una: persona. Sueño contigo un romanticismo radical. Un romanticismo soñador que nos permita huir hacia las fronteras del imaginario habitual y que construya nuevas formas de vida encarnada. Un acercamiento cotidiano al cambio que mire a los ojos la violencia y la disparidad de poder que se crean en las relaciones y que, reconociéndola, la toque. Quisiera tocar esta violencia contigo, persona trans, tocar las dinámicas de poder que nos oprimen, que nos diferencian y que al mismo tiempo nos convierte en deseantes. Quisiera convertir esta ética táctil en una proximidad, hacer de ella una rutina contigo.

    De manera que todo lo que toquemos sea transformación.

    Quisiera conocerte, pero tengo miedo. Tengo miedo que la destrucción de los estereotipos sobre la deseabilidad culmine en el final del mundo ¿Y si tocarte disolviera las categorías que le permiten a mi cuerpo funcionar?

    Tuyo

    L.

    [1]  Lía García es pedagoga, artista del performance, poeta, activista feminista y de los derechos humanos de las personas trans. Utiliza su misma vivencia, su propio cuerpo, para tejer lazos con el contexto (tanto mexicano como de otros países) destruir barreras a través de encuentros afectivos.

    Texto en italiano

    Cara persona trans, ti scrivo perché ormai è su tutti i giornali: ci sono persone che mai si sognerebbero di stare con te. Ora, è inutile che io ti dica che non si può sentenziare sul desiderio altrui, che è un desiderio soggettivo. Questo lo sai benissimo. Quello che non sai, perché non sono mai riuscito a dirtelo, è che tu mi piaci. Sì, persona trans, mi piaci. Provo qualcosa per te. Qualcosa di inspiegabile, era da tanto che non mi capitava. Di te mi piace tutto, mi piacciono i tuoi capelli, il tuo sorriso, i tuoi occhi, le tue spalle. Mi piacciono le tue idee. Mi piace quel tuo modo di fare, sai? Quel tuo modo di abbaruffare tutto, di scompaginare. Anche quando non ci sei.
    Credo che tu sia una persona speciale, una che fa sempre le rivoluzioni. Agli occhi di chi dice di non poterti amare non hai genere, non hai corpo, non hai orientamento sessuale, non hai una discendenza, non hai pelle, non hai tempo, non hai confini, non hai limiti. In tanti hanno cercato di definirti, ma io non voglio definirti, tu per me sei unica.
    Secondo me sei un po’ sospettosa. Pensi che non ti vogliano perché ti vedono come un vago concetto genitale, attraverso le lenti di un immaginario anatomico del desiderio cis-normato – adoro quando pronunci questa parola, è un moto erotico, vorrei poter essere ovunque tu sia in questo momento.
    Non starebbero mai con te perché non sanno se hai una vagina, un pene, gonadi, ovaie, tette naturali, tette snaturate, petto sconcio, petto cicatrizzato. Se hai mai avuto tutto, se non hai ancora niente. Chissà, magari si chiedono anche come ce li hai, ma io non credo che la loro fantasia arriverebbe a tanto. O magari ti vorrebbero nelle sembianze di una diversa combinazione di organi, tette senza vagina, vagina senza tette, pene con tette, un po’ più femminile, un po’ più maschile, un po’ meno maschile, un po’ meno femminile, un po’ più passabile. Non ti ritengono una persona abbastanza vera. Vorrebbero quello che non sei. Io invece ti trovo unica, e così autentica. Tu sei generica, imprecisa, astratta, sei oltre, insomma sei: una persona.
    A volte sei proprio lo specchio delle percezioni altrui, sei così vera che la gente ha le crisi di identità. La tua verità mette in dubbio tutto, tranne il mio desiderio per te.
    Ed è per questo che io credo di amarti. Non ti amo per i tuoi genitali, non mi importa dei tuoi genitali, non so nemmeno che genitali hai e sappi che dei tuoi genitali non mi importerà, quando ti vedrò. Io ti amo perché sei la vergogna delle famiglie, la reietta, l’ingrata, l’approfittatrice. Eppure sai ancora amare e sai ancora odiare.
    Ti amo perché sei la donna che vive sulla sua pelle la violenza del patriarcato e la transfobia, ogni giorno, con o senza rossetto. Eppure ogni giorno riscrivi la filosofia per un’etica incarnata che ci renda tutti degli amanti migliori, e poi hai problemi di coppia. Ti amo perché sei l’uomo che ha visto il privilegio spostarsi su di sé e abbattersi sulla sua maschilità quando la sua presenza incuteva paura per strada e chi prima ti desiderava, ora non ti riconosce. Eppure ogni giorno rifletti sul significato e sul senso dell’intimità, ma non in pubblico.
    Ti amo perché hai un’identità non binaria e quindi finisci per non esistere. Eppure ogni giorno costruisci un nuovo modo di relazionarti, fuori dalla norma, e a volte non ne puoi più. Ti amo perché, persona trans, sei piena di contraddizioni, di sfaccettature, di prospettive. A volte sei anche piena di te. Ma per me tutte queste cose in fondo non hanno importanza, potresti essere mille eppure per me sei solo una: persona.
    Sogno con te un romanticismo radicale. Un romanticismo sognante che ci permetta di sfuggire ai confini dell’immaginario abituale e che crei nuove forme di vita incarnata. Un approccio quotidiano al cambiamento che guardi in faccia la violenza e la disparità di potere che si creano nelle relazioni e che, nel riconoscerla, la tocchi. Vorrei toccare questa violenza con te, persona trans, toccare le dinamiche di potere che ci opprimono, che ci differenziano e che insieme ci rendono desideranti. Vorrei rendere questa etica tattile una prossimità, farne con te una routine. 

    In modo che tutto quello che tocchiamo sia cambiamento.

    Vorrei conoscerti, ma ho paura. Ho paura che la distruzione degli stereotipi sulla desiderabilità culmini nella fine del mondo. E se toccarti dissolvesse la categorie che permettono al mio corpo di funzionare?

    Tuo.

    L.

  • Guatemala, cosa bolle nella «pentola» della solidarietà

    Guatemala, cosa bolle nella «pentola» della solidarietà

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    Quel che resta della «Olla Comunitaria», risposta dal basso all’emergenza sociale da Covid-19, che da «triste necessità» è diventata un modello di resistenza e contrasto alla violenza dei sistemi economici basati sull’esclusione.


    di Simone Scaffidi

    «Una triste necessità». Bastano tre parole a Emilio, 35 anni, per definire la Olla Comunitaria (traducibile in Pentola Comunitaria), una delle esperienze solidali che durante l’emergenza Covid-19 hanno marcato in maniera significativa la percezione del centro storico di Città del Guatemala. Quando a marzo, per le misure di contenzione del virus, un piccolo bar chiamato Rayuela, situato a pochi passi dalla Casa Presidenziale, è stato costretto a chiudere, i gestori hanno deciso di cucinare le riserve di cibo che avevano in magazzino e offrirle alla comunità. Da un giorno all’altro, il piccolo bar lo si poteva leggere in un modo o in un’altro, seguendo l’ordine convenzionale o saltando la norma – proprio come il grande classico della letteratura latinoamericana da cui si è ispirato per il nome – e così nel tempo di una pagina si è trasformato da esercizio commerciale a mensa popolare e ha servito gratuitamente e per cinque mesi pasti caldi alle persone che non li avevano garantiti.

    «Il primo giorno sono arrivati in 35, dopo due giorni 80 persone poi 100, 200 e poi il cibo ha cominciato a moltiplicarsi grazie alle donazioni e alla solidarietà della gente» racconta Emilio. E mentre aumentavano le donazioni, crescevano anche le persone volontarie che si coinvolgevano nel progetto: «Si è arrivati ad essere in 56». Saul è fra questi 56, ha 22 anni e si è avvicinato alla Olla Comunitaria grazie a un amico pittore e fotografo che stava dando visibilità sui social l’esperienza. «La fila cresceva di giorno in giorno, bisognava garantire il distanziamento, disinfettare gli spazi, gestire tutte quelle persone – ricorda Saul – mi sono presentato, mi hanno accolto bene e ho subito dato una mano dove c’era più bisogno». Dopo le prime due settimane si è arrivati a servire fino a mille pasti al giorno, «tra le 300 e 400 colazioni, e tra i 600 e 700 pranzi», segnala Emilio.

    La fila di persone che aspettavano pazientemente un pasto caldo si snodava lungo la Sexta Avenida, una delle principali e più frequentate arterie commerciali della città, scivolava di fronte alla Casa Presidenziale per poi costeggiare i palazzi limitrofi e riempire le vie adiacenti.

    «È stato come quando cade una bomba in un paese: si comincia raccogliendo i corpi e ripulendo le macerie. Non abbiamo avuto tempo di organizzarci. È stato come un terremoto, abbiamo dovuto affrontare l’emergenza con un approccio decisamente empirico e da neofiti, nessuno di noi aveva affrontato qualcosa di simile prima» racconta Emilio. Nonostante si sia trattato di un progetto spontaneo la Olla Comunitaria ha sempre mantenuto uno sguardo critico e autocritico nel suo agire, preferendo riflettere sulle contraddizioni politiche che hanno portato al sorgere di questa esperienza piuttosto che spingere l’acceleratore sul carattere assistenzialista della sua azione. «Siamo coscienti di non star risolvendo il problema, stiamo facendo quello che dovrebbe fare il governo, appoggiare la popolazione in difficoltà, garantire la dignità e la vita delle persone» continua Emilio, e della stessa idea è anche Saul: «Stiamo soltanto risolvendo nell’immediato un problema che ha radici molto profonde che affondano nella cultura e nella struttura del sistema e nell’ordine delle cose in cui viviamo e che è dominato dalla violenza economica».

    L’imposizione del coprifuoco alle 16.00, le lamentele dei vicini che accusavano le persone volontarie di alimentare tossicodipendenti e delinquenti, le intimidazioni delle forze di polizia e il contagio di una delle persone volontarie ha costretto la Olla Comunitaria a ripensarsi e riflettere sull’impatto sociale delle sue azioni. Era diventato impossibile servire due pasti al giorno e si è valutato rischioso continuare a farlo al di fuori dei locali del bar Rayuela, per motivi di sicurezza e per ragioni dovute alla gestione degli spazi e al mantenimento delle distanze. Si è quindi deciso di spostare la distribuzione di cibo a qualche centinaia di metri dalla sede, nella piazza centrale di Città del Guatemala, in un luogo ancora più simbolico e visibile, di fronte al Palazzo Nazionale, con l’obiettivo di denunciare attraverso l’azione concreta l’inefficienza e l’irresponsabilità delle autorità di fronte a una situazione drammatica e a un enorme problema economico, politico e sociale.

    Dopo cinque mesi di attività incessante, con un dispendio di energie e risorse umane incalcolabile è stata scelta la data del 15 settembre, giorno dell’Indipendenza, per porre un punto a questa esperienza, con un comunicato e un annuncio diffuso sui social: «Chiudere questo ciclo oggi è simbolico: Non c’è indipendenza da celebrare. Non c’è festa patria quando c’è la fame. Non c’è Stato o Governo che ci rappresenti. Il Guatemala ha fame, questa è la verità. Il Presidente si è preoccupato di più a intimidirci che a risolvere i problemi della fila della fame. Per costruire la patria bisogna prima riconoscere la realtà».

    Il lascito di questa esperienza ha dimensioni non tangibili nell’immediato. Altre Ollas Comunitarias sono sorte in diverse città del Paese fino a travalicare i confini nazionali e giungere in Salvador. Una rete di solidarietà cittadina è venuta allo scoperto: c’è chi ha messo in prima linea il proprio corpo per restituire un po’ di dignità in una situazione sociale dura e spaventosa, chi ha cucinato a casa per contribuire, chi ha lavato le pentole, chi ha trasportato immondizia, chi ha consegnato più di 3000 borse di alimenti in zone urbane e rurali.

    In cinque mesi l’impegno di tutte queste persone ha permesso di servire all’incirca 100 mila piatti caldi, di palliare anche se per poco tempo la violenza politica ed economica che soffrono moltitudini di persone in Guatemala e di denunciare attraverso l’azione e la solidarietà tutte le deficienze di una classe politica per la maggioranza classista e razzista legata a interessi alieni a quelli della gran parte popolazione.

    Jordan Rodas, il Procuratore per i diritti umani in Guatemala, la più alta istituzione del paese in tema di diritti umani, ha applaudito e ringraziato l’operato della Olla Comunitaria e ha sollecitato il Ministero per lo sviluppo sociale a far fronte alla drammatica situazione d’emergenza in materia di sicurezza alimentare. Anche l’Onu ha segnalato l’impatto sociale della Olla Comunitaria selezionandola tra i 50 progetti di solidarietà più ispiratori in tutto il mondo e candidandola al Premio Solidarietà in Azione 2020. Ma il riconoscimento più significativo è arrivato dai messaggi di solidarietà delle persone che hanno ricevuto in questi mesi un pasto al giorno e da una parte della società civile guatemalteca che ha supportato fino alla fine questo progetto coraggioso. Un vero e proprio laboratorio politico e sociale capace di ribaltare con l’azione le retoriche e gli immaginari dominanti sul concetto di «povertà».

    Ciò che rimane è un esperienza trasformativa, che ha coeso una comunità e ha dato segnali di speranza e di cambiamento, Saul la riassume così: «Per me la Olla è l’esempio vivo che con poche risorse economiche e umane si può fare molta differenza, certo si contribuisce anche a coprire in un certo senso le pessime decisioni politiche ed economiche dei gruppi dirigenti del Paese ma è necessario mitigare per qualche ora la fame delle persone affinché possano continuare a vivere e a lavorare».

    Di «triste necessità» parlava Emilio all’inizio ed è impossibile dargli torto. Ma questa «triste necessità» ha rappresentato allo stesso tempo la possibilità di rifiatare e contrastare la violenza economica di un sistema che esclude e uccide, un’ancora di dignità a cui aggrapparsi per immaginare forme e pratiche di resistenza alternative all’oblio.

  • Latinoamericando: dopo il plebiscito cileno

    Latinoamericando: dopo il plebiscito cileno
    Santiago, Cile, 18 ottobre 2020 (Javier Astudillo)

    In Cile lo scorso 25 ottobre si è svolto un plebiscito storico che, con il 78% dei sì, cambierà la Costituzione pinochetista del 1980. Dopo un anno di rivolta in tutto il paese, ora si apre un nuovo scenario di possibilità e sfide. In questa puntata di Latinoamericando, Gustavo Claros intervista Camillo Robertini, ricercatore presso il Centro de Estudios Internacionales de la Universidad de Chile.

     

  • Violencias en Guanajuato: las fosas

    Violencias en Guanajuato: las fosas
    Fosas en Salvatierra. Cortesía Comisión nacional de búsqueda (México, 2020)

    De Fabrizio Lorusso

    Desde el diario mexicano La Jornada del 30/10/2020

    Las fosas clandestinas representan una ruptura profunda del tejido social, un agujero negro de la convivencia y la comunidad. Materializan lo que la socióloga Maru Sánchez ha llamado desgarramientos civilizatorios, fracturas de vida y de sentido comparables con los campos de concentración y de exterminio del siglo XX. Para el filósofo Arturo Aguirre se trata del espacio doliente de nuestro tiempo, mientras que el historiador Rodolfo Gamiño las ve como microespacios de excepción.

    En el México del conflicto armado, con sus miles de víctimas directas e indirectas, la fosa clandestina también es un sitio de múltiples violaciones a derechos humanos en donde, sin embargo, es posible iniciar procesos de reconstrucción de memoria, verdad y justicia, así como dar pasitos hacia el cierre del duelo que desgarra a las familias de las y los desaparecidos.

    Desde 2006, año de inicio de la militarización de la seguridad pública y la escalada de homicidios y desapariciones, en México se han registrado 4 mil 92 fosas con 6 mil 900 cuerpos. A la fecha hay 77 mil 585 personas desaparecidas y son 38 mil 891 los cuerpos no identificados en las morgues del país.

    La crisis forense y humanitaria ha suscitado formas de resistencia de los colectivos de familiares y grupos solidarios quienes, al adoptar y adaptar desde abajo prácticas organizativas, legales y forenses, han desafiado la legitimidad y los conocimientos de las autoridades y los peritos. Son cada vez más las mamás que buscan a sus hijos y a todas las personas desaparecidas: al hacerlo, se vuelven defensoras de los derechos humanos, constructoras de paz y reserva moral del país.

    Así, paulatinamente han generado cierto cambio en las instituciones, al cuestionar desde el campo, la experiencia y la esperanza el poder-saber estatal de cuño jurídico y forense sobre las desapariciones, las búsquedas, las investigaciones y las fosas.

    El 28 de octubre Karla Quintana, titular de la Comisión Nacional de Búsqueda de Personas Desaparecidas (CNB), y Héctor Díaz Esquerra, de la Comisión Estatal de Búsqueda guanajuatense (CEBP), anunciaron un inédito hallazgo de fosas clandestinas en el estado: 59 cuerpos de hombres, mujeres y adolescentes en 52 fosas en el barrio de San Juan en Salvatierra. La cifra es provisional, los trabajos continuarán durante semanas así como los hallazgos positivos.

    Varios colectivos del estado, acompañados por personas solidarias y observadores, han trabajado con la CEBP para realizar esta búsqueda y explorar el terreno en varios puntos aledaños al río Lerma hasta encontrar un predio con decenas de cuerpos enterrados. Esta área, no lejana del centro, ha sido utilizada como lugar de muerte e inhumación durante meses, tal vez años, mostrando una realidad de impunidad y terror.

    La consecuencia de la detención de los presuntos líderes de la organización criminal guanajuatense de Santa Rosa de Lima, en agosto y octubre, no ha sido la reducción de la violencia sino todo lo contrario: al 30 de septiembre Guanajuato tenía 2 mil 587 personas desaparecidas, 409 más que a mediados de julio, y seguía encabezando a escala nacional la cifra de homicidios dolosos con 3 mil 438 en los primeros nueve meses del año, casi mil más que en 2019.

    Por la inseguridad las familias están participando en búsquedas con el rostro cubierto y, en ocasiones, con chaleco antibalas, extremando precauciones. El miedo había paralizado por muchos años a la población local, pues apenas hace un año se crearon varios colectivos a raíz de esta oleada de violencia: No buscamos a culpables, sólo paz y dar con el paradero de nuestro familiar, expusieron en un comunicado.

    Asimismo, señalaron la necesidad de contar ya con más peritos de la fiscalía estatal para procesar e identificar rápidamente los hallazgos y comunicar los resultados, por lo que invitan a quienes tengan un familiar desaparecido a realizarse la prueba de ADN. La recién creada Comisión Estatal de Atención Integral a Víctimas, dirigida por Jaime Rochín, tiene un reto mayúsculo y deberá juntar fuerzas con la CEBP y los colectivos para hacer efectivos los derechos de las víctimas, pisoteados durante más de una década.

    En el Informe sobre Situación de Fosas Clandestinas en Guanajuato, investigadores de la Universidad Iberoamericana, la Ibero León y Data Cívica, muestran que de 2009 a julio de 2020 la prensa registró 109 fosas clandestinas con 268 cuerpos en 29 de los 46 municipios de la entidad, pero oficialmente no se reconoce su existencia ni hay registros.

    En estos días se discute el texto del Reglamento de la Ley de Búsqueda estatal, una oportunidad para que las autoridades encaren la problemática. La propuesta de expertos y colectivos es que se incluya una referencia explícita al concepto y desglose preciso de los contextos de hallazgo, contenidos en el Protocolo Homologado de Búsqueda de CNB, para aclarar y operativizar la integración del Registro de Fosas Comunes y Clandestinas, empezando así, desde el reconocimiento, a desenterrar la verdad.

    * Periodista italiano y colaborador de La Jornada Semanal

  • Il plebiscito in Cile tra festeggiamenti popolari e incertezze future

    Il plebiscito in Cile tra festeggiamenti popolari e incertezze future
    Foto di Pedro Aceituno, Plaza Dignidad, Santiago del Cile, 25 ottobre 2020

    Il trionfo di domenica scorsa preannuncia un nuovo scenario politico per il Cile: nelle strade e nelle urne si è schiuso lo spazio per la trasformazione politica, mentre si apre la contesa delle elezioni per la Costituente, la prima con parità di genere


    Di Alessandra Cristina e Gonzalo Cabrera


    La potenza del voto popolare per cambiare la Costituzione di Pinochet ha segnato il risultato del referendum di domenica 25 ottobre. I quesiti referendari erano due ed in entrambi i casi è stata una vittoria popolare: nel primo caso l’Apruebo ha vinto con il 78,2 % dei voti, nel secondo, relativo alla scrittura della magna carta,  la proposta della Convenzione Costituzionale ha vinto con un 78,99%, una proposta che prevede un’assemblea costituente composta totalmente da cittadini che non ricoprono incarichi politici, per metà donne e per metà uomini. A livello mondiale, sarà la prima Costituzione a essere scritta da un’assemblea con parità di genere.

    Mai, nella storia del paese dopo il ritorno alla democrazia, si era visto un livello di partecipazione così alto come quello di domenica scorsa, con una affluenza al voto del 51% dei cittadini aventi diritto. Una delle principali differenze con il passato è però anche lo scenario in cui è svolto il referendum, che non aveva precedenti: l’ampiezza delle proteste sociali che si sono manifestate in Cile da più di un anno sta scuotendo ogni certezza rispetto al modo di fare politica. Non solo perché scrivere una nuova Costituzione è di per sé un evento storico, ma anche per le forme in cui questo avverrà. Il plebiscito è vincolante e i cittadini possono esercitare forme di decisione diretta, senza intermediari, senza la casta politica in mezzo.

    Il governo, la destra e l’opposizione non si aspettavano questi livelli di partecipazione. Erano sicuri che l’astensione, che ha sempre caratterizzato la gioventù cilena, sarebbe stata molto alta anche questa volta. Ma si sono sbagliati di grosso, perché i giovani hanno capito che anche votare serve a qualcosa. Anzi, per essere più precisi, che la democrazia è così fragile da dipendere anche da un semplice voto.

    “Cancellare la tua eredità sarà la nostra eredità”, dice uno dei numerosissimi manifesti che ricoprono le pareti di tutto il paese, facendo riferimento a Pinochet. Si è iniziato a costruire un nuovo Cile, la Costituzione della dittatura ha i giorni contati.

    Foto di Pedro Aceituno, Plaza Dignidad, Santiago del Cile, 25 ottobre 2020

    Per questo migliaia di persone sono uscite a festeggiare, una profonda allegria ha sommerso le strade durante la notte di domenica. Le stesse persone che un anno fa si erano riversate per le strade con rabbia, esigendo dignità. Il 25 ottobre di quest’anno è stato il riflesso di una lotta che in questo paese dura da anni, in cui si sta costruendo un nuovo modo di fare politica, dove le gerarchie di partito contano ben poco, dove tutti imparano da tutti e tutti insieme costruiscono la storia dal basso, dalle zone centrali e dalle periferie, dai territori saccheggiati dalle multinazionali, spesso anche europee.

    Domenica scorsa gli anziani che portano sul proprio corpo i segni della dittatura, marciavano e si abbracciavano con i giovani della Primera Linea che in tutto questo tempo hanno lottato per permettere a tutti di manifestare, proteggendo le mobilitazioni dalla continua repressione delle forze statali. Numerosi i cartelli in cui si poteva leggere “Gracias valiente juventud”, “Grazie coraggiosa gioventù”,  perché è soprattutto grazie ai giovani che il Cile  si è svegliato e non tornerà a dormire, milioni di persone grazie al coraggio di questi giovani si sono lasciate alle spalle la paura di 17 anni di dittatura.

    Solamente una settimana fa, lo scorso 18 ottobre, si è celebrato l’anniversario dell’inizio delle proteste sociali. Con un contesto di fondo segnato dalla pandemia, dalla quarantena e dai militari in strada, diverse città del Cile sono tornate ad essere il centro di mobilitazioni di massa e di proteste. La paura permanente del contagio non è stato però un impedimento capace di frenare migliaia di cilene e cileni rispetto all’urgenza di manifestare e scendere in piazza a protestare in molte città e nella Plaza de la Dignidad.

    Non si è trattato solo di commemorare l’inizio di uno dei fenomeni più importanti della storia cilena, ma è stato soprattutto la celebrazione del fatto che il popolo ha capito che gli spazi pubblici, le piazze e le strade in generale sono il luogo in cui il loro potere si materializza. La dimensione di massa delle proteste è quel che irrita principalmente l’élite di questo paese, solo che adesso il popolo lo sa bene e lo ha dimostrato anche attraverso una vittoria schiacciante nelle urne.

    Lontano dall’essere controproducente, il plebiscito e la protesta sociale sono state due istanze dello stesso fenomeno. È dalla fine della dittatura che non si vedeva questa combinazione politica.

    Foto di Pedro Aceituno, Plaza Dignidad, Santiago del Cile, 25 ottobre 2020

    Così lo ha manifestato la gente che ha deciso di non autoescludersi dal processo e ha capito la necessità  di riflettere nelle urne il desiderio di cambiare questo paese, celebrando e occupando gli spazi pubblici e mantenendo comunque la protesta in strada.

    Perché, nonostante tutto, nessuna delle persone nelle piazze e agli angoli delle strade tanto il 18 di questo mese come il 25, dimentica le 44 vittime uccise dallo stato durante quest’anno, i più di 400 che hanno perso la vista (totalmente o parzialmente) durante le manifestazioni, le oltre 3000 persone private di libertà senza nemmeno aver avuto un processo, le violenze sessuali dentro le caserme, i Mapuche che continuano a essere considerati terroristi solo perché manifestano per il diritto alla terra, i bambini del Sename e soprattutto il fatto che nessuno abbia pagato per tutto questo. Ci sono ancora madri che piangono perché i loro figli sono stati assassinati. Sebbene il 18 e il 25 di questo mese siano stati dei momenti di celebrazione, mancavano ancora molte, troppe persone.

    Quando gli studenti hanno saltato i tornelli a ottobre dell’anno scorso, l’hanno fatto denunciando l’agonia di un modello che era diventato insopportabile. Le ingiustizie sociali che vivono giornalmente milioni di cilene e cileni non possono continuare ad accumularsi, le disuguaglianze, tra le più alte della regione, devono essere modificate radicalmente. Non si può più fare marcia indietro.

    Il trionfo di domenica preannuncia un nuovo scenario politico per il Cile. Mentre gli stessi che un anno fa avevano dichiarato guerra al popolo cileno adesso si rendono ridicoli volendosi appropriare del trionfo, le organizzazioni sociali si stanno già chiedendo in che modo poter proporre i prossimi costituenti. La battaglia è aperta e l’unica cosa certa è che il popolo cileno non sopporterà più nessun tipo di tradimento da parte dei politici di sempre e continuerà a lottare con tutti i mezzi possibili tanto nelle urne quanto e soprattutto nelle piazze.

    Foto da Santiago del Cile la notte del referendum di Pedro Aceituno, che ringraziamo per la gentile concessione.

    Questo articolo è stato pubblicato su Dinamo Press il 28 ottobre 2020

  • Il cavallo di fuoco che attraverserà la penisola

    Il cavallo di fuoco che attraverserà la penisola

    di Alessandro Bricco, dal quotidiano Il Manifesto 27/10/2020

    Foto di Haizel De la Cruz

    Messico. Il megaprogetto del Tren Maya, simbolo dell’amministrazione Amlo, procede a colpi di retorica e promesse. Per la resistenza indigena resta un furto di terre legalizzato, oltre che un crimine ambientale. Il poeta e attivista Pedro Uc: «Non vogliamo finire in uno zoo».
    Tsíimin Káak significa cavallo di fuoco in Maya yucateco, la lingua parlata da quasi due milioni di persone nella regione messicana formata dagli stati di Campeche, Yucatán e Quintana Roo.
    Secondo l’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, Tsíimin Káak significa treno e ha deciso di tradurre cosí Tren Maya, il megaprogetto simbolo della sua amministrazione.

    AMLO AFFERMA che il suo cavallo di fuoco, alimentato a diesel ed elettricità
    «migliorerà la qualità della vita, proteggerà lambiente e farà esplodere lo sviluppo sostenibile», percorrendo a 160 km orari i 1,554 km di binari che attraverseranno 3.024 siti archeologici, 15 aree naturali protette e 1.400 comunità indigene.

    «Non vogliamo che la nostra terra sia trasformata in uno zoo spiega Pedro Uc, professore, poeta e portavoce dellassemblea Múuch Xíinbal che da due anni informa e lotta contro i megaprogetti nella penisola -. Essere maya non dipende dal colore della pelle o dalla lingua che si parla. Significa riconoscersi negli animali, nelle piante, nel sole, come parte di un sistema che coltiva la vita e che a volte la uccide ma per sopravvivere, non per riempirsi le tasche. Se smettiamo di pensare e comportarci cosí, l’unico valore nelle nostre vite sarà quello del capitale e del denaro, come è giá successo a molti».


    Pedro Uc. Foto di Haizel De la Cruz

    UN GOVERNO COME QUELLO di López Obrador, che ha proibito il neoliberismo per decreto, non dovrebbe preoccuparsi. Il presidente dice che tutto sarà fatto nel pieno rispetto dell’ambiente, della cultura e delle popolazioni maya che anzi, saranno beneficiate dal maggior turismo e da nuovi posti di lavoro. Il progetto è stato affidato ad un ente pubblico, il Fondo Nacional de Fomento al Turismo (Fonatur) e al suo direttore Rogelio Jiménez Pons, che ha segmentato il Tren Maya in sette tramos ed è stato incaricato di trovare le imprese costruttrici. Il progetto dovrebbe costare 15 miliardi di dollari: il 90% della spesa verrà assorbita dal capitale privato e solo il 10% graverà sulle casse pubbliche. Le imprese costruttrici avranno per 30 anni i guadagni derivati dalla gestione del tratto di loro competenza.

    Il Tren Maya non si limiterà al trasporto di merci e persone ma sarà un progetto integrale di riordinamento territoriale del sud-est messicano. Le previsioni del governo parlano di 800 mila posti lavoro «ben retribuiti» per la sua costruzione, 15 nuove stazioni con relativi centri urbani dove i maya dispersi nelle piccole comunità potranno andare a vivere e lavorare. «Anche a elemosinare spiega Pons -. Ma col vantaggio di poterci andare a piedi».
    QUESTE STAZIONI saranno il centro di nuove città chiamate in un primo momento «Poli di Sviluppo» e ora rinominate «Città Sostenibili». Per finanziarle, Fonatur si incaricherà di gestire i Fideicomisos de Infraestructura y Bienes Raíces (Fibra): strumenti finanziari quotati in borsa e usati per sovvenzionare progetti immobiliari.
    Le assemblee di contadini maya che gestiscono la terra in maniera comunitaria diventeranno socie di questi fideicomisos, contribuendo con terreni che misurano dai 50 ai 100 ettari. In cambio riceveranno utili variabili, in base all’andamento dei Fibra in borsa. Se andassero male, i soci potrebbero perdere tutto. Il governo però assicura che in qualsiasi momento le comunità potranno tornare in possesso delle loro terre, a patto di poter pagare le infrastrutture costruite su di esse.
    «È UN FURTO LEGALIZZATO commenta Pedro Uc -, gli imprenditori vogliono ipotecare una terra che non gli appartiene e Fonatur dice ai contadini che non dovranno vendere le loro terre, ma entrare in società con le imprese costruttrici. Ma è una società diabolica: se nei villaggi chiedi cosa sono i Fibra, non lo sanno o pensano che sia la fibra ottica».
    Amlo non è il primo a immaginare un simile megaprogetto nel sud del Messico. Dal 1997 in poi tutti i governi hanno cercato di implementare corridoi logistico/industriali o turistici come il tren trans-istmico nell’Istmo di Tehuantepec o il tren trans-peninsular per collegare Yucatán e Quintana Roo. Nonostante il treno trans-istmico sia in costruzione e verrà collegato al tracciato del Tren Maya, e che quest’ultimo coincida in parte con il progetto transpeninsular Amlo rivendica una distanza profonda dalla corruzione e dallo spregio per i diritti umani che hanno contraddistinto i suoi predecessori.
    A DIFFERENZA DEI GOVERNI precedenti, le popolazioni maya e il loro sviluppo sostenibile sono ora al centro della retorica presidenziale. In diretta tv, López Obrador ha chiesto il permesso alla terra con una sedicente cerimonia maya e ha incaricato Fonatur di organizzare una consulta attenendosi alla convenzione 169 dellOrganizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e alla dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni. Il 14 e 15 dicembre 2019 la consulta ha dato risultati sorprendenti: ha partecipato il 70% delle 1.078 comunità indigene convocate e il 92,3% dei votanti lo ha approvato.

    La penisola dello Yucatán e i sette «tramos», i tratti previsti dal tracciato completo del Tren Maya (lopezobrador.org.mx)

    Secondo Pedro Uc più che di una consulta si è trattato di una manipolazione: «Fonatur chiedeva alla gente: ti piacerebbe che venga il treno? Porterà acqua, case, lavoro, medicine, televisori e strade. Chiaro che tutti dicevano di sì! Avrebbero dovuto chiedere, per esempio, se preferivano dare la priorità al treno o alla costruzione di ospedali e scuole».
    ANCHE L’ONU HA DENUNCIATO alcune irregolarità: i votanti sono stati informati solo delle ripercussioni positive del progetto, le traduzioni in maya del materiale informativo sono state fatte in modo scorretto e le donne sono state quasi assenti dai seggi. Inoltre è sembrato che il governo avesse già deciso di costruire il mega progetto prima di sapere il risultato della consulta.
    «Ovviamente la decisione è stata già presa, altrimenti non si potrebbe fare la consulta. Sa quanto dobbiamo investire per realizzare una consulta di queste dimensioni?», rispondeva Pons in una intervista a febbraio 2019.
    Quest’anno i cantieri sono rimasti aperti nonostante la pandemia, ripristinando parti del tracciato preesistente del tramo 1 e secondo Amlo il Tren Maya sarà terminato entro il 2023, malgrado non sia stato ancora presentato un progetto definitivo e completo.
    «Lúumil significa territorio conclude Pedro Uc -, è lo spazio che usiamo per generare la vita. Pensiamo che la salute dellambiente e quindi la nostra, sia il valore fondamentale della vita, per questo abbiamo bisogno di un territorio e per questo lo difendiamo».

  • Todo cambia

    Todo cambia

    [Plaza Dignidad – lettere dal Cile]

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    Plaza Dignidad colma per festeggiare il risultato. ‘Rinasce’ dice la scritta luminosa sul grattacielo.

    Nuovo capitolo della newsletter di Federico Nastasi “Plaza Dignidad – La newsletter sul referendum costituzionale che può cambiare il Cile”.

    A cura di Federico Nastasi, 25 ottobre 2020

    Risultati del voto: Sì per la nuova Costituzione al 78,25%, redatta da un’assemblea interamente eletta dai cittadini, i quali ieri hanno fatto registrare l’affluenza più alta dal ritorno alla democrazia. Le piazze sono di nuovo colme di gente che festeggia e piange, e stavolta non per i gas lacrimogeni. In Cile si scrive la Storia. E questa è Plaza Dignidad – Lettere dal Cile.  

    Volete una nuova Costituzione? 5.487.793 di Sì (78,25%%) contro 1.525.033 di No (21,75%).

    Quale organo dovrà redigere la nuova Costituzione? Convezione costituzionale (CC) secondo 4.754.442 votanti (79.22%), contro 1.247.229 per la Convenzione mista (20.78%).

    Hanno votato 7.459.388 persone, la cifra più alta dal 1989, dal ritorno della democrazia.

    Questi tre numeri insieme danno una forza poderosa al processo costituente che può portare ad archiviare la Costituzione vigente, adottata nel 1980, durante la dittatura militare di Pinochet. Esperti e commentatori avevano previsto soglie di partecipazione e di approvazione assai più basse. E’ un risultato che ha sorpreso tutti, dai più ottimisti sostenitori del Sì fino agli esperti analisti finanziari, i quali scommettavano per un 65% a 35% per il Sì.

    Dentro il risultato.

    Il dato sulla partecipazione è una sorpresa: il più alto dal ritorno alla democrazia (1989) e in assoluta controtendenza con un trend storicamente decrescente.

    La vittoria è del Sì e della Convezione Costituente (CC) è uniforme in tutto il paese, da Arica tra i deserti del nord (Si al 76% e CC al 79%) fino a cinquemila km a sud, nella regione Antartica, a Punta Arenas (Si al 79% e CC all’80%). In Araucania, o Wallmapu, la regione mapuche (ne avevamo paralto qui) il Si vince con il 66,8% e la CC con il 70%, Isola di Pasqua-Rapa Nui il Sì all’85%.

    E’ nella regione metropolitana di Santiago, dove vive il 37% della popolazione, che si concretizza il risultato: Sì al 79,93%, CC all’80,7%. Qui si raccolgono il 44% del totale dei Sì espressi in tutto il paese. Dentro Santiago, c’è un enclave del No: Las Condes, Lo Barnachea e Vitacura . Sono tre comuni con il reddito più alto del paese, concentrano ricchezza e potere. “Sono soli contro tutto il paese. Basterà questa batosta per fargli capire che l’unica via d’uscita è rinegoziare il patto sociale?” si chiede il politologo Juan Pablo Luna, della Universidad Católica de Chile.

    E adesso?

    Adesso comincia il percorso costituente. Il prossimo passo è previsto l’11 aprile 2021, con l’elezione dei 155 membri della Convezione Costituente, metà uomini e metà donne. La prima assemblea costituente con perfetta parità di genere al mondo. Avrà da 9 a 12 mesi di tempo per redigere la proposta di nuova costituzione, il testo dovrà essere approvato con 2/3 dell’assemblea e poi sarà sottoposto a voto referendario di ratifica, nell’agosto 2022.

    Per le elezioni della Convezione Costituente, i partiti stanno già cercando di costruire liste elettorali che includano figure indipendenti, di rottura col gioco politico tradizionale. E’ il caso, ad esempio, del Partido por la Democracia PPD di centro sinistra, che tramite l’elezione della Convezione Costituente punta a trasformare sé stesso: “Vogliamo farci carico nelle nostre liste non solo della domanda di una nuova Costituzione, ma di quei cittadini che vogliano essere inclusi nel processo. Per questo, la metà dei nostri candidati saranno indipendenti e, una volta eletta la Costituente, il PPD punterà a diventare un’interfaccia per coloro i quali chiedano di partecipare, ci faremo portavoce delle loro proposte” spiega Guido Girardi del PPD.

    La sfida politica è trasformare il risultato di ieri in una maggioranza netta dentro l’assemblea costituente, perché le domande di cambiamento non restino ingabbiate dal quorum dei 2/3 necessario per approvare il testo costituzionale. E’ una sfida non scontata, per via delle tradizionali divisioni dentro la sinistra cilena, ma il risultato di ieri può favorire l’unione.

    Adios general.

    Un risultato così netto è una sconfitta per chi difende lo status quo, per chi ha evocato una maggioranza silenziosa da contrapporre al movimento popolare del 2019, che ha conquistato il voto referendario. E’ una sconfessione per il governo e per il suo Presidente Sebastián Piñera, accorso in televisione poco dopo la chiusura delle votazioni, con un tono conciliante per annunciare l’apertura del processo costituente. Niente di strano si dirà, è cosi che fa un Capo di Stato. Ma è lo stesso Piñera che esattamente un anno fa, di fronte all’inizio delle manifestazioni, disse che il paese era in guerra contro un nemico ‘poderoso’, cioè i suoi stessi cittadini. E frequentemente ha adottato la retorica della guerra interna, senza riuscire a stabilire un dialogo con i manifestanti. E’ una situazione strana, “poichè Piñera cerca di guadagnare popolarità attraverso il Sì. Benché non sia mai stato a favore, non abbia mai preso posizione pubblicamente. E la sua coalizione di governo, l’alleanza di centro destra Chile Vamos, è divisa” scrive Camilo Espinoza, giornalista di The Clinic.

    Hanno perso i gruppi religiosi ultraconservatori, soggetti politici in ascesa in tutta l’America Latina, come gli evangelisti per il No, che avevano assicurato: “scegliere il Si è scegliere Satana”.

    Un risultato così netto non si può leggere come una vittoria della sinistra sulla destra, ma rientra nella frattura dentro cui è cresciuta la protesta popolare del 2019, quella tra popolo ed élite (ne avevamo parlato qui).

    Ha vinto il popolo cileno. Hanno vinto le ragazze di Santiago che l’anno scorso, saltando i tornelli della metropolitana per protesta contro l’aumento del biglietto, hano innescato il movimento popolare che ha portato al referendum. Ha vinto il milione e mezzo di persone della marcha màs grande de Chile , che ha trasformato le frustrazioni personali in protesta collettiva. Ha vinto la gente comune che chiede salari e pensioni degni, istruzioni e sanità pubblica, acqua come bene comune, redistribuzione di potere, in un paese dove 543 famiglie detengono il 10.1% della ricchezza. In un parola: democrazia.

    Ha vinto Gustavo Gatica, studente di 21 anni di psicologia rimasto totalmente cieco colpito dai proiettili dei carabineros mentre scattava foto in Plaza Dignidad. “Ho donato i miei occhi perché il paese si svegliasse” disse impegnandosi in prima fila nella campagna referendaria.

    Appello al voto di Gustavo Gatica.

    Hanno vinto gli sconfitti del governo della Unidad Popolar di Allende del 1973, coloro che hanno vissuto il golpe e sono sopravvisuti ai diciassette anni di dittatura. Ieri in Plaza Dignidad, uno dei tanti cartelli, citava le ultime parole di Allende ‘la historia es nuestra y la hacen los pueblos’.

    Il futuro è incerto, le domande di cambiamento sono molte e le aspettative alte, in un paese duramente colpito dal Covid-19. Dopo tanti mesi chiuso in casa per la quarantena, ieri il popolo cileno si è ritrovato nella sua piazza, ha pianto e riso. Festeggia la sua vittoria e chiude i conti col passato. Con il voto di ieri infatti, si conclude la lunga eredità della dittatura del generale Pinochet che impose con un referendum farlocco la Costituzione vigente. Uno dei tanti striscioni in piazza è dedicata a lui: ‘Adios General’ dice. Il futuro in Cile è cominciato.

    Per oggi tutto. Plaza Dignidad – Lettere dal Cile è stato un esperimento per raccontare il Cile e il suo referendum in Italia, spero di esserci riuscito. Le pubblicazioni vengono sospese per un po’. Ci risentiamo prossimamente. Que viva Chile!