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  • Guatemala, si è arrivati a incendiare il Parlamento: tagli alla sanità, diritti umani e civili ignorati e risposte repressive

    Guatemala, si è arrivati a incendiare il Parlamento: tagli alla sanità, diritti umani e civili ignorati e risposte repressive

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    di Simone Scaffidi da La Repubblica

    Città del Guatemala. Sono all’incirca le due e mezza del pomeriggio del 21 novembre quando il Parlamento viene dato alle fiamme nel Centro di Città del Guatemala durante una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni per protestare contro l’approvazione della legge finanziaria 2021 e il governo conservatore di Alejandro Giammattei.

    I tagli alla sanità con la legge finanziaria 2021. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha dato il là alle proteste e alla concentrazione massiva di migliaia di persone è stata l’approvazione della legge finanziaria 2021, avvenuta nella notte di mercoledì 18 novembre. La maggioranza delle organizzazioni sociali del Paese ha manifestato pubblicamente la propria indignazione per il provvedimento e ha contestato al governo conservatore di Alejandro Giammattei come tale ripartizione di fondi indebolisca gli organi dello Stato che tutelano i diritti della popolazione e provochi la chiusura di spazi democratici fondamentali in favore di ingenti contributi economici alle grandi imprese e agli interessi privati. La finanziaria prevedeva tra le altre cose sostanziosi tagli alla sanità pubblica, specialmente per servizi destinati a donne e bambini, all’Università e all’Organismo Giudiziario e lo stanziamento di grandi quantità di fondi agli entri preposti per lo sviluppo e la costruzione di grandi opere e infrastrutture.

    Il Parlamento brucia. «Venti delinquenti incappucciati – che si erano già fatti notare producendo atti vandalici e posando senza nessun pudore davanti alle macchine fotografiche con pali divelti, segnali stradali distrutti e pietre in mano – raggiungono il Parlamento, agiscono indisturbati imbrattando i muri dell’edificio e mettendo a ferro e fuoco un’istituzione completamente priva di protezione, sfondando la porta, incendiano i locali e distruggendo documenti» racconta Simone Dalmasso, fotografo del giornale Plaza Publica, segnalando l’eccezionale assenza delle forze dell’ordine, «in questi ultimi anni, in occasione di manifestazioni e cerimonie, buona parte del centro storico è sempre stato perimetrato per proteggere il Parlamento da qualsiasi eventualità e anzi ci sono state polemiche per l’eccessiva militarizzazione». Anche nei giorni immediatamente posteriori all’approvazione della finanziaria la strada era stata chiusa e difesa dalla polizia, ma sabato ciò non è accaduto, perché? È una domanda che a Città del Guatemala si stanno ponendo in molti.

    La repressione della protesta. Dopo che le stanze del Parlamento vengono incendiate, i reparti antisommossa entrano in azione, la tensione cresce e cominciano gli scontri tra polizia e manifestanti. «Ogni ora che passava la risposta della polizia antisommossa è stata sempre più violenta, con detenzioni arbitrarie di persone che stavano semplicemente esercitando il loro diritto a manifestare e protestare» riporta la giornalista guatemalteca Pia Flores, che ha trascorso la giornata del 21 novembre a correre tra i gas lacrimogeni e a documentare in diretta i fatti per la rivista femminista La Cuerda, «in diverse occasioni gli agenti hanno lasciato libere persone soltanto per la pressione di altri manifestanti e di noi giornaliste che li stavamo riprendendo. Interrogati, non sapevano rispondere le ragioni per le quali li stavano arrestando».

    La mobilitazione pacifica. Nel frattempo, in Plaza de la Constitucion, la piazza centrale di Città del Guatemala, si sono concentrate migliaia di persone convocate dalle maggiori organizzazioni sociali del Paese. «C’erano adulti, anziani, bambini e perfino genitori con neonati e carrozzine, tutto era molto tranquillo», racconta un integrante di Hijos – un’organizzazione politicamente molto attiva nella Capitale e conformata da figli e parenti di persone desaparecidas durante il conflitto armato interno – «c’era entusiasmo e in Centro la gente – dalle moto, dalle automobili e dalle case – invitava a manifestare». Intanto l’avanzata delle forze dell’ordine dalle strade adiacenti al Parlamento raggiunge la piazza dove le persone che stavano manifestando pacificamente vengono disperse.

    Il bilancio della violenza. Le violenze della polizia proseguono per tutto l’arco della giornata. «Molti lacrimogeni venivano lanciati ad altezza uomo, contro il corpo delle persone, non in aria» continua l’attivista di Hijos, tanto che, «anche quando le proteste sono cessate, i reparti antisommossa hanno continuato ad agire nelle vie centrali della città attivando indiscriminatamente gli idranti e insistendo con le detenzioni». Al termine della giornata il bilancio è di due manifestanti che hanno perso un occhio, 60 persone ferite – soltanto tra quelle assistite dalla Croce Rossa – e 47 persone arrestate. Domenica 22 si sono svolte le prime udienze e la maggioranza dei manifestanti è stata liberata per mancanza di prove in merito ai reati a loro imputati.

    La violazione dei diritti umani. «Non ricordo che in altre occasioni la risposta violenta, aggressiva e repressiva da parte delle autorità sia stata così forte e immediata» riporta la giornalista Pia Flores. La sua osservazione è confermata dai comunicati e dalle preoccupazioni delle più importanti organizzazioni sociali locali, dalle istituzioni e dagli organismi internazionali preposti alla tutela dei diritti umani nel Paese, dalla Procura dei Diritti Umani, l’istituzione che vela per il rispetto degli stessi in Guatemala, alla Corte Interamericana, all’Alto Commissionato delle Nazioni Unite. L’organizzazione di avvocati del Centro di Azione Legale per i Diritti Umani (Caldh), ha denunciato «l’abuso di autorità e l’uso sproporzionato della forza» da parte della polizia e ha segnalato che «le detenzioni illegali» e le violenze contro giornalisti e giornaliste che stavano documentando tali violazioni «violano gli standard internazionali in materia di diritti umani», mentre la Procura dei Diritti Umani ha chiesto le dimissioni dei responsabili della salvaguardia dell’ordine pubblico.

    Quali prospettive. All’indomani delle proteste di sabato 21 novembre il governo ha accusato i manifestanti di atti terroristici e due giorni dopo ha sospeso la legge finanziaria 2021 «con il fine di mantenere la governabilità del paese e la pace sociale», come dichiarato dal presidente del Parlamento Allan Rodríguez. «Non ho mai visto una situazione così violenta e sono dieci anni che copro le manifestazioni a Città del Guatemala», riporta Simone Dalmasso, «è assolutamente grave quello che è accaduto e inoltre stiamo parlando di qualcosa che in America Latina non è così frequente, chi è che può arrivare a sventrare e violentare uno dei simboli della democrazia parlamentare? E se è in grado di arrivare a tanto, se vuole, dove altro può arrivare?».

  • Latinoamericando: il lutto per Maradona in Argentina

    Latinoamericando: il lutto per Maradona in Argentina
    25 novembre 2020, Buenos Aires (dalla copertura fotografica collettiva di Lucía Prieto; Vale Dranovsky; Irina Dambrauskas; Caro Rosales Zeiger)

    Sarebbe molto limitato pensare che Diego Armando Maradona sia stato solo un giocatore, per quanto straordinario. La sua triettoria trascende il calcio, ha segnato profondamente la storia dell’Argentina e quella di Napoli, è diventato una leggenda in vita e continua ad esserlo al momento della sua morte. Gustavo Claros dedica la puntata numero 754 del suo programma Latinoamericando a ricostruire il mito di Maradona, tra le sue mille contraddizioni. Susanna De Guio da Buenos Aires racconta come l’Argentina ha reagito a questa perdita. Nella seconda parte Mauro Testa, che conobbe Maradona di persona, parla di un lato poco conosciuto del 10.

  • Maradona, la trappola della magia

    Maradona, la trappola della magia
    Adiós a Maradona, Buenos Aires, 25 novembre 2020 (Lucía Prieto; Vale Dranovsky; Irina Dambrauskas; Caro Rosales Zeiger)

     

    Testo e copertura fotografica collettiva:
    Lucía Prieto; Vale Dranovsky; Irina Dambrauskas; Caro Rosales Zeiger

    Traduzione di Susanna de Guio

    Marcela ha 58 anni e sta davanti alla porta dello stadio Diego Armando Maradona del Club Argentinos Juniors, nel quartiere Paternal di Buenos Aires. È venuta nel pomeriggio presto, quando ha saputo della morte del 10.

    “Avevo bisogno di stare in un luogo dove fosse amato e omaggiato” dice. “Avevo bisogno di entrare in contatto con il popolare”.

    Se il 2020 non è esistito, il 25 novembre del 2020 è stato appena un ologramma sfumato, un’illustrazione sfocata e sospesa in un non-tempo, in un non-luogo costante, doloroso, sfiancante. La morte dell’icona mondiale a cui tuttx avremmo dovuto prepararci. E per la quale nessunx era preparatx.

    “Avrei voluto che lo coccolassimo di più, che lo proteggessimo di più” aggiunge Marcela.

    La narrativa maradoniana, storicamente raccontata da uomini, conosce il linguaggio del resistere e dell’incondizionato, ma sa poco delle politiche della cura. Se credevamo che il Diego fosse immortale è un poco per questo: la trappola della magia. Negare per non prendersi cura. Chiaro, per questo c’era Claudia. Le bambine. Te lo chiedo per le bambine.

    “Mi mancherà tanto, tanto” dice Violeta, 28 anni. È nata un lustro dopo il gol agli inglesi e non l’ha mai visto giocare, però con la stessa emozione di tuttx afferma: “la sua storia trascende, è il ragazzino del quartiere, senza mezzi, che è arrivato in cima al mondo e che ha vissuto nei panni di Maradona…”

    Essere Maradona. Questo Dio sporco, come disse Galeano, quest’uomo stigmatizzato, in un contesto culturale violentemente omofobico, quest’idolo che è fatto delle sue glorie e le sue violenze, con gli altari e le denunce, la sua vita-trottola.

    Forse potremmo inquadrarlo nell’ossidato dibattito sul separare l’uomo dall’artista. Il problema è che Maradona, come tutto ciò che è popolare, sovverte quest’ordine accademico: non c’è opera e autore con la linea di separazione. È un po’ tutto e un po’ niente.

    Diciamolo così: nelle caste c’è posto per dividere e compartimentare. Nel fango, c’è il caos. Ed è lì dove restiamo a fluttuare. Cercando spiegazioni per cose che stiamo ancora cercando di capire. A volte può essere negazione. A volte analisi intersezionale. A volte puro sentimentalismo. Anche noi facciamo quel che possiamo.

  • Diego y la pasión de las masas meridionales

    Diego y la pasión de las masas meridionales

    De Miguel Mellino y Andrea Ruben Pomella, traducción de Fabrizio Lorusso

    [Desde Jacobin Italia]

    Maradona mueve, divide incluso después de muerto, tranca cualquier visión (de clase y de raza) conciliadora y pacificadora. Hace falta interrogar, sin rémoras morales o moralistas, esta identificación popular, que va más allá de lo que ha sido.

    Ernesto Laclau nos había avisado: el populismo del Sur del mundo (que no es para nada el del Norte) vuelve a la escena cada vez que su histórico significante vacío – el síntoma de aquella herida colonial que a punta de fierro y fuego introdujo el continente en la modernidad – se condensa y se materializa en una figura particular. Aquella figura, justo en cuanto significante vacío, deja de representarse tan solo a sí mismo para incorporar en su interior una multiplicidad de instancias, demandas, identificaciones, sujetos – subalternos y subalternas, populares, contracorriente, históricamente reprimidas, anticoloniales.

    No cabe duda de que inmediatamente después de su muerte la figura de Diego Armando Maradona dio un rostro humano a este espacio; más bien, quizás, se puede decir que tal espacio – como el regreso de una multitud históricamente oprimida – se ha materializado en la figura humana de Diego.

    Es otra manera de enunciar la célebre expresión de Eduardo Galeano: Maradona es el más humano de los dioses.

    En el momento del duelo colectivo las pasiones de Diego, sus identificaciones – desde su lucha contra el poder global del futbol al tatuaje del Che, desde Fidel y Cuba a Nápoles, del Boca Juniors al ALCA-no-global de 2005, de las Madres de Plaza de Mayo a Chávez, Lula y el kirchnerismo – no hacen más que movilizar, convocar, los múltiples hilos ontológico-existenciales-sentimentales de un drama histórico (y global) marcado en la sangre y todavía inacabado.

    ¿Acaso hay algo más decolonial (y populista en el sentido de Laclau) que aquella mano de Dios suministrada a los ingleses por un chaval nacido en una “villa”, en un barrio de chabolas como Fiorito, en la periferia de Buenos Aires? ¿O que ese milagroso tiro libre desde dentro del área penal contra la Juventus en el estadio San Paolo de Nápoles?

    Poco importan los hechos en sí mismos, lo que cuenta es que así son sentidos, cuenta la singular cadena de significación dentro de la cual se insertan, los afectos que mueven. Y la política es movida también por afectos. Como Muhammad Ali, Diego podía expresarse a sí mismo sólo con el lenguaje de las pasiones y de las identificaciones, ciertamente no podía hablar la lengua (toda occidental) de la razón discursiva, no podía identificarse con los significantes fáciles del poder, con la miseria sin alma de la historia de los ganadores.

    Diego “El Pelusa” era extroversión, estética, exceso, indisciplina, trasgresión, religiosidad y fe popular; aquella libido subalterna y decolonial que, una vez salida del subsuelo de la sociedad, no sabe quedarse dentro de las históricas convenciones-prisiones (civiles, blancas y burgueses) de la forma. Era así como jugaba también al futbol, esperando siempre el momento de lucir la elegancia de aquel toque o gesto inesperado. Diego era el rebelde que no quiso sentarse en la mesa de los buenos modales porque sabía, por intuición, que aquella mesa no había sido puesta para escoria como él, y que, allí sentado, siempre habría sido ridiculizado, inferiorizado, desnaturalizado.

    Con todas sus contradicciones, era ésta la “pulsión subalterna” que Diego transmitía y transmite a su “pueblo”, tanto en una nación como la Argentina, construida, como todas las realidades coloniales, sobre la negación y el odio racista contra el goce de todos aquellos que no son blancos y/o de origen europeo (Diego era considerado por las élites argentinas como otro “negro de mierda enriquecido e ignorante”), así como en una ciudad como Nápoles en la cual, en el vientre de Europa, él reencontró a su Villa Fiorito.

    “Quiero ser el ídolo de los chavos pobres de Nápoles porque ellos son como era yo en Buenos Aires”. Y los y las napolitanas siempre han sabido que él era como ellas y ellos, sujetos colonizados y racializados, hambrientos de rescate y dignidad. Diego siempre ha encarnado el orgullo maleducado y desafiante de la plebe, la plenitud ausente de su propia microhistoria, de su propio barrio, de su vida de siempre, la “sangre del potrero” (como se llama en Argentina la esencia de la cancha cerca de casa), la reivindicación del “chico malo”, la estética del desobediente, pero sobre todo la liberación de la pobreza y el sufrimiento con sus propios medios, o bien, en autonomía, con la soberbia de quien sí lo logró sin la limosna de los poderosos. Por eso, Diego encarna una de las identificaciones más potentes y populares del odio de clase. 

    Tiempo atrás le dijo en la cara al ex presidente de Argentina Mauricio Macri: “¡Echaste a perder a dos generaciones!”. Diego era esto, la indócil insolencia de las pasiones auténticamente subalternas, no acomodadas. Supo personificar el anhelo popular de un inagotable carnaval bachtiniano, la felicidad desordenada y exagerada del pueblo, el desahogo catártico de aquella multitud de sujetos que odia al poder porque Sí.   Diego mueve, divide incluso de muerto, tranca cualquier visión (de clase y de raza) conciliadora y pacificadora. Nos conmueve y nos hace llorar, nos baja a lo profundo, sin entender bien por qué, y aun sabiendo de él lo que en este momento no queremos recordar. Interroguemos, entonces, sin rémoras morales y moralistas nuestra identificación, puede ser otra de las formas para romper el aislamiento al que nos obliga la pandemia. Como recita la canción cumbiera de Rodrigo, su gran amigo cantante fallecido en un accidente carretero hace unos años: ¡Te queremos Diego! Sos la mano de Dios, Maradó, Maradó…

  • Contro la spoliazione: comunicato contro il Progetto Integrale Morelos, Messico

    Contro la spoliazione: comunicato contro il Progetto Integrale Morelos, Messico

    Al Congresso Nazionale Indigeno,

    Alle Comunità in Resistenza al PIM,

    Al Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, dell’Acqua, MPT

    Ai popoli in resistenza del mondo,

    Alle organizzazioni anticapitaliste e ambientaliste d’Europa,

    Al governo federale del Messico,

    Al governo dello Stato Spagnolo,

    Alla Comunità Economica Europea,

    Ai media,

    Dall’ “Altra Europa” manifestiamo la nostra solidarietà con i 17 ejidos (terre gestite colletivamente) e le comunità in resistenza contro il Progetto Integrale Morelos (PIM), con il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra e dell’Acqua, Morelos, Puebla e Tlaxcala (FPDTA-MPT). Supportiamo e crediamo nella lotta in difesa del loro territorio contro la feroce avanzata della macchina capitalista.

    Denunciamo lo sgombero violento da parte della Guardia Nazionale (GN) del presidio permanente di Apatlaco, che ha impedito finora il completamento della centrale termoelettrica di Huexca e il Progetto Integrale Morelos. Il presidio ha resistito per quattro anni in difesa l’acqua e delle terre della comunità (ejidos) di Ayala, nello stato di Morelos, per evitare che fossero depredate del liquido vitale. A seguito dell’operativo della GN sono arrivate anche le macchine e gli operai, per riprendere i lavori dell’acquedotto. Questi ultimi hanno cominciato a innalzare pareti di pannelli metallici, in modo da impedire il libero transito, il diritto alla difesa e alla protesta delle popolazioni colpite da questo mega-progetto di morte.

    Denunciamo l’uso strumentale della contingenza del COVID-19 per imporre il MIP.

    Denunciamo le violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate dal governo messicano contro i difensori della terra e le comunità colpite dal PIM, anche durante la presidenza di Andres Manuel Lopez Obrador.

    Vogliamo inoltre ricordare l’assassinio del compagno Samir Flores Soberanes, membro del FPDTA-MPT, avvenuto il 20 febbraio del 2019 sulla porta di casa per aver difeso la terra, l’acqua e la vita da questo progetto di morte. Le indagini della Procura Generale dello Stato di Morelos sono ferme e tantomeno seguono la pista del suo attivismo nella difesa dei diritti umani contro la centrale termoelettrica di Huexca e il gasdotto di Morelos.

    Denunciamo la responsabilità delle società spagnole Elecnor SA, Abengoa SA e Enagas SA, imprese concessionarie coinvolte nella costruzione e gestione delle differenti infrastrutture componenti del PIM: centrale termoelettrica, gasdotto ed acuedotto.

    Denunciamo lo Stato spagnolo che finanzia il PIM con denaro pubblico, attraverso il Fondo per l’Internazionalizzazione d’Impresa (FIEM) gestito dal Ministero dell’Industria Commercio e Turismo. I fondi FIEM sono stati utilizzati per la costruzione del gasodotto da parte delle imprese Elecnor ed Enagas, che a loro volta hanno subappaltato la messa in opera all’impresa italiana Bonatti Spa. Tale gasdotto, lungo 160 km, si trova alle pendici del vulcano Popocatepetl, uno dei 5 vulcani più attivi e pericolosi al mondo. I fondi pubblici spagnoli contribuiscono così ad aggravare il rischio di eventi sismici in un’area vulcanica popolata da oltre 2 milioni di abitanti. Pertanto, lo Stato spagnolo e le società coinvolte nella costruzione dell’infrastruttura sarebbero corresponsabili dell’aumento del rischio e della conseguente catastrofe provocata dall’attività del gasdotto.

    Pretendiamo che il governo messicano cessi immediatamente i lavori del Progetto Integrale Morelos. È necessario anche porre fine alle violazioni dei diritti umani come strategia istituzionale, nel rispetto della volontà e della dignità delle comunità e popolazioni indigene.

    Esigiamo anche che si faccia chiarezza sull’omicidio del compagno Samir Flores e siano puniti i responsabili politici della sua morte.

    Esigiamo che il governo spagnolo e l’UE cessino di finanziare i mega-progetti di morte e che sia interrotto immediatamente il finanziamento all’opera del PIM.

    Dev’esere garantito il rispetto dei diritti umani da parte dello Stato e delle imprese europee.

    Pretendiamo che siano sanzionate le aziende che realizzano progetti che violano i diritti umani e, in questo caso, che siano penalizzate le società spagnole Elecnor SA, Abengoa SA e Enagas SA.

    No ai mega progetti di morte! No al Progetto Integrale Morelos!

    Samir vive! La lotta continua!

    Sottoscrivono:

    . A planeta (Euskal Herria)

    . Observatorio de Multinacionales en América Latina (OMAL) – Paz con Dignidad

    . Ecologistas en Acción

    . Lumaltik Herriak

    . Re:common (Italia)

    . Sindicato Steilas (Euskal Herria)

    . La Villana de Vallekas

    . Mujerxs de la Sexta en la Otra Europa – Red de Resistencia y Rebeldía

    . Komite Internazionalistak

    · Attac España

    · ICID

    · Iniciativa Mesoamericana de Mujeres Defensoras de Derechos Humanos

    •Red de Hondureñas Migradas

    •Red de Mujeres Latinoamericanas y del Caribe

    . Comisión Migración y Antirracismo 8M

    . Atlas de Justicia Ambiental (EJAtlas)

    . GeoComunes

    · Amigas de la Tierra

    ________________________________________________________

    Convocatoria en español para quienes puedan apoyar:

    ✊🏾📣 Sábado 28 de noviembre.✊🏾📣

    ¡Tod@s al plantón de Apatlaco!

    9 am marcha y mitin Cuautla

    Posterior Encuentro de Solidaridad en plantón de San Pedro Apatlaco

    Lleva las medidas de protección necesarias

    “A TODOS LOS PUEBLOS QUE LUCHAN POR LA VIDA

    Los pueblos, comunidades y ejidos del oriente del estado de Morelos estamos en pie de lucha en defensa del agua, de la tierra, del territorio y contra los megaproyectos que intenta imponer el déspota, autoritario y traidor al pueblo de México: Andrés Manuel López Obrador y su estado.

    El presidente intenta despojarnos del agua del río Cuautla, de sus afluentes, nacimientos e innumerables ojos de agua que nos pertenecen legal, moral e históricamente desde tiempos inmemoriales, además el Plan

    de Ayala nos da el derecho a los pueblos y campesinos a las tierras, montes y aguas. Así mismo, los ejidatarixs estamos obligadxs a cuidar las zonas de conservación ecológica: Los Sabinos, Santa Rosa y San Cristóbal, y luchamos para protegerlos.

    El juez sexto de distrito en el Estado de Morelos, decreto la suspensión de plano para el efecto de que “no se altere, modifique, desvíe y cambie el rumbo de las aguas del río Cuautla, con el objeto de que sigan alimentando los canales de riego que pasan por el ejido inconforme, los cuales dotan al mismo de mil ciento cincuenta y ocho litros de agua por segundo”, protegiendo el agua del ejido que por dotación presidencial del 7 de diciembre de 1922 nos fue otorgada.

    El actual mal gobierno está entregando todos los recursos naturales de los mexicanos al capital nacional y extranjero. Está siguiendo los pasos de los gobiernos anteriores impositivos y corruptos.

    La organización de la lucha y resistencia contra estas imposiciones de López Obrador, se toman fundamentalmente, desde el histórico plantón de San Pedro Apatlaco, situado en los márgenes del río Cuautla, en los municipios de Ayala y Cuautla.

    En el plantón de Apatlaco confluyen la mayoría de los pueblos y ejidos, que han rechazado categóricamente en sus asambleas, entregar el agua para abastecer el proyecto de muerte de la Termoeléctrica de Huexca.

    Han decidido también, no retirar los amparos que los protege legalmente, de que les sea arrebatada el agua, líquido fundamental para regar sus tierras en las que producen granos, hortalizas y frutos con los cuales abastecen sustancialmente la ciudad de México y sus alrededores.

    En el plantón de Apatlaco las decisiones y organización de la defensa del agua y en contra de la termoeléctrica, se toman de manera colectiva por los ejidatarios, usuarios y participantes de forma horizontal. Se rechaza el protagonismo, el caudillismo y el oportunismo.

    López Obrador de manera déspota, autoritaria e ilegal sin respetar los amparos que protegen nuestros bienes naturales y ambientales, anuncio el pasado 10 de septiembre en su mañanera que viene a inaugurar la termoeléctrica de muerte en Huexca el próximo 2 de diciembre.

    Constantemente EL ESTADO MEXICANO y el presidente con todos sus recursos represivos han provocado, hostigado, comprando voluntades, amenazando que reprimirá y desalojará con la guardia nacional y la

    policía el digno plantón de Apatlaco., que es el último bastión que le queda al gobierno para conectar el agua del río Cuautla a la termoeléctrica de Huexca.

    En consecuencia, hacemos una invitación fraternal a todas las organizaciones y movimientos dignos de campesinxs y obrerxs, trabajadorxs del campo y la ciudad, profesorxs y estudiantes que están luchando por

    sus demandas, a los pueblos originarios que estamos en contra de los megaproyectos de muerte y por la defensa de la tierra, el agua, el aire, el territorio y los bienes naturales, a lo largo y ancho del territorio nacional, a sumarnos en la defensa del agua aquí, en la cuna del general Emiliano Zapata Salazar al cual le debemos lo que somos… ZAPATISTAS, y a que asistan a este gran encuentro de solidaridad, dialogo, unidad y coordinación de las luchas y resistencias de nuestro país, el cual se llevará a cabo el 28 de noviembre en punto de las 9:00 am en el monumento al General Emiliano Zapata, mejor conocida como Plaza de la Revolución del Sur, en el centro de la Histórica y Heroica Cuautla, Morelos, en donde efectuaremos un mitin y posteriormente saldremos en una marcha al Plantón Zapatista de San Pedro Apatlaco donde llevaremos a cabo este gran evento hasta las 7:00 pm, en el marco del aniversario de la

    firma del Plan de Ayala.

    ASAMBLEA GENERAL DEL PLANTÓN ZAPATISTA DE SAN PEDRO APATLACO

    H.H. CUAUTLA, MORELOS A 15 DE NOVIEMBRE DEL 2020.”

    #AguaSITermoNO #SamirVive #JusticiaParaSamir #AmilcingoViveLaLuchaSigue #NoAlPIM #NoAlAcueducto #NoaLaTermoelectricaHuexca #NoAlGasoducto #YoPrefieroLaViDa #SomosTierrayLibertad

    #TermoeléctricadeHuexca

  • Tra Negazionismo, Gattopardismo e Transizionismo

    Tra Negazionismo, Gattopardismo e Transizionismo

    Di Boaventura de Sousa Santos  da Rebelión

    Traduzione di Carlotta Ebbreo, Alice Fanti e Daniele Benzi

    Commento di Carlotta Ebbreo

    L’idea di crisi del neoliberalismo non è sicuramente nuova come analisi della global governance e dell’epoca contemporanea. A partire dalla crisi dello Stato di benessere promosso nel Nord Globale negli anni d’oro del Boom economico, determinata dalle riforme che hanno progressivamente precarizzato il lavoro ed i diritti sociali e dai processi di “dispossessione” e privatizzazione di forme di vita e risorse naturali, conoscenze e servizi cominciati negli anni ‘80 ed inaspritisi a cavallo degli anni 2000, lo spettro della “fine della storia” e quindi del trionfo assoluto del capitalismo come egemonia di organizzazione sociale e geopolitica[1] è risultato sempre meno convincente. Negli ultimissimi anni, poi, in Occidente è aumentato il torpore di una frustrazione generata dalla ripresa degli spazi pubblici e politici da parte movimenti populisti che, con ingenuità, apparivano avere un ché di desueto, dando uno scacco finale alla presunta relazione tra neoliberalismo e democrazia. A contribuire alla visione della crisi negli ultimi anni erano stati anche i movimenti sociali latino americani, come ad esempio in Cile, laboratorio per eccellenza di sperimentazione del neoliberalismo in America Latina, dove si gridava nelle strade che la normalità (alias lo Stato Neoliberale e la sua relazione con precarietà e disuguaglianza) è il problema. Ancora, la crescita recente dei movimenti transfemministi, finalmente con una voce più “rumorosa” tra i movimenti sociali, aveva esplicitato con maggiore forza la relazione intrinseca fra l’ordine neoliberale, la sua storia, la sua contemporaneità ed il patriarcato. 

    Ma non è tutto. Sicuramente, la novità, la gravità e la straordinarietà in cui ci siamo “svegliati” nel tempo della crisi ecologico-climatica ha permesso di rinnovare la prospettiva della crisi dandole un’accezione più profonda e assoluta. Infatti, il concetto di capitalocene[2], insieme all’insieme delle dinamiche di crisi di cui esso è cornice (ad esempio l’aumento delle catastrofi climatiche, delle patologie fisico-psichiche legate al modello di produzione e consumo dominante, delle diseguaglianze, delle migrazioni forzate ecc.) hanno fatto emergere che la crisi è sistemica e di civiltà. A rafforzare questa idea, nell’epoca del Covid-19, contribuiscono le analisi che interpretano l’epidemia come sintomo di un sistema socio-ecologico fortemente disequilibrato[3].

    Intellettuali messicani come V. Toledo e G. Esteva propongono da alcuni anni il concetto di crisi di civiltà e visioni e pratiche municipaliste e comunitariste come interpreti di una risposta a tale crisi. Quest’ultimo passaggio analitico-politico apporta un elemento fondamentale e necessario a questa “epoca della disfatta”, la visione di un cammino futuro possibile. Questo fa anche, in questo articolo, Boaventura, finora consacrato dalla storia delle scienze sociali e dai critici alla globalizzazione per la sua Epistemologia del Sud e per la sua speranza in una globalizzazione contro-egemonica. Nell’articolo non c’è utopia, ma c’è visione. Si vede una proposta di lettura accurata di come la pandemia ha riconfigurato la crisi del neoliberalismo e la presentazione di scenari che appaiono tutti realisticamente possibili.

    Tra gli elementi che l’articolo riesce a ricollocare nel puzzle del mondo globalizzato, appare un nuovo ruolo dello Stato e un travestimento nuovo per l’antica geopolitica dello scontro tra Impero d’Oriente e d’Occidente. Tra gli scenari, si propone un negazionismo totalitario, cupo e securitario, in continuità con come appare a molti il presente caratterizzato dalla “biosicurezza e dal terrore sanitario”[4]. Si propone anche “un’uscita classica” del trasformismo capitalista nella sua capacità di rinnovare il ciclo di accumulazione e anche nella pratica di dare “un po’ di bastone e un po’ di carota” ai cittadini, così da mantenere un tentativo di pace sociale in una società che vede continuare ad ampliarsi la fetta della popolazione devastata dalle crisi. Come ulteriore opzione, Boaventura si “permette” di dare legittimità ad alcune delle pratiche che nella lettura egemonica sono lette come residuali e che, invece, occupano lo spazio di un altro modo di intendere la vita. Infine, questo articolo inserisce un elemento che la credenza occidentale, con le sue illusioni travestite da ottimismo, come la crescita infinita, ha impedito di posizionare nel puzzle a chi finora stava nella “parte più fortunata del mondo” rispetto akla distribuzione della ricchezza e dei diritti sociali: il dolore. Si tratta del dolore della disfatta di una civiltà, delle molteplici sofferenze che la compongono e che sono anche parte dei possibili futuri percorsi di civilizzazione. [Carlotta Ebbreo]

     «Che saetta previsa viene più lenta»

    La pandemia del nuovo Coronavirus ha messo a dura prova molte delle certezze politiche che sembravano essersi consolidate negli ultimi quarant’anni, specialmente in quello che viene chiamato “Nord Globale”.

    Le principali certezze erano: la vittoria definitiva del capitalismo contro il suo grande sfidante storico, il socialismo sovietico; il primato dei mercati nella regolazione della vita sia economica che sociale, con la conseguente  privatizzazione e deregolamentazione dell’economia e delle politiche sociali e la retrocessione del ruolo dello Stato in quanto regolatore della vita collettiva; la globalizzazione dell’economia, nella produzione e distribuzione, basata sulla logica dei vantaggi comparati; la flessibilità (precarietà brutale dei rapporti di lavoro) come condizione per aumentare il tasso di occupazione e la crescita economica. In generale, queste certezze erano costitutive dell’ordine neoliberale. Questo ordine si è alimentato del disordine nella vita delle persone, specialmente di quelle che sono entrate nell’età adulta negli ultimi decenni. Vale la pena ricordare che la generazione globale dei giovani che sono entrati nel mercato del lavoro durante il primo decennio degli anni 2000 ha già sperimentato due crisi economiche, la crisi finanziaria del 2008 e la crisi attuale causata dalla pandemia. D’altro canto, la pandemia ha significato molto più di questo. Nello specifico ha dimostrato che:

    • è lo Stato che è in grado di proteggere la vita dei cittadini (non i mercati);
    • la globalizzazione può mettere in pericolo la sopravvivenza dei cittadini nel momento in cui ogni Stato non è produttore di beni essenziali;
    • coloro che si trovano in condizioni lavorative precarie risultano i più colpiti, poiché non hanno garantito alcun reddito o protezione sociale quando termina il rapporto di lavoro, situazione che il Sud Globale conosce bene;
    • le alternative socialdemocratiche e socialiste sono riaffiorate nell’immaginario di molti, non solo perché la devastazione ecologica provocata dall’espansione senza fine del capitalismo ha toccato limiti estremi, ma anche perché, in fin dei conti, i paesi che non hanno privatizzato e depauperato i propri laboratori sembrano essere i più efficaci nella distribuzione dei vaccini (Russia e Cina).

    Non dovrebbe stupire che gli analisti finanziari a servizio di coloro che hanno creato l’ordine neoliberale stiano predicando l’entrata in una nuova era, l’era del disordine. È comprensibile che la pensino così, dato che non sanno vedere nulla al di fuori del catechismo neoliberale. L’analisi che svolgono è lucida e rivela preoccupazioni reali. Di seguito proviamo a comprendere alcune delle sue caratteristiche principali:

    I salari dei lavoratori del Nord Globale sono stati congelati negli ultimi trent’anni, mentre le disuguaglianze sociali non hanno smesso di aumentare. La pandemia ha aggravato la situazione ed è molto probabile che questo generi malessere sociale. In questa fase, si è vista di fatto una lotta di classe dei ricchi contro i poveri e la resistenza di coloro i quali sono stati finora sfiancati può sorgere in qualunque momento. Gli imperi, nella fase finale della loro decadenza, tendono a scegliere figure caricaturali che possono solo accelerarne l’epilogo, come possono rappresentare Boris Johnson in Inghilterra o Donald Trump negli Stati Uniti. Il debito estero che in molti Stati risulterà dalla pandemia sarà impagabile e insostenibile, e i mercati finanziari non sembrano essere coscienti di tutto ciò.

    Lo stesso risultato si vedrà con le famiglie di classe media, visto che hanno usato lo strumento dell’indebitamento come ultima risorsa che avevano per mantenere un certo stile di vita. Alcuni Stati hanno optato per la strada facile del turismo internazionale (hotel e ristoranti [per il turismo di massa, NdT]), un tipo di attività economica presenziale per antonomasia, che soffrirà di costante incertezza.

    La Cina ha accelerato il passo per tornare ad essere la prima economia mondiale, come lo è stata per secoli fino all’inizio del XIX secolo. La seconda ondata della globalizzazione capitalista (1980-2020) è giunta al termine, e non si sa cosa segue. L’era della privatizzazione delle politiche sociali (giusto un esempio, la sanità) con le sue ampie prospettive di profitto sembra aver raggiunto il suo epilogo.

    Queste analisi, a tratti rivelatrici, implicano che stiamo entrando in un periodo di dilemmi più decisivi e più scomodi di quelli che hanno prevalso negli ultimi decenni. Prevedo tre principali scenari possibili.

    Il negazionismo

    Chiamerò il primo negazionismo. Il negazionismo non condivide il carattere drammatico delle valutazioni fin qui esposte. Non vede nella crisi contemporanea nessuna minaccia per il capitalismo. Al contrario, crede che la crisi attuale lo abbia rafforzato. In fin dei conti, il numero dei multimiliardari non ha smesso di aumentare durante la pandemia e, inoltre, ci sono settori che hanno visto accrescere i propri benefici (vedasi per esempio il caso di Amazon o alcune tecnologie della telecomunicazione, come Zoom). Il negazionismo riconosce che la crisi sociale peggiorerà; per contenerla, lo Stato dovrebbe esclusivamente rafforzare il suo sistema di “norme e controllo”, rafforzare la sua capacità di repressione delle proteste sociali, che già cominciano a vedersi e che sicuramente aumenteranno, accrescere la forza di polizia, riadattare l’esercito contro i “nemici interni”, intensificare i sistemi di vigilanza digitale e ampliare il sistema penitenziario. In questo scenario, il neoliberalismo continuerà a dominare economia e società. Si accetta che sarà un neoliberalismo modificato geneticamente al fine di potersi difendere dal virus cinese. Per essere più chiari, un neoliberalismo in tempi di inasprimento della guerra fredda con la Cina, e di conseguenza, combinato con un certo tribalismo nazionalista.

    Il gattopardismo

    La seconda opzione è quella che più corrisponde agli interessi dei settori che vedono il bisogno di riforme affinché il sistema continui a funzionare o, per meglio dire, perché continui a garantire un rendimento del capitale. Chiamerò questa opzione gattopardismo, facendo riferimento al romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958): le cose devono cambiare affinché tutto resti uguale e l’essenziale sia garantito. Ad esempio, la sanità pubblica dovrebbe migliorare e ridurre le disuguaglianze sociali, mentre non vengono immaginati cambiamenti nel sistema produttivo o finanziario, nello sfruttamento delle risorse naturali, nella devastazione della natura e nei modelli di consumo. Questa posizione riconosce implicitamente che il negazionismo potrebbe arrivare a dominare e teme che, a lungo andare, questo renda infattibile il gattopardismo. La legittimità del gattopardismo si basa su una connivenza che si è stabilita negli ultimi quarant’anni tra il capitalismo e la democrazia, una democrazia a bassa intensità e ben addomesticata, che non metta in dubbio il modello economico e sociale, ma che ancora garantisce alcuni diritti umani per evitare il rifiuto radicale e la ribellione antisistema. Senza le riforme che fungono come valvola di sicurezza, terminerebbe ogni pace sociale e, di conseguenza, la repressione sarebbe inevitabile.

    Il transizionismo

    Esiste tuttavia una terza posizione, che definisco transizionismo. Attualmente, questa abita nell’anticonformismo angosciato che sorge in svariati spazi: nell’attivismo ecologista della gioventù urbana ovunque nel mondo; nell’indignazione e nella resistenza dei contadini, popoli indigeni e afrodiscendenti e dei popoli che abitano le foreste e le regioni a queste adiacenti e che si confrontano con l’invasione impune dei loro territori e con l’abbandono dello Stato in tempo di pandemia; nella rivendicazione dell’importanza degli oneri di cura a carico delle donne, talvolta nell’anonimato delle famiglie, ma anche nelle lotte dei movimenti popolari e pure, in vari paesi, in quelle che affrontano i governi e le politiche sanitarie; in un nuovo attivismo ribelle di artisti plastici, poeti, gruppi teatrali e rappers, soprattutto nelle periferie delle grandi città, in tutto ciò che costituisce un ampio gruppo che potremmo chiamare artivismo. Questa è la posizione che vede nella pandemia il segnale che il modello di civilizzazione che ha dominato nel mondo a partire dal XVI secolo è giunto al termine e che è necessario cominciare una transizione ad un altro o ad altri modelli civilizzatori.

    Il modello attuale si basa sullo sfruttamento senza limiti della natura e degli esseri umani, nell’idea di una crescita economica infinita, nel primato dell’individualismo e della proprietà privata e nel secolarismo. Questo modello ha permesso impressionanti avanzamenti tecnologici, mentre ha concentrato i profitti in alcuni gruppi sociali, cosa che ha causato e legittimato l’esclusione di altri, di fatto la maggioranza, attraverso tre forme di dominazione: lo sfruttamento dei lavoratori (capitalismo), la legittimazione dei massacri e il saccheggio delle razze considerate inferiori, insieme all’appropriazione di risorse e conoscenze (colonialismo), infine il sessismo, legittimando la svalutazione del lavoro di cura delle donne e la violenza sistemica contro queste ultime nello spazio pubblico e domestico (patriarcato).

    La pandemia, peggiorando queste disuguaglianze e discriminazioni, ha mostrato con maggiore evidenza che se non cambiamo il modello di civilizzazione nuove pandemie continueranno a vessare l’umanità e il danno che causeranno alla vita umana e non umana sarà incalcolabile. Dato che non si può cambiare da un giorno all’altro modello di civilizzazione è necessario cominciare a progettare le direttive della transizione. Da qui, il termine transizionismo.

    A mio avviso, il transizionismo, nonostante sia una posizione attualmente minoritaria, è quella che sembra avere più futuro e portare meno disgrazia alla vita umana e non umana nel pianeta. Per questo motivo, merita maggiore attenzione. Partendo da questa posizione, possiamo prevedere l’entrata in un’era di transizione paradigmatica basata su varie transizioni. Le transizioni si producono quando una forma di vita dominante, individuale e collettiva, creata da un determinato sistema economico, sociale, politico e culturale, comincia a mostrare difficoltà crescenti alla sua stessa riproduzione, mentre al suo interno cominciano a germinare, sempre meno marginalmente, segni e pratiche che mirano a forme di vita altre, qualitativamente differenti.

    L’idea di transizione è un’idea intensamente politica perché presuppone l’esistenza alternativa tra due orizzonti possibili, il distopico e l’utopico. Nell’ottica della transizione, non far niente, elemento caratterizzante del negazionismo, implica di fatto una transizione regressiva verso un futuro irreparabilmente distopico, un futuro nel quale tutti i malesseri o le disfunzioni del presente si intensificheranno e moltiplicheranno, un futuro senza futuro, poiché la vita umana risulterà impossibile, come di fatto lo è già per molti degli abitanti del nostro mondo.

    Al contrario, la transizione guarda a un orizzonte utopico. Visto che l’utopia per definizione non può essere mai raggiunta, la transizione è potenzialmente infinita e non per questo meno urgente. Se non cominciamo subito, domani potrebbe essere troppo tardi, come ci avvertono gli studiosi del cambio climatico e del surriscaldamento terrestre o i contadini che stanno subendo i drammatici effetti dei fenomeni metereologici estremi. La caratteristica principale della transizione è che non si sa mai con certezza quando inizia e quando finisce. È probabile che il nostro tempo verrà visto in futuro diversamente dalla forma in cui oggi sosteniamo che abbia. Addirittura, la transizione potrebbe essere considerata come qualcosa già in corso e che incontra continui ostacoli.

    L’altra caratteristica delle transizioni è che non sono particolarmente visibili a chi le sta vivendo. L’altra faccia della cecità con cui dobbiamo vivere il tempo della transizione è che si situa nell’invisibilità. Si tratta di una fase di prove e di errori, di passi avanti e contrattempi, di cambi persistenti ed effimeri, di mode e obsolescenze, di porte d’uscita travestite da entrate e viceversa. La transizione viene identificata solo dopo che è realmente occorsa.

    Nel prossimo futuro, il negazionismo, il gattopardismo e il transizionismo si scontreranno e il conflitto sarà probabilmente meno pacifico e democratico di come ci piacerebbe avvenisse. Una cosa è certa: il tempo delle grandi transizioni è scritto sulla pelle del nostro tempo ed è molto probabile che contraddica il verso di Dante: «che saetta previsa viene più lenta». Stiamo osservando la saetta della catastrofe ecologica mentre sfreccia verso di noi. Viaggia così rapida che a volte sembra sia già conficcata nel nostro fianco. Se mai sarà possibile eliminarla, non sarà senza dolore.


    [1] Si fa riferimento al testo del filosofo politico Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo, 2020, edizioni UTET).

    [2] Ovvero un’epoca della storia dove lo sfruttamento del lavoro, umano e non umano, finalizzato all’accumulazione illimitata del capitale, ha creato una rottura irreparabile del equilibro del ecosistema planetario (per approfondire J. Moore, 2018 in Antropocene o Capitalocene, Ombre Corte 

    [3] Ad esempio gli studi che connettono le epidemie al sistemi agroalimentare industriale (vedi R. Wallace, 2016, in Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness, and the Nature of Science quantity,) o le letture più recenti del Covid-19 come sindemia, ovvero come sintesi di un’interazioni tra diverse variabili biologiche, epidemiologiche e sociali di cui questo tempo è interprete (Vedi R. Horton 2020, in The Covid-19 catastrophe: What’s gone wrong and how to stop it happening again in Polity Press).

    [4] vedi Agamben, Sul tempo che viene ed altri scritti del 2020 nel blog Quodilbet.

  • Irraccontabili di Pedro Lemebel

    Irraccontabili di Pedro Lemebel
    Pedro Lemebel

    Un estratto dalla raccolta di racconti ‘Irraccontabili’ di Pedro Lemebel, la prima opera tradotta in italiano dell’autore e artista cileno, militante libertario nel movimento queer internazionale


    Da Carmilla

    [Per la prima volta in Italia vengono pubblicati questi racconti del cileno Pedro Lemebel (Santiago del Cile 21/11/1952 – 23/01/2015), autore, artista, militante libertario nel movimento queer internazionale. Scrive Pía Barros nella prefazione: «Scrisse poemi, racconti, un romanzo e microracconti; disegnò, costruì immagini da bruciare in piazze pubbliche, mise il suo corpo e la sua vita in strada e nelle parole […] ma soprattutto ogni secondo che respirò fu un creatore politico e impegnato come pochi».
    Non aspettatevi una prosa rassicurante, in linea con le moderne suggestioni social, frasi brevi coi bravi a-capo: alcuni racconti, con la loro scrittura funambolica, spericolata, sembrano poemetti in prosa, frasi lunghe, funk in apnea (e non possiamo che fare i complimenti alla traduttrice Silvia Falorni). Qua e là ricordano I sotterranei, o certi fluxus joyciani. Di seguito pubblichiamo il racconto Monsenor: l’autore, come un neurochirurgo letterario, scoperchia l’intimità di un membro della gerarchia ecclesiastica che appoggiò la dittatura di Pinochet, mettendone a nudo la morbosità, la viltà, la violenza. MB]

    Las dos Fridas, Pedro Lemebel y Francisco Casas

    MONSENOR

    Le ore si sono accumulate nella stanza del vescovo, l’ambiente è scosso dalla tensione dell’attesa. Sul muro tappezzato di immagini, la fiamma del Santissimo lo fa sperare in un epilogo cristiano, ma fuori la violenza della sovversione arde con molta più forza: lo accecano le esplosioni di fuoco che fanno tremare i vetri, le pietre preziose dei santi, le nappe e gli scapolari che adornano l’ufficio ecclesiastico. Poi, il silenzio assoluto e l’odore rancido della polvere da sparo che entra dalla finestra. Approfittando di un momento di quiete, rincalza la sottana talare per non inciampare e cammina accucciato, facendo attenzione alza la testa e riesce a vedere dal secondo piano il cielo gelatinoso dell’Apocalisse; neri obelischi di fumo si innalzano dai tetti vicini, e più lontano il bagliore di un incendio imbavagliato dall’aria pesante come il piombo. La città è una caldaia che ribolle sul punto di scoppiare.

    Era stato tutto così precipitoso: il telefono che aveva suonato a quell’ora del mattino, quando lui ancora non si era liberato delle braccia femminili e delle cosce intorno al collo che corrompevano il suo celibato. Il telefono squillava lontano e lui fra le nuvole lottando con la carne rosa dei seni nella sua bocca, si era coperto, si era tappato le orecchie, i glutei lo costringevano a letto, nella sua enorme barca di seta e baldacchini. Lo inseguivano le vergini che si spogliavano delle loro tuniche, scendevano dagli altari e andavano a cercarlo nel deserto della notte; tutti quei lunghi anni di solitaria astinenza a dirigere la diocesi dal pulpito (lassù in alto l’incubo non poteva raggiungerlo), perciò Luzbel prendeva vita con le dame in verde, in rosso, in giallo, dorate al fuoco dei ceri. Quel turgore meraviglioso delle mogli dei militari, sempre sorridenti e dedicate con abnegazione al servizio sociale e all’eleganza, attente a qualsiasi richiesta del vescovo perché sanno che la sua fede nella tradizione è irremovibile. Per questo ha benedetto le armi della brigata antisovversiva, tutto vestito d’oro e rubini accanto al Capitano Generale della Repubblica che gli stringe la mano e gli chiede un Te Deum in ringraziamento per la morsa di anni, rispetto e ordine nella quale il governo ha mantenuto i cittadini; con tutti i cori di supporto eccetera, la voce del mandatario gli fa richieste, con tutti i denti in vista… quella stessa voce congestionata che ormai quando alza la cornetta non gli fa più richieste, gli esige di farsi carico della situazione:

    “È anche un problema suo, signor vescovo.”
    “Ma io non posso prendere un’arma e perseguitare i terroristi.”
    “Proprio per questo: un messaggio come pastore può contenere questa rivolta. Non si tratta più di terroristi, monsignore.”

    Gli faceva male la testa quando aveva riattaccato il telefono. Il retrogusto di carne dolce di donna lo aveva fatto sputare varie volte nel lavandino. Aveva inforcato gli occhiali sul suo naso di marmo ed era ritornato in camera senza pensare a niente; semplicemente non era d’accordo, ormai era tanto che succedevano queste cose. Ma guarda un po’, svegliarlo a quell’ora del mattino per una cosa così ordinaria come un discorso. Masticando le parole e facendo smorfie di fastidio, si era seduto alla scrivania e aveva preso in mano la penna d’oca.

    Tutto ciò era successo quel giorno, qualche ora prima; la sua voce via radio aveva letto il messaggio di calma e pazienza a tutto il paese, il popolo che era uscito in strada e marciava in silenzio verso il centro. Da ogni parte arrivavano uomini, come serpenti che traboccavano nelle strade. Le parole concilianti causarono un momento di esitazione nella folla, che molto presto riconobbe l’accento clericale e lo associò a quella sottana viola accanto al dittatore. L’odio traboccò in un rumore cieco di tormenta, si alzarono i pugni colpendo l’aria e le bandiere della rivoluzione sfilarono fino al palazzo di governo. Una pattuglia lo lasciò in salvo a casa sua, dove per lungo tempo rimase steso sul velluto di un divano.

    È lì adesso, affacciato sulla strada senza ancora riuscire a credere a ciò che vedono i suoi occhi, quando l’esplosione lo solleva dal pavimento, gli cadono accanto le statuine di gesso e rotolano per terra gli occhi di vetro, le croci e i quadri: lo scontro a fuoco è ricominciato. Un urlo di donna lo fa affacciare millimetrico al davanzale e lì la vede, sola in mezzo alla confusione, che osserva disperata; allora il suo vecchio cuore si stringe dal dispiacere, la vede così giovane, morta di paura in mezzo al disastro, la deve proteggere, coprirla con il suo mantello porpora; deve scendere tremante le scale e darle fiducia. “Vieni qui, figliuola”, le dice “entra, veloce, in questa casa i proiettili non potranno toccarti, non c’è più nessuno, sono andati via tutti i segretari, ma non importa, non ti preoccupare: l’esercito risolverà questo problema.” E così, mentre lui le parla con quel tono paterno e affettuoso, la giovane riesce a controllare la respirazione e sale le scale dietro di lui, appoggiandosi al muro quando le cariche della ribellione scuotono la casa, quando qualunque preghiera sembra inutile, “perché Dio è ordine”, le dice il prete, mentre lei attaccata al pavimento della stanza, riceve in ventre i colpi delle esplosioni. “Dio è un mare calmo”, le ripete, e trascinandosi accanto a lei le prende le mani; galleggiano insieme nella marea della corte celestiale fatta a pezzi, così orizzontalmente aderente alla paura, la carne sembra più tenera, palpita in quella vergine di carne e ossa salvata dal disastro. “Dio è un oceano senza limiti, figlia mia”, le mormora tremante mentre lei non riesce a sentirlo per il rumore, e lo vede muovere la bocca piegata dalle rughe a solo pochi centimetri. “È amore”, le sussurra avvicinando a lei il suo autunno concupiscente. “Amore”, dice bavoso l’anziano, mentre fuori la sparatoria si accende ancora di più e lui paraplegico le fruga i vestiti, palpa le cosce e chiude gli occhi per non pentirsi, perché ormai il fuoco si arrampica sulle scale e tutto potrebbe finire da un momento all’altro, con un campanello, un proiettile o una telefonata, a letto, stringendo la pelle rosa che si farà spuma tra le sue mani come tante altre volte, e lui per nessun motivo al mondo vuole svegliarsi solo, sulla sua nave senile che minaccia di naufragare in questa tormenta, perché la barca brucia sui quattro lati e tutto finirà molto presto, quando la casa si disintegrerà, perciò strizza gli occhi per non piangere, per sigillare il bacio beatificante e dimenticarsi del tatto gelido, del sapore di gesso bruciato di fronte a quegli occhi di vetro che lo guardano inteneriti dal fumo. “Dio è un oceano di latte, figlia mia”, dice alla statua, mentre un altro Dio avanza per le strade, si innalza a ondate di fronte alla casa e scoppia in fiamme, gettando le alghe celestiali in una lingua di sabbia e cenere.

  • Rodrigo Abd: fotoracconto della crisi peruviana

    Rodrigo Abd: fotoracconto della crisi peruviana
    Proteste anti-governative in Piazza San Martin, Lima, Perù, Mercoledì 12 Novembre 2020

    Il fotografo argentino Rodrigo Abd, a cui abbiamo dedicato il secondo numero della nostra rubrica Ruido, si trova in Perù documentando le proteste della popolazione che hanno portato alle dimissioni del presidente Merino dopo soli tre giorni dalla sua nomina in seguito all’impeachement dell’ex-presidente Vizcarra


    Foto e testo di Rodrigo Abd

    10 Novembre, 2020 – Durante il suo breve mandato, Vizcarra ha governato sotto la bandiera della lotta alla corruzione, nominato a marzo 2018, dopo che il suo predecessore, Pedro Pablo Kuczynski, si era dimesso con l’accusa di corruzione. Ha affrontato il precedente Congresso a maggioranza fujimortista, sciogliendolo costituzionalmente nel settembre dello scorso anno e chiamando alle elezioni legislative. Il nuovo Congresso eletto durante il processo da lui stesso convocato è quello che ora lo ha rimosso, accusandolo di corruzione. La gente nelle strade lo sostiene ancora.

    10 Novembre, 2020 – Un nuovo presidente ha prestato giuramento ieri in Perù. Mentre Manuel Merino prendeva il potere, fuori dal Congresso, la polarizzazione della società peruviana è diventata sempre più visibile.

    La polizia antisommossa ha bloccato migliaia di manifestanti che hanno mostrato il loro malcontento verso il Congresso e contro Merino. Per tutto il giorno la gente ha continuato a riunirsi nel centro storico della città. Polizia e manifestanti si sono scontrati in diverse occasioni. Le autorità hanno lanciato gas lacrimogeni, ma la folla ha continuato a marciare e protestare fino a tarda notte.

    12 Novembre, 2020 – Stasera migliaia di persone hanno manifestato nel centro di Lima (e nella maggior parte del Paese) contro l’inaugurazione di Manuel Merino come nuovo presidente. La polizia nazionale ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla. Ci sono stati feriti e arresti.

    14 Novembre, 2020 – Continuano le proteste in Perù contro il governo di Manuel Merino. Dopo gli eventi di giovedì scorso, è stata indetta una seconda marcia nazionale attraverso i social network.

    15 Novembre, 2020 – Dopo le dimissioni di Merino, la gente è tornata in piazza per festeggiare il risultato ottenuto ma con dolore per i due giovani uccisi dalla repressione della polizia sabato sera. Jack Bryan Pintado Sanchez, 22 anni, e Inti Sotelo Camargo, 24 anni, “Los Héroes del Bicentenario”, ai quali è stato reso omaggio.

    Segui il profilo instagram di Rodrigo Abd per vedere altre foto e aggiornamenti da Lima

  • Quattro mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia

    Quattro mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia

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    Continua la battaglia per fare luce sulla morte dell’osservatore Onu, avvenuta il Colombia il 15 luglio scorso in circostanze ancora da chiarire. Le parole dei familiari e della legale e il ricordo in due festival al di qua e al di là dell’Oceano


    di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

    Il 7 e 8 novembre si è svolto a San Vicente del Caguán il primo Festival di Rafting «Remando por la paz» («Remando per la pace») promosso da ex guerriglieri delle Farc in processo di reincorporazione e da alcuni integranti dello Spazio Territoriale di Miravalle, una delle zone sancite dagli Accordi di Pace per facilitare il reintegro degli ex combattenti. Il festival è stato organizzato dall’operatore turistico Caguán Expeditions, dal comune di San Vicente e dal governo regionale del Caquetá ed è sostenuto dalla Missione di Verifica delle Nazioni Unite in Colombia, dal Fondo per la pace dell’Unione Europea, dall’Agenzia per la Reincororazione e la Normalizzazione (Arn), dal Ministero dello Sport e dall’Universidad Abierta y a Distancia (Unad).

    «È stata un’esperienza unica e piena di gioia che si inserisce in un processo importante di riconciliazione e costruzione di pace e di visibilizzazione dell’ecoturismo nel territorio» racconta Herson Lugo, Assessore di pace del Caquetà, sottolineando il clima di collaborazione che si respira tra le istituzioni e lo Spazio Territoriale degli ex guerriglieri: «Si sono costruiti spazi di dialogo con Miravalle, esiste un buon meccanismo di dialogo, ci sono iniziative e loro partecipano in spazi di costruzione di pace nel Consiglio Municipale e Regionale».

    All’indomani della morte di Mario Paciolla, trovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguan, Hermides Linares, ex combattente delle Farc raccontava all’Ansa Latina l’impegno entusiasta dell’osservatore della Missione di Verifica Onu nel promuovere il progetto «Remando per la pace» e il sostegno nell’ottenere la documentazione: «Ci ha sostenuto molto durante il processo burocratico aiutandoci a partecipare al Mondiale di rafting in Australia», la competizione sportiva in cui la compagine di ex guerriglieri ha rappresentato la Colombia.

    «Remando por la paz» rappresenta – al netto delle informazioni che abbiamo – una di quelle iniziative che si inseriscono positivamente nel complesso processo di reincorporazione in società degli ex guerriglieri Farc, ma che allo stesso tempo rappresentano una delle eccezioni alla carenza strutturale nell’implementazione degli Accordi di pace del 2016. Oggi la Colombia è un paese più violento rispetto al 2016, dove i conflitti per il controllo dei territori e le violazioni dei diritti umani sono aumentate, come già segnalava nel 2017 Astolfo Bergman, alias Mario Paciolla, in un suo articolo per Eastwest.

    Leggendo ciò che ha scritto e ascoltando i racconti delle persone che lo hanno conosciuto, pensiamo di poter affermare che Mario Paciolla, nel contesto del Festival «Remando por la paz», non avrebbe voluto essere ricordato per il suo impegno o messo al centro di una lotta che lui accompagnava. Quello che probabilmente avrebbe voluto è ricordare le violazioni dei diritti umani, gli attacchi alle attiviste e agli attivisti e i massacri che continuano a lacerare il tessuto sociale colombiano e colpire la popolazione più vulnerabile.

    In altre parole, le sue, «raccontare la storia delle persone che vivono e subiscono» il narcotraffico e la violenza, dove «i protagonisti della storia dovrebbero essere le persone della comunità e i difensori dei diritti umani», come aveva spiegato a Valerio Cataldi, autore del programma Narcotica, prima di accompagnarlo sulle sponde del Rio Naya e aiutarlo a documentare gli effetti dell’economia criminale sulle comunità locali.

    «Ho avuto l’opportunità di conversare con Mario Paciolla in due occasioni, una presso la casa parrocchiale e una a Puerto Amor, con il governatore, dove abbiamo avuto la possibilità di avere l’accompagnamento di Paciolla, abbiamo bevuto un caffè insieme e chiacchierato del processo di pace e dei rischi che la situazione comportava» racconta Herson Lugo, «avevamo un’ottima relazione, era molto positivo e attivo nel suo lavoro, l’ho sempre visto molto impegnato con il processo di pace e con quello che faceva». E in relazione all’ipotesi del suicidio dichiara: «Non me lo sarei mai immaginato, era l’ultima cosa che mi passava per la testa, era una persona molto centrata, di opinioni chiare e interventi precisi, non avremmo mai potuto pensare al suicidio».

    Nel frattempo il caso rimane avvolto da numerose polemiche e ipotesi contrastanti tanto da mettere in disaccordo le autorità colombiane, che hanno fin da subito parlato di suicidio, e la procura di Roma, che ha aperto invece un’indagine per sospetto omicidio. Nell’occhio della bufera sono finite le stesse Nazioni Unite che sono state accusate di aver compromesso la scena del crimine e di aver fatto sparire delle prove fondamentali come i dispositivi elettronici usati da Mario Paciolla.

    Le parole di Anna Motta, madre di Mario, chiedono giustizia e trasparenza da parte di chi era responsabile della tutela della vita del cooperante «mi batto perchè sia l’Onu a dirmi che cos’è successo» e rimarcano l’importanza di scoprire cosa sia accaduto sabato 11 luglio, 4 giorni prima della morte, giorno in cui Mario raccontò ai genitori di aver avuto una discussione con l’Onu e iniziò a dare i primi segnali di preoccupazione. «Per me è quella la data che va indagata», afferma la donna.

    Dopo più di 100 giorni dal rientro in italia del corpo di Mario Paciolla non si conoscono i risultati dell’autopsia svolta dalle autorità italiane, un tassello che potrebbe risultare fondamentale per ricostruire la verità sul caso e favorire il processo di giustizia per Mario, la sua famiglia e per tutte le persone che si battono per i diritti umani in Colombia.

    IL FESTIVAL DI NAPOLI

    Intanto la XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, inaugurata venerdì 13 novembre, è dedicata proprio a Paciolla. Dopo mesi di silenzio, dovuto alle indagini in corso e alle strategie legali, la famiglia e l’avvocata Alessandra Ballarini, già difensora nel caso Giulio Regeni, sono intervenute pubblicamente.

    Ballerini ha ribadito il lavoro per la ricerca della verità e della giustizia che sta svolgendo insieme a Emanuela Motta e German Romano. Quest’ultimo, sottolinea la legale, rappresenta la famiglia Paciolla in Colombia dimostrando «molto più coraggio di noi in un contesto più difficile». Ha inoltre ricordato che «il diritto alla verità è un diritto umano fondamentale» ed «è il diritto di una collettività», non è solo il diritto della famiglia, «una persona che ha speso la sua vita per la tutela dei diritti umani merita che almeno gli venga garantito il diritto umano alla verità, lo merita la sua famiglia ma lo meritiamo tutti noi perché come cittadini non possiamo sentirci protetti finché non viene restituita verità per Mario».

    La pretesa di verità e giustizia passa anche come afferma la legale dal compimento dell’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori dei diritti umani del 1999, che recita: «Nessuno deve partecipare, con atti o omissioni, alla violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali» invitando «tutte le persone, o le istituzioni, o i poteri forti, che in questo momento stanno o ostacolando o omettendo gli sforzi necessari per arrivare alla verità» a rispettarlo.

    I genitori di Mario Paciolla sono intervenuti con la voce di Anna Motta, la madre, leggendo una lettera che si apre con le parole di Mario, che descrive il suo arrivo in Colombia per lavorare con Pbi, le Brigate di Pace Internazionali:

    «Il viaggio è lungo ma come succede negli aeroporti si può approfittare dell’attesa tra un volo e l’altro per provare a indovinare la destinazione delle persone vicine a te che guardano gli schermi degli arrivi e delle partenze. Arrivato in Colombia, calata la notte, l’oscurità della notte di Bogotà converte l’insonnia in adrenalina, avvolgente nella sua coperta di clima caldo, umido, freddo, secco. E all’improvviso scopri che l’imprevedibile ha il ritmo di una cumbia di strada suonata dalla strada 7».

    Segue raccontando la sua vita attraverso aneddoti degli amici, «aveva l’abitudine a ritagliare articoli di giornale che divideva per argomenti per poi accuratamente analizzarli», e certezze della famiglia, «non ha mai accettato compromessi». La conclusione della lettera traduce dal linguaggio giuridico l’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite citato dall’avvocata Ballerini e lo trasforma in un appello e in un monito di dignità: «Mario merita e pretende verità e giustizia, per questo mi rivolgo alle tante persone che lo hanno conosciuto e che sanno la verità sulla sua morte: di abbandonare le reticenze e l’omertà, di dare voce alle proprie coscienze e di collaborare, chi non lo farà si renderà complice di questo delitto».

  • Il cambio di regime e la frontiera messicana

    Il cambio di regime e la frontiera messicana
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)

    L’esito del voto visto dal confine con il Messico e dalla popolazione in cammino. Il neoeletto presidente chiamato a rispettare le promesse elettorali verso i migranti e a far dimenticare le deportazioni dell’era Obama


    di Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

    foto di Federica Mirto

     

    L’ultima carovana migrante dell’era Trump è stata fermata ancora prima di varcare la frontiera messicana e la maggior parte dei suoi componenti sono stati respinti dal governo guatemalteco. La politica statunitense, a partire dalle ultime elezioni mid-term del 2018, è stata quella di spostare le barriere migratorie sempre più a sud, forzando il Messico e i paesi centroamericani ad assumersi la responsabilità di detenere e deportare i migranti prima che possano avvicinarsi al confine statunitense. 

    Un report del Senato ha documentato l’utilizzo da parte della polizia di frontiera statunitense di mezzi di trasporto non identificati per detenere e deportare migranti honduregni dal territorio guatemalteco durante la carovana di gennaio di quest’anno. Una procedura utilizzata qualche mese più tardi anche a Portland per reprimere i manifestanti. 

    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)

    Queste violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo Trump si aggiungono alla separazione dei minori dalle proprie famiglie imposta dalle autorità di frontiera, famiglie che la burocrazia statunitense non è più in grado di far ricongiungere con i propri figli, e alle denunce di sterilizzazione forzata tramite rimozione dell’utero applicata alle persone migranti nei centri di detenzione degli Stati Uniti. 

    Negli ultimi due anni le possibilità di ricevere l’asilo politico attraverso la frontiera terrestre con il Messico sono andate via via affievolendosi fino a di fatto annullarsi durante l’emergenza sanitaria del Covid-19. 

    Frontera tra Messico e Stati Uniti, Tijuana (Federica Mirto)

    Il Messico di Lopéz-Obrador, che con Trump ha ottenuto il ruolo di principale socio commerciale degli Stati Uniti, ha accettato di implementare le nuove politiche migratorie trasformandosi da paese di transito a meta finale forzata per decine di migliaia di persone. Molte di queste vivono da più di un anno in una tendopoli a Matamoros, alla frontiera tra lo stato messicano di Tamaulipas e il Texas, mentre a Tijuana, la città unita dal muro con San Diego (California), le comunità di migranti hanno trovato rifugio in un quartiere autocostruito nella periferia della metropoli. 

    Nei giorni precedenti alle elezioni presidenziali statunitensi, alcuni migranti ospiti dei centri di accoglienza di Tijuana e attivisti locali hanno organizzato una protesta richiedendo tra le altre cose la rimozione del protocollo MPP, anche conosciuto come “Rimani in Messico”, per cui i richiedenti asilo in attesa di risposta vengono rispediti in Messico, un paese non considerato sicuro, ignorando le convenzioni internazionali per i diritti umani.

    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)

    Nel suo programma elettorale, il neo-eletto Biden, indica l’abrogazione delle leggi in ambito migratorio emesse da Trump, tra cui l’MPP, come una delle azioni da compiere nei primi 100 giorni di mandato. A questo si aggiunge la sospensione delle deportazioni per i veterani e il ripristino del DACA, che permette ai “Dreamers,” i migranti senza documenti entrati negli Stati Uniti da minorenni, di lavorare e evitare le deportazioni, a questi verrà inoltre dato l’accesso ai percorsi per ottenere la cittadinanza.  

    Secondo Federica, cooperante della Casa del Migrante Scalabrini di Tijuana, tra la popolazione migrante degli albergues continua a regnare la disillusione più che l’entusiasmo: “il confine resterà chiuso per altri cinque mesi, qui arrivano sempre meno persone perché, da quello che ci raccontano, è diventato sempre più difficile ricevere il lasciapassare delle autorità messicane e molti migranti rimangono bloccati alla frontiera sud a Tapachula”

    Frontiera tra Messico e Stati Uniti, Tijuana (Federica Mirto)

    Tra gli ospiti della Casa del Migrante c’è Bernardo, messicano, che ha vissuto negli Stati Uniti da quando aveva 18 anni. Nel 2008, quando stava per insediarsi il primo governo Obama, è stato fermato per un reato minore e lo hanno deportato con un atto della Corte. È rientrato nel paese pagando un coyote e si è costruito una famiglia con la sua compagna e un figlio che ora lo aspettano dall’altro lato del muro. Nel 2019 ICE è venuto a cercarlo e lo hanno deportato una seconda volta, per questo ora si trova bloccato in Messico da quasi un anno.

    La sua storia attraversa e riflette il cambio di politiche migratorie avvenuto a livello federale, la condizione tutt’altro che favorevole ai diritti delle persone migranti è andata deteriorandosi ulteriormente. 

    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)

    Biden è stato vicepresidente di Obama durante gli 8 anni in cui le deportazioni di migranti sono state numericamente superiori, in media, rispetto ai 4 anni del mandato di Trump, e la sua fama in America Latina è legata più all’ingerenza e alla militarizzazione che alla difesa dei diritti umani.

    Nonostante ciò, persone come Moisés, ospite della Casa del Migrante proveniente dal Ghana e con il sogno di costruirsi una vita negli Stati Uniti, hanno festeggiato la notizia della vittoria del Partito Democratico. Sul suo telefono Moises ha la foto della coppia Biden – Harris e crede che lentamente le cose inizieranno a cambiare per le persone in cammino come lui e che finalmente potrà passare dall’altro lato della frontiera. 

    Frontiera tra Messico e Stati Uniti, Tijuana (Federica Mirto)

    La speranza di molti è che il nuovo leader statunitense, nonostante in passato sia stato fautore di politiche conservatrici e autoritarie, mantenga le sue promesse elettorali sull’onda del supporto decisivo ottenuto proprio dalle contee a maggior concentrazione di popolazione migrante del paese. Questo seppur lieve cambio di rotta non sarà possibile senza l’impegno continuo di attiviste e militanti nell’opporsi alle violazioni dei diritti umani commesse dal Department of Homeland Security e chiedere l’abolizione di ICE, la polizia migratoria. 

    Frontiera tra Messico e Stati Uniti, Tijuana (Federica Mirto)
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)
    Manifestazione per il diritto all’asilo, Tijuana (Federica Mirto)