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La voce delle donne argentine: “Come abbiamo conquistato il diritto all’aborto”


Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio) di Andrea A. Galvéz e Susanna De Guio per Valigia Blu
Il grido di migliaia di voci all’unisono nella piazza del Congresso a Buenos Aires segnala che l’aborto è diventato legale in Argentina. Alle 4 e 20 del mattino il Senato ha approvato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza fino alla quattordicesima settimana di gestazione. Il settore dei fazzoletti verdi della piazza esplode di gioia tra le lacrime e gli abbracci, subito ripartono i canti e gli slogan femministi. “Ce l’abbiamo fatta, è legge!” si legge sugli schermi montati in strada per seguire le 12 ore di discussione al Senato, conclusa con 38 voti a favore e 29 contrari e una sola astensione. Una pioggia silenziosa viene a portarsi via il caldo torrido della giornata di vigilia, a rinfrescare l’aria e distendere la tensione accumulata.
È una vittoria storica per l’Argentina, la conquista del diritto a decidere sul proprio corpo che viene da oltre trent’anni di lotte condivise fra tre generazioni. In realtà risale al 1921 la riforma del Codice Penale che ammette l’aborto quando è in pericolo la vita o la salute della donna e nei casi di stupro, ma queste eccezioni legali non sono state adeguatamente applicate fino al giorno d’oggi.
Nel 2012, una adolescente di 15 anni stuprata dal patrigno si vide negare dalla giustizia la possibilità di accedere a un aborto. Il caso terminò davanti al Tribunale Superiore della Giustizia, che con la sentenza conosciuta con la sigla FAL riaffermò e chiarificò le condizioni di accesso all’aborto legale, evidenziando la discrezionalità con cui veniva interpretata la norma.
Nonostante questo importante precedente giuridico, in Argentina l’aborto ha continuato ad essere criminalizzato, com’è accaduto per esempio a Belén, la giovane donna della provincia di Tucumán che è stata privata della libertà a causa di un aborto spontaneo nel 2014. Un’ingiustizia insostenibile, che ha portato il movimento femminista a sollevarsi con proteste, mobilitazioni e campagne che hanno infine portato Belén all’assoluzione dopo due anni e mezzo di reclusione. Come a indicare che la goccia aveva già fatto traboccare il vaso da tempo, nel 2015 l’ennesimo femminicidio di una giovane di 14 anni scatenò le immense manifestazioni che hanno dato vita al movimento NiUnaMenos, oggi conosciuto nel mondo.

Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Andrea A. Gálvez) Da allora la marea verde argentina non si è più fermata, accumulando rivendicazioni e obiettivi politici e denunciando – ora sì, a gran voce – la quantità di abusi e violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente nel Paese. Un caso significativo che è stato ricordato durante il dibattito plenario del Senato è quello di Lucía, la bambina di 11 anni, abusata dal compagno della nonna lo scorso anno. “È stata ricoverata in ospedale per un mese in cui l’aborto è stato ritardato e ostacolato, e dove tutti i medici si sono dichiarati obiettori di coscienza” ha dichiarato Cecilia Ousset, medica cattolica e obiettrice, che ha finito per realizzare il cesareo di Lucía. “In realtà non tutti erano obiettori, ma avevano paura, perché il procuratore provinciale aveva mandato all’ospedale l’ordine di non intervenire”, ha spiegato la dottoressa.
Proprio su questo punto dovrà concentrarsi ora la Campagna per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito, che per 15 anni ha lottato con l’obiettivo della legalizzazione. L’obiezione di coscienza è infatti uno dei punti in cui il disegno di legge approvato dal Congresso si differenzia dalla proposta che la Campagna ha presentato per ben otto volte al parlamento negli ultimi anni, come sottolinea l’attivista Jamila Picazo: “Per noi è importante non ammettere nessun tipo di obiezione perché in pratica viene usata per ostacolare l’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi”. D’altra parte, Jamila riconosce che la legalizzazione “è un fatto veramente storico, sarà possibile saldare questo debito della democrazia argentina ed è un punto di partenza, perché sappiamo che le leggi possono essere progressive ma poi devono essere applicate e garantite”.

Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio) La fine della dittatura civico militare di Videla nel 1983 significò per l’Argentina la possibilità di riallacciare i legami sociali e ricominciare a reclamare diritti. È del 1986 il primo incontro nazionale delle donne, appuntamento che da allora si replica annualmente fino al giorno d’oggi; nel 1987 viene approvata la legge sul divorzio. Il ruolo e l’eredità delle Madres de Plaza de Mayo è innegabile nella composizione del movimento femminista attuale, come dimostra ad esempio l’uso dei fazzoletti verdi, già a partire dal 2003, a richiamare il fazzoletto bianco che da sempre copre il capo delle Madres nella loro lotta alla ricerca dei figli fatti sparire dalla dittatura. Due anni dopo si conforma la Campagna per l’Aborto, e nel 2006 si approva per legge l’Educazione Sessuale Integrale (ESI) nelle scuole.
Della sua implementazione si è occupata in questi anni Celeste McDougall, 39 anni, docente, che riconosce nella legalizzazione dell’aborto “un tema centrale nel femminismo, è la grande leva della Storia, in definitiva è la lotta per l’autonomia del corpo”. Celeste ha iniziato a conoscere il femminismo quando era adolescente, andando agli incontri nazionali delle donne, è diventata un’attivista della Campagna e oggi è una delle sue referenti. Cita le femministe francesi riprendendo un concetto che, spiega, è ancora oggi valido per affrontare il patriarcato: “se non raggiungiamo l’indipendenza del nostro corpo, la battaglia politica non può nemmeno iniziare”.
Coincide con questa lettura Martha Rosenberg, psicoanalista, medica, scrittrice e da sempre attivista per il diritto all’aborto in Argentina. Per lei, la vittoria di questo 30 dicembre “inaugura una tappa storica che forse non arriverò a vedere, ma il seme è stato piantato e non dimentico l’importanza della ESI per formare nuove soggettività che rispettino la diversità sessuale, che mettano fine alla violenza di genere e assumano la responsabilità di costruire un mondo che sia abitabile”. La sua militanza femminista comincia negli anni Ottanta: “ho lavorato sul tema della salute e dei diritti riproduttivi inquadrandoli come diritti umani” racconta. “Poi negli anni Novanta mi sono opposta alle politiche conservatrici del presidente Menem, che era allineato con Bush e il Vaticano. Nel 1991 abbiamo fondato il Forum per i Diritti Riproduttivi, un’istituzione interdisciplinare di dibattito, promozione, consulenza e ricerca che adottò fin dal principio tra i suoi temi la legalizzazione dell’aborto”.
Martha riconosce che la lotta per il diritto a decidere ha avuto una lunga storia fatta di alti e bassi, vacillamenti, ma che ha saputo riunire attori sociali anche molto diversi attorno a un obiettivo comune. Aver ottenuto la legge è un punto d’arrivo e insieme una nuova partenza: “Ho sempre saputo che la lotta per il diritto all’aborto era parte di quelle necessità radicali che per essere soddisfatte richiedono un cambiamento delle condizioni sociali e soggettive del contesto, in senso ampio” conclude.

Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Andrea A. Gálvez) Gli ostacoli che si presentano all’orizzonte per garantire il reale accesso all’aborto sono di ordine culturale, etico, religioso, e attraversano gli schieramenti politici classici dei partiti. Non è un caso, invece, che le province con il tasso di povertà più alto in Argentina siano sostanzialmente le stesse in cui i governatori si sono espressi contro la legalizzazione dell’aborto.
Marta Alanis fa parte del movimento delle Cattoliche per il Diritto a Decidere si è formato tre decenni fa e testimonia che è possibile essere credenti e allo stesso tempo difendere il diritto all’aborto: “Lavoriamo perché lo Stato sia laico, pensiamo che quando un’istituzione religiosa cerca di imporre il suo credo al resto della popolazione è anti democratica e non rispetta gli altri” afferma Marta, che vede nell’ultima generazione un grande arricchimento del movimento femminista. “Con la marea verde le giovani hanno riaffermato un’identità che non esisteva da diversi decenni. Celebriamo la rivoluzione delle figlie e delle nipoti” sorride Marta davanti al risultato storico di questo finale del 2020.
L’attuale composizione del femminismo argentino è molto varia perché la sua genealogia è stratificata. Si sono occupate di ricostruirne le diverse origini Veronica Gago e Luci Cavallero, del collettivo NiUnaMenos. “Oltre alle Madres de Plaza de Mayo, troviamo anche il movimento piquetero del 2001 così come il movimento peronista. Ci sono differenze, ma convergono in un vocabolario comune, ci troviamo insieme in azioni come lo sciopero delle donne, o come la lotta per l’aborto”.
Il ciclo femminista degli ultimi anni costringe a ripensare le categorie politiche, secondo Veronica Gago, e a chiederci “cosa significa che le organizzazioni, anche quelle classiche come i partiti e i sindacati, sono state influenzate e scosse dalla militanza femminista al loro interno: c’è un rapporto che sta diventando sempre più complesso e dà forza alle femministe in questi spazi”.
Le due intellettuali sono d’accordo nel caratterizzare il movimento della marea verde come femminismo di massa, “perché non è mai esistito con le dimensioni che ha oggi” e allo stesso tempo ne sottolineano la radicalità, su diversi livelli. “L’analisi e la definizione di cosa sia la violenza, che connette quella maschilista, economica, finanziaria, politica ed estrattivista, permette al femminismo di formulare oggi una diagnosi più raffinata della violenza neoliberale nella sua complessità” conclude Veronica Gago, “e allo stesso tempo la narrazione di questa violenza non resta nell’impotenza o nel vittimismo, mostra una tendenza all’azione, incide nella realtà”.

Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio) Di fatto, il movimento argentino ha già avuto una grande capacità di influenzare e stimolare le lotte femministe nei paesi vicini. “Siamo inserite in un ciclo dove l’irruzione del femminismo è globale e attraversa le frontiere. Sicuramente la lotta femminista delle argentine ci ha contagiato e aiutato a scendere in piazza” afferma la portavoce del Coordinamento 8M cileno, Karina Nohales. “Questa caratteristica transnazionale permette che il trionfo delle compagne in un Paese sia il trionfo di tutte, e ci avvicina poter a ottenere un domani qui e in tutta l’America Latina quello che oggi ha conquistato l’Argentina”.
In tutta la regione l’aborto è legale solo a Cuba, in Uruguay, Guyana, Guyana Francese e Puerto Rico. In Brasile, sebbene la legge permette l’aborto in alcune condizioni fin dal 1940, nei fatti si continuano a criminalizzare le donne che lo praticano. Nalu Faria, attivista e integrante della Marcia Mondiale delle Donne, spiega che “nonostante il movimento femminista brasiliano sia ampio e organizzato, il Paese è attraversato da un’ondata conservatrice e neofascista che è attualmente al governo e che rende ancora più difficile l’applicazione dei diritti già conquistati dalle donne”. Faria guarda con ottimismo al risultato argentino perché “senza dubbio dà speranza alla lotta femminista brasiliana, non solo per continuare a denunciare le violenze ma anche per avanzare e mettere in discussione l’intero sistema economico, etero patriarcale, razzista e coloniale”.
In Messico la situazione è in parte differente, perché a Città del Messico e nello stato di Oaxaca l’aborto è legale, mentre nel resto del paese no, e la riforma del Codice Penale non può essere fatta a livello nazionale ma solo federale. Inoltre, anche in Messico sono contemplati i casi in cui l’aborto è depenalizzato “ma questo è solo in teoria” spiega Chantal Maillard, scrittrice e attivista femminista. “Nella pratica è molto difficile, perché alle donne manca l’informazione necessaria per poter accedere all’aborto. In Messico l’aborto clandestino non è necessariamente pericoloso, esistono medicinali abortivi approvati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e sebbene siano cari, si trovano disponibili in farmacia. Il problema è piuttosto la paura e la disinformazione che è stata installata attorno al tema, insieme al senso di colpa”. Maillard vede nella mobilitazione collettiva la chiave della lotta femminista in America Latina: “le argentine ci hanno aiutato a rendere visibile il problema di classe che si scontra con il diritto all’aborto, perché in fondo continua ad essere un privilegio a cui poche possono accedere. Di sicuro la legge che hanno approvato avrà ripercussioni anche in Messico, la marea verde è arrivata per restare, e non c’è modo di fermarla”.
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Educarsi all’autonomia. Viaggio nelle realtà formative della galassia zapatista – episodio II


Il taller di sartoria di uno dei padiglioni del CIDECI – foto: Daitone Di Daitone
Questo diario di viaggio, iniziato in Chiapas nell’estate del 2017 e portato a compimento due anni più tardi nell’appennino bolognese, rappresenta la rivisitazione narrativa e divulgativa di una tesi magistrale che ha interrogato i rapporti di mutua determinazione tra paradigma socioeconomico e sistema educativo. Focalizzato sulle implicazioni in campo formativo del cammino zapatista verso l’autonomia, intende condividere – attraverso l’approfondimento in una prospettiva soggettiva di alcuni esempi concreti – spunti teorici e pratici per la realizzazione di esperienze di apprendimento inerenti a una forma di vita e organizzazione sociale post-capitaliste. Qui l’episodio I.
Episodio II – Hacia la esperanza
Per 7 pesos uno scalcinato furgoncino collettivo, sfrecciando tra le bancarelle e i venditori ambulanti al ritmo della miglior cumbia villera, mi porta dal mercato di San Cristóbal al CIDECI. Un ragazzino corre ad aprirmi il cancello, per poi tornare dagli amici raccolti intorno a un fuoco e a una sigaretta. Nel cortile due ragazze tengono un banchetto con dei libri, un altro serve caffè e pane dolce dietro a una cassetta delle offerte. Un impianto acustico diffonde nell’aria un sottofondo di musica classica, creando un’atmosfera di ovattato raccoglimento. Al centro della sala in cui si svolgono i seminari campeggia un’imponente tavola di legno, intagliata con motivi maya e circondata da sedie modello Santa Inquisizione – di quelle che ti costringono ad assumere un’aria grave e una seduta composta. Fortunatamente, lungo le pareti corrono panche più sobrie (e comode) su cui mi affretto a prendere posto. Oltre a me, i presenti sono una quarantina: alcuni chiacchierano amabilmente, altri ripassano in silenzio quaderni zeppi di appunti. Scorro lo sguardo sulle pile di volumi che affollano le pareti, lascito dell’antropologo francese Andrés Aubry dopo una vita dedicata allo studio della cultura e della resistenza dei popoli indigeni del Chiapas. Fondatore su invito di don Samuel dell’Istituto di Consulenza Antropologica per la Regione Maya (INAREMAC), Andrés criticò aspramente la fissazione dei ricercatori sui propri oggetti di studio, così come una certa attitudine “estrattiva” alla costruzione del sapere, rea di aver allontanato gli studiosi dalle problematiche reali facendo della finalità del loro lavoro un prodotto individuale, in luogo di una trasformazione della coscienza collettiva e del sistema sociale. Solidale con le istanze della lotta zapatista, tanto da figurare tra gli intellettuali che presero posizione al fianco dell’EZLN nel corso dei negoziati con il governo, Andrés sostenne fermamente la necessità di reintegrare la dimensione etica all’interno delle pratiche scientifiche: «Ciencia sin conciencia no es ciencia», affermò fino alla fine. Nel 2007 perse la vita in un incidente d’auto, proprio nell’atto di recarsi a uno di questi seminari. A riprova dell’impegno riversato sul campo e dell’affetto che nutriva presso la comunità, in un angolo spicca un enorme manifesto con una nomina a dottore “liberationis conatus causa” intestata a suo nome, sottoscritta da centinaia di firme in rappresentanza del CIDECI e dell’EZLN.
Il seminario ha inizio con una breve presentazione dell’esperienza dell’UniTierra, cammino di pensiero critico e antisistemico iniziato nel marzo 2006. Nell’introduzione non si manca di menzionare l’imminente anniversario della scomparsa dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, bloccati dalla polizia mentre cercavano di raggiungere una manifestazione e fatti sparire in circostanze mai chiarite. La vicenda, continuamente insabbiata dalle autorità governative, ha suscitato numerose controversie e mobilitazioni in tutto il mondo.
Miguel, che coordina l’incontro, riassume in tzotzil e castigliano gli articoli in discussione. Dà quindi il via a un primo giro di interventi, ponendo a conclusione di ciascuno di essi un sentito «Gracias, companer@». I discorsi vanno concentrandosi sul concetto di “indigenizzarsi” proposto in un articolo apparso su “La Jornada” da Gustavo Esteva. Quest’ultimo, intellettuale radicale di Oaxaca che suole definirsi “de-professionalizzato” in onore dell’amico e maestro Ivan Illich, invita a sentirsi tutti coinvolti dalla decisione del CNI di partecipare alle prossime elezioni presidenziali, contrapponendo all’idea violenta e possessiva di patria il sentimento elettivo e amorevole per una matria. Baschet, un allampanato professore che scopro aver scritto di iconografia medievale e alternative al capitalismo, solleva qualche perplessità in merito a siffatta proposta: a suo avviso corre il rischio di scadere in un’impostazione da “selvaggio west”, per cui chiunque dichiari la propria appartenenza a un lembo di terra può arrogarsi il diritto di difenderla da presunti invasori… Raymundo, in segno di approvazione, applaude vigorosamente.
Quando nessuno di nuovo sembra più intenzionato a intervenire, si procede con un secondo giro di considerazioni. È a quel punto che un’anziana abbigliata con abiti tradizionali indigeni, i capelli raccolti in due lunghe trecce d’argento, prende parola: a gran voce, afferma di non vergognarsi di quello che è, della sua identità e delle sue radici, nonostante le umiliazioni puntualmente subite «dai grandi imprenditori, dai grandi capitalisti, da los que estudiaron»… Quest’ultima invettiva riecheggia nell’aria, colpendomi dritto al cuore. Nel silenzio che segue, il frinire dei grilli annuncia la venuta della notte. «Se non ci sono altri interventi, possiamo salutarci», conclude lapidario Miguel.
In verità, le discussioni proseguiranno due giorni dopo: è il primo sabato del mese, giorno del seminario “Wallerstein”, basato sulla lettura e sul commento condiviso di un libro proposto il mese precedente da uno dei partecipanti. Il nome omaggia lo studioso statunitense celebre per aver adottato un approccio interscientifico e contribuito allo sviluppo dell’analisi dei sistemi mondo, che indaga il funzionamento dell’economia globale secondo una complessa rete di rapporti tra centri e periferie. A lui si deve un’acuta critica dei fondamenti ideologici della civiltà capitalista: da un lato il razzismo/sessismo, che nell’ancorare a determinate categorie di persone una posizione sociale svantaggiata giustifica un bilancio peggiore per la maggioranza; dall’altro l’universalismo, che con l’appoggio della cultura scientifica e dell’illusione meritocratica ha esteso il capitalismo su scala globale e giustificato un bilancio migliore per la minoranza. Apparentemente indifferente a tutto ciò, un bambino esibisce con orgoglio i suoi pochi giocattoli ai più e meno adulti presenti in sala. «Ma non si fracasserà le palle?», non posso fare a meno di pensare; tanto più che al seminario di oggi si discutono due testi parecchio impegnativi, assemblati e stampati in un libro per l’occasione dalla tipografia del CIDECI. Il primo, uno scritto di Rubel su Marx teorico dell’anarchismo, riflette lo spirito eclettico che ha contraddistinto fin dagli albori il movimento neozapatista, originato dall’incontro tra uno sparuto gruppo di guerriglieri di ispirazione guevarista, provenienti dalle sbandate Fuerzas de Liberación Nacional, e i popoli indigeni del Chiapas, con la loro storia secolare di oppressione e ribellione. Il secondo invece consiste nell’epilogo del volume di Agamben L’uso dei corpi, intitolato Per una teoria della potenza destituente. A partire dalle categorie formulate in tale contributo filosofico, ci si interroga sulla candidatura della “vocera” Marichuy ad opera del CNI: tale operazione rappresenta una pericolosa forma di cooptazione istituzionale – un’eccezione includente, appunto – o può qualificarsi come dispositivo destituente, potenzialmente in grado di inceppare la macchina ontologico-politica dell’Occidente?
«Staremo a vedere», risponde calmo Estéban, il responsabile della nostra permanenza al municipio ribelle autonomo de La Realidad, quando gli chiediamo cosa ne pensi della partecipazione del CNI alle elezioni proposta e appoggiata dall’EZLN. Qui, nel cuore dei territori autonomi zapatisti, sono ben distanti dalle sofisticate elucubrazioni cittadine: le considerazioni che avanzano riflettono umiltà e senso pratico. Eppure, durante il discorso tenuto lo scorso 1° gennaio nell’anniversario della insurrezione zapatista, il subcomandante Moisés ha presentato questa mossa come «última esperanza» per il riconoscimento dei diritti dei popoli originari a livello nazionale e globale. Dopo la deriva degli accordi di San Andrés, mai ratificati dal Congresso Messicano, gli zapatisti reagirono al voltafaccia interrompendo ogni contatto con il governo per applicare unilateralmente i principi dell’autonomia. Assunsero così la gestione dell’educazione, della salute, della giustizia, della produzione e della distribuzione delle risorse. Con il progressivo trasferimento dei poteri dalle autorità militari a quelle civili, nell’agosto del 2003 diedero vita a 5 caracoles, centri intermunicipali di autogoverno. In essi si riunisce la giunta di buon governo, un’autorità collegiale, revocabile e rotativa chiamata ad esprimersi sulle principali questioni di interesse pubblico. L’immagine del “caracol”, la chiocciola, rimanda al punto di unione delle comunità autonome con il mondo: dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno, in uno scambio continuo che vuole simboleggiare la relazione ideale dei popoli zapatisti con il Messico e con il mondo.
Nonostante i notevoli traguardi ottenuti sulla strada dell’autonomia, inimmaginabili e presi da esempio da tanta parte dei movimenti sociali globali, al villaggio si respira parecchia amarezza. Di 210 famiglie, solo un terzo sono rimaste zapatiste; le altre hanno via via ceduto alle pressioni dei paramilitari o alle lusinghe dei programmi di sussidio governativo, che distribuiscono beni di consumo, materiali edili e scolastici esclusivamente a quanti appoggiano le formazioni partitiche. «Ancora non siamo riusciti nel nostro compito», dichiara Estéban sconfortato. Quando suo figlio gli domanda perché i ragazzi dell’altra scuola hanno la camicia e i pantaloncini, risponde: «Perché usano i soldi del governo per comprarsi le scarpe e i vestiti, e sono tutti uguali perché sono tutti ugualmente sotto controllo».
Con la sollevazione in armi e l’allontanamento dei maestri federali, nelle comunità zapatiste si è assistito a un processo di riappropriazione e reinvenzione dello spazio scolastico e della funzione docente. Le comunità cercarono al proprio interno le risorse per provvedere all’educazione dei giovani, così da superare la differenziazione sociale che aveva caratterizzato fino a quel momento i maestri ufficiali, poco interessati e rispettosi dello stile di vita indigeno. Si decise quindi di nominare e capacitare dei “promotores de educación” che operassero su mandato della comunità, in linea con i principi da essa stabiliti. Per supportarne l’operato vennero istituite delle apposite commissioni, con il compito di fornire supervisione educativa, una formazione adeguata, guide per orientare il lavoro e proposte per le nomine dei promotori. Questi, a riconoscimento dei servizi prestati alla comunità, ricevono annualmente un dato quantitativo di viveri (per esempio, 16 zontes di mais – circa 400 pannocchie – e 12 latte da 16kg di fagioli), nonché appoggio economico nei momenti di capacitazione.
Nel rispetto dell’idea di autonomia, ogni comunità è rimasta libera di adottare le soluzioni ritenute più congeniali dal punto di vista didattico ed educativo, ragion per cui nei territori zapatisti si riscontrano varie differenze nella maniera di impostare e gestire la scuola. Generalmente, le materie di studio sono state riorganizzate in quattro “aree di conoscenza”: Lingue, Matematica, Storia, Vita e ambiente. All’insegnamento del castigliano si affiancò e rinforzò quello delle lingue native, Storia fu integrata dallo studio delle vicissitudini del movimento zapatista, Vita e ambiente si arricchì degli elementi propri della cosmovisione indigena. Spesso le lezioni oltrepassano le pareti delle aule per svolgersi nel contesto della vita comunitaria: i nonni diventano maestri di storia condividendo leggende e aneddoti locali, la stagione della semina mette alla prova le nozioni di algebra e geometria.
Il calendario scolastico varia in funzione della disponibilità dei promotori, del calendario agricolo e delle festività locali, spesso animate dagli stessi alunni con balli e spettacoli. A La Realidad si fanno tre giorni di lezione a settimana, gli altri servono ai promotori per lavorare i propri campi e ai ragazzi per aiutare i genitori a fare lo stesso. Questa impostazione risponde, prima che a lungimiranti intuizioni pedagogiche, alle concrete leggi delle necessità materiali: l’alimentazione si basa quasi esclusivamente su fagioli, mais e riso; si cucina sul focolare, si dorme in capanne di legno e lamiera e ci si lava al fiume. La baracca in cui siamo ospitati è uno dei pochi luoghi dotati di corrente, tanto che Estéban a ogni visita ci chiede gentilmente il permesso di ricaricare la torcia elettrica.
Mi torna in mente la mia visita alla comunità di appoggio zapatista di San Isidro… Dopo un viaggio accidentato sul retro di un autocarro sopra le foreste nebulari di Los Altos, accolto dagli abitanti del villaggio mi sentii dire: «Grazie per lo sforzo di venire fin qui. Per noialtri è impossibile raggiungerti là dove stai!». L’abuelita Caterina mi aveva poi condotto a spasso tra i campi, mostrandomi la differenza tra il loro mais, con la sua molteplice e disordinata esuberanza, e quello OGM dei vicini, tanto perfetto quanto seriale. Giunti a casa sua, un’abitazione spartana con poco più che un giaciglio e un focolare, aveva sentito il bisogno di scusarsi: «Non è molto, soy pobre». «Quello che avete può non sembrare molto, ma è molto poiché è tutto ciò che vi occorre per essere liberi», avevo risposto con una retorica un po’ stucchevole, ma nutrita di sincera ammirazione. Per l’occasione avevano cucinato brodo di pollo selvatico, che ovviamente non avevo potuto rifiutare. Le mie difese erano crollate quando, dopo aver espresso un apprezzamento per l’aspetto di un gallo selvatico, avevano esclamato compiaciuti: «Ya està listo por el plato!».
Al villaggio raccontano che, ai tempi del levantamiento in armi, la vita di un indigeno in Chiapas valesse meno di quella di una vacca. Per certi versi è ancora così, considerato che il possesso di un animale continua a rappresentare una delle forme più solide di investimento economico. Tuttavia, quando nel 2014 i paramilitari ammazzarono il maestro Galeano, una figura portante della comunità e dell’esperienza dell’escuelita zapatista, l’eco dell’accaduto si riverberò in tutto il mondo. Al grido di «giustizia e non vendetta» il subcomandante Marcos aveva dismesso per sempre il suo nome e l’alone leggendario che l’aveva ammantato per assumere quello del compianto compañero. La lotta zapatista non aveva più bisogno di fare affidamento su un leader carismatico, nient’altro che un ologramma utile a catturare l’attenzione mediatica e le simpatie occidentali. Da quell’episodio, in collaborazione con l’organizzazione per la difesa dei diritti umani “Fray Bartolomé de Las Casas”, il caracol della Realidad accoglie al suo interno degli osservatori internazionali. È in questa veste che io e una simpatica coppia argentina di Rosario siamo arrivati qui. Visto che per evitare di turbare gli equilibri del paese ci hanno raccomandato di non lasciare l’appartamento a noi riservato, inganniamo il tempo giocando a carte e raccontandoci storie.
Oggi, a scuola, i bambini non vanno. Sono tutti impegnati nei lavori collettivi per ospitare il prossimo incontro del Concejo Indígena de Gobierno. Nell’attesa che spiova, Estéban si intrattiene con noi, snocciolando un aneddoto dietro l’altro sui tanti stranieri passati di qua… come Angelo, il cuoco italiano con cui andava a raccogliere caracoles al fiume, che si era fermato all’accampamento un anno e a cui si era tanto affezionato. Al momento di ripartire, Angelo gli aveva proposto di seguirlo in Italia, ma Estéban, che era già impegnato come promotore e lo sarebbe stato per altri 8 anni, rifiutò. «Ora un po’ me ne pento, ma non me ne andai… Yo no me fui», ripete, lo sguardo perso in un orizzonte che forse aveva sognato più luminoso.
“Hacia la esperanza”, è il nome che il caracol della Realidad ha significativamente scelto di darsi. Ricordo che all’UniTierra, mentre si ragionava sul recente terremoto distinguendo tra l’orrore per la catastrofe naturale e il terrore come macchina di governo, avevo pensato che la paura è un po’ come il rovescio della speranza: temere che succeda qualcosa di brutto, piuttosto che confidare nella possibilità di qualcosa di bello. Entrambi i principi, nei loro effetti, sono estremamente potenti… «La paura», ammoniva il Maestro Yoda, «è la via per il lato oscuro»; viceversa, la giovane Jyn Erso esortava i compagni sfiancati dalla lotta contro l’Impero affermando che è sulla speranza che si fondano le ribellioni! Ne deduco che aver visto Star Wars in aereo deve avermi suggestionato troppo. Tuttavia, lo stesso Illich aveva sostenuto che, contro una logica “prometeica” basata su aspettative, pianificazioni e risultati controllati, la sopravvivenza della specie umana sarebbe dipesa in gran parte dalla riscoperta della speranza come forza sociale.
«Le feste che celebriamo qui – mi aveva anticipato il doc. Yoda, facendo eco a questo pensiero – sono feste di memoria e di speranza». È il 15 di settembre e in tutto il Messico si celebra il giorno dell’indipendenza. Al CIDECI si uniscono ai festeggiamenti a modo loro: commemorano il giorno in cui installarono il generatore che, dopo un lungo contenzioso con le autorità federali, permise di rendersi indipendenti sul piano energetico. La scena ha un che di comico, con tutti i ragazzi in processione verso la baracca che alloggia il generatore ronzante, agghindata di palloncini per l’occasione. Ormai, la familiarità maturata con il luogo mi consente di scambiare qualche sguardo amico. In questo istante, sento la rivoluzione più viva e promettente che mai. In lontananza i musicisti strimpellano i primi accordi del ballo che presto avrà inizio. È giunto il momento di andare. Non vorrei venir meno a quanto Estéban ci aveva confidato prima di congedarci: «Così viviamo noi, come zapatisti che siamo: quando c’è da lavorare si lavora, quando c’è da lottare si lotta, quando c’è da ballare… si balla!».
Per approfondire:
٠ Aubrey A., Saberes en el camino. Compilación de artículos 1984-2007, Junetik Conatus, San Cristóbal de Las Casas 2017
٠ Baschet J., Adiós al Capitalismo. Autonomía, sociedad del buen vivir y multiplicidad de mundos, Ned Ediciones, Barcellona 2015
٠ Bellini O., Indios senza re. Conversazioni con gli zapatisti su autonomia e resistenza, con un intervista a Raúl Zibechi, La Fiaccola, Catania 2016
٠ Commissione Sesta dell’EZLN, Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista, Iemme Edizioni, Napoli 2015
٠ Esteva G., Senza insegnanti. Descolarizzare il mondo, Asterios Editore, Trieste 2013
٠ Illich I., Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, Mimesis Edizioni, Milano 2010
٠ Wallerstein I., Capitalismo storico e Civiltà capitalistica, Asterios Editore, Trieste 2012
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L’odissea della lotta sindacale


Riders di Rappi in Messico – Foto: Cuartoscuro di Sergio Guerrero, da Barahúnda
Traduzione di Federico De Stavola
Prende la sua bicicletta e l’energia che non ha, si mette il casco e si carica sulle spalle il pesante zaino arancione. Pedala in bicicletta per un’ora, in direzione di una delle zone con più potere d’acquisto, decisamente maggiore di quello della zona da cui proviene. Lavora 8 o 10 ore pedalando, senza contare il viaggio di ritorno. Le sue pause sono obbligate, non c’è molto lavoro. Porta a casa 350 pesos (circa 14 euro, NdT) e intorno a 50 pesos di mance (circa 2 euro, NdT), se gli va bene. Alcune volte gli è andata anche meglio, ma altre è tornato a mani vuote. È fortunato ad arrivare a destinazione, una settimana fa un suo compagno è stato investito ed ha una gamba rotta. Poverino, chissà quando potrà pedalare di nuovo, è già in debito con una clinica privata. Un mese fa è morta una collega, un camion a doppio rimorchio ha fatto una brutta curva e l’ha schiacciata, lì vicino al Rio San Joaquín. Stava tornando a casa. Si corica, le ginocchia gli fanno male e la schiena non regge più. È una fortuna che sia giovane. Si sveglia, di nuovo senza aver realmente riposato. Prende la sua bicicletta e l’energia che non ha, si mette il casco e si carica sulle spalle il pesante zaino arancione.
La realtà lavorativa dei rider è scandalosa. Il loro lavoro è considerato dalle compagnie assicurative ad alto rischio, tuttavia non hanno diritto alla previdenza sociale, né ad un’assicurazione sulla vita o sugli infortuni. È difficile dimostrare un qualsiasi rapporto di lavoro perché per l’azienda sono “soci”. Mettono a disposizione le proprie biciclette o motociclette, usano il proprio cellulare, pagano il proprio piano dati, devono acquistare lo zaino e l’abbigliamento adeguato per pedalare per più di mezza giornata.
Negli ultimi anni sono apparsi nuovi modi di lavorare che risultano attraenti per la loro flessibilità e per l’apparente opportunità di guadagnare in base a quanto si è disposti a lavorare, senza giornate di lavoro obbligatorie. Chi accetta la “libertà nel lavoro” deve rinunciare alla “sicurezza sul lavoro”. Questo tipo di lavoro ha attirato una buona parte di popolazione che ha “tempo libero”: studenti, pensionati, lavoratori che hanno bisogno di completare il loro stipendio, casalinghe, tra gli altri. Naturalmente, c’è anche chi ha fatto di questo lavoro il suo unico ingresso.

Foto presa da:
https://lemexico.mx/2020/10/08/tecnologia/repartidores-aplicaciones-convocanparo-mundial-exigir-mejores-condiciones-laborales/Nell’ottobre 2018, la società Rappi ha iniziato a riscuotere “debiti fantasma” dai suoi “soci”: da un momento all’altro, debiti fino a 40.000 pesos (circa 1600 euro, NdT) sono apparsi nei conti dei lavoratori senza nessuna spiegazione. Alcuni rider sono stati sospesi per non aver pagato e per non aver potuto dimostrare di non essere in debito di tale somma di denaro. Questo ha spinto i fattorini a presentarsi alla porta della sede di Rappi in Messico. I debiti fantasma erano solo l’ultima goccia che cadeva in un bicchiere di ingiustizie già piuttosto pieno. Disconnessioni ingiustificate (licenziamenti, NdT), feriti e morti per incidenti stradali durante le consegne sono molto comuni. È qui che ha avuto inizio l’organizzazione dei rider che si sono riconosciuti come vulnerabili e abusati, esclusi dai diritti minimi lavorativi e alla mercé delle decisioni del management dell’azienda.
La stessa cosa è successa anche ad altre latitudini. I rider italiani, spagnoli, argentini e colombiani hanno iniziato a organizzarsi e a formare sindacati. Le aziende hanno optato per la linea dura contro questi sindacati clandestini. I lavoratori coinvolti sono stati disattivati dalle applicazioni, aggrediti e tormentati dalle autorità e dai sindacati ufficiali.
In Messico, i lavoratori che cercano di formare un sindacato devono sopportare il pesante fardello della storia del sindacalismo giallo o corrotto. Questo stigma suscita immediati sospetti su chi propone la via sindacale. Le accuse di perseguire il proprio interesse per arricchirsi o per puntare a una carriera politica sono immediate e persino giustificate. La capacità di mobilitazione è appena sufficiente per tentare il riconoscimento davanti alla Junta de Conciliación y Arbitraje (Tribunali locali addetti all’arbitrato dei conflitti sindacali, NdT), che fa del suo meglio per non sostenere i lavoratori. Tuttavia, gli attacchi più forti provengono proprio dai lavoratori che hanno fatto loro il discorso della meritocrazia e della depoliticizzazione che rende possibile la difesa delle imprese e della borghesia.
La sfiducia porta alla paralisi politica o a optare per metodi più morbidi, ma sterili, all’insegna dell’attivismo o del cooperativismo. Chi sceglie questa strada meno scomoda per le autorità e le imprese non punta realmente alla conquista dei diritti lavorativi, ma cerca – preoccupato di non disturbare – qualche concessione da parte dello Stato o delle imprese in cambio di lavar loro l’immagine pubblica, a scapito del benessere dei lavoratori. Temendo che le aziende decidano di ritirare i loro investimenti dal paese perché chiedono condizioni di lavoro migliori, si fanno fotografare con i dirigenti delle aziende e con vari personaggi pubblici, mentre i salari continuano a diminuire e le ingiustizie ad aumentare.

Foto: AFP La via sindacale è difficile perché propone un modo diverso di negoziare con le imprese. Ottenere il rispetto dei diritti dei lavoratori implica azioni più forti rispetto alla pittura degli zaini o alla celebrazione di solenni cerimonie quando un fattorino muore sul lavoro. Si tratta di costruire la forza politica e giuridica per costringere le aziende a negoziare un contratto collettivo, per andare a processo e ottenere la riattivazione dei rider e il risarcimento delle famiglie di coloro che sono morti durante le consegne. Facile a dirsi, ma è un lavoro politico complicato che passa soprattutto per la politicizzazione e mobilitazione delle basi.
Naturalmente, per ottenere migliori condizioni di vita all’interno del quadro normativo e istituzionale del capitalismo, il sindacalismo ha i suoi limiti. Ma l’inazione o la vigliaccheria sono peggio. Anche in tempi di pandemia, si vedono rider circolare con grandi zaini. Sono la catena e il pedale che non lascia morire l’economia, che la dinamizza e permette la circolazione delle merci. Sono carne da cannone.
Siamo lontani dall’era dei grandi sindacati. Le manifestazioni del primo maggio sono cariche di una certa speranza, ma soprattutto di nostalgia in senso tedesco sehnsucht, nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai avuto, ma che abbiamo sempre desiderato.
Quindi forza! Forza per i lavoratori che non rinunciano a migliorare le condizioni di lavoro per sé stessi e per coloro che verranno.
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Educarsi all’autonomia. Viaggio nelle realtà formative della galassia zapatista – episodio I


Dipinto murale sulla scuola zapatista de La Realidad – foto: Daitone Di Daitone
Questo diario di viaggio, iniziato in Chiapas nell’estate del 2017 e portato a compimento due anni più tardi nell’appennino bolognese, rappresenta la rivisitazione narrativa e divulgativa di una tesi magistrale che ha interrogato i rapporti di mutua determinazione tra paradigma socioeconomico e sistema educativo. Focalizzato sulle implicazioni in campo formativo del cammino zapatista verso l’autonomia, intende condividere – attraverso l’approfondimento in una prospettiva soggettiva di alcuni esempi concreti – spunti teorici e pratici per la realizzazione di esperienze di apprendimento inerenti a una forma di vita e organizzazione sociale post-capitaliste. Qui l’episodio II.
Episodio I – Ascoltare, vedere, parlare
«In Messico i supermercati OXXO stanno lentamente soppiantando gli abarrotes, i vecchi negozietti di alimentari», aveva annunciato Tato, guida e opinion leader del mio viaggio oltreoceano. Al che io avevo annuito con fare grave, il petto gonfio di disappunto antimperialista. Immaginate quindi la beffa di trovarmi nell’unico luogo illuminato in questo canto di San Cristóbal, per l’appunto un OXXO, masticando un hot-dog in barba al mio sedicente vegetarianesimo. Deglutisco a fatica, con il vago sentore che da queste parti non sarà l’ultima volta che mi toccherà ingoiare i miei inveterati principi. «In Messico siamo più vicini all’equatore, il sole alle sette e mezza va a picco», aveva soggiunto Tato, prima di salutarmi per fare rientro nella capitale dove lo attendevano incombenze di visto e di dottorato. «Dove sarà questo fottuto ostello?», bofonchio invece io, mentre solo e nel buio incespico con il mio trolley sui ciottoli di Calle Tapachula, sotto un cielo lampeggiante che non lascia presagire niente di buono.
«Desculpa, sàbes si ai un ostàl baràto achì?» grido nel mio castigliano da sopravvivenza alla volta di due donne, ferme a chiacchierare sulla soglia di un provvidenziale abarrote ancora incerto sulla chiusura. Una di loro risponde pimpante: «Sí, alli!», indicando un portoncino alle mie spalle. Dopodiché estrae un mazzo di chiavi dalla tasca e mi fa strada. Si presenta come Edith, titolare del piccolo ostello “RukaChe”, la cui porta aprendosi dà su un ampio patio illuminato. Da un lato un chico dall’aria felina sorseggia pox, una bevanda locale di poche pretese ma alta gradazione alcolica; nell’angolo opposto una giovane coppia – argentina, scoprirò poi – bofonchia davanti a un computer. I due, alle prese con la preparazione di uno spettacolo teatrale che andrà presto in scena al centro culturale “Palliacate”, cercano di capire come fare in modo che al termine di una canzone non scatti immediatamente la successiva. Le doti tecnico-musicali maturate in anni di misantropia mi consentono di venir loro in aiuto… e visto che col tempo la misantropia è andata mitigatandosi ne approfitto per scambiare due chiacchiere su cosa mi ha spinto qui: gli studi in pedagogia, la ricerca sulle pratiche educative autonome e l’interesse per il CIDECI, il centro di formazione per giovani indigeni che sorge ai margini della città. «Ah certo, domani dovrebbe esserci la celebración per il 28° anniversario della fondazione!», interviene Edith, nel cuore di una notte che sembra essersi fatta a poco a poco più chiara.
L’indomani, seguendo le indicazioni raggranellate in ostello, riesco ad arrivare nei pressi del centro. Nel dubbio, pedino una famigliola dai vestiti sgargianti che si inoltra lungo una carrettera polverosa che non si direbbe condurre da nessuna parte. Giunta in fondo alla strada, la combriccola si ferma ad indossare delle scarpe da cerimonia, per poi avventurarsi oltre le soglie di un grande cancello. Lo varco a mia volta e mi ritrovo nel cortile del CIDECI, affollato di ragazzi, parenti e curiosi richiamati dalla ricorrenza. Parlandoci, scopro che in parecchi arrivano da comunità molto distanti e sono qui per la prima volta. Una coppia di giovani mi si avvicina: lui sorregge un grande vassoio di fiori, lei ne prende un mazzetto e me lo porge accompagnato da un foglietto. Lo spiego trepidante, ansioso di scoprire quali accorate dichiarazioni possa contenere. Rimango perciò interdetto al leggere le parole: «Antífona de entrada». Segue: «Primera Lectura»… Ma che diamine?!? Mi accorgo, troppo tardi, di essere caduto in trappola! Non faccio in tempo a maledire il mio spagnolo stentato che già un prete rubicondo, attorniato da una schiera di chitarristi in pompa magna, si affaccia dal balconcino di un edificio per annunciare l’inizio della celebración – che, beninteso, sta a significare celebrazione eucaristica.
«Uniamo i nostri cuori, i nostri pensieri e le nostre forze per marciare insieme verso un mondo migliore… Non tutti siamo cattolici, ma tutti condividiamo questo cammino per un mondo nuovo. Celebriamo la vita, lottando per il buen vivir!». L’officiante pronuncia parole semplici e chiare: una perfetta testimonianza di teologia della liberazione in salsa india. Questa corrente, diffusasi dopo il Concilio Vaticano II, ha voluto riscattare i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel vangelo, dimostrandosi vicina alle esigenze materiali della povera gente e ferma nel denunciarne la condizione di oppressione. Con l’idea che ogni popolo abbia il suo antico testamento, ha integrato le divinità precolombiane nel culto cristiano ed è riuscita ad ottenere un ampio seguito nelle regioni indigene del Messico e del Sud America. In un’intervista a Raúl Zibechi, pensatore e attivista uruguayano, avevo letto: «Se vuoi comprendere i movimenti sociali latinoamericani, devi comprendere la teologia della liberazione». Ho modo di rimuginare a lungo su questa considerazione, per l’esattezza le due ore abbondanti di durata della funzione con tanto di battesimi, cresime e comunioni dispensate ai presenti neanche fossimo alla vigilia del giudizio universale. In conclusione, il pasciuto e per nulla provato officiante lascia la parola a una figura minuta e asciutta, una sorta di maestro Yoda di cui dal pulpito spuntano a malapena le orecchie. È Raymundo, il coordinatore del CIDECI: si premura di annunciare che il pranzo è servito e a illustrarne nel dettaglio le modalità di svolgimento. Quindi, schivando la pioggia battente di un improvviso diluvio stagionale, ognuno si affretta a raggiungere la propria postazione attenendosi scrupolosamente alle indicazioni impartite.
La sala dell’auditorium è costellata di ritratti di Samuel Ruiz Garcìa, vescovo di San Cristóbal per quarant’anni buoni e instancabile sostenitore della causa dei popoli indigeni del Chiapas. Nel ’94, dopo la sollevazione in armi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, don Samuel si rese disponibile ad ospitare i negoziati tra governo e insorgenti, presiedendo la Commissione Nazionale di Intermediazione – «con imparzialità ma non neutralità», ebbe a precisare. Durante le trattative, per ampliare il processo di consultazione popolare, l’EZLN convocò un Foro Nacional Indígena. Quest’evento pose le basi della futura costituzione del Congresso Nazionale Indigena (CNI), un ente che riunisce i rappresentanti di popoli indigeni di diversi stati del Messico in lotta per l’autonomia.
I dialoghi di pace si risolsero nella stipula degli accordi di San Andrés, volti ad instaurare una nuova relazione tra Stato e popoli indigeni fondata non più sull’integrazionismo culturale, bensì sul riconoscimento delle autonomie e dei diritti di questi ultimi in una cornice di federalismo pluriculturale. Non stupisce perciò che sulle pareti, accanto a don Samuel, facciano bella mostra di sé quadri e poster zapatisti, molti dei quali realizzati al recente festival “CompArte”. Il CIDECI infatti accoglie numerose iniziative provenienti dall’universo zapatista, come il seminario (o meglio, “semenzaio”) Il pensiero critico di fronte all’Idra Capitalista – volto a elaborare nuove proposte per una comprensione e trasformazione del sistema capitalista – o appunto il “CompArte”, una chiamata alle arti sotto il segno di un comune anelito rivoluzionario. Mentre squadre di ragazzi sbarazzano i resti del banchetto e i suonatori di marimba si preparano ad aprire le danze, riesco di sfuggita a scambiare due parole con Raymundo: «Buenas dìas, soi lo studente italiano che le aveva scritto per l’investigaziòn!». «Ah certo, benvenuto! Vediamo, che ne diresti di venire mercoledì verso le 10 e mezza?», risponde il doc, come lo chiamano affettuosamente qui, facendo sfoggio di un ottimo italiano. Scopro così che, nel corso dei suoi viaggi intergalattici, gli toccò pure di stare a Roma… in seminario per la precisione, tanto per infliggere un altro duro colpo ai miei beneamati preconcetti.
Mercoledì, di ritorno al CIDECI, trovo il doc intento a conferire con una giovane alunna circa il suo avvenire formativo, comunitario, militante, esistenziale e ultraterreno (presumo). Attendo paziente fuori dall’ufficio, su uno sgabello artigianale di legno cinto da piante la cui caotica e rigogliosa autonomia fa da contrappunto a quella dell’ambiente circostante. Al termine della consulenza jedi, Raymundo mi riceve. Il suo studio è ingombro di arredi colorati e chincaglieria di ogni sorta: da pupazzetti di Gandhi a bandiere kurde, da libri di arte moderna ad improbabili acquari tropicali. Dopo avermi fatto accomodare su un divanetto, il doc si siede di fronte a me e resta in ascolto. Imbarazzato, cerco di abbozzare una spiegazione convincente del mio essere al mondo e, nello specifico, in questo angolo di mondo in questo istante: la ricerca tesi, la preoccupazione per le ripercussioni del neoliberismo in campo educativo, la curiosità nei confronti della loro esperienza e altre argomentazioni di circostanza. Ancora ignoro che, in Chiapas, presentarsi come ricercatore è il peggior biglietto da visita che si possa avere. Raymundo, diplomatico, ascolta senza batter ciglio. Quando mi taccio, prende parola:
– Bene Jacopo, ecco cosa abbiamo preparato per te. Ora Miguel ti racconterà la nostra storia, poi farai un giro per il centro con Santiago, infine se vorrai potrai tornare da me e rivolgermi delle domande.
Sollevato, raggiungo Miguel, un tipo rampante che ostenta uno sguardo deciso e una giacchetta di pelle (chissà come mai, qui in Messico, va così tanto il rock). Insieme a un’altra ventina di persone Miguel fa parte dell’équipe di coordinamento del CIDECI, luogo che frequenta da ormai più di 10 anni. Racconta che la storia del centro è fortemente legata a quella di Raymundo, arrivato in Chiapas nei primi anni ’80 come responsabile di un progetto educativo governativo. A seguito di divergenze sul senso e sulle pratiche di apprendimento per i popoli indigeni, il doc fu rimosso dall’incarico e i finanziamenti interrotti. Fortunatamente, l’interessamento di don Samuel permise di dare continuità e nuova forma ai progetti con l’istituzione del CIDECI, Centro Indigeno di Capacitazione Integrale, presso alcuni spazi di proprietà dei Salesiani. Il centro intendeva dare ai ragazzi e alle ragazze indigeni la possibilità di acquisire competenze concrete che potessero tornare utili alle loro comunità di provenienza. I principi da cui prendeva le mosse erano, in linea con un adagio del pedagogista brasiliano Paulo Freire, «apprendere a fare, apprendere ad apprendere, apprendere a essere di più», al fine di acquisire una capacità di autosufficienza, auto-valutazione e autogestione a livello personale, di gruppo e di comunità.
Nel 2005, quando i rapporti con i Salesiani si incrinarono, il CIDECI si trasferì nella sua ubicazione attuale, un terreno che si estende al limitare nord di San Cristóbal. Fin da subito con gli abitanti della zona si instaurò un rapporto di collaborazione, permettendo alle donne di raccogliere legna nei boschi limitrofi e approfittando della fonte d’acqua presente per costruire cisterne ad uso pubblico, in modo da arginare il fenomeno di migrazione verso i grandi poli urbani. Per l’acquisizione del terreno fu decisivo il contributo dello stesso don Samuel, che in questo gesto espresse uno dei suoi ultimi desideri per l’avvenire terreno prima di fare ritorno alla casa del padre.
Miguel mi spiega che il centro può accogliere fino a 300 persone, anche se al momento ne ospita circa un centinaio. Ciascuno al proprio arrivo decide quali tra i laboratori disponibili frequentare durante la propria permanenza; in qualunque momento, dopo essersi consultato con il responsabile, può decidere di modificare il piano di studi scelto. La giornata inizia alle 8.00 con la colazione e si conclude alle 20.00 con il rituale momento della buonanotte. Ogni giorno, da lunedì a venerdì, si tengono i laboratori, o talleres: elettrotecnica, ferramenta, panificazione, infermieristica, tipografia, lettoscrittura, disegno, musica, informatica… Interrompo il vertiginoso elenco di cui sono sicuro non ricorderei nulla, per chiedere a Miguel se per caso non ha da lasciarmi un documento che li riporti compiutamente. «Non abbiamo fogli volanti da dare al primo che passa», replica lui, «Preferiamo che la gente venga e veda con i propri occhi».
Così è. Il giovane Santiago, sì e no quindici anni, mi guida tra le abitazioni degli studenti e le altre strutture comuni fino ad arrivare agli edifici che ospitano i talleres, abbelliti con variopinte pitture murali. Mi spiega che gli arredi sono stati realizzati dal laboratorio di falegnameria e dipinti da quello di decorazione, le tende confezionate da sartoria e l’impianto luci da elettrotecnica. Troviamo i ragazzi di calzoleria intenti nella fabbricazione di scarpe a uso degli alunni del centro, mentre in cucina stanno preparando il pranzo con i prodotti provenienti da agroecologia. Ferramenta ripara gli infissi, meccanica aggiusta le macchine portate dagli abitanti del quartiere e addirittura gli edifici, racconta Santiago, sono stati progettati dal taller di architettura e realizzati da quello di carpenteria.
In sintonia con il pensiero di Ivan Illich, per cui la scuola così come strutturata non può che avviare a un sistema di consumi progressivi e dipendenza da servizi professionali, il CIDECI realizza la sua tensione all’autonomia non con la messa a punto di un nuovo congegno che “faccia” imparare, ma con la creazione di un diverso rapporto educativo tra l’uomo e il suo ambiente. Il modo di apprendere qui consiste nel provvedere alla manutenzione del centro e alle necessità quotidiane dei suoi abitanti, affiancandosi a chi conta più esperienza. Queste attività, unitamente alla vendita delle eccedenze, ai lavoretti svolti per gli esterni e a sporadiche donazioni, rendono il centro pressoché autosufficiente. Il soggiorno per gli alunni è completamente gratuito e comprende alloggio, materiali e assistenza medica. In cambio, secondo la prassi in uso nelle comunità indigene, si chiede di contribuire nella forma del lavoro collettivo (tequio) alla gestione ordinaria e straordinaria delle strutture. Il sabato è il giorno dedicato ai lavori più consistenti e alle attività sportive, mentre la domenica i ragazzi vengono invitati a farsi un giro nella vicina San Cristóbal per dare un assaggio alla vita e al mondo “di fuori”.
Per accedere al CIDECI non viene richiesto alcun prerequisito in termini di età o grado di scolarizzazione: basta presentarsi con la propria data di nascita e una lettera di raccomandazione della comunità d’origine. L’obiettivo infatti non è professionalizzare qualcuno che andrà a cercare fortuna altrove, bensì facilitare l’acquisizione di competenze utili per la resistenza ed il benessere delle comunità indigene. Quando un alunno sente di aver appreso a sufficienza, dopo un colloquio con i coordinatori, può fare ritorno alla propria comunità. Il ritorno è spesso accompagnato da un sostegno materiale all’avvio di un micro-progetto: ad esempio, una partita di macchine da cucire per chi ha seguito il laboratorio di sartoria, il necessario per avviare una fabbrica di panchine per carpenteria, l’occorrente per costruire un pollaio per allevamento. In questa maniera, il CIDECI non solo fornisce uno spazio fisico e culturale per l’apprendimento, ma contribuisce alla rigenerazione degli spazi autonomi delle comunità indigene del Chiapas. Di tanto in tanto, un alunno rimane talmente colpito dall’esperienza formativa vissuta da decidere di fermarsi per condividere le conoscenze maturate con i nuovi arrivati.
Faccio ritorno da Raymundo ancora frastornato da questo guazzabuglio di informazioni. Abituato alle difficoltà che si respirano nei servizi socio-educativi, gli domando se non è mai capitato che incontrassero problemi nella gestione del centro o tra i ragazzi che ci vivono. «Certo, Jacopo, come in tutte le cose», risponde pacato il doc; «Proviamo a risolverli con spirito di comunità. Questa non è una scuola, è un luogo in cui si condividono l’apprendimento ed il cammino. Siamo gente semplice, ci accontentiamo di ascoltare, vedere, parlare». Ciò detto, mi consegna un plico contenente un assortimento di articoli, che spaziano da un comunicato contro il business dell’eolico nell’istmo di Tehuantepec a una lettera di alcuni militanti detenuti in un carcere della regione. Si tratta del materiale alla base del seminario di giovedì prossimo. Infatti, alla formazione pratica dei talleres nel tempo si è affiancata l’esperienza dell’UniTierra, uno spazio di incontro e riflessione tra popoli in lotta: ogni settimana ci si ritrova a condividere ragionamenti e analisi su quanto accade in Chiapas, in Messico e nel mondo, secondo la traiettoria desde abajo y a la izquierda che hanno insegnato a tracciare gli zapatisti.
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5 mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia


Disegno di Gianluca Costantini da ChannelDraw di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi, da Il Manifesto
Sono passati più di 150 giorni dalla morte di Mario Paciolla, cooperante Onu in servizio presso la Missione di Verificazione delle Nazioni Uniti in Colombia. Il caso giudiziario è diventato anche un caso diplomatico. Dalle informazioni che sono trapelate dalle indagini in corso in Colombia e in Italia emergono ipotesi contrastanti, incompatibili: si è trattato di suicidio secondo le autorità colombiane mentre è stato aperto un fascicolo per omicidio da parte della Procura di Roma. Secondo Vittorio Fineschi, il medico legale che ha coordinato l’esame autoptico eseguito sul corpo di Mario Paciolla, i risultati delle analisi mostrano una risposta chiara ma il verdetto non può ancora essere reso pubblico su richiesta della Procura che ha già ricevuto le 300 pagine del referto che riassume gli esiti dell’autopsia. La procuratrice Lotti che guida il pool di magistrati dedicato al caso ha commentato “su questo caso abbiamo lavorato e stiamo lavorando pressoché quotidianamente, non è semplice perché il materiale non si trova tutto in Italia, dobbiamo lavorare con diversi contesti e interlocutori ma le attività vanno avanti e abbiamo già acquisito molto materiale che si trova ora al vaglio”. Nel frattempo all’appello mancano informazioni riguardanti la terza indagine in corso sul caso, quella interna che le Nazioni Unite dovrebbero aver iniziato in seguito alla morte del loro lavoratore.
Mentre le verità giuridiche stentano a consolidarsi la memoria di Mario Paciolla continua a essere mantenuta viva da familiari, amici, colleghi e associazioni da entrambi i lati dell’oceano. Lo scorso novembre, il comune di Frattamaggiore ha esposto lo striscione per chiedere verità e giustizia per Mario Paciolla seguendo l’esempio del municipio di Napoli. Proprio di Napoli Mario scriveva anche quando era lontano dalla sua terra, nel 2013, in un articolo pubblicato su Iuppiter News, spiegava: “La voce di Napoli è ovunque. Almeno ovunque io sia stato” e “Ritrovai la voce di Napoli numerose volte durante il mio soggiorno itinerante in Andalusia. A Cadiz, piccolo lembo di terra lanciato con un lazzo di cemento nell’Oceano Atlantico” e ancora “la voce di Napoli è arrivata sino ad Iquitos, nel pieno della foresta amazzonica. A volte mi chiedo perché sono costretto ad andare fuori per amare la mia città”.
Il suo non era semplice romanticismo, conosceva bene le ingiustizie e le battaglie che vengono combattute anche nei territori in cui è cresciuto. Durante il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, dedicato proprio a Mario Paciolla, Maurizio del Bufalo ha letto un reportage scritto dal cooperante intitolato “Città di Aversa, provincia di Nigeria” dove viene raccontata la storia di S., studentessa di giurisprudenza e mediatrice culturale nata e cresciuta in Italia ma senza permesso di soggiorno. Mario si mette al servizio delle parole di S. che racconta la discriminazione che ha vissuto per essere nata da padre ghanese e madre nigeriana e i pochi ricordi della strage razzista di Castel Volturno del 2008. Durante un altro festival, questa volta dedicato al giornalismo civile internazionale dal nome Imbavagliati, è stato ricordato il lavoro di Mario Paciolla insieme a quello di Giancarlo Siani, Ilaria Alpi e Giulio Regeni. Il presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana Giuseppe Giulietti ha dichiarato a proposito del caso Paciolla “Saremo scorta mediatica per avere verità e giustizia”.
Anche in Colombia il cooperante italiano ha lasciato il segno nella memoria dei suoi abitanti. Durante il Festival Remare per la Pace, il volto di Mario Paciolla è stato dipinto sulla facciata di una roccia sul fiume Pato, dove Mario aveva contribuito a costruire il festival per favorire il reintegro degli ex combattenti nella società civile attraverso lo sport. Sempre dalla località del Pato, nel comune di San Vicente del Caguàn, viene il ricordo di Norberto, vicepresidente di Amcop, la riserva agricola locale, secondo il quale la morte di Mario “è stato un evento imprevedibile, ha lasciato una grande sensazione di amarezza, un silenzio strano,” Edilma invece, anche lei attivista di San Vicente del Caguàn intervistata dal ricercatore Simone Ferrari, ha lanciato un messaggio alla famiglia di Mario ricordandolo come “una persona molto importante per questo municipio, soprattutto per i nostri leader sociali, era una persona che si preoccupava sempre della vita sociale di questa comunità.” Dalla Valle del Caguán vengono anche le parole, riportate da Agensir, di Padre Giacinto Franzoi, missionario che racconta il fallimento degli Accordi di Pace i cui sforzi “sembrano scritti sulla sabbia” e commenta la morte di Mario Paciolla denunciando: “Lo hanno ucciso per bloccare la pace”.
A fare eco a queste parole ci sono le riflessioni di Ascanio Celestini che, dalla sua pagina personale, invoca un’analisi più approfondita del caso, un lavoro di decostruzione e inchiesta per non limitarsi ad accettare le versioni rassicuranti diffuse dalle autorità, per non ripetere l’errore dei casi Giuseppe Pinelli, Stefano Cucchi e Davide Bifolco. In questi giorni dove i limiti della diplomazia italiana rendono ancora più insopportabile la violenza che ha ucciso Giulio Regeni e che tiene prigioniero Patrick Zaki, diventa urgente rompere anche il silenzio istituzionale che attornia il caso di Mario Paciolla.
Un modo per fare breccia nel muro di omertà che ostacola le indagini è anche quello di riportare le parole scritte da Mario Paciolla, in questo caso i versi condivisi dagli amici che gestiscono la pagina che chiede verità e giustizia per il cooperante, giornalista e poeta: “Non ritrarrò né l’alba né il tramonto di un Placido paesaggio campestre, ma ne coglierò l’essenza. Non conoscerò il nome delle stelle, ma riuscirò a raccoglierlo quando inciamperanno nel buio. Non avrò le Ali di un gabbiano, forse, ma volerò lo stesso”. In questa direzione va anche l’appello di Anna Motta, madre di Mario Paciolla, che ci ricorda: «Mario merita e pretende verità e giustizia, per questo mi rivolgo alle tante persone che lo hanno conosciuto e che sanno la verità sulla sua morte, di abbandonare le reticenze e l’omertà, di dare voce alle proprie coscienze e di collaborare, chi non lo farà si renderà complice di questo delitto».
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Dove va il Messico?


Andrés Manuel López Obrador (AMLO) – Foto: Manuel Velasquez / Getty Images di José Luis Hernández Ayala da Jacobin América Latina
Traduzione di Manuela Loi e Alice Fanti
Commento di Carlotta Ebbreo e Alessandro Peregalli
Che succede in Messico? Di questa repubblica federale viene speso proiettato all’Europa un immaginario romanzato, aneddotico e parziale, mentre poca attenzione viene data alla sua politica economica, securitaria e sociale. Il paese è stato governato quasi ininterrottamente, dal 1930 al 2000 e poi dal 2012 al 2018, da un unico partito, il Partido Revolucionario Insitucional (PRI). Sorto dalla sanguinosa e “interrotta” Rivoluzione Messicana come garante del mantenimento di alcune conquiste rivoluzionarie, prima fra tutte la riforma agraria, e allo stesso tempo dal controllo statale, corporativo e autoritario delle sue spinte più trasformatrici, il PRI è stato protagonista e gestore, tra gli anni ‘80 e ‘90 del ‘900, delle riforme di aggiustamento strutturale che hanno portato il paese nell’orbita neoliberale, come ad esempio il trattato di libero commercio del Nord America (NAFTA) e la progressiva apertura delle risorse naturali ed energetiche ai capitali stranieri. Negli ultimi due decenni, il dominio del PRI è stato sostituito dall’alternanza con il PAN (Partido Acción Nacional), partito che ha storicamente rappresentato gli interessi della borghesia ed i valori del conservatorismo cattolico-cristiano.
Il primo sforzo di questo articolo di José Luis Fernández Ayala è raccontare in che contesto nel 2018 si afferma per la prima volta alle presidenziali una coalizione di partiti che si dichiara anti-neoliberale, e anche, dei presunti effetti di polarizzazione che questa vittoria ha generato in un paese profondamente diseguale. La proposta politica con cui si è presentato l’attuale presidente Manuel Lopez Obrador (detto AMLO), del partito Movimiento de Regenaración Nacionál (MORENA), ha un che di messianico e sensazionale, e si colloca in un momento storico dove l’esistenza di uno Stato di diritto è messa fortemente in discussione. Si pensi che il Paese non è in grado di gestire l’escalation della violenza relazionata al narcotraffico, è fra i primi dieci nel mondo nella classifica dell’indice globale di impunità dei crimini, con un altissimo indice di corruzione, dilaniato dai conflitti ambientali ed è tra i paesi più rischiosi per i difensori dei diritti umani e dell’ambiente, per i giornalisti e per le donne. In questo contesto, Obrador si presenta come presidente di un governo centralizzatore, che propone un cambio “epocale” nella politica del paese, la cosiddetta “Cuarta T”, ovvero la quarta grande trasformazione dopo la guerra di indipendenza (1810), la Guerra della Riforma di Juarez (1858-1861) e la Rivoluzione Messicana (1910-1920).
Il nuovo governo, tuttavia, non sembra in realtà attuare una trasformazione strutturale, e appare piuttosto segnato da quelle contraddizioni che hanno accompagnato negli ultimi anni i governi cosiddetti progressisti in America. La militarizzazione del paese non diminuisce, mentre il conservatorismo in difesa dell’istituzione della famiglia tradizionale permane. Inoltre, la vicinanza alle lobby cristiane ed in particolare evangeliche, ma anche l’ideologia del progresso ad ogni costo, approvando alcuni vecchi e nuovi progetti di grandi opere (mentre altre del tutto simili vengono cancellate in quanto anti-ecologiche), hanno portato al conflitto aperto con movimenti sociali come il movimento femminista, l’ecologista e con lo zapatismo.
Se in termini di indirizzo politico, economico e sociale abbondano le continuità con il passato, quello che sembra essere al centro della “trasformazione” obradorista è più che altro la lotta alla corruzione, una vera e propria bandiera di questo governo, con la quale cerca di contrastare le escrescenze più scandalose del sistema di affari clientelare pubblico-privato delle gestioni PRI e PAN. In un paese come il Messico che a differenza di altri paesi latinoamericani non ha mai vissuto grandi processi ad alte cariche dello Stato, il fatto che il governo Obrador abbia cominciato processi giudiziari contro alti funzionari di Stato è percepito come una conquista enorme. I casi più eclatanti sono due, Emilio Ricardo Lozoya Austin, ex direttore della PEMEX (l’impresa statale di produzione e distribuzione di petrolio e gas) con diversi capi di accusa legati a corruzione e collusione e Salvador Cienfuegos, ex segretario della difesa, accusato di corruzione e collusione con gruppi del narcotraffico, arrestato negli USA ma poi rilasciato.
La lotta alla corruzione e ai privilegi, oltre a una parziale attuazione di politiche ridistributive e una moderata attenzione ai diritti sindacali, sono quindi gli assi attraverso cui il governo in carica prova ad attenuare alcuni effetti delle politiche liberali. Sicuramente, ci sono aspetti importanti di questo governo, che si muove in questa epoca di crisi economica generale, come l’innalzamento del salario minimo, una revisione delle norme alla base dei processi di sindacalizzazione ed anche un freno ad i processi di outsourcing nelle imprese. Inoltre, alcune politiche che hanno portato trasferimenti diretti alle classi popolari e forzato in parte le imprese a tutelare il salario dei loro lavoratori, rappresentano sforzi di attenuazione dell’impatto della crisi economica legata alla pandemia che sicuramente non sono stati ricevuti come politiche favorevoli da parte della classe imprenditoriale-borghese.
Ayala non silenzia né le ambiguità e le contraddizioni dell’azione di governo obradorista, sebbene il poco peso che dà a megaprogetti di morte come il corridoio logistico transismico, il Tren Maya e il Proyecto Integral Morelos, oltre che a una gestione delle frontiere perfettamente al servizio degli interessi statunitensi, sconta a nostro avviso un eccesso di benevolenza verso un governo che deve essere considerato per quello che è: un miglior gestore degli interessi capitalisti in una fase di crisi acuta della società messicana e globale. Tuttavia, è importante prendere anche atto del suo giudizio di fondo: il governo di López Obrador non rappresenta una mera continuità con l’epoca del PRI e del PAN, ed è su questo scarto e sui nuovi spazi di possibilità che con esso si aprono (o si chiudono) che deve giocarsi l’analisi e la prassi di una sinistra anticapitalista [Carlotta Ebbreo e Alessandro Peregalli].
Avere chiaro che il governo di López Obrador non si propone una rottura con la borghesia è importante. Ma è anche completamente insufficiente.
L’uragano elettorale che ha spazzato via il dominio egemonico dei due principali partiti borghesi – il Partido Revolucionario Institucional (PRI) e il Partido de Acción Nacional (PAN) – alle elezioni presidenziali del luglio 2018, ha prodotto una polarizzazione politica tra il nuovo governo e i partiti del vecchio sistema non ancora scomparsa. Anzi, sta acquistando un nuovo impeto grazie al processo penale contro Emilio Lozoya Austin, figura importante e molto vicina all’ex-presidente Enrique Peña Nieto, accusato di riciclaggio di denaro, corruzione e frode. Attualmente la controversia tra il presidente Andrés Manuel López Obrador e il vecchio sistema si spinge oltre il terreno elettorale e mira a un confronto che potrebbe sfociare nel consolidamento di un nuovo tipo di sistema capitalista.
Va ricordato che nel processo elettorale del 2018 sono stati replicati gli stessi meccanismi che avevano impedito il trionfo di Cuauhtémoc Cárdenas nel 1998 e di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) nel 2006, come la frode elettorale, la compravendita di voti e decine di politici assassinati, meccanismi che sono però falliti di fronte all’impressionante malcontento per la corruzione, l’autoritarismo e la miseria causata da più di trent’anni di neoliberismo. Questo malcontento ha portato più di 30 milioni di voti al candidato vincitore: il 53% del totale.
Non si è trattato, come sostiene una parte della sinistra messicana, di una manovra di palazzo affinché tutto restasse uguale, ma di un’enorme spinta popolare che, nel caso non fosse stato rispettato il risultato elettorale, avrebbe provocato una protesta dalle conseguenze imprevedibili. López Obrador non era il candidato dell’oligarchia classista e razzista – che lo ha sempre considerato uno scomodo parvenu – bensì un rospo da ingoiare per evitare un male peggiore. Di fronte all’evidente agonia del sistema autoritario e semidittatoriale del PRI-PAN, vi è stato un settore oligarchico – capeggiato da Alfonso Romo e, in misura minore, da Carlos Slim (Gruppo CARSO), Salinas Pliego (TV Azteca) e Emilio Azcárraga (Televisa) -, che ha optato per concedergli un discreto appoggio, a differenza di un settore maggioritario che ha deciso di avversarlo.
La divisione nell’élite.
Questa divisione nell’élite proviene da lontano. Alcuni settori dell’oligarchia concordavano con la corrente di economisti, guidata da Joseph Stiglitz, Paul Krugman o Jeffrey Sachs, che affermava che il neoliberalismo ortodosso era impraticabile e richiedeva adattamenti al modello. Questo settore, inoltre, si sentiva sempre più a disagio nel sostenere un sistema chiaramente autoritario, corrotto, legato al narcotraffico, che proteggeva gruppi di borghesi arrivisti e sciacalli che gli facevano concorrenza (questi ultimi, i più conservatori-patriarcali, omofobi, razzisti e classisti-fortemente dipendenti dallo Stato, neoliberali ortodossi e ferrei oppositori del governo di AMLO). Si trattava di una divisione nel seno di un’oligarchia che era rimasta compatta per decenni. Una divisione che prefigurava i conflitti ai quali assistiamo attualmente.
Le differenze tra i gruppi oligarchici e López Obrador non si incentrano sulla continuità con il capitalismo. Il governo di López Obrador, senza alcun dubbio, non è un governo socialista né si propone una rottura con la borghesia. Esprime, invece, differenze fondamentali sul ruolo che deve ricoprire lo Stato in quanto regolatore della politica economica. E tali differenze si sono acutizzate durante la pandemia di COVID-19. Mentre gli organi di rappresentanza imprenditoriale aspettavano la dichiarazione di uno stato di contingenza sanitaria (che obbliga la parte padronale a pagare come indennizzo un salario minimo al giorno anche per un mese), il governo federale ha decretato uno stato di emergenza sanitaria per cause di forza maggiore, che garantisce la retribuzione totale di salari e prestazioni.
Tuttavia, il maggior conflitto si è verificato a causa della richiesta da parte degli imprenditori di un incremento del debito pubblico per sovvenzionare il pagamento delle tasse o per riscattarle in caso di fallimento, così come succedeva sotto il vecchio sistema Non è stato concesso loro nessuno di questi privilegi. Anzi, si sono visti obbligati a pagare i debiti d’imposta e a pagare puntualmente le tasse anche in piena pandemia, mentre viene mantenuta la spesa per il welfare e vengono canalizzate risorse verso i piccoli e i medi imprenditori.
L’élite e il governo si sono scontrati anche su altre questioni: annullare la costruzione dell’aeroporto nel Lago di Texcoco, in quanto anti-ecologico e in quanto rappresenta un affare di corruzione dell’entourage di Peña Nieto; abolire la cosiddetta «Riforma Educativa», perché contrasta gli interessi degli insegnanti e perché apre la strada alla privatizzazione dell’istruzione pubblica; rispettare la consultazione popolare per sospendere la costruzione del birrificio Constellation Brands nella città di Mexicali, Baja California, poiché costituiva una minaccia per il rifornimento dell’acqua a una città semidesertica; favorire il ripristino della sovranità energetica mediante la costruzione di una nuova raffineria e la modernizzazione delle cinque già esistenti (in materia di energia elettrica è stato elaborato un nuovo assetto operativo che annulla i privilegi alle imprese produttrici di energia fotovoltaica, cosa che ha fatto gridare allo scandalo le società transnazionali, soprattutto Iberdrola).
La politica del nuovo governo nei confronti dell’America Latina e i Caraibi ha mostrato aspetti solidali e sovrani, come l’opposizione alla tentata invasione nordamericana del Venezuela-determinante per scongiurarla- e l’asilo politico concesso al presidente Evo Morales per garantire sicurezza a lui e alla sua famiglia. I precedenti governi neoliberali si sarebbero senza dubbio sottomessi ai voleri di Washington.
Questo lato progressista della politica di Obrador è in contrasto con altri che riaffermano la continuità con le politiche neoliberali. Un primo esempio è il mantenimento e consolidamento dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti e il Canada (T-Mec). Ma la lista continua e comprende anche la promozione di megaprogetti che, seppure potrebbero rivelarsi importanti propulsori per lo sviluppo di regioni impoverite e ridurre drasticamente il consumo di idrocarburi, così presentati sono in realtà funzionali allo sviluppo del turismo predatorio, di parchi industriali (il Treno Maya e quello che attraversa l’Istmo di Tehuantepec, progetti approvati tramite consultazioni fittizie con le popolazioni indigene, ne sono esempi paradigmatici).
L’agenda di AMLO non contempla nessun tipo di audit sul debito pubblico, mentre prevede continuità nell’applicazione di una rigida austerità che ha provocato il licenziamento di decine di migliaia di impiegati pubblici e ha limitato la possibilità di incentivare il mercato interno. Malgrado abbia promesso la smilitarizzazione del paese, il governo si è visto scavalcato dall’aumento della violenza criminale e ha deciso di prolungare la presenza dell’esercito nelle strade per tutta la durata del sessennio, senza creare istanze civili o umanitarie che fungano da controllo o pretendano.

Andrés Manuel López Obrador nel 2012 La fine del vecchio sistema?
Il nucleo dell’attuale scontro tra il governo Obrador e i fautori del vecchio sistema ruota intorno al processo penale aperto contro Emilio Lozoya Austin (membro del team di Enrique Peña Nieto nella campagna elettorale del 2012 e successivamente nominato Direttore dell’azienda statale Pétroleos Mexicanoc-PEMEX), accusato dall’azienda brasiliana Odebrecht di aver ricevuto milioni di dollari per finanziare la campagna presidenziale in cambio di succosi/lauti contratti. Emilio Lozoya non è un ex-funzionario qualunque: la sua famiglia proviene dalla vecchia élite del PRI, ha fatto parte del primo entourage di Peña Nieto ed è accusato anche di altri scandali legati alla corruzione. Queste denunce sono state archiviate dal governo precedente e riaperte dall’attuale Procura Generale della Repubblica, che ha ottenuto l’estradizione dalla Spagna con la condizione che diventasse un testimone protetto per denunciare coloro che presumibilmente gli hanno ordinato di commettere gli illeciti.
Le conseguenze di questo processo hanno implicazioni colossali in un Messico dove la corruzione è stata un elemento di coesione del vecchio sistema e dove l’impunità per i piani alti del governo è sempre stata garantita. A differenza del resto dell’America Latina, in Messico non esistono pressoché antecedenti (a eccezione di qualche vendetta personale) di processi per corruzione a un alto funzionario e men che meno a un ex-governante. Le informazioni di Lozoya, che puntano il dito contro gli ex-presidenti Paña Nieto e Carlos Salinas de Gortari (PRI), Felipe Calderón Hinojosa (PAN) e i suoi collaboratori più stretti, stanno distruggendo la poca credibilità rimasta ai partiti del vecchio sistema e intensificando la pressione sociale per mettere fine all’impunità, processare tutti i funzionari corrotti e recuperare la ricchezza acquisita tramite malversazioni.
López Obrador è consapevole del fatto che questo processo costituisce un’arma molto potente per liquidare i vecchi partiti e costruire una nuova egemonia che gli permetta di gettare le basi di un sistema capitalista moderno e democratico. È questa la ragione per la quale praticamente tutti i giorni continua a denunciare la «mafia del potere» per il suo legame con il narcotraffico e i numerosi casi di corruzione (che associa alla bancarotta neoliberale) e a segnalare, a volte anche con nomi e cognomi, chi li ha commessi. La sua chiamata a realizzare una consultazione popolare per processare gli ex-presidenti che si sono macchiati di qualche delitto, al di là del suo scarso effetto legale, ha lo scopo di incoraggiare una grande mobilitazione che lo renda più forte contro i suoi oppositori.
Sicuramente questo conflitto scatenerà bufere ancora più violente. È difficile pensare che i membri della «mafia del potere» rimangano con le mani in mano di fronte all’attacco obradorista: dispongono ancora di enormi risorse e della capacità di fare ricorso alle manovre politiche più bieche – violenza inclusa – per sopravvivere. Il tempo dirà quanto è solido l’obiettivo di democratizzazione e di lotta alla corruzione dell’attuale governo.
López Obrador e la classe lavoratrice.
All’interno del debole e frammentato sindacalismo democratico, si nutrivano grandi speranze che con l’arrivo del nuovo governo venissero revocate le riforme neoliberali in materia di lavoro e smantellate le vecchie strutture corporative e corrotte che tengono la classe lavoratrice con le mani legate (e che risultano fondamentali per spiegare la relativa stabilità del sistema scaturito dalla Rivoluzione Messicana del 1910).
Un veloce esame della politica del lavoro di Obrador non può omettere di segnalare il riconoscimento da parte del governo della convenzione 98 della Organización Internacional del Trabajo (O.I.T.), relativa al diritto di sindacalizzazione e contrattazione collettiva. E nemmeno la riforma del lavoro che, sebbene introduca rigidi controlli nella vita interna delle organizzazioni sindacali, favorisce l’elezione dei suoi dirigenti tramite voto libero, diretto e segreto, obbliga i dirigenti sindacali a rendere conto della gestione delle quote della negoziazione dei contratti collettivi del lavoro, blocca l’esistenza dei contratti collettivi di protezione padronale, rende trasparente il registro delle organizzazioni sindacali e dei contratti collettivi del lavoro e permette maggior libertà sindacale riconoscendo l’esistenza di più di un’organizzazione sindacale in ogni azienda (pur rappresentando questa un’arma a doppio taglio).
Negli ultimi due anni i salari minimi generali hanno subito un incremento di quasi il 40% e 110% circa nella zona di frontiera settentrionale, sebbene questo beneficio non sia stato esteso ai salari da lavoro dipendente e sia stata stabilita una rendita base per gli adulti sopra i 68 anni (65 per i gruppi indigeni) di 1.275 pesos mensili. Anche la creazione del programma di formazione per giovani che non studiano né lavorano (con un contributo mensile di 3.748 pesos e assicurazione medica contro malattia, maternità e infortuni sul lavoro) è un importante passo avanti, seppur con un grande problema: viene ampiamente monopolizzato dalle grandi imprese, che ottengono mano d’opera gratuita senza offrire nessuna garanzia di assunzione.
D’altro canto, si deve segnalare che si mantengono ancora i tetti salariali nelle revisioni contrattuali e che non è nemmeno stata avviata una riforma legislativa per bandire l’outsourcing e altre forme perverse di assunzione contrattuale, che perdurano anche all’interno dell’amministrazione pubblica.
Dinnanzi alla crisi delle Afores (sistema pensionistico privato copiato dal fallito modello della dittatura cilena e imposto in Messico durante il periodo neoliberale), Obrador ha presentato una bozza preliminare che non è altro che una timida riforma. Anche se migliora le pensioni, mantiene intatta la struttura del sistema, mentre invece sarebbe veramente necessaria la sua totale abolizione e il ritorno a un sistema solidale, con il controllo da parte dei lavoratori dei propri fondi pensionistici (e realizzando, beninteso, un audit sulla cattiva amministrazione precedente).
Sebbene la riforma del lavoro incoraggi la depurazione e la democratizzazione delle organizzazioni sindacali, questo obiettivo non può essere raggiunto nel contesto di debolezza estrema, frammentazione e corporativismo dei sindacati indipendenti. I lavoratori, sotto il giogo del sindacalismo corporativo, non sono ancora in grado di recuperare/reimpossessarsi delle? le loro organizzazioni sindacali. In Messico, appena il 3% della classe lavoratrice può contare su sindacati autentici. I sindacati burocratici rappresentano l’8% dei lavoratori mentre quasi il 90% di questi ultimi non appartiene a organizzazioni sindacali o continua a far parte di associazioni di protezione padronale.
Per cercare di cambiare questo panorama, alla fine dello scorso luglio diverse organizzazioni di lavoratori rurali e urbane hanno indetto un grande Convegno Nazionale con lo scopo di unire le forze del settore popolare e delineare la lotta per un nuovo paese. È possibile che da questo Convegno, che si terrà probabilmente nel novembre del 2020, scaturiscano gli accordi necessari per favorire la riorganizzazione della classe lavoratrice messicana e per contendere alle mafie corporative la guida dei movimenti sociali.
A differenza del sistema cardenista (1934-1940), López Obrador non ha cercato il sostegno delle masse organizzate per avviare il suo programma riformista o per affrontare i settori più reazionari della borghesia e dell’imperialismo. Al contrario, con la motivazione di evitare la gestione corrotta e clientelare dei programmi sociali, ha optato per personalizzare la sua consegna, scavalcando anche organizzazioni sociali democratiche e indipendenti. Salvo alcune eccezioni, ha favorito la relazione con le vecchie e nuove confederazioni sindacali «charras[1]» come la Confederación de Trabajadores de México (CTM) o la Confederación Autónoma de Trabajadores y Empleados (CATEM), evitando di incontrare il sindacalismo democratico rappresentato dall’Unión Nacional de Trabajadores (UNT) o la Nueva Central de Trabajadores (NCT).
A mo’ di conclusione
Avere ben chiaro che il governo di López Obrador non si propone una rottura con la borghesia è importante. Ma è anche del tutto insufficiente.
López Obrador non è come il PRI o il PAN, dal momento che non si sottomette ai dettami dell’oligarchia; ma non riesce neppure a chiudere con essa. Intanto che cercava di allontanare dal potere i vecchi partiti, ha dovuto cercare l’appoggio di un’intensa mobilitazione popolare e un’alleanza con una parte della classe dominante. Questo inizio conferisce al suo governo i tratti di un bonapartismo progressista. Quando la classe dominante non può più governare come prima e la classe lavoratrice non possiede la coscienza, l’organizzazione e la disciplina necessarie per mettersi alla testa di un progetto di nazione, sorge una terza opzione, normalmente incentrata su una persona sola, che si presenta «al di sopra delle classi sociali» e che, senza pretendere di cambiare dalle radici l’ordine capitalista, prova a fare concessioni agli uni e agli altri nel nome dell’«interesse della Nazione».
L’attuale governo oscilla tra il capitale straniero e quello locale, tra un’oligarchia nazionale e una classe lavoratrice relativamente debole e divisa. Si eleva, diciamo così, al di sopra delle classi sociali. Da una prospettiva nazionale, López Obrador appartiene a quella vecchia corrente nazionalista rivoluzionaria o cardenista, che tenta di ristabilire un Welfare di stato su basi democratiche non autoritarie. Staremo a vedere.
[1] Con il termine sindicato charro o charrismo sindical si intende un sindacato che obbedisce agli interessi delle imprese o delle autorità governative.
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Guatemala, continuano le proteste contro il governo e le aggressioni machiste contro le giornaliste


di Simone Scaffidi – da Repubblica
CITTÀ DEL GUATEMALA – La giornalista Jovanna Garcia, che stava documentando per la rivista femminista Ruda le manifestazioni del 28 novembre scorso a Città de Guatemala, è stata avvicinata da un uomo che dopo averla accusata di essere «una provocatrice» e «un’infiltrata femminista» l’ha colpita con una mazza di ferro provocandole un trauma severo alla colonna cervicale e un ematoma all’altezza della spalla. Un episodio non isolato, come conferma Pia Flores, giornalista della rivista femminista La Cuerda, che si è vista intimidita da alcuni uomini che accusavano «“quelle del potere femminista” di star generando problemi».
Le aggressioni contro i giornalisti. Alla fine della giornata del 28 novembre la Procura dei Diritti Umani, massimo organismo istituzionale in materia, dopo aver riportato l’aggressione di un proprio funzionario ha segnalato alle autorità predisposte le aggressioni subite da cinque giornalisti, inclusa Jovanna Garcia. Già il 21 novembre i giornalisti impegnati a documentare le proteste erano stati vittime di attacchi e violenze mentre stavano facendo il proprio lavoro: Carlos Sebastian era stato ferito alla testa da un agente, Melissa Mencos arrestata – e poi liberata, insieme alle altre 46 persone fermate – e Nanci Sinto malmenata.
L’intensificazione della violenza. L’organizzazione di avvocati del Centro di Azione Legale per i Diritti Umani (Caldh) ha reiterato la denuncia, espressa in occasione del 21 novembre, segnalando che le violenze della polizia contro i giornalisti e i manifestanti «violano gli standard internazionali in materia di diritti umani». Un tale livello di violenza urbana non era mai stato raggiunto negli ultimi anni. Ai feriti del 21 novembre – più di trenta, dei quali due hanno perso un occhio – si aggiungono un numero ancora indefinito di persone che hanno subito violenze o lesioni nella giornata di sabato 28 e due manifestanti arrestati.
La mobilitazione pacifica. La giornata è trascorsa tranquilla, alle 14.00 i manifestanti si sono concentrati in Plaza de la Constitución dove hanno dato vita a una protesta pacifica. La mobilitazione ha confermato di non essere la reazione puntuale all’approvazione della Legge Finanziaria 2021 – che nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione del 21 novembre è stata bloccata – ma bensì il risultato di un più generalizzato malcontento contro le politiche del governo di Alejandro Giammattei, che privilegiano gli interessi delle élite economiche e militari del Paese, escludendo la maggioranza della popolazione dai processi decisionali.
Gli scontri. Gli agenti della polizia nel primo pomeriggio si sono presentati in Plaza de la Constitución, davanti al Palazzo Nazionale, con rose bianche in mano e un fazzoletto blu al collo in segno di conciliazione con i manifestanti. Nella piazza sono stati allestiti due stand della polizia in cui due persone travestite da poliziotti con costumi di gommapiuma animavano lo spazio regalando acqua, succhi e kit sanitari comprensivi di mascherina. Nel tardo pomeriggio gli stessi agenti con le rose bianche e il fazzoletto blu sono scappati di fronte alla violenza di un piccolo gruppo di manifestanti incappucciati e armati. In un secondo momento è intervenuto un reparto antisommossa che ha però dovuto ritirarsi sotto i colpi del gruppo, lasciando la piazza e il Palazzo Nazionale senza protezione.
Ancora una volta, il fuoco. Il fuoco è stato ancora una volta l’elemento più scenografico della giornata. Dopo l’incendio del Parlamento della settimana scorsa questo sabato si è assistito al rogo di un bus trans-urbano proprio davanti al Palazzo Nazionale. In entrambi i casi, come denunciato dalla Procura dei Diritti Umani e da diversi giornalisti, l’assenza della polizia a protezione degli edifici governativi ha destato domande e dubbi. Gli stessi provocati dall’agire indisturbato di alcuni gruppi violenti tollerati dalle forze dell’ordine. Le fiamme però rischiano di spostare l’attenzione dalle rivendicazioni di una mobilitazione che per il secondo sabato consecutivo ha riempito Plaza de la Constitución e ha chiesto a gran voce la rinuncia di questo governo.
Le responsabilità del governo. Le responsabilità del governo nella gestione dell’ordine pubblico sembrano essere evidenti, i maggiori organismi di tutela dei diritti umani del Paese e della Regione centroamericana si sono pronunciati denunciando gli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine contro i manifestanti e le ambiguità nella gestione dei reparti di polizia. L’escalation di violenza ha raggiunto livelli considerevoli così come la delegittimazione da parte del Governo della protesta pacifica e delle istituzioni dello Stato che velano per i diritti umani. Non si esclude che, se non ci sarà un cambio di rotta, le cose possano peggiorare. Lo scontro di piazza, indotto da gruppi infiltrati o meno, da strategie di governo o meno, potrebbe comportare un aumento della militarizzazione della città e del Paese con una conseguente restrizione degli spazi democratici e intensificazione della repressione contro i movimenti sociali. Uno scenario che s’inserirebbe senza incoerenze nelle logiche fin qui palesate dalla presidenza Alejandro Giammattei e dal suo governo.
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Incontro con le madri dei/delle prigionier* politic* della rivolta in occasione della giornale mondiale dei diritti umani


Di Rete Internazionale in difesa del Popolo Mapuche da Mapuche.it
La Rete Internazionale in difesa del Popolo Mapuche (Italia) ha incontrato, anche se solo virtualmente, alcune delle madri (della Organización de Familiares y amigxs de presxs politicxs) dei/delle prigionier* politic* della Rivolta cilena. Sono donne, madri, e compagne che dal passato 27 novembre hanno iniziato un digiuno come forma di protesta per chiedere, in occasione della giornata di mobilitazione convocata per il 10 dicembre, la libertà immediata dei propri figli e familiari, nel quadro della giornata mondiale dei diritti umani.
Esigono, inoltre, poter tornare a incontrarsi con i/le priginier* politic* che da marzo, a causa della pandemia, vivono in totale isolamento, senza diritto alle visite dei propri cari, fattore importante per la salute mentale di chi è privato della libertà. A questo proposito, diversi prigionier* politic* hanno iniziato uno sciopero della fame proprio per chiedere la restituzione del diritto ad abbracciare i propri parenti.
Ricordiamo che ad oggi in Cile ci sono più di 2000 prigionieri detenuti nel contesto della rivolta. La maggior parte è in custodia cautelare senza nessuna prova valida. In un anno 12.000 sono stati arrestati e 2.500 sono stati imprigionati. La custodia cautelare è diventata uno strumento di repressione politica progettato per contenere ogni tipo di dissenso o protesta.Qual è la situazione attuale all’interno delle carceri e che impatto ha avuto la pandemia sulle vostre vite in questi mesi?
Tutte le carceri penali su suolo nazionale hanno proibito le visite ai detenuti, principalmente per evitare i contagi da covid-19. Ci troviamo in questa situazione da marzo. È stato un colpo fortissimo per noi, perché sospendere le visite significa perdere il contatto con i nostri ragazzi quindi per una madre, stare separata dai suoi figli, è un dolore immenso. Lo stesso per le fidanzate o i figli di questi ragazzi; loro soffrono il doppio. Quindi è realmente una situazione drammatica.
Ci viene consentita solo la consegna dei beni basici, da una a massimo tre volte alla settimana.
Come vivete la mancanza di comunicazione con i vostri figli?
Per le famiglie non avere diritto alle visite è terribile. Un’agonia. Immaginatevi che i vostri figli se ne vadano e di non poter toccarli, non poter parlare con loro, non poter preoccuparsi per loro, non sapere come stanno, se sono ammalati, se hanno mangiato, non sapere se forse li hanno picchiati, se gli è successo qualcosa o se magari, semplicemente, va tutto bene. Credetemi, per una madre o per una compagna, non avere contatto fisico con la persona che hai messo al mondo è terribile e non si può spiegare. Bisogna viverlo per poter capirlo.
Perché avete optato per il digiuno? Cosa chiedete?
Abbiamo optato per il digiuno principalmente per visibilizzare la prigione politica perché ad oggi il governo ne nega l’esistenza. I prigionieri politici esistono. In Cile la prigione politica non ha mai smesso di esistere, anche dopo la dittatura con il cosiddetto ritorno alla democrazia. Nel caso dei nostri figli, crediamo che la custodia cautelare si è di fatto convertita in una condanna anticipata e questo dimostra chiaramente che qui la prigione politica esiste.
Oltre alla visibilizzazione, che permette far conoscere le storie, i nomi e i cognomi dei ragazzi incarcerarti, il digiuno ha lo scopo di convocare, unire le forze per lottare tutti insieme per la liberazione dei prigionieri politici, attraverso l’indulto generale o con una legge per l’amnistia. Quello che chiediamo è la libertà per tutti i prigionieri politici, prescindendo dal delitto di cui sono accusati, soprattutto per i ragazzi minorenni, che sono sotto custodia del sename (Servizio Nazionale dei minori). Chiediamo anche che i delitti per cui sono imputati o condannati i nostri ragazzi siano eliminati dalla loro precedenti penali; questo lo chiediamo per alleviare e proteggere il loro lavoro politico futuro, in modo da evitare la persecuzione politica futura da parte del sistema. Un sistema che risponde a 30 anni di abuso e ad una classe politica con partiti di destra e di sinistra che ad oggi criminalizzano i nostri figli e che hanno favorito la prigione politica a partire dal 18 di ottobre dell’anno passato.
A pochi giorni dall’inizio del digiuno, come vi sentite? Come state emotivamente e fisicamente?
Per noi sono giorni difficili. A livello giudiziario, direi giorni neri. Non potete immaginare il dolore che stanno vivendo le nostre famiglie, in particolare alcune. I familiari che stanno un po meglio stanno partecipando al digiuno, altri sono impegnati con i diversi presidi e proteste. Sono tante cose. A volte sentiamo che è una crisi che stiamo vivendo sole perché alcune cose non possiamo raccontarle a nessuno, sono cose che hanno a che vedere con la scarcerazione dei nostri figli che sembra ancora lontana e quindi sono talmente tante cose che realmente ci sono giorni in cui non hai voglia di niente, non hai voglia di continuare; a volte è difficile anche solo rispondere al telefono. Stiamo passando giorni talmente complessi che quando tutto questo passerà forse avremo voglia di raccontare tutto a tutti, cosa che oggi è quasi rischioso fare per motivi di sicurezza.
Allo stesso tempo, ci sentiamo molto motivate, con il cuore pieno d’affetto, solidarietà. Molte organizzazioni, assemblee territoriali, o semplici individui si sono avvicinati ai familiari dei prigionieri politici con un grande senso di solidarietà donando energia positiva e dimostrando di essere disposti a continuare a lottare in modo che non si invisibilizzi la prigione politica e a rimanere al nostro fianco fino a che l’ultimo prigioniero politico sia liberato. Quindi per noi è un grande appoggio e riconoscimento perché sappiamo che i nostri figli non sono considerati da loro come delinquenti ma sono i veri protagonisti di questo cambio. Sono coloro che sono usciti con coraggio a lottare contro quel modello che l’unica cosa che faceva era difendere e perpetrare i valori della dittatura di Pinochet con politici, nessun partito escluso, comodi nella loro zona di confort. I nostri ragazzi hanno rotto con l’individualismo e gli stereotipi imposti. I nostri ragazzi per questo sono coraggiosi, conoscono l’amore, lo stesso amore di tutti coloro che oggi ci abbracciano e ci assicurano di essere al nostro lato. Per noi questo è importante. Sappiamo che ogni rivoluzione ha il suo costo e che qualcuno deve pur pagare. Senza dubbio chi ha pagato maggiormente sono i morti e i loro familiari, che dopo un anno ancora non hanno giustizia. La stessa cosa vale per i mutilati, molti di loro hanno perso la vista e anche per loro non sembra esserci giustizia. Per quanto ci riguarda, con tutto il dolore che stiamo vivendo e con il fatto che ci hanno distrutto la vita, siamo coscienti di avere, se non altro, la possibilità di liberare i nostri figli e ricostruirci una vita, perché i nostri ragazzi sono vivi e questo è qualcosa di cui non ci possiamo dimenticare. Per questo la nostra lotta continua.
Ci sembra di capire che l’appoggio che state ricevendo è tanto e sostituisce la completa assenza di uno Stato che dallo scorso ottobre ha incarcerato, isolato e criminalizzato le proteste sociali e i vostri figli. Da dove arrivano le maggiori dimostrazioni di solidarietà?
La solidarietà arriva e sorge spontaneamente da organizzazioni autoconvocate e autogestite come la Coordinadora 18 de octubre o le coordinadoras regionales che a partire da ottobre 2019 si sono rese conto della reale necessità di affrontare la situazione e appoggiare le famiglie dal punto di vista emozionale e professionale, mettendo a disposizione avvocati, medici, etc.
Chi ci ha dimostrato solidarietà sono stati anche solo i vicini di quartiere, persone che organizzano raccolte fondi, comprano beni basici per i prigionieri politici come alimenti e vestiti. Questo si verifica in diversi quartieri. Anche la solidarietà internazionale si è fatta sentire, da diversi paesi. Per noi ricevere il vostro affetto è importante e sentiamo che il vostro appoggio è reale.
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Come Rete Internazionale in difesa del Popolo Mapuche aderiamo alla richiesta di libertà immediata e senza condizioni dei/delle prigionier* politic* della Mapuche e della rivolta e ribadiamo il nostro totale appoggio e solidarietà internazionalista alle loro famiglie.
“Hasta que la dignidad se haga costumbre”
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Mujeres. Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi


R. Zecca Castel, Mujeres. Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi, Edizioni Arcoiris, Salerno 2020, pp. 212, 14.00 €. Postfazione di Annalisa Melandri. Quadro in copertina e illustrazioni di Magda Castel.
da Carmilla
[Estratto dell’introduzione al libro, di Raúl Zecca Castel]
Questo libro raccoglie le testimonianze di Célestine, Flor, Yvette, Anabel, Nora, Arielle e Liliane, sette donne conosciute durante un lavoro di ricerca antropologica condotto in Repubblica Dominicana presso il batey Ciguapa, insediamento rurale le cui origini storiche risalgono al sistema di piantagioni e al regime schiavista coloniale che governarono l’intera isola di Hispaniola dal 1492 fino a parte del XIX secolo.
Come tutti i bateyes del paese, Ciguapa è una comunità che si caratterizza per la particolare composizione etnica e socio-culturale della sua popolazione, quasi interamente di origine haitiana, nera e di classe bassa. Perlopiù, si tratta di persone migranti e loro discendenti giunte o trafficate in Repubblica Dominicana per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, dove da generazioni vivono in baracche di legno e lamiera, spesso senza accesso a servizi fondamentali come l’energia elettrica e l’acqua corrente.
Se la maggior parte degli uomini che popola i bateyes dominicani è ancora oggi sfruttata dalle grandi imprese saccarifere come bracciantato agricolo – in condizioni di lavoro più volte definite in termini di schiavitù moderna -, la situazione che vivono donne e bambini, per certi versi, è ancora più difficile. Senza possibilità di accedere a fonti di reddito che permettano loro di garantirsi la sussistenza, infatti, molte donne instaurano rapporti di convenienza più o meno espliciti con gli uomini della comunità, esponendo sé stesse e i loro figli al rischio di gravi violenze fisiche e psicologiche.
Da questo punto di vista, le storie qui raccolte di Célestine, Flor, Yvette, Anabel, Nora, Arielle e Liliane non costituiscono percorsi di vita eccezionali, selezionati tra i casi più estremi di esistenze marginali. Al contrario, sono fortemente rappresentative di esperienze assai diffuse e ricorrenti tra le donne che abitano il batey Ciguapa. Subire abusi infantili, essere impiegate in lavori domestici o agricoli sin dalla tenera età, affrontare gravidanze precoci, stabilire relazioni precarie con uomini generalmente attempati e spesso violenti, generare numerosi figli da molteplici partner, soffrire ripetuti abbandoni, intraprendere la strada della prostituzione e farsi carico unilateralmente della crescita e dell’educazione dei propri figli sono costanti trasversali nelle traiettorie di vita delle donne di questa comunità e dei bateyes in generale.
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La lotta per la sopravvivenza dei riders di Città del Messico


Un fattorino dell’applicazione Rappi partecipa con suo figlio a uno sciopero dei riders a Città del Messico testo Caterina Morbiato foto Stefano Morrone -tratto da Altreconomia 229
Quando indossa caschetto e borsone termico per lanciarsi nel traffico di Città del Messico, Saúl Gómez ha una parola stampata in mente: guerra. In bicicletta ha distribuito tacos, hamburger e pizze per quasi ognuna delle piattaforme digitali di food delivery che esistono nella capitale messicana. Ha anche assistito colleghi feriti e abbracciato le famiglie di quelli che invece non ce l’hanno fatta. Nel 2018, insieme a una manciata di altri riders, ha fondato Ni Un Repartidor Menos (Non un rider in meno): il primo collettivo messicano di lavoratori di applicazioni. Hanno deciso di organizzarsi dopo la morte di José Manuel Matias Flores, rider di 22 anni investito da un camion dopo aver lavorato per appena tre giorni per la piattaforma UberEATS.
“Qui prendi la patente senza l’obbligo di fare l’esame di guida, gli automobilisti non sono sanzionati quando uccidono qualcuno e le piste ciclabili vengono fatte senza nessuna pianificazione”, dice Gómez per cui il lavoro di rider non può che coincidere con un atto belligerante: la lotta per la sopravvivenza in una metropoli governata dalle quattro ruote, attraversata da camion con rimorchio e in cui, secondo i dati della Segreteria di sicurezza cittadina, 372 persone hanno perso la vita in incidenti stradali o automobilistici durante il 2019.
In un contesto così aggressivo, una delle prime attività del collettivo è stata la pubblicazione del “Diario di Guerra”, un registro degli incidenti che coinvolgono i fattorini, e la costruzione di un database che raccoglie informazioni utili in caso di incidente: nome del fattorino, codice di registro nell’applicazione, telefono, gruppo sanguigno, allergie o malattie specifiche, contatti di emergenza. Con strumenti limitati ma radicati nel mutualismo, i membri del collettivo suppliscono all’assenza delle imprese e rivendicano il proprio diritto alla sicurezza sul lavoro.
La piattaforma digitale UberEATS è stata la prima ad approdare a Città del Messico. Era il 2016 e da allora la concorrenza non si è fatta aspettare. Nel giro di quattro anni le strade della capitale hanno cambiato volto: borsoni termici arancioni, rossi e neri si sono aggiunti a quelli verdi di UberEATS, simbolo di nuove e agguerrite piattaforme come la colombiana Rappi e la cinese Didi. Il moltiplicarsi delle applicazioni ha significato un aumento dei posti di lavoro ma anche il peggioramento delle condizioni per i riders che hanno visto diminuire sia la quantità di lavoro sia il guadagno per ogni consegna fatta.
Secondo un sondaggio realizzato tra marzo e luglio 2020 dall’Istituto di studi sulla disuguaglianza (INDESIG), in Messico il guadagno medio di un rider corrisponde a 42 pesos all’ora, circa 1 euro e 60 centesimi; un lavoratore su quattro guadagna però solamente 26 pesos all’ora, un euro. “In Messico esiste una precarizzazione generalizzata dei salari. Questo fa sì che guadagnare poco più di 20 pesos all’ora con le app, anche se sembra poco, è in realtà una prospettiva migliore rispetto al salario minimo. Qui le apptrovano un terreno molto fertile”, spiega Máximo Jaramillo-Molina, economista e fondatore di INDESIG.
A partire dal primo gennaio 2020 il salario minimo è stato fissato in 123,22 pesosgiornalieri (circa 4,80 euro al giorno; al mese 147 euro), una cifra con cui difficilmente è possibile accedere a una buona qualità di vita. Il lavoro offerto dalle piattaforme rappresenta quindi un’alternativa attraente, nonostante spesso implichi la sottomissione a regimi di auto-sfruttamento con giornate di 14 o 15 ore lavorative: unica maniera per riuscire a compensare il pagamento delle tasse, la connessione a Internet dal telefono, il costo della benzina o di ricambi per moto e bici. “La mancanza di un salario minimo dignitoso per molti riders è una giustificazione per lasciare intatto il modus operandi delle app: se non ci fossero il panorama sarebbe peggiore”, afferma Jaramillo-Molina.
La pandemia di Covid-19 si è abbattuta con forza sull’economia messicana. Secondo i dati dell’Instituto nazionale di statistica e geografia durante aprile, il mese più colpito dalla chiusura imposta dalla crisi sanitaria, si sono persi 12,5 milioni di posti di lavoro. Uno di questi era quello di Saúl García Meléndez, un giovane di 25 anni che fino a marzo scorso faceva il cameriere in un ristorante di sushi nel Sud di Città del Messico. Papá di una bimba di poco più di un anno e unico lavoratore salariato della sua famiglia, dopo il licenziamento Saúl aveva deciso di iscriversi a UberEATS e aspettare che la pandemia si calmasse per trovare un altro impiego.

Verónica Melendez regge il casco bianco di suo figlio, Saúl García Meléndez, durante uno sciopero dei riders a Città del Messico Il lavoro di rider era stata una delle poche se non l’unica opzione possibile. Non gli dispiaceva però: aveva tempo per stare con sua figlia e fare lavori in casa durante la mattina. Inoltre poteva girare la città in sella alla sua Vento rossa. “Amava andare in moto”, dice con affetto Verónica Meléndez. Ricorda che suo figlio aveva sempre avuto moto di seconda mano o prestate: con la Vento nuova era stato il ragazzo più felice del mondo. “I suoi 25 anni li ha vissuti bene, ha goduto della vita. Sono convinta che Saúl sia morto senza soffrire perché non ho sentito l’angoscia che provavo ogni volta che gli succedeva qualcosa”.
La notte di martedì 2 giugno Saúl stava facendo una consegna di UberEATS. Percorreva il Circuito interior -una circonvallazione a sei corsie che cinge la zona più centrale di Città del Messico- nelle vicinanze del Bosco di Chapultepec. L’automobilista che l’ha investito è fuggito. E forse, come sospetta Verónica, per dileguarsi nel nulla ha dato dei soldi ai poliziotti del posto di blocco che sta a 100 metri da dove Saúl è stato ucciso. Secondo il sondaggio di INDESIG, il 62% dei riders ha fatto un incidente durante le ore di lavoro. Di questi solo il 7% ha ricevuto assistenza da parte delle imprese. “Siamo la società della fretta”, riflette Verónica. “L’impresa Didi stava regalando una moto a chi faceva più consegne. È assurdo: i ragazzi si affannano per andare più veloci ma la loro vita non vale una moto”.
Da novembre 2018 a luglio 2020, Ni Un Repartidor Menos ha documentato la morte di 18 riders a Città del Messico e di altri 44 nei vari Stati del Paese. Per il biennio precedente non esistono dati: i riders morti sul lavoro potrebbero essere molti di più ma restano invisibili. Se le famiglie delle vittime danno il loro consenso, il collettivo installa una bici, un casco o un borsone dipinti di bianco nel punto in cui hanno perso la vita i loro colleghi. Prima di parlare con i ragazzi e le ragazze del collettivo, a quel borsone Verónica voleva dargli fuoco. L’idea di tingerlo di bianco, e incastonarlo nella selva urbana in memoria di Saúl, le è però sembrata giusta. La gente, sostiene, deve rendersi conto che i riders stanno morendo e “che li stanno ammazzando mentre lavorano”.
“Stiamo superando i livelli dei più grandi disastri industriali messicani, come quello della miniera di carbone di Pasta de Conchos in cui morirono 65 minatori”, osserva Paolo Marinaro, ricercatore del Center for Global Workers’ Rights della Global Labour University. “In quel caso esiste un sindacato che accusa di omicidio industriale il Grupo México, l’impresa responsabile della miniera”.
La lunga sequela di corruzione e clientelismo politico che caratterizza i sindacati messicani provoca però diffidenza nei membri di Ni Un Repartidor Menos che da sempre insistono: “Siamo riders che aiutano altri riders, non un sindacato”.“Se uno dei loro obiettivi è la regolamentazione del lavoro digitale, nel momento in cui il governo deve instaurare un dialogo con degli attori, loro non sono riconosciuti come una persona giuridica”, avverte Marinaro. “Il rischio è che poi chi si costituisce come tale sia invece qualcuno che non rappresenta realmente gli interessi dei riders, ma un sindacato giallo formato dalle imprese.